Da qualche parte nascerà, non dubitatene. Scorre nel sangue, si annida nei pensieri, la realtà lo alimenta e lo fa crescere. Lo portiamo con noi oltre la convenienza, oltre la cupidigia, oltre l’egoismo. Tutti sentimenti singoli, che hanno misura nell’individuo non nell’essere assieme. E’ un bisogno, non un desiderio e così emergerà, dapprima, come grido di pochi, ma crescerà e farà battere i cuori, scaldare le tempie ed esercitare le intelligenze per essere soddisfatto. Emergerà e mostrerà l’evidenza a chi non vuol vedere. Del resto lo vediamo, lo subiamo, lo sentiamo cosa produce un capitalismo senza dialettica. Lo viviamo nell’ambiente che si deteriora, nel lavoro che manca, nelle crisi che non trovano soluzioni, nel distacco sempre più forte tra chi ha e chi non ha. Lo sentiamo nei diritti che si affievoliscono, nell’uomo che conta di meno, ma soprattutto lo vediamo nella diseguaglianza che cresce, nella povertà senza riscatto, nelle contrapposizioni tra poveri per strapparsi un diritto. Perché consumata la democrazia, il rispetto, la dignità degli uomini, il denaro lucra sulla crisi, sui settarismi, sull’intolleranza. Nascerà da qualche parte, avrà un nome antico, rivoluzione, e parlerà ancora con parole antiche: uguaglianza, fraternità, libertà, ma tutto sembrerà nuovo a chi lo vivrà. Non è una speranza, è una certezza, è sempre stato così, la storia non si ripete ma obbedisce alla spinta verso l’essere assieme, verso il costruirla assieme. Non prevalebunt è l’equivalente del no pasaran, sempre le stesse parole, sempre gli stessi bisogni. Profondi, radicati, incoercibili, certi.
Il sommaco non lo sa che c’è un confine. sia pure di seconda categoria, dove si passa a piedi e nessuno ti controlla. Non lo sa e macchia di rosso l’una e l’altra valle, indifferentemente. Si distribuisce e radica con la caparbietà della vita. E qui la vita è anzitutto caparbia. Difficile per il terreno, difficile per la precarietà, difficile e muta perché si parla poco. La commistione è facile, ma quella ci pensano gli uomini a renderla difficile. E per mescolarsi si devono superare gelosie di luogo, lingua, spazio. Eppure l’imperativo della vita è ibridarsi, trarre il meglio da ciò che viene offerto, poi si verranno distinzioni, identità e sospetti che sono più paure. Ma l’imperativo sarebbe: mescolatevi e sarete biologicamente migliori. Sul confine tutto si mescola eppure si distingue. Anche i modi per portare un servizio, la luce o l’acqua sembrano segnare diverse modalità e intelligenze. Sul crinale, verso il lago, corrono pali e fili elettrici. Per qualche oscura deviazione mentale, ovunque vada la mia attenzione è attratta dall’ordine in cui pali e fili sono posti. Mi sembra che questo abbia un significato oltre l’utile e le abitudini. Negli Stati Uniti e in Canada, grovigli di cavi nei vicoli, trasformatori appesi, accade anche in Portogallo, in Argentina, oppure in certe aree africane e medio orientali. Qui, invece, pali di legno o tralicci, seguono crinali, le città sono abbastanza libere da cavi, trasformatori sulle case non se ne vedono. Come se per qualche oscura, residua, forma di rispetto la ferita di un palo e d’un filo che tagliano l’orizzonte venisse ridotta a tracce che si susseguono, strade aeree per equilibristi e uccelli e i grovigli vengano nascosti chissà dove perché almeno qualcosa venga risparmiato. Ma oltre ai pali, i fili e gli alberi, non c’è nessuno. La