Nella sala, il bravo presentatore fa i complimenti al filosofo famoso. Con la moglie festeggia un lungo matrimonio. Ma egli non appare, nessuno dalla platea lo vede: s’è rintanato in galleria e osserva da distante, muto. Durante tutto il dibattito sarà un’ancora di salvezza quando l’argomentazione langue, si rivolgeranno a lui chiedendo consenso. Il dibattito ordinato proseguirà e le poltrone, rosso paffute, pian piano, si vuoteranno dei giovani. Gli anziani, si sa, durano di più, o almeno tra loro durano i curiosi che vogliono essere sorpresi da un colpo d’ala, oppure i metodici che non interrompono mai un libro a metà, o quelli che, assonnati, si fanno cullare dal suono fluttuante delle parole educate. Tutto continua cheto, finché un annuncio della famosa scienziata sul palco dirà che anche lui, il filosofo morale, se sta andando. Nessuno applaude: sembra la sua stanchezza faccia parte dell’episteme. Del resto la presenza non si è mai sostanziata sul palco, forse ci sono stati cenni, assensi, tra la sua solitudine e gli oratori, ma quasi nessuno li ha visti. Eppoi, se anche fosse salito sorridente a stringer mani, che avrebbe potuto dire? Un filosofo che frequenta la verità, sarebbe stato obbligato a rivelazioni poco solide d’assoluto, imbarazzanti. E se avesse tergiversato, parlando d’altro, d’etica ad esempio, come sua specialità, qualche intelligente avrebbe mormorato al vicino l’elogio della furbizia. Meglio lasciare tutto sospeso, avrà pensato, così infine se n’è andato. Adesso il teatro è al tempo stesso più vuoto e quasi pieno. La voce, un po’ nasale, del bravo presentatore, ha ripreso le fila, salmodiando saluti e complimenti, poi s’ è spinta verso altra filosofia: sembra legga un testo senza cuore, un foglio pieno di parole piccole e invece a ben guardare, sta procedendo a braccio. Così la filosofia sembra scienza ricorrente: oggi tocca a un anniversario, domani una presentazione, tra un mese un articolo, ogni anno almeno un libro. E le idee nel loro formarsi, nella severa quotidiana battaglia sembrano rumore lontano che si materializzerà già fatto. Nello spiegare la difficoltà del vivere col pensiero, nel cercare di rendere le vite con la loro eroicità tra il banale quotidiano, s’è persa un’occasione. Eppure bastava dire perché lei non gli chiede più quanto zucchero vuole nel caffè al mattino, ed è sempre sbagliato, e lui perché continua a mettere troppa marmellata nelle fette tostate, per capire che la filosofia in casa funziona più col silenzio dei piccoli compromessi, piuttosto che con una luminosa geometria del vivere. Ma questo s’è perduto e siamo tutto un po’ orfani di senso.
Chiunque legga sa che c’è una possibilità magica per pensare fuori del rumore delle notizie: basta andare verso la libreria di casa, ma funziona ovunque ci siano libri, sceglierne uno e aprirlo a caso.
“Sì, stiamo invecchiando, ma in una società che giorno dopo giorno si organizza in funzione del nostro invecchiamento. Da adolescenti eravamo la bussola della neonata industria della moda e del tempo libero; da giovani eravamo corteggiati dai partiti (ah, il voto giovanile! Andava intercettato ad ogni costo, quel voto); in età matura abbiamo occupato il centro della scena; e adesso che stiamo virando intorno ai sessanta, come una calamita orientiamo sul nostro asse la produzione, i servizi, la politica, la cultura, lo spettacolo… Dev’essere triste constatare ogni giorno di essere minoranza ai margini. Capisco che i giovani ci guardino a quel modo. Non solo gli abbiamo negato il potere, ma gli rubiamo persino la consolazione della giovinezza.
Marco Santagata, Voglio una vita come la mia. Guanda.
