la malora

la malora

I grandi spazi sono immersi nella penombra, dove di solito c’è lavoro, persone, rumore, solo silenzio. E’ mattina, fuori c’è il sole, ma la luce fatica a farsi strada tra le alte pile di carta, tra le grandi macchine ferme. Una è lunga più di cento metri, progettata e realizzata in azienda. Un serpente di rulli, di pinze pneumatiche, di piccoli tunnel di ferro dove ogni cosa è stata pensata per essere perfetta. Il risultato perfetto, qui non ci sono tolleranze. Ma è tutto fermo. Alle difficoltà crescenti di un mercato che non perdona ed ha reso precaria la vita di chi vi lavora, si è aggiunto il furto dei cavi elettrici. La malora. Quello che fa andare tutto storto. Un mese fa uno dei due titolari si era ucciso in azienda. non aveva retto dopo anni di fatiche per resistere, alle difficoltà crescenti di pagare gli stipendi, ad una situazione che ormai era consegnata alla volontà delle banche.  In fondo non serviva altro che un po’ di fiducia, di apprezzamento per un lavoro che ha clienti e commesse, ma non c’era stata. Fiducia e lavoro, le uniche due forze che hanno fatto crescere questo territorio, non ci sono più. Le banche che hanno appoggiato i soldi facili dell’immobiliare, ora sono piene di insoluti. Bisognerebbe chiedere loro conto della devastazione del territorio, dei soldi facili basati sulla crescita del valore degli immobili, ma nessuno o quasi, ha più voce, né voglia. Servirebbe Iacona per raccontare questa storia. Una storia bella d’impresa, dove l’imprenditore lo trovi in camice in azienda e sa tutto del prodotto, del ciclo lavorativo, delle macchine che servono per dare sostanza alle idee. Una storia iniziata all’università, come lavoro per mantenersi agli studi, rilegando enciclopedie a fascicoli. Conoscere, do you remember?, Fratelli Fabbri. Ogni casa ne aveva una. Poi passione per il lavoro, crescita, mercati, estero. Una bella storia, come tante altre che hanno affollato il nord est, fino a questi anni. Fino alla fatica a reggere la concorrenza. Qui la parità dollaro euro significa il 30% di sconto prima di cominciare a discutere, ma è così. I mercati ragionano in dollari. Allora con le difficoltà c’è stato lo stringersi attorno all’azienda. Potevano andarsene, non l’hanno fatto. I lavoratori l’hanno capito. Ci si affeziona al lavoro. Non è questione di articolo 18, è che se uno ha un mestiere, quello può fare. E chi gli dà lavoro, di lui ha bisogno.  Sono i lavori dequalificati, quelli dove uno vale l’altro, e che sono sempre più diffusi, che mancano di rispetto al lavoro. Lo impoveriscono e lasciano chi lavora senza identità. Un po’ di soldi e basta. Qui non era così, pur tra le difficoltà e la fatica.  

Bisognerebbe ci fosse un’etica anche nel rubare. Togliere i cavi delle dorsali elettriche per vendere il rame ha messo in ginocchio tutto e tutti. Un danno immane che nessun rame rubato commisura. Un danno che pesa su chi è in ginocchio e fatica ad alzare gli occhi. Un danno che è una pugnalata. Servirebbe etica anche nel rubare. Non si ruba il lavoro a chi non ha alternative. Servirebbe Iacona per raccontare. Servirebbe fiducia. Loro ci provano. In silenzio. Ancora.

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Quando potrete riprendere? Gli ho chiesto.

E chi lo sa. Un mese forse. Sono cavi speciali, li fanno su misura. Pensa che sono lunghi 150 metri e pesano ognuno 7 quintali e mezzo e li hanno tranciati e sfilati tutti. Stiamo facendo ancora l’inventario delle automazioni distrutte per sovraccarico. Dovevano essere in tanti: c‘hanno impiegato una notte intera. E hanno fatto un disastro. Anche negli spazi di lavoro. Sembrava fosse cascata una bomba. 

Non c’è rassegnazione, ma la botta è stata devastante. Il lavoro, i contratti da rispettare. I clienti da non perdere. Con fatica ci provano. Con immensa fatica.

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