solitudine pervade tutto. E non solo è più difficile vivere da queste parti, ma si nota l’assenza d’uomini e di macchine. Le strade sembrano portare verso un nulla che è dietro l’ultima curva. E così nei paesi i movimenti lenti fanno sembrare tutto più vecchio, affaticato, così anche nei gesti sono lontane le frenesie di Milano, le luci notturne di Roma, il semplice assembrarsi nelle piazze di città. Qui tutto è rado. anche gli uomini. E allora per chi è tutta questa bellezza? Con questa domanda tra solitudini gloriose d’autunno, tra scrosci di pioggia tappezzate di rossi, gialli e cremisi si scende a Trieste. E la città è calda di scirocco, luccicante di pioggia, vociante di chiacchiere serali attorno ai bar. Ma negli spazi, sul molo Audace, la pioggia ha cacciato i soliti perditempo, e anche Piazza Unità, stasera, è stranamente libera da persone. Sarà per questo che tra gli ultimi sprazzi di luce, emerge una bellezza violenta di edifici e manufatti deserti, apparentemente senz’uso. Non c’è un utile stasera, la pioggia l’ha spazzato con piccole raffiche di scirocco. C’è solo bellezza di pietre ordinate, di luci, di calore che trapela dalle vetrine dei negozi, dei buffet, dei ristoranti, dei caffè famosi. E c’è solo bellezza nel gesto d’una bianca ballerina di strada che prova i suoi passi nella piazza. E’ avvolta nel suono di un violino, accordato un po’ approssimativamente e si muove, in questa oscurità che cresce, leggera, muta e perplessa. Come il vento.
Con i primi freddi, anzi con la prima brinata, le verze che erano ben presenti in ogni orto, diventavano più buone. Così si diceva, forse perché la fibra dura delle foglie esterne, ghiacciando, diventava morbida. Mio nonno allora cominciava una cura a base di zuppa di verze, il broeton (gran brodo, forse per la quantità di liquido che accompagnava le foglie), e di verze soffegae (soffocate dal coperchio, stufate). Sembrava fosse una dieta dimagrante e depurante in preparazione degli stravizi delle feste, ma soprattutto era un antidoto al freddo che entrava da ogni interstizio (e ce n’erano molti) nella casa. Di sicuro qualche effetto l’aveva perché qualche chilo lo perdeva. Lui sosteneva che la verza aveva proprietà sgrassanti visto che si accompagnava così bene con il maiale. Le spuntature, le costicine, i cotechini, insomma dove c’era grasso la verza assorbiva. Così diceva mio nonno che tutto era fuorché un nutrizionista. Di certo gli piacevano i sapori forti, quelli di pianura, da nebbia e da gelo. Tornando a casa col tabarro, sul birocio col cavallo o in bicicletta doveva avere un freddo terribile. Tutto era frammisto nelle diete di periferia che era già campagna. La verdura aveva dominato estate e primavera, l’autunno era stato un po’ più parco, ma col gelo c’era poco. Era tempo di carciofi, radicchi di campo, trevigiano da imbiancare per marcitura delle foglie esterne e poi le verze, i broccoli. Le patate erano scorta di carboidrati che non mancava, ma la verdura fresca serviva, eccome se serviva, visto che le vitamine della frutta erano precluse. Quand’ero bambino ricevevamo due casse che a me piacevano come contenitori per i giochi, erano fatte di vimini e scorza d’albero intrecciate, piene di arance, limoni e mandarini, mandate da amici di Latina ed sempre manomesse perché gli agrumi, come datteri e banane erano merce rara e costosa. Ma erano una festa a parte, che non era frequente né diffusa.