Questa giovinezza che si prolunga riguarda uomini (forse in maggior numero, perché più farfalloni?) e donne, ma che farci? Se ci si sente bene, se il corpo non ha eccessivi acciacchi, se non ci sono problemi economici irrisolvibili, un confronto costante con i propri coetanei o quelli immediatamente più giovani è istintivo, e fatalmente quelli che sono messi peggio si trovano sempre, così cresce la considerazione di sé e subentra l’idea di non età, cioè la percezione di non corrispondere a un modello, di esserne eccezione. Il libro è recente, eppure all’autore, sfugge il fenomeno Renzi, ma un fenomeno è pur sempre un’eccezione e prima che i quarantenni (non tutti, quelli che tagliano radicalmente col passato, e quindi gettano catino, acqua sporca e bambino) prendano davvero il potere vero e non siano strumento di qualche gnomo che sa come funzionano le cose, ne deve passare di tempo. Resta questa impressione di giovinezza fuori contesto che porta a un culto edonistico della felicità. Nulla di male, ma se si persegue esclusivamente la felicità propria, quella altrui diventa poco importante. E ovunque sia, l’infelicità diventa un rumore di fondo che lascia indifferenti. Se la felicità e il benessere sono questioni di merito e la definizione di felicità si sposta decisamente verso l’individuo, allora questo vedendosi -e sentendosi ammirato- per il suo potere e il successo, è facile perda la nozione di ruolo e di età.
Faccio un inciso su meritocrazia: quando nacque alla fine degli anni’50 era un termine negativo perché preconizzava un distacco delle élites dalla gran parte delle persone e ne postulava l’arroganza e l’esercizio del potere in senso non egualitario, poi si trasformò in valutazione positiva da perseguire nella scala sociale ed oggi è proposta come unico modello di mobilità sociale. E’ una trasformazione laica della benedizione divina insita nel protestantesimo che nella prosperità e nel successo vedeva un segno della benevolenza divina, ma senza mecenati o redistribuzione: ovvero chi ha si tiene ciò che ha raggiunto.
Santagata parla di una generazione, la mia, prediletta dagli dei. Cresciuta nella più grande trasformazione che la storia dell’umanità occidentale abbia conosciuto. Senza guerre, fame, malattie irrisolvibili, in un progresso tecnologico inventato dalle due generazioni precedenti, ma utilizzato al meglio solo ora. Chi ha avuto la fortuna di nascere in un’epoca in cui la crescita era continua, la mobilità sociale per chi studiava o aveva ingegno era assicurata, ora fa fatica a considerare che questa sia stata fortuna e quindi ridimensionarsi in conseguenza. Il fatto che quarantenni determinati vogliano sottrargli il potere è un’ulteriore dimostrazione della sua forza e giovinezza e siccome il confronto si gioca sul momento, il tempo diventa una variabile insignificante. Credo ci sia una intrinseca soddisfazione in qualsiasi conquista e non aver trovato un patto generazionale, comporta che il confronto continui ad esercitarsi, in ogni campo, dal successo economico alla conquista della bellezza, senza una necessità di progetto o prospettiva, perché queste farebbero emergere il tempo come determinante. Ne consegue l’incapacità di vedersi, di cogliere una collocazione sociale che abbia relazione con l’età, porta la giovinezza protratta indefinitamente a creare il mito di sé, la sensazione di non avere altro limite che la propria capacità di soddisfacimento.
C’è inanità nel voler mutare questo confronto, l’incapacità di un passo indietro e di redistribuire la fortuna avuta mettendosi a disposizione. Invece l’abbiate fame di Steve Jobs è precetto intergenerazionale e si esercita in uno scontro continuo, fatto di cose piccole e grandi, di conquiste sul campo. Il male non guarito è quello del confronto su un terreno, quello del potere, che non ha età, ma solo forza e fascino. Questo intacca ogni possibilità di essere noi e condanna all’io. La generazione benedetta dagli dei, può lasciare molte macerie e sopratutto figli che non siano migliori di lei.
n.b. la parola spunto mi è venuta a mente pensando a Boris Vian e allo “sputeremo sulle vostre tombe”, segno di una solitudine infinita di chi alla fine perderà senza lasciare rimpianti.
