librandosi

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Libri, libri ovunque, lo spazio che voleva diventare una libreria sterminata, ecco cosa immaginava. Gli interessavano i libri e ciò che contenevano: intelligenze, idee, persone con la loro memoria e soprattutto la loro fantasia e razionalità. Gli interessava poter leggere e capire. E apprendere, anche se non avrebbe mai potuto leggere tutto quello che accumulava. No, non era un bibliofilo, anche se gli piacevano i bei libri, i caratteri eleganti, la carta, le librerie di legno pieno, quello che lo sollecitava erano i contenuti. Bastava una frase, un giro di parole, che per lui erano come un giro armonico, e si scatenavano pensieri paralleli, connessioni, nuovi ragionamenti. Sostanzialmente era curioso, e onnivoro, non c’era un ambito, una specializzazione perseguita, era la sua testa che si specchiava, e costruiva, attraverso quello che apprendeva, ma sopratutto era ciò che desiderava sapere che lo rappresentava. Per questo comprava i libri che lo attraevano, bastava una pagina, una trama, una suggestione particolare e li prendeva. E siccome con l’accumularsi di libri, la sensazione di ignoranza cresceva, gli pareva che anche sapendo a malapena leggere (leggere è un verbo che esprime non una capacità meccanica di dare un senso a dei segni, ma il capire cosa essi sottendono), sarebbe stato lo stesso. Tutti quei libri, e quel leggere, non l’avrebbero reso più saggio, sapiente e tanto meno intelligente, avrebbero continuato ad alimentare la fornace della curiosità, mettendo assieme cose disparate dove il senso, per lui chiaro, avrebbe dovuto essere a lungo spiegato se fosse interessato a qualcuno, ma questo non lo pensava. In pratica, attraverso i libri e la loro presenza, perseguiva una sanità personale, qualcosa che altri avrebbe definito una mania o una risposta non razionale a una carenza, invece per lui era la costruzione di un’immagine visibile e tangibile del suo possibile e dei suoi limiti. Non gli interessava una cultura smisurata, gli interessava capire profondamente che gli altri pensavano e che il loro pensiero, comunicato, trasfigurato e mutato nel suo, lo costruiva. Rendeva tangibile il fatto che esisteva, e che a sua volta sviluppava pensiero originale perché suo. Insomma tutti quei libri attorno erano la prova che lui esisteva per davvero e ciò lo rassicurava perché era un pezzetto di tutto quello che c’era e sarebbe potuto essere. Era la sua immagine che riconosceva, e non era statica, ma diventava come la sviluppava e la metteva assieme. Insomma alla fine quella rielaborazione di pensieri, suoi e altrui, era lui. Per questo i libri erano il suo riconoscersi, molto più delle persone che incontrava, e che pure suscitavano la sua curiosità, ma i libri erano impudichi al confronto, entravano nella mente, si mostravano nudi anche quando fingevano o raccontavano falsità, mentre le persone alle quali si poteva davvero attingere al cuore e riconoscersi, erano poche e non di rado, era arduo il loro lasciarsi indagare, andare, toccare dentro. Considerava tutti quei libri una nevrosi positiva, la sua strada per giungere a sé. E questo gli dava una grande rassicurazione: sapeva dove andare per trovarsi.

ti volevamo bene Berlinguer

Mi chiama all’ora di pranzo. Sono mesi che non ci sentiamo, ogni tanto un moto d’affetto, gli auguri, come un abbraccio e poi si vive ciascuno per suo conto. Sorrido per l’ora che richiama abitudini antiche: un tempo era impensabile telefonarsi in orario di lavoro. 

Ci vediamo giovedì 27, ci sarai? Ho già chiamato altri, vengono tutti. vediamo il film e poi una pizza. Saremo in parecchi, immagino. E’ bello rivedersi, come allora…

Il film è quello di Veltroni su Berlinguer. abbiamo età comparabili e c’eravamo tutti allora, prima e poi. Anche quella sera di giugno. Difficile spiegare cosa fu Berlinguer, volergli bene era voler bene a noi. Era la vita diversa che volevamo, una società in cui ci fosse posto per quelle parole che risuonavano dentro, dare sbocco a ciò che ci metteva assieme. Era un’altra cosa Berlinguer, era il coraggio, la dignità, la volontà di cambiare che avevamo. O almeno credevamo di avere. Si poteva perdere ma non era mai per sempre. Ancora una volta, ancora in piazza, ancora a pensare, discutere, proporre, lottare. Anche davanti alla Fiat perché era giusto. Battaglia di retroguardia ci dissero e poi via i punti di scala mobile, ma se si guardano gli incrementi di produttività e l’incremento dei salari anche degli ultimi dieci anni si capisce che il Paese cominciava allora ad impoverirsi.