Per trasmissione culturale, credo, i nonni mi iniziarono alla cultura della verza, università essenziale del sapere padano. Non quello di Bossi e Salvini, ma quello che scorreva da migliaia d’anni nella valle più produttiva e a quel tempo povera, d’Europa, la pianura padana. La verza la si trova ovunque nelle ricette invernali delle regioni della valle, nella cassoela milanese, nelle ricette piemontesi ricche d’agli, fino farle parlar slavo e mescolarla con i fagioli nella jota delle valli friulane dove l’Italia non si distingue più dalle propaggini dell’est. A casa sarebbe stata, assieme al baccalà, ai radicchi con pancetta e gli gnocchi, una costante invernale. Come il freddo e la neve. Credo che poche piante siano generose e umili come la verza e che poche si prestino altrettanto all’estro: dall’essere bollite per stomaci deboli, sino al trionfo della stufatura e al sapore sapido che da chissà cosa viene estratto considerata la semplicità che l’accompagna nella preparazione. Quindi semplicità, umiltà, generosità, doti che accompagnavano i popoli della pianura, avvezzi a conoscere invasioni d’altri e forse per questo dotati di un relativismo salutare. Dalle mode culinarie straniere, dalle culture, traevano quello che poteva essere coltivato e incontrare il gusto. Credo che gli gnocchi conditi con zucchero e cannella di tradizione tedesca e triestina difficilmente avrebbero attecchito in alcune parti povere del veneto, nel polesine o nella bassa padovana ad esempio, se non fossero stati il succedaneo festoso ma compatibile dei blasonati agri dolce, dei saor raffinati, della repubblica del leon. E così per il cren che nelle ruvide basse accompagna ancora i bolliti, mentre nelle parti più raffinate e pedemontane il dolce e il pepe si mescolano nelle mostarde, nella pearà, nella pevarada e poi mutano sino agli gnocchi con le susine e nelle brovade di confine .
Una cucina povera e ricca di sapore, accogliente e discreta, era la più bella metafora delle persone che ho conosciuto da bambino. Metto due ricette semplicissime, che faccio abitualmente e non per nostalgia, ma perché mi piacciono proprio nella loro ruvida schiettezza:
La verza, meglio grande, viene lavata e privata delle foglie esterne con la costola più dura, queste vengono sminuzzate in pezzi più piccoli o affettate a strisce corte. In una pentola capiente, si mette a soffriggere una cipolla tagliata sottile con uno spicchio d’aglio, appena il soffritto è biondo si mettono le foglie sminuzzate, poi si aggiungerà anche il torsolo tagliato a pezzi. Si lascia che le foglie si insaporiscano per bene e poi si aggiunge acqua in relazione alla consistenza della zuppa che si vorrà ottenere. Si mette il sale grosso e si copre e si fa bollire molto a lungo. In pentola a pressione almeno 40 minuti, oppure un’ora e 20 e più in pentola normale. E questo è il broeton che va servito caldissimo, con olio crudo, pepe e formaggio. Una volta si usava polenta fredda dentro il brodo, oppure pane biscotto.
Oggi l’ho fatto con il cous cous alla faccia del sindaco della lega della mia città che non riceve il console del Marocco e devo dire che era proprio buono.
Per fare invece le verze soffegae si taglia il resto di verza in quarti, con la parte delle foglie più tenere e centrali, mondate del torsolo, e poi a strisce sottili. In una padella si soffrigge cipolla e aglio e man mano si mette la verza, si condisce con pepe e sale e con un po’ di dado granulare. Si copre e si mescola ogni tanto. Alla fine, quando le verze sono color giallo carico (25-30 minuti) si spruzza d’aceto e si consuma a fuoco alto per un minuto. Vanno bene come contorno per carni o anche da sole se arricchite di salsiccia sbriciolata e cotta assieme.
A casa usavano strutto, ma si può benissimo farne a meno. Con le foglie più tenere si può cucinare la verza lessa e condirla con olio e sale, oppure con la parte più interna, i cuori, tagliatii sottili e soffritti farne un brodo per i risi e verze. Insomma ci si può sbizzarrire nella semplicità.
Questo al nonno scappato di casa perché amava i cavalli a 14 anni e ritrovato dopo sei mesi in un circo a Napoli, sarebbe piaciuto.