Ronzano le notizie del giorno, cose già accadute, consumate. Guardo verso il cielo, c’è un azzurro stinto che sfuma in grigio, nuvole colorate. Lo so che non è vero, ma il freddo sembra mangiarsi la luce. Più bassi, tra le case, alberi zitti, facciate colorate che perdono brillantezza, balconi aperti solo dove si vive. Ieri notte, dagli appartamenti che ospitano studenti sul corso, finestre aperte, musica ad alto volume e voci punteggiate di scoppi di risa. L’appartamento a fianco era buio e silenzioso, ma le finestre erano altrettanto aperte. Le vedevo tra il fumo denso di sigaro e il vapore del fiato. Erano tutti altrove e forse al rientro la casa sarà sembrata meno accogliente, ma la disattenzione è giovane e incurante di utilità, è un tratto d’essere, uno stile. Si invecchia nell’attenzione alle cose.
La luce scema, diminuisce a vista d’occhio, i lampioni sottolineano l’assenza. Magritte ci vedrebbe l’inquietudine malinconica dello spettatore. Chi osserva è privato di qualcosa che altri hanno, fosse solo il tepore giallo d’una casa. L’osservatore non ha ancora pensato agli affetti possibili che sembrano esserci in un posto caldo e intimo, eppure già ne sente la mancanza. Nelle infinite variazioni della curiosità, l’assenza non viene considerata un movente, è quindi possibile muoversi in una scala senza limiti, c’è un desiderio insoddisfatto, una ricerca, una coscienza d’esso quando è già diventato altro. Nel nostro metereopatico oscillare tra stagioni, luce e calore, portiamo le storie in contesti indifferenti. Nulla di oggettivo, solo un ricordo intenso che riallaccia questa sera in un desiderio vissuto chissà dove. A Kiel, forse, oppure a Venezia, o a Odessa, o a Trieste. Era bisogno di calore, nostalgia, affetto, oppure futuro andante, ma molto, molto mosso e precario. Allora cosa conta il luogo? Nulla. Ricordo perfettamente che la luce scemava, si scioglieva tra le case e dietro d’ esse si sentiva rumore di mare, c’era un profumo di legna, il freddo che cresceva, e la sensazione che la solitudine entrava nelle ossa, scorreva dentro e usciva attorno. Non era ancora aggressiva, era curiosa e con la fatica di vivere che cresceva. Si sarebbe potuta riposare entrando in quelle finestre piene di luce, in quel suono di pianoforte, in quella sensazione di caldo che emanava la grande casa fiduciosa. Era tutto inerme e trasparente, e non c’erano persone visibili che passassero da una stanza all’altra, intente a cose belle e loro. Così l’assenza di figure includeva tutto: la pace, il calore, il rifugio contro il freddo e la notte, l’affetto possibile, l’odore tiepido della pelle nell’abbraccio che accoglie, il profumo che si spande quando si è molto vicini, le parole, i sorrisi, il sentirsi. E includeva pure il silenzio che non viene mai detto, quando si è assieme, eppure è così pieno e dolce …
Lettere in stampatello, un po’ ondivaghe e diseguali, come fanno i bambini che hanno imparato a scrivere, ma non si lasciano andare al mare del corsivo per timore d’annegare nel senso. Conoscere la semplicità e la forza adulta che sta dietro quelle lettere pitturate con cura, guardate a fine opera prima di ripulire il pennello, perché i pennelli costano e vanno ben tenuti, avvertire lo sguardo che sorride muto, perché è tutto corretto e si può mostrare, è una gioia. Il cartello parla di una cosa comune, del suo buon uso, e sapere chi l’ha scritto è un piacere d’umanità. In altri tempi ho visto quegli occhi commossi, le mani grandi attorcigliate d’emozione, per qualcosa che ci riguardava tutti, ed è un privilegio che mi ha fatto capire molto. Lui, e molti altri come lui, uomini e donne, hanno vissuto due vite, una fatta di difficoltà, di affetti, di molto lavoro e sudore da fatica fisica, e un’altra vita fatta di lotte, presenza, volontà