Eravamo, credevamo, sentivamo, sembra un discorso da reduci, ma è la storia di una generazione che ha perso e non voleva perdere, una generazione nata dopo la guerra, cresciuta in un Paese dove sembrava possibile il benessere per tutti eppure c’erano le classi sociali. Un’Italia dove sembrava possibile passare da una classe all’altra, da una condizione all’altra; bastava lottare per un’idea comune di equità, di crescita, di cambiamento condiviso. Questa dell’idea comune di futuro era la visione della politica, bastava essere rigorosi, fare in maniera diversa, essere conseguenti e le ruberie, il malaffare, sarebbero stati sconfitti. Non c’era l’impressione dell’inutilità, si poteva e si doveva cambiare. E gli strumenti erano quelli della democrazia. Un popolo. Parola grande, ma ci sentivamo un popolo. Il popolo della sinistra. Molti di noi erano passati per il ’68, poi ci eravamo divisi. Molti nel PCI, altri nei vari partiti di allora, ma era la lotta di massa che era emersa come vincente: in molti si poteva cambiare. Per questo i congressi di partito erano partecipati, appassionati, fonte di discussione che durava. Per questo alla fine emerse lo scontro con Craxi e con i socialisti. Erano due visioni concorrenti della società, da un lato quella dell’ascesa dei singoli, del consumo, della società da bere, dall’altra l’idea collettiva dei diritti di base, di pari opportunità in cui inserire il merito, ma prima veniva l’eguaglianza per vivere con dignità. Berlinguer era per noi il rappresentante di tutto questo, il carisma non il potere. E con Pertini era l’idea stessa del rigore e della giustizia vissuta.

Difficile dire la quotidianità di chi ci credeva, di chi si sentiva parte di quel progetto. Era la vita che ne veniva mutata, che aveva regole proprie, rifiuti orgogliosi, volontà. E non era per niente triste, si rideva, si andava in vacanza come si poteva, molti campeggi, canzoni comuni, voglia di vivere. Difficile pensare che sia stata tutta una fantasia, una illusione disciolta nel benessere di quella classe media che allora stava meglio di adesso. Anzi per un po’ sembrò che potessimo vincere, poi si scatenò l’inferno. La P2, i servizi, le stragi, le brigate rosse, la violenza come prassi politica. Man mano cresceva la possibilità di arrivare al governo democraticamente, aumentavano le difficoltà e la violenza politica. Per Berlinguer che aveva proposto l’unione delle grandi forze cattolica e comunista per cambiare il Paese e rammentava il rigore, la diversità di un vivere e di una crescita che non consumasse uomini e pianeta, diventava difficile, ma non demordeva e noi con lui.  Non fu casuale che in quel clima di attacco contro il PCI, maturasse il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Eppure anche dopo quell’assassinio che ha cambiato la storia d’Italia, la battaglia non era ancora perduta. Berlinguer rappresentava una via d’uscita da quel marasma, noi lo sentivamo così: coraggio e dignità nella politica.

Come oggi si può trasmettere tutto questo se non lo si vive? Sembra basti chiedere in politica, ma non è così, fare politica è soprattutto dare. E Lui dava senza limite e noi lo sentivamo. L’hanno definito un’icona poi, invece era uno di noi, lo sentivamo così, autorevole come può esserlo un fratello grande, vicino e al tempo stesso in grado di guidarci con sicurezza. Come le spieghi oggi queste cose? Sembrano discorsi da reduci, magari giovedì qualche lacrima verrà fuori, ma resta una cosa vissuta non solo da noi, ma da un’intera generazione. Poi bisogna che il tempo faccia il suo corso, che maturi un’idea comune e la volontà di realizzarla, che qualcuno raccolga una bandiera, rappresenti una volontà, un entusiasmo che giustifichi il mutare delle aspettative, delle vite. E’ sempre accaduto, accadrà. 