Così immagino il tavolo ordinato e penso al mio, ingombro di cose da fare, di idee interrotte, di appunti, di riottosità per ciò che si dovrebbe. Sul tuo c’è un foglio, una penna, un tablet. Rigore come il bianco alle pareti. Rigore come il tentativo di un ponte verso l’innocenza. Rigore per accedere all’ordine della perfezione. E’ ordinata la perfezione? Mi piacerebbe parlare con te di tre parole guida: innocenza, super io, serenità. Partendo dalle sensazioni, come quando ci davano i temi scuola e un legame bisognava pure trovarlo tra il poco appreso e ciò che ribolliva dentro (e che voleva uscire). Potremmo anche parlare di ormoni e di libertà, di tangibile, materico, sensuale e anche di etereo, romantico, passionale. Tutto messo assieme, agitato per bene, reso urgente. Era lì la natura del disordine? dell’inquietudine? Immagino, ma è un mio pensiero, che senti il disordine come antitesi di una purezza primigenia, un peccato contro il nitore. Era ordinato il prima del ribollire ? Era un facile comporre le forze anarchiche del desiderio nella quiete delle cose al loro posto? Approvazione. Di chi? Perché? Che ci sia sempre il bisogno d’un amore interrotto alla base di tutto? Sembra di muoversi su una spirale che mentre ci allontana fa vedere la vita che si ripete, era solo un poco prima, e il centro, da cui emana o converge è sempre un po’ oscuro. Sembra tenere più energia di questo evolvere pigro che allontana, il centro. Si va sempre verso l’esterno con le gambe e verso l’interno con la testa. Il cuore va ovunque, ma chi lo ascolta davvero, il cuore?
Fuori dalla finestra, dalla porta, il verde e gli alberi. La collina si arrampica verso le case. La strada è venuta dopo, prima i sentieri. Gli alberi, e ancor più gli arbusti e le erbe, non hanno altro ordine che il reciproco vivere. Sgomitano ma trovano sempre un equilibrio conforme alla vitalità. Quello che ribolle anche in te e che hai altrove condotto e regimato. Diversioni da sé. Le pratichiamo tutti e a larghe mani, perché essere è fatica. Nei miei ricordi di bambino, il disordine non mi ha mai infastidito, erano gli adulti che lo pretendevano. Anche in quei quaderni ricchi di aste e linee orizzontali lo volevano. E in quelle associazioni strane di lettere e suoni: celo si scrive con la i, ed è cielo. E io scrivevo e cancellavo, perché gli occhi contraddicevano le orecchie, il suono. Finché si aprì un buco nel foglio e piansi. Da allora il cielo ha una i e dentro ha un colore senza troppe vocali. E un piccolo dispiacere. Conformarsi.
Come sarebbe stata la scrittura primigenia senza obbligo di conformità ad un codice comune? L’armonia delle linee e dei tratti. Un ideogramma per mettere assieme pensiero e sua rappresentazione. Un codice senza sintassi. Efficace tra pochi, avrebbe impedito lo sviluppo dell’umanità. Niente regole, niente letteratura, niente matematica. Divago. Il dottor Divago perduto tra necessità e libertà. Guardo il foglio con l’immaginazione e lo vedo bianco. Nel cestino, appallottolati, i pensieri da gettare. Ordine. Il tablet e il pc conservano tutto ciò che vogliamo e ci presentano sempre una pagina pulita. L’apparenza ordinata dell’elettronica e del digitale, sotto c’è un magma di fotografie che non verranno analizzate, spesso neppure riviste, pensieri sbozzati, testi che si consumano nella loro formalità e conseguente inutilità. Come una voragine la memoria magnetica ingoia tutto, non discrimina e restituisce l’apparenza dell’ordine. Il disordine è madre di tutte le cose e si espande come una spirale sfrangiandosi d’energia, ma qualcuno ci convinse che abbiamo bisogno di perfezione al posto della imprecisione. Non ci resta che l’armonia per liberarci dal mito della perfezione e dall’innocenza. L’armonia, e l’equilibrio che non è un suo sinonimo, per rispondere a sé, non ad altri. Una condizione di forza.
C’è un ordine nell’armonia. Riguardo la congerie magmatica del mio tavolo, come una eruzione che ridisegna il mio paesaggio interiore. Vale se perseguo l’armonia altrimenti ne sarò, più o meno felicemente, travolto. Ma tu su quel foglio bianco, cosa scriveresti?