di cambiare, non per sé, per tutti. C’è una grande differenza tra la crescita e il successo personale e quello di tutti. E’ una differenza dove una parola desueta , solidarietà, è addirittura coniugata alla francese, e quella fraternità sembra una cosa vecchia, da persone che mettono assieme i loro destini. Forse per questa desuetudine a pensarsi assieme, di certe cose non si parla più. E forse per questo è difficile spiegarla al segretario del pd che punta al nuovo e ha pochi ricordi di lotte, ma è la differenza che sta tra sinistra e centro destra: da una parte si pensa di crescere assieme, dall’altra crescono i singoli. Però chi ha scritto il cartello è dentro al pd e non ci pensa proprio ad andarsene, ha dato fiducia al segretario perché chi vince ha la responsabilità di portare avanti le idee comuni. I segretari non si costruiscono sulle idee, quelle sono il nostro patrimonio, ti spiegherebbe, ma sul modo per realizzarle. E così gli dà fiducia anche se farebbe in altro modo. Quando parla, dice poche cose, così gli guardo le mani grandi e sento che anche loro parlano e ciò che esce fa fatica perché è radicato dentro. Non cambia opinione sul fatto che il giusto debba emergere e debba essere di tutti. E lui sa cos’è giusto e cosa non lo è, chi è debole e chi è forte, dove dovrebbero andare a prendere i soldi e dove invece bisognerebbe portarne. Ha fiducia del segretario, perché di un compagno si ha fiducia. Per questo non saprei come spiegare al segretario del pd che queste persone non si possono deludere, o peggio tradire, che in queste persone sta l’essenza del cambiamento perché sono disposte a soffrire se è per tutti e non solo per pochi. Non hanno mai avuto problemi di identità, sanno chi sono, perché sanno da che parte stare. Penso a questa difficoltà di comunicazione, di ascolto di chi non ha salotti o potere, di fiducia concessa perché un compagno non tradisce. Lo penso finché guardo il cartello, le lettere in stampatello, le loro altezze e righe un po’ ondivaghe. Penso che domani saremo assieme, che ci sarà buon cibo preparato con fatica e allegria, perché a stare assieme in cucina ci si diverte pure, che ci saranno parole e sorrisi, e magari lui si commuoverà perché gli accade quando sente che siamo in tanti e dalla stessa parte.
Sorriderà anche al fatto che invece che mille euro ne basteranno 20 per pranzare e autofinanziare quella campagna elettorale già fatta e perduta, perché tra le tavole piene di gente e importante e queste c’è una bella differenza. Qui i debiti si onorano anche quando si perde, ma l’avversario resta avversario. Questa è la differenza che fa di un uomo un uomo, ma chi glielo spiega al segretario.
C’è eroismo nel perseguire l’inutile. Concedere alla vita imposta solo il necessario e poi tenere il resto per sé, per seguire un daimon troppo spesso conculcato e vilipeso e così ricondotto ad una dimensione conchiusa, domestica. Non è forse quella la dimensione in cui nascono i segreti, prima personali e poi condivisi dall’evidenza, prima che dalla necessità e dal ragionamento, e che escono a stento? Così sulla parete si allineano un numero imprecisato e impressionante di piccoli barattoli di vetro tappati (Bormioli?), tutti uguali, su stretti scaffali di legno volutamente non verniciato. L’odore che si sente nella stanza è quello del truciolo e della resina mescolato con le abitudini, i riti, e forse i cibi, che certo appartengono ad una sfera privata. I vasetti hanno contenuti illustrati da etichette scritte a mano con inchiostro stilografico e costringono ad avvicinarsi per leggere. Peccato perché l’effetto d’insieme così sfuma e si perde, ma non si può avere particolare e insieme allo stesso momento, bisogna lasciarsi prendere e basta. Ed è grandiosa la sensazione nella sua indeterminatezza.