flebile protesta

Mi rendo conto che può sembrare una sciocchezza, che ci saranno mille cose più importanti e mille motivi per giustificarla, ma il fatto che uno dei più grandi direttori d’orchestra del ‘900, non ci sia nella serie di Repubblica e che assieme a lui ne manchino molti altri, che non ci sia un criterio di scelta, insomma una sporca ragione, la dice lunga su come si muove l’industria che vuol essere culturale. Chissà che problemi di diritti ci saranno che non sono compatibili con i due euro di vendita. Chissà chi ha scelto e quali limiti gli sono stati dati, visto che in quei due euro ci deve stare pure il guadagno oltre al costo. Chissà che sia così, perché se fosse una dimenticanza sarebbe peggio. Ma per favore, lasciamo stare l’idea che ogni cosa fatta da un grande gruppo sia oggettiva, rappresentativa o assoluta. Lasciamo stare perché come ci si accontenta di molta informazione senza approfondire, così si prende per buona la rimasticatura d’altri. Nel bisogno contemporaneo d’assoluto, che pure sembra inarrestabile, si trascura e si espunge, semplicemente perché l’assoluto vero costa troppo. Fosse solo il tempo di leggere e capire, farsi una propria opinione motivata, discuterla e imparare, costa troppo.

n.b. Il direttore è Carlos Kleiber, riconosciuto come tra i più grandi direttori del ‘900. Ma mancano ad esempio, Toscanini, Walter, Ormandy, Ansermet, Stokowsky, Mengelberg, Klemperer,  Harnoncourt, ecc. ecc.

Per fortuna che c’è you tube.

salotti virtuali

Ci sono conversazioni in cui prevale la ricerca di dire qualcosa di neutro che riempia l’aria. Questi non rapporti veri sono continue piccole apprensioni seguite da momentanei sollievi. Si spera che detto qualcosa altri continuino, come quando si spinge un auto con la batteria scarica e si spera che dopo resti in moto, ma invece dopo pochi passi questa si ferma e allora si ricomincia. Il sollievo è che finisca una situazione che ci fa chiedere cosa ci facciamo lì. Insomma che accada qualcosa: il decollare della conversazione, il silenzio, un imprevisto. E fino al commiato, qualsiasi di questi futuri possibili racconta che il proprio tempo è stato mal speso. Ma in quest’epoca, l’arte della conversazione leggera è ora destinata ad altri luoghi che non sono il parlare tra un divano e una poltrona. Facebook e i tanti posti virtuali sono a disposizione, per dire del nulla che si vuole trasmettere per ottenere che qualcuno ci ascolti. Eppure non siamo nulla. Dev’essere che nessuno ascolta più e vorremmo avere l’attenzione sempre e comunque. Un tempo non era così, l’attenzione arrivava con un po’ di autorevolezza, alle cose futili, al tempo, si riservava il non voler mostrarsi. Adesso nei salotti virtuali ci si mostra senza ritegno e la futilità diviene una qualità. Per fortuna le eccezioni sono molte, ognuno si sceglie e semplicemente basta andarsene, non occorre neppure salutare. Però non c’è dubbio che la leggerezza stia diventando un modo d’essere, come fossimo tutti in un gigantesco salotto e tutti parlassero con tutti. Contemporaneamente. Almeno la fisicità faceva argine al futile, mentre ora pare non conti l’essere esposti ad un giudizio. E a questo nessuno si può sottrarre solo che la solitudine che dilaga è disposta a perdonare assai. Allora il problema non sono i mezzi, i salotti globali o la futilità del dire, ma la solitudine che cresce e ci mangia le relazioni vere, le vite. 

ti parlo della primavera

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Mi verso il caffè nel bicchierino, come si fa a Trieste, come faceva mia nonna, che triestina non era. Ha un sapore di casa, il gusto lungo del caffè estratto con dolcezza. Le dita faticano a tenere il vetro bollente, così sorbisco lentamente, con gli stessi gesti antichi che ho ritrovato percorrendo quel grande arco che va incontro al sole e attraversa i Balcani verso Istanbul e poi giù, attraverso Siria ed Egitto sino al Corno d’Africa. La stessa strada che hanno fatto i piedi dei nostri antenati. Sorbire, scaldare le dita, poggiare, parlare con lentezza, e ricominciare. Chissà se è primavera in Eritrea oppure il sole già brucia e di giorno s’esce poco. Guardo fuori dai vetri, il cielo s’è ingrigito, ma il mandorlo è luminoso. Tiene per sé una luce che restituisce in quei fiori di cinque o sei petali che ora sono dappertutto. Anche sul tavolo dove ora sparge petali e riempie di profumo intenso la cucina.