Camminare perché camminando non ci si prende troppo sul serio. Camminare anche con il male alle ginocchia. Camminare guardando dentro e avanti. Camminare sino al limite del bosco. Camminare nel bosco e sentire che respira. Camminare nella paura per liberarsene. Camminare nella città, sentendo che è un pezzo di noi che ci accoglie. Camminare dentro la notte e nei colori sul bagnato. Camminare tra un lampione e l’altro, mettendo i piedi in pozze di buio, nero come l’assenza che a volte si sente. Camminare tra un desiderio e una quiete. Camminare oltre il dicibile, perché c’è sempre qualcosa che si può dire solo a una persona, e magari nel momento giusto non c’è. Camminare immerso nell’aria e pensarsi come impronte di volume che si susseguono. Camminare prima nella luce e poi man mano nell’ombra. Camminare senza una meta sapendo che si arriverà. Camminare perché adesso tutti corrono e chissà cosa facevano quando non si correva. Camminare in tondo e scoprire la spirale. Camminare su un ciglio in equilibrio, per gioco e per scommessa, pronti comunque a ridere. Camminare senza pestare le commessure delle pietre come da bambini. Camminare pestando le commessure con indifferenza apprensiva. Camminare finché i piedi bollono e continuare. Camminare annusando i profumi che ci avvolgono. Camminare sentendo nell’aria la pioggia che arriva. Camminare veloci perché il pensiero è veloce. Camminare lentamente e fermarsi senza vedere nulla di ciò che si fissa perché il pensiero si è fermato, ha preso ciò che da troppo scappava via ed ora gli pare di aver capito tutto. Camminare da soli o in compagnia sapendo che un po’ si è sempre soli. Camminare parlando e raccontare ciò che c’è attorno: Camminare perché è a misura d’uomo, anzi no è a misura di bellezza. Camminare sui sassi con le scarpe buone. Camminare fino all’acqua e poi entrarci dentro. Camminare fuggendo qualcosa. Camminare cercando qualcosa. Camminare e restare fermi. Camminare cercando di mettere in ordine un amore. Camminare nell’amore senza alcun pensiero che non sia per lui. Camminare per sviluppare il senso dell’ironia. Camminare mentre fa freddo o caldo, sapendo che è camminare che conta. Camminare ascoltando quello che c’è da ascoltare e non è nelle cuffiette. Camminare guardando le spalle di chi sta davanti e pensare che chi cammina protegge non colpisce. Camminare perché abbiamo un’ombra ed è ciò che resta della luce che ci attraversa.
Camminare fino a ciò che non si vede,
che non si pensa,
che non si è mai sentito prima,
che non si sapeva di avere eppure lo si sapeva.
Da qualche parte.
Camminare fino al limite del conosciuto e trovarci dove sempre ci siamo aspettati.
Ci sono quelli che non si voltano mai indietro, hanno coscienza di sé, lasciano e pensano al nuovo. Altri, più incoscienti, sono incollati alla propria storia, l’hanno ficcata dentro uno zaino che è diventato zeppo e pesantissimo. Pensano di conoscerne a memoria il contenuto e così ci guardano di rado. Ma se lo facessero scoprirebbero cose interessanti. In compenso lo portano in giro rassicurati dal ricordo e dai fili che sembrano tener aperte comunicazioni. Dall’altra parte dei fili ci sono esigenze ormai spente, oppure altre che non s’accontentano. Intendimenti diversi si erano incontrati. Ora che resta? Per fortuna pesi diversi.
Qual’è il limite di peso consentito per volare? E se in un momento di quiete, oppure di passione, venisse voglia di andare e basta, togliere senso al tempo e camminare? Si sarebbe fatta la pace con ciò che non è accaduto, e vuotato lo zaino, riprenderebbe la storia. Perché capire il limite non è accontentarsi e neppure farsi una ragione. Nell’adattarsi il corpo si piega e si chiude, lo si vede nella postura che a volte si ribella; soccorrerebbe allora l’immagine del risveglio felino, che si stira e si guarda attorno stupito. Per un attimo, solo per un attimo, prima di una nuova mobile indifferenza.