Ci sono terra e sabbia di vari colori e provenienze, caratteri di piombo di tipografia, pezzetti di legno con tracce di dipinto e una parte di un viso, insetti vari immersi in un liquido, un pezzo di cemento del muro di Berlino, altri pezzi di altri muri, frammenti azzurri di azulejos, campanellini di argento e bronzo, piccoli animali di vetro, plastica, metallo, molte rocce e minerali classificati per genere e provenienza, cristalli, stoffe colorate diverse, classificate per fibra, raso di seta e damasco, carta scritta e spezzettata a frammenti larghi in cui si leggono pezzi di frase, tabacco in foglia e conciato, vetri multicolori a tasselli, tessere di mosaico, liquidi colorati, conchiglie piccole, semi differenti con l’indicazione della pianta, infiorescenze secche di aromatiche, spighe di cereali vari, piccoli meccanismi, diversi carillon, movimenti di orologi meccanici, quadranti di orologi di varia foggia, componenti elettronici prima della miniaturizzazione divisi tra resistenze, condensatori, diodi, transistor, mine di matite colorate, trucioli di legni diversi divisi per essenza, soldatini di plastica e di piombo, astronavi trovate nelle merendine di fine anni ’50, limature di vari metalli classificate per resistenza e durezza, calamite recuperate da oggetti diversi, calamite a ferro di cavallo, coriandoli di fotografie che rivelano particolari staccati dal contesto, foto ritagliate, celluloide a pezzi, fotogrammi, pellicole arrotolate, lenti di vetro, ditali di varie fogge, materiale e colore, piccoli solidi geometrici di cristallo, pennini, inchiostri, gomme consumate, gessetti, pastelli di cera, numeri di legno della tombola, lego, manine di bambole e burattini, perline da infilare, ruote dentate, piccolissime viti d’ottone d’orologeria, fili colorati e lampadine da presepe, piccoli frutti essiccati rossi, neri, bruni, verdi, pepe in grani multicolori, modellini d’auto, navi, aerei, monete metalliche di vari stati ed epoche, carta moneta, dadi, nodi diversi fatti con funi bianche, scaglie di colore puro, pezzi di domino di avorio (?), petali di fiori essiccati e boccioli, bacche, radici, fili colorati di rame a pezzetti, vasetti vuoti con scritto aria di varie provenienze, foglie secche di alberi diversi classificate per famiglia, piccoli biglietti rettangolari di treno o di tram di cartone spesso, biglietti da visita, fornelli di pipa di terracotta, ceramica, pannocchia, carte da gioco di varie città (solo fanti e cavalli ?), fiammiferi colorati, scatole di fiammiferi, parole ritagliate, molti vasetti di parole e numeri scritti su striscioline di carta sottile arrotolata, caratteri di lingue sconosciute, biglie di vetro con l’interno colorato, tappi corona di birre e bibite strane, tappi di champagne, lampadine per pile, fiocchi di fibre tessili varie. E molto altro ancora.
Bisogna trovare un filo, se c’è un filo, che unisce tutto questo. O una passione, o un’inquietudine che si placa, o una mania. Qualcosa c’è, ed è la cifra di una vita, qualcosa di molto intimo che non ho avuto l’impudenza di chiedere, e così ho detto quello che pensavo: che meraviglia.
E’ bello andarci adesso, nel pomeriggio. Fare tutta la fondamenta, magari fermandosi allo squero di san Trovaso e nella piazzetta vicino alla chiesa per godersi il sole. E voltarsi verso il tramonto. Lo sfondo dei colli euganei ingentilisce anche Marghera, che non è brutta da questa distanza, anzi un arco di tubi, qualche torre troncoconica di raffreddamento, le guglie del craking con il pennacchio di fiamma possono pure essere suggestive. Nelle giornate limpide, da Venezia, si vede tutta la corona di colli e prealpi illuminata dal sole ed è uno spettacolo impagabile. Ma non da qui, dovremmo andare verso santa Marta, qui ci dobbiamo accontentare dello Stucky, dei colli e di Marghera e di una infilata di tutto rispetto, tra la Giudecca e le Zattere, fatta di case, marmi bianchi, mattoni, chiese, acqua. Mica poco. E poi ci si gira e si guarda verso San Giorgio. Ma non siamo ancora arrivati e perdiamo tempo. Qui si perdeva tempo. D’estate lo si perde ancora seduti ai tavolini dei bar sulla fondamenta. Quand’ero ragazzo, anche si nuotava in canale, c’erano dei camerini bianchi e azzurri, una piscina delimitata da pali e reti nel canale, le ragazze che prendevano il sole. Poteva essere Trieste e Barcola, ma io non lo sapevo e stavo al sole, chiacchierando con gli amici e cercando di crescere. Un padovano a Venezia, guardato con un po’ di sospetto, accolto per amicizia. Si perdevano gli ultimi giorni di scuola, era ebbrezza di vita, non la prima e, per fortuna non l’ultima, una delle tante iniziazioni al vivere. quelle che non finiscono mai. Ma sto divagando.