Dovrei parlarti della primavera qui in pianura, ma ho solo colori che gli aggettivi sporcano tanto sono teneri. Solo il verde tarda un poco e non è ancora così nuovo. Camminando attorno alla città ho visto i campi coperti della peluria degli steli appena accennati tra il bruno della terra, si capisce che questa nutre e verrà sopraffatta da ciò che sta nascendo. Già muta nel verde al limite dei fossi, tra i narcisi a frotte che, secondo loro alchemici sogni, si sono installati in gruppi fitti lungo i clivi. Ci sono molti colori e dappertutto. Le fioriture sono così improvvise, da un giorno all’altro, e noi così immemori, che ne siamo sorpresi e additiamo tra noi sorridendo ciò che accade. I marciapiedi di città sono tappeti di fiori che macchine solerti spazzano di buon mattino. Ne sento il rumore da casa, vengono anche nel vicolo, ma gli alberi le sbeffeggiano perché appena se ne sono andate ricomincia la pioggia di petali sulla strada. Ho osservato che il grigio nero dell’asfalto sta bene con tutto, anzi ravviva i colori. Insomma attorno c’è un gran lavorio di piante e di fiori che non lascia indifferenti.

Tra i negozi sotto i portici, sono le pasticcerie a parlar presto di primavera. I dolci teneri e le focacce hanno preso il posto dei fritti, ultima propaggine d’inverno e carnevale. Mi pare che pure la gola cerchi adesso una sua età dell’innocenza e che il correre sui prati, il primo sudore che si rapprende all’aria, corrisponda a un sentire che rende leggera la voluttà. Non è ancora tempo dei vestiti che giocano col corpo, però i soprabiti ingentiliscono il passo. Anche la sensualità s’alleggerisce e attorno è tutto un produrre d’ormoni, di fluidi che scorrono, gemme e steli che s’inturgidiscono, vien naturale che il corpo li segua e si conformi. Non c’è il greve del chiuso, delle passioni in cui l’aria s’addensa, i colori e i sensi s’inscuriscono, adesso è la luce che trionfa e pare tutto avvolgere di leggerezza. Ho l’impressione che tra i tanti tipi di bellezza, ce ne siano alcuni dove essa si rinnova e che sia inutile cercare di prenderla perché deperisce tra dita e che pure le mie parole non ti dicano molto di ciò che davvero accade attorno. Sarebbe un buon modo parlarne rivolti al cielo, stesi sull’erba a guardare nuvole gonfie di bianco. Senza alcuna fretta , con un tempo nostro. La vedi quella che sembra un cappello con un viso che sorride e quell’altra non pare un cinghiale che rincorre una palla ? Parlar di ciò che pare, perché ciò che è, sta dentro ed ha una sua bellezza che entrambi sappiamo. Solo che non si dice.

 

almeno un puparo

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Ho bisogno di quiete per temperare i furori del non capire cosa ci sta accadendo. A volte mi sembra tutto così insensato e banale che scrollare il capo diventa ginnastica per le cervicali, a volte, invece, penso che non c’arrivo, che c’è una ragione sottostante che non serpeggia tra gli accadimenti, ma ha una sua linearità, una sorta di grande puparo con una mente coordinata che ci recita un po’tutti.E che sia lui a tesser reti attraverso i fili che noi crediamo muovere per libero arbitrio, che a lui la confusione faccia gioco, e rida. Come ride il puparo, sgangherato e cinico, ma che almeno qualcuno sappia dove si va. Ma poi penso anche che potrebbe essere davvero tutto come appare e che il vociare impedisca di avere una direzione o un fine. Che miseri saremmo se non ci fosse un futuro condiviso, una direzione, o l’essere dentro un flusso comune, e che invece tutto divenisse un agitar di atomi come usano i gas, se li si riscalda. Occupano tutto lo spazio e delle loro capocciate non serbano memoria, rimbalzano in cerca d’una via d’uscita, di un luogo da occupare, senza rendersi conto che è lo stare assieme che dà solidità alle cose. Allora preferisco avere un nemico da scoprire, una volontà da combattere, qualcosa d’intelligente, anche se mi è contro, che giustifichi lo stare assieme. Mi tornano a mente le vite che si coniugano, e non parlo di matrimoni, ma di unioni che portano avanti assieme amore e direzione in un dentro e un fuori che diventa solido più del diamante. E restano a far da esempio, a te, a me che ci ostiniamo ad andare in una direzione mentre tutt’attorno sembra impazzi la confusione. 