Ho comprato prima uno, poi decine, poi centinaia, poi migliaia di libri. Milioni di parole scritte, di pensieri avvenuti o immaginati, di storie narrate. Spesso mi piacevano, le avevo scelte, eppure non volevo assomigliare a nessuna di quelle storie. Volevo essere differente, ma riconoscere qualcosa di me in tutte. Ansia d’umano? Anche, e mi sono circondato di storie, le mie e quelle che ho sentito raccontare, di libri che non riuscivo a leggere, perché erano sì interessanti, ma troppi. Però sapevo che avevo comprato l’immortalità. Lo sapevo ad ogni libro finito, nel piacere di iniziarne uno nuovo. Un piacere intenso pari a quello che avrei avuto nel terminarlo. E mi godevo quel momento intermedio in cui potevo scegliere la prossima storia, il fascino di un altro pensiero. Cosa avrei ritenuto di quel libro: la differenza, l’assonanza, la somiglianza, il ripudio? Quanto di me avrei trovato e quanto di me ancora ignoto avrei scoperto? Di un libro restano poche frasi tra centinaia, alcune folgoranti di sintonia, altre strane od opposte a noi, molte inutili, ridondanti semplicemente scorrono. Una lettura partecipata è un bilancio tra interesse e noia. Lo sanno gli scrittori. E i lettori. Ma ciò che fa di un libro qualcosa che eccede il mezzo è il rapporto tra chi scrive e chi legge. E chi legge è il dominus, è lui che si riconosce. Questo mi dicevo guardando le file di libri sulle pareti di casa. Pensavo che nella perenne ricerca di qualcosa che dovrebbe completarci c’è la stessa immortalità del ritrovarsi in qualcosa d’altri. E questo piacere dell’incontro altrove lo potevo ripetere fin che volevo. Ed ero contento.
Mi avevano insegnato a far la punta alle matite. Nel libro di disegno c’erano illustrazioni che mostravano il legno scolpito e punte esagonali bellissime. Non si poteva usare il temperino, e neppure il coltellino (forse temevano ci ammazzassimo a vicenda negli intervalli), bisognava adoperare un attrezzo strano, antenato del cutter, che conteneva una lametta da barba. E imparare a controllare la presa e la forza del braccio per avere un risultato era una disciplina zen che ci avrebbe insegnato anche a fare linee sottili oppure grosse con le stesse matite. Ma questo non lo sapevamo e nessuno lo spiegava. E anche se l’avessero spiegato sarebbe stato lo stesso. Così si consumavano le matite, nel profumo del legno di cedro e nel truciolo di grafite che c’ imbrattava le dita, i fogli bianchi A4, squadrati con attenzione, il banco e non di rado maglioni e camicie. Con successivo e insufficiente gran uso di gomme. Quelli bravi erano i puliti, gli ordinati, gli appuntiti. Ci voleva talento e io non ne avevo, eppure di quel fare ho nostalgia e se prendo una matita per farle la punta come un tempo, tralasciando i temperamatite evoluti che posseggo, lo faccio per mio conto, come fosse un piacere segreto. Non c’è un fine particolare, né un’utilità, è solo la verifica di un ricordo d’abilità che nessuna macchina riesce a dare. E in un sorriso altrettanto segreto finisce tutto.