Da san Trovaso, dopo i Gesuati, la riva cambia, diventa più solitaria e man mano ci si avvicina ai magazzini del sale, le persone rarefanno. Vi consiglierei di andarci con una persona con cui siete legati, l’aria di novembre è fredda, ci si stringe, i baci e gli abbracci verso punta dogana sono un’esperienza bella. Comunque si arriva e qui le cose cambiano ancora una volta. per me almeno. Sulla sinistra c’è il bacino di san Marco, sulla destra san Giorgio, la punta è davvero punta e divide l’acqua, la luce, il calore, le sensazioni. Sono due bellezze differenti, alle spalle ci siamo lasciati il sole che tramonta, davanti le luci della città gloriosa. Guardando verso palazzo Ducale ci si aspetterebbe un doge alla balconata centrale che accolga le navi che portano l’oriente, le spezie, la luce. Perché i veneziani, l’oriente l’hanno sempre avuto nel cuore, come quell’Enrico Dandolo, che dopo aver comandato una crociata, aveva pensato bene di abbreviare la strada e trasferire Venezia a Costantinopoli ed ora è sepolto a Santa Sofia. E quel doge che non s’affaccia vede, navi con il pavese issato, l’orifiamma sull’albero maestro, i vessilli con il leone, gli alberi e le vele in manovra. Non quei palazzi di ferro che passano ora con migliaia di turisti vocianti, vede navi da mar e da laguna. Navi da ricchezza, panciute e pronte a percorrere il mondo, ma soprattutto il Mediterraneo e l’oriente. Forse questa visione di Venezia potrebbe essere ancora attuale, città che appartiene al mondo e città che cresce nel Mediterraneo, che è legame e punto di scambio e ricchezza comune. Cultura, intelligenza e fare, come un tempo. Ma divago ancora, guardate, invece, quanto è bella la riva degli Schiavoni, le luci, le barche e le rive piene di persone, e anche la dimensione malinconica che si porta ogni sera con il bisogno di caldo e di luce. Ma non ascoltatela più di tanto, restate in equilibrio sul limite, perché è bella quell’aria che invita a trattenersi ancora un poco. E’ come la speranza, che chiede di trattenersi ancora, di indugiare, di aspettare.
San Marco è un punto d’arrivo e di partenza, san Giorgio è la città che resta, che non va, che si trattiene e costruisce. E’ bello san Giorgio, bianco, mirabilmente proporzionato, intuibile nei suoi chiostri che aprono altri orizzonti. Guarda un altro santo, un altra piazza e pur senza essere piazza, è spazio e presidio, chiesa solida, struttura, trionfo organizzativo. Bello capire che qui c’è uno spartiacque tra poteri, da un lato quello temporale che aveva una basilica come cappella del doge, il commercio, la ricchezza, l’oro e la potenza, dall’altro l’ordine benedettino riformato e risorto a Padova, nerbo di un intendere la vita come apprendere e fare, una chiesa che ha terre, capacità, oro e potenza, altrimenti. Per capire ciò di cui parlo basti pensare che chi progettò chiesa e chiostri e sale era Andrea Palladio e che l’immensa parete del refettorio aveva tra le sue meraviglie una tela enorme commissionata al Veronese, le nozze di Cana, trafugate poi da Napoleone e portate al Louvre. E così anche la pittura parlava di una munificenza senza limite, di una capacità di risolvere i problemi e mantenere la festa che solo i veneziani potevano avere. Vedere da punta dogana, San Giorgio maggiore illuminato dall’ultimo sole è bellissimo, poi la notte pian piano lo spegne, lo acquieta in una pace che sembra sonno, mentre la riva di fronte è piena di luce, di vita e di persone.