scaffali

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In pile riordino libri, allineo oggetti. A sinistra le pagine bianche, ciò che attende di esistere, a destra il fare, l’essere, lo stare. Eppure mi sembra strano questo movimento che ondeggia dall’una all’altra parte come acqua in un catino e che, tutt’attorno, di sé spande tracce. Io vorrei bagnare solo chi davvero voglio. Bisognerà allora fare un passo indietro, guardare l’opera, i colori allineati, gli oggetti e se ancora resta una scontentezza senza nome, l’ordine non ci è stato amico Ma c’è sempre una via d’uscita, basta rovesciarsi nel vedere. Reversibili sono le macchine della mente che funzionano davvero, a sinistra ciò che si è fatto, allora, e a destra il divenire.

E’ sera e sono stanco di tanto muovere le cose, ma ora, nei miei scaffali, le pagine bianche, gli oggetti che saranno, puntano ad est, nel cuore del sole ancora nuovo, e così una transitoria  tranquillità m’ha preso.

fallimenti & co.

Nella storia dei fallimenti perpetrati, subiti, inseguiti con determinazione hai trovato positivi riscontri: qui una crescita, lì una fermata prima dell’abisso, appena oltre una cicatrice che ora sorride, ma ancora duole un po’.

Si sa signora mia, il tempo, l’età, la testa. I fallimenti sono lucertole da prendere per la coda, delicati, ma perfetti per stare al sole, percorrere pietre e rendersi conto che si è vivi.

Eppoi i fallimenti mica te li invidia nessuno, solo tu li puoi capire e capisci anche dei successi non resta nulla ai comuni mortali, che solo tu li ricordi, che a te parevano importanti e agli altri già subito un po’ meno. I fallimenti, invece, ti hanno preso a sberle, corretto con la violenza che cambia davvero, ti hanno costretto a tirar fuori la forza che non pensavi di avere. Ma sopratutto i fallimenti erano te. Non c’è stata fortuna a favorirti, anzi, non di rado, il caso ti ha girato le spalle, oppure non hai capito a tempo che non potevi fare affidamento solo su di esso. Spesso è bastato un nonnulla per rovesciare quello che sembrava andare per il giusto verso e questo ti ha insegnato che la distanza tra una vita e un’altra è davvero minima. Almeno all’inizio, poi divarica.

I fallimenti ti hanno detto che il tempo passa e non è galantuomo, che non verrai risarcito, ma la vita è davvero tua se ritenti.  Capisci che i fallimenti sono la tua misura, che la prossima volta accadrà ancora, ma sbaglierai un po’ meno. I fallimenti sono diari che ti ricordano chi sei stato e te lo dicono davvero, senza sconti e tenerezze. Ed è da loro che senti che la vita è un orologio, bisogna regolarlo ogni tanto e caricare ogni giorno: segnerà un’ora che pare la stessa ma è diversa. Ancora una volta, riproverai, ancora una volta approssimerai il successo che solo tu hai dentro. E sarà sempre un nuovo vivere.

calda primavera

Piccoli schiocchi, 

rumori di cose in cerca di sistemazione notturna,

amici d’abitudine:

il giorno ha avvolto la casa d’inopinato calore

ed ora stira le sue ossa di pietra. 

Tra i muri vecchi, 

s’è svegliata la lucertola nel suo nido di malta,

è la stagione dei contrasti, 

il calore fluisce, ondeggia, 

incarta la notte col giorno, 

e poi posa nel vicolo, 

tra case e finestre ormai scure,

Così tornando nell’ora tarda 

m’ha accolto un abbraccio, 

un tepido sapore di casa e di sonno.