Dovete sforzarvi per immaginare un luogo in cui le erbe erano cresciute alte, gli arbusti quasi alberi, e gli alberi sembravano centenari, anche se non lo erano. In un fiume di verde l’ortica fioriva indisturbata e le sue foglie erano motivo di sfida nell’essere prese. Un luogo in città, vicino a un fiume che era almeno fangoso, ad un passo dalle fabbriche ancora in centro, continuazione di un giardino curato e famoso. Li, oltre un’arena romana, una cappella famosissima, un corso che si riversava nella stazione, era il regno della favola, dell’ignoto, dell’avventura, della pesca infruttuosa e delle sanguisughe. Un posto da gatti e non da bambini, da pedofili e non da adulti, un luogo in cui il pericolo aveva il sapore dolciastro del sangue succhiato e l’odore del ferro ed era per questo così affascinante ed esclusivo. Noi c’andavamo, incuranti degli avvertimenti e dei ceffoni, incuranti del pericolo di qualche bomba a farfalla dispersa e mai bonificata, incuranti di chi ne aveva subito violenza. Incuranti come solo può essere un bimbo, invincibile nella sua paura, coraggioso perché la vita non ha ancora significato e i piccoli dolori li conosce, sa che durano poco e poi passano. Anche con una carezza passano. E anche con un ceffone passano. Va da sé che preferivamo le prime. Non desistevamo, e non per riottosità o dispetto, ma per l’avventura che era solo lì. Avventura che selezionava e andarci era cosa da coraggiosi e da racconto. Lì ho imparato a sfidare la paura di arrampicarmi sui muri. Lì per la prima volta ho creduto che sarei potuto morire. Lì ho sperimentato la gioia di essere vivo, ammaccato, ma vivo. Insomma per me, e credo per tutti quelli che lo frequentarono, fu un luogo di emozioni, di crescita e di gioco assieme che non avremmo dimenticato. Eppoi quel posto aveva un nome così selvatico e familiare, così colmo d’altro che lo si ripeteva nell’invito, nel bisbiglio, nel segreto che si negava agli adulti. Maresana era la vasta riva che precedeva l’alto argine delle mura del ‘300, l’inizio del guasto della resistenza alla lega di Cambray, un luogo d’ombra, gatti selvatici e topi della stessa taglia. Visto dall’alto sembrava una boscaglia incolta, nel mezzo si passava per stretti sentieri tra erbe e cespugli, luogo da fionde e frecce fatte di stecche d’ombrello, luogo incanaglito e pericoloso. Insomma era altro dalla normalità. Talmente altro che nell’ignoranza felice dei luoghi tutto travasava in una vita di corse, di fughe e d’attacchi, in piccole gambe rigate di graffi e di sangue, in battaglie cruente di grida, in spaventi, batticuore e risate, in scoperte che sarebbero state solo ricordo, poi soverchiate da ben altro. Ma di tutto sarebbe rimasto un sentimento, d’essere stati, lì, in quel luogo, allora, e l’impressione non se ne sarebbe più andata. Quando ci passo e ne vedo lo spazio ordinato, pulito, ma ormai vuoto di bambini, penso a come abbiamo vissuto, a qual’è stata l’iniziazione al crescere. E non perché ci fosse chissà quale prova, eravamo comunque curati, vestiti e ben nutriti. Noi in città non potevamo avere gli spazi della campagna, gli alberi da scalare, i nidi da raccogliere. Però quello spazio ci educò come altrimenti non avrebbe potuto la strada, i giardini curati, i richiami di nonne e tate. Eh sì, perché eravamo in centro e c’erano pure le tate che si sgolavano quando si accorgevano della sparizione dei pargoli affidati. E siccome i militari erano stati la distrazione che aveva permesso le fughe, la ricerca si allargava al contributo dell’esercito, e diventava vociante di nomi e richiami, con accenti foresti (stranieri di dialetto), avanzate ed ispezioni ad ampio raggio. Non ci prendevano mai nei posti segreti, ma credo sia stato questo cercarci che qualche volta ci salvò dalle esperienze che nessuno voleva fare. E quando il ragazzino veniva trovato, essendo precluso l’uso del ceffone, a lui non a noi, le tate cercavano di capire dove si potesse essersi compiuto tanto disastro, e sbridello di calzoncini, camiciole, berretti. Noi avremmo potuto narrare delle epiche lotte che c’erano state, ma eravamo intenti a scappare, dai ceffoni delle tate, che su di noi si potevano sfogare, e da quelli delle nostre mamme e nonne, che erano più leggeri, ma pur sempre ceffoni erano. Il ritorno alla civiltà, quindi, era un correre ulteriore in una confusione di fughe e in qualche caduta che la sera sarebbe stata debitamente pulita dei sassolini sotto pelle e disinfettata con alcool. Ma si sarebbe tornati.