Siete arrivati in punta e sentite l’aria che si raffredda rapidamente, avete la sensazione che ciò che brulica tra acqua e terra sia un contenitore, una chambre marveilleuse, dove voi potete vedere ciò che avete dentro oltre la meraviglia che sta fuori. Uno spartiacque tra due mondi, un limes che qui si integra, la città da un lato, lo spirito dall’altro e il tutto percorso dalla vita, dai bisogni, dall’ordinario, dai desideri, dalla crescita, dalla necessità. Un luogo in cui tornare, e così doveva essere per chi aveva, come i veneziani, per pavimento il ponte di una nave e per soffitto il cielo. Godetevi la punta e la visione, almeno per un poco, stringete qualcuno a voi e poi ci sarà tempo. C’è sempre tempo.
Sapevo che le parole, il significato, il ritmo di quella sequenza che le teneva così bene assieme, non l’avrei tenuto a mente se non avessi copiato quel pensiero. E’ così che si sono riempiti quaderni e cassetti di appunti. Ma spesso non era possibile farlo e allora quel concetto, che mi pareva così bene espresso, si sarebbe perduto. Cercavo di mandare a memoria le parole, mi pareva di riuscirci, ma poi si scambiavano, qualcuna si perdeva finché quello che restava era una schifezza da dimenticare. Non sapevo da cosa venisse quell’equilibrio magico (a me pareva tale), non c’era sempre e spesso non produceva quell’effetto di movimento che sembrava un ritmo, un suono, ma quando c’era mi sembrava che in quella frase ci stessi dentro tutto. Cioè quello che potevo fare, essere, diventare, se solo avessi avuto calma e tempo. Poi ho imparato che non era possibile trattenere tutto, che il senso di perdita non era giustificato, in fondo ero sempre io e tutto era dentro di me, come fossi un cesto di giocattoli e bastava mettere dentro una mano e qualcosa da guardare con sorpresa ne sarebbe venuto fuori. Un ricordo è come un giocattolo vecchio, non serve più per giocarci e neppure è importante se funziona, è un pezzo di noi, di qualcosa che ci ha fatto essere, ed io avevo la fortuna di ricordare. E di mettere assieme ciò che c’era con quello che ancora non c’era. Vedete, è facile stupirsi per qualcosa di inusuale e bello, per un tramonto, una persona stupenda, un’intuizione che svela, ma per un insieme di parole è più difficile e capivo che la cosa riguardava me, non altri. Gli altri potevano ascoltare, vedere, se ero bravo, le cose che io vedevo, ma quel suono e quella bellezza di significato era una faccenda personale. Che poco rilevava, che non era utile e non produceva nulla di tangibile o economico. Ma ero io e se accettavo che quelle parole si fossero messe per chissà qual motivo in quell’ordine, acquisito quel significato, accettavo me. Un sognatore o un flaneur accetta la sua natura e mette in comune ciò che può, sa che quello che vien fuori dalla sua testa può annoiare, infastidire, non essere capito e questo spesso lo ammutolisce. Ma quando racconta ciò che sente non è per mostrare quanto è bravo, ma per dire: vedete, ci sono persone che esigono molta pazienza per essere capite, strane, particolari. Si può farne a meno, ma se vi interessa capire ciò che dicono dovrete fare un po’ di fatica. Come per un cruciverba o un rebus incrociano significati e se talvolta ne viene un motivo per riflettere, ecco, era tutto quello che volevano comunicare.
E’ come dire: non capisco la matematica. Oppure: non mi piace la poesia. Ed esserne pure contenti. Eppure controlliamo il resto, guardiamo l’ora per sapere quanto manca a qualcosa d’importante, ci fermiamo a guardare un tramonto, ci commuoviamo per una musica, ecc. ecc. Adoperiamo l’aritmetica, preferiamo e gustiamo il bello, anche senza esserne educati. In quei momenti, forse, vorremmo capirne di più, per goderne di più. Allora può essere indifferente, o addirittura motivo di gloria, non capire i sentimenti, farci la scorza, e non sapere (che poi significa scambiare e comunicare) di cosa si parla quando usiamo parole come amore, condivisione, affetto, tristezza, solitudine, ecc. ecc. ?