Lo assaporavo, ricordo,

finché un fruscio di fogli scivolati

s’è disteso in più stabili equilibri,

e l’ultima lettura è entrata nel sonno.

non basta mai

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Alla cassa dell’autostrada, seguendo i pensieri, dissi ad alta voce: non basta mai. E il casellante rispose, a chi lo dice? Non parlavamo della stessa cosa, a me venne da ridere e lo ricordo ogni volta che non basta mai, perché ci sono stati dell’essere, così felici che non si saturano, bisogni che restano tali e sono un modo singolare della vita. Gli innamorati conoscono bene questa furia necessaria d’altro, una sete che lascia sempre il senso dell’insufficienza. E così ogni saluto è una piccola disperazione, l’attesa prolunga il tempo, lo sfilaccia in frange di vissuto indifferente.

Tu mi basti e non basta mai. Chi può dirlo è fortunato, eppure non lo sa davvero, sente l’assenza e non la magia della mancanza, del vuoto che significa bisogno, desiderio che non si esaurisce. Merita il cibo chi ha fame, per questo il bisogno, il desiderio dovrebbero controllarsi a vicenda, non essere in noi un tumulto che vuole uscire e gridare la sua diversità, ma un fiume che spinge. Torno spesso su quest’idea del flusso, mi è cara perché è ciò immagino della vita e siccome si vive per antinomie ed ossimori (anche), cos’è più singolare del provare sete dell’altro sinché si è all’interno di un fiume?

Non basta mai è ancora scevro dalla proprietà, è il bisogno della conoscenza e dell’amore. Che strano, vale per qualsiasi passione questa bulimia del possedere senza possesso, il bisogno di essere più compenetrati dall’altro, di avere di più per essere di più. E si percepisce l’altro come illimitato, non si esaurirà mai, è un continente che si apre. Se ci pensate vale ovunque ci sia una passione vitale, è indifferente alle classi sociali, alla condizione, lo sente l’uomo di cultura e l’illetterato, l’adolescente e il vecchio, lo scrittore, l’artista, lo scienziato, insomma l’uomo che è nella passione. Questo bisogno, per gradi, s’ insinua e genera una richiesta ulteriore, di vista, di parola, di senso, di profondità. Sensibile e immateriale assieme, soddisfa e genera bisogno.

Non basta mai, dopo l’impeto del tumulto diventa placido nella pianura del vivere, gonfio e sorpreso di sé, e scopre il suo bisogno d’altro. Che sia questo ciò che si confonde con il per sempre? Il non basta mai non si esaurisce, confluisce in una conoscenza fatta di consapevolezza e si trasforma. E’ diventato altro, si guarda, e nei casi migliori è conscio di non possedere perché ha trattato e tratta la bellezza. E’ felice di avere ciò che gli consente di procedere, di riscoprire nei dettagli, e ciò che prima era sfuggito nella voracità diventa prezioso. Quanto è stato lasciato indietro, incluso nello sfolgorio del bisogno, come riluce adesso che con la calma si vede ciò che sembrava celato. Eppure era alla vista, chiedeva d’essere solo riconosciuto. Dal non basta mai alla meraviglia del continente che non si scoprirà tutto, la sensazione che mai si riuscirà a percorrere una passione interamente. E’ la consapevolezza dell’ignoranza che toglie la fretta al non bastarsi ce n’è fin che vuoi e vorrai.

Non ti basterò mai finché mi cercherai. Non funziona sempre così, spesso è il presente, la passione, l’abbaglio a prendere per mano e ad esplorare con furia. Altra modalità del vivere. Coesistono, a volte accade l’una, a volte l’altra, a volte assieme, ma è il tempo a fare da crivello, ciò che resta non basta davvero mai. Sbaglia chi pensa che i ricordi, le persone si esauriscono in sé, c’è una porta rimasta aperta, una luce che filtra, un percorso che è continuato, ciò che siamo è la somma di ciò che non è stato assieme al poco che davvero è stato. E’ ciò che non è bastato che ci ha segnato e ci segna. Beato chi davvero chiude, il sazio che incurante si abbevera e poi continua immemore. Beato oppure monco di una sensazione di infinita dolcezza qual’è quella di guardare nel vuoto e vedere altro? Il bisogno e la sua soddisfazione, l’opera d’arte come metafora della vita, e quale opera si può davvero sentire conclusa? Per questo anche quando basta, ciò che conta non basta mai.