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Uno di quei libri che ti prendono per stupore e scrittura. Dove attendi accada qualcosa che faccia bene al protagonista e a te. E tutto scorre verso una fine, perché bisogna pur concludere un discorso quando si sente che è ora. Può essere dopo 80 pagine o 800, basta non menare il can per l’aia. Anche per le storie diventa tardi e, dopo aver guardato i visi e l’orologio, resta solo da salutare e andarsene. Al più si può sperare che il sogno riprenda il raccontare e corregga la realtà, ma quando accade? C’è un momento perfetto per chiudere, quello in cui c’è una fine e non è desiderata. L’arte è cogliere quel momento.

Quei coriandoli nel deserto che danno titolo al libro diventano metafora della naturalezza dell’intelligenza e carnevale della vita. Della sua serietà nelle cose terribili che riguardano i singoli e noi tutti, ma anche del transeunte, del mutare l’importanza dell’immediatezza in un continuo introdurre variabili in un’unica equazione. La vita si complica e si semplifica, anche dove le storie sembrano così lineari. Sentimenti, personale, collettivo, passioni. E intelligenza, che si esprime secondo rivoli che i più subiscono, ma che riporta a sé, al bisogno di capire, di scomporre i problemi, conoscere e fare passi avanti. Capisco che non fu un confronto all’interno di un gruppo straordinario, forse irripetibile, che visse in Italia, a Roma, in quella via di Palisperna in cui si rivoluzionò la fisica, ma che riguarda tutte le intelligenze, quasi che alla fine il procedimento fosse lo stesso e tra il genio e chiunque, non esistesse un modo differente di mettere in relazione intelligenza e vita, casomai il problema è comporre tutto con i sentimenti, la sensibilità, le passioni. E’ inutile cercare di arrestare il progresso della conoscenza, l’ignoranza non è mai migliore. Lo afferma Enrico Fermi e il protagonista del libro, Enrico Persico, fisico pari a Fermi ma senza Nobel, racconta di averlo sempre pensato. Ma lui è diverso e, in fondo non accetta la sua diversità che lo rende umano e quindi grandissimo. Nella storia si comprende che ci fu chi vide l’implicazione della scoperta, anche nei suoi effetti distruttivi e se ne ritrasse e chi invece continuò. Si apre il dubbio su quanti modi ci siano per conoscere, quanti di questi siano silenti, leggeri sulla storia, non meno importanti e per altre vie si facciano strada. In fondo è così superficiale attaccarci ai simboli, alle mode, a un Nobel. Quando le vite sono così intrise di conoscenza c’è chi vede oltre e decide, anche di condurre l’intelligenza altrove, come fosse uno strumento e non un fine.

Bello leggere un libro di grande nitore e dolcezza, inusuale di scrittura e per ciò che evoca, dove le donne sono grandi in assoluto, nel loro modo così singolare di essere altro, e gli uomini si rincorrono. Come fosse un gioco, e forse è davvero un gioco preso troppo sul serio. E’ così bello e raro quando l’intelligenza si accorge degli altri, frequenta l’ironia, e non il sarcasmo, che vien da pensare che questo sia il modo di conoscere davvero. Non l’unico: quello che si vorrebbe.

il libro è Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi e questa non è una recensione, ma una manifestazione di felicità di leggere.