E se questa fosse solo un’ incapacità culturale, una timidezza ad entrare in campi troppo sensibili e pericolosi, divenuta carenza d’educazione, allora ciò che sembra lasciato all’intuizione e sensibilità del singolo, avrebbe di una grammatica, delle regole sintattiche, e così sostanza e sfumature emergerebbero ben oltre l’apparenza, la superficialità, il sentire innato. Un tempo solo alcuni studiavano, e usavano il sapere, il resto brancolava nell’istinto e nella fatica dolorosa delle vite, così, oggi, i sentimenti sono ancora terreno in cui al più giova l’esperienza e nessuno insegna come entrarci, rimanerci, uscirne. E come viverli al meglio. E si vede cosa ciò produce.
Un pescetto, una lira. Nero di gomma e liquirizia, perfino bello con le sue scagliette accennate. 10 lire, dieci pescetti, messi in un pezzetto di carta bianca, accartocciata con perizia. O in una bustina, ma più di rado: le bustine costano. Il vaso dei pescetti è di vetro, esagonale con una bocca larga da cui si attinge con una piccola sessola. E’ accanto ad altri vasi uguali con diverse leccornie colorate, ci sono anche delle more di liquirizia di varie misure e delle palline ricoperte di micropalline colorate e dure, ma costano di più. Quanti pescetti ci sono in un vaso? Una ricchezza. Ho imparato il valore della lira così: una lira un pescetto. Anche il valore del condividere ho imparato, pescetti e more di liquirizia, terra catù, o tabù erano beni comuni, chi le teneva per sé era un avaro. Cajia, si diceva in dialetto, attaccato alle cose, taccagno. Era un’ offesa importante.
Ci sono i nativi digitali, gli euro nativi, io sono un lira nativo, anche se la lira rarefaceva come moneta reale già quando ero bambino. Mi piaceva il pesce che c’era sulle 5 lire, mi sembrava evocativo di ciò che potevo comprare. E la spiga delle dieci lire era segno di opulenza, il pane che stranamente più o meno aveva lo stesso valore. 10 lire un panino croccante. Capivo meno la cornucopia sulla liretta, non sapevo cos’era, e anche se andava meglio la bilancia sull’altro lato, l’equivalenza pescetto-lira era un processo astratto. E mi sembrava quasi una magia il fatto che con una moneta mi dessero 10 pezzi di piccolo piacere, magia assimilata nel concetto di valore. Ho fatto più aritmetica in latteria che a scuola, compresa la soluzione immediata di problemi di calcolo. A scuola c’erano spesso mele e patate da comprare, vasche da bagno che si riempivano in continuazione, tempi da calcolare, resti da pretendere, dalla lattaia tutto era immediato, rapporto uno a uno, resti non ce n’erano mai.
Spesso non so che fare dei centesimi di euro, me li chiede il supermercato, che ho scoperto essere taccagno, cajia, mentre il posteggiatore, per l’offerta sotto l’euro, mi guarda malamente. Bisogni e valori diversi. Però un centesimo è 20 lire. C’è il tracollo del valore in questa corrispondenza e con un centesimo di euro non mi danno neppure un pescetto. Ecco il difetto dei lira nativi, hanno la percezione di un’assenza, di un tracollo, di qualcosa che si è deteriorato e che poi ha mutato nome per nascondere la realtà che cambiava. Come se l’entropia venisse mutata in qualcosa di accattivante, chessò euforia ad esempio e l’universo non degradasse più. I leader politici fanno abitualmente questa permutazione di significati, tanto gli indici di de-crescita non li guarda nessuno. Che sia questa la decrescita felice?
Il lira nativo torna al pescetto che è la base di valore della soddisfazione originaria: piccola, ripetibile fino alla saturazione del gusto. Quanti euro mi servono per avere la stessa soddisfazione? Provate a rispondere, le implicazioni sono tali e tante che la cosa è solo apparentemente banale.