maresana

maresana

Dovete sforzarvi per immaginare un luogo in cui le erbe erano cresciute alte, gli arbusti quasi alberi, e gli alberi sembravano centenari, anche se non lo erano. In un fiume di verde l’ortica fioriva indisturbata e le sue foglie erano motivo di sfida nell’essere prese. Un luogo in città, vicino a un fiume che era almeno fangoso, ad un passo dalle fabbriche ancora in centro, continuazione di un giardino curato e famoso. Li, oltre un’arena romana, una cappella famosissima, un corso che si riversava nella stazione, era il regno della favola, dell’ignoto, dell’avventura, della pesca infruttuosa e delle sanguisughe. Un posto da gatti e non da bambini, da pedofili e non da adulti, un luogo in cui il pericolo aveva il sapore dolciastro del sangue succhiato e l’odore del ferro ed era per questo così affascinante ed esclusivo. Noi c’andavamo, incuranti degli avvertimenti e dei ceffoni, incuranti del pericolo di qualche bomba a farfalla dispersa e mai bonificata, incuranti di chi ne aveva subito violenza. Incuranti come solo può essere un bimbo, invincibile nella sua paura, coraggioso perché la vita non ha ancora significato e i piccoli dolori li conosce, sa che durano poco e poi passano. Anche con una carezza passano. E anche con un ceffone passano. Va da sé che preferivamo le prime. Non desistevamo, e non per riottosità o dispetto, ma per l’avventura che era solo lì. Avventura che selezionava e andarci era cosa da coraggiosi e da racconto. Lì ho imparato a sfidare la paura di arrampicarmi sui muri. Lì per la prima volta ho creduto che sarei potuto morire. Lì ho sperimentato la gioia di essere vivo, ammaccato, ma vivo. Insomma per me, e credo per tutti quelli che lo frequentarono, fu un luogo di emozioni, di crescita e di gioco assieme che non avremmo dimenticato. Eppoi quel posto aveva un nome così selvatico e familiare, così colmo d’altro che lo si ripeteva nell’invito, nel bisbiglio, nel segreto che si negava agli adulti. Maresana era la vasta riva che precedeva l’alto argine delle mura del ‘300, l’inizio del guasto della resistenza alla lega di Cambray, un luogo d’ombra, gatti selvatici e topi della stessa taglia. Visto dall’alto sembrava una boscaglia incolta, nel mezzo si passava per stretti sentieri tra erbe e cespugli, luogo da fionde e frecce fatte di stecche d’ombrello, luogo incanaglito e pericoloso. Insomma era altro dalla normalità. Talmente altro che nell’ignoranza felice dei luoghi tutto travasava in una vita di corse, di fughe e d’attacchi, in piccole gambe rigate di graffi e di sangue, in battaglie cruente di grida, in spaventi, batticuore e risate, in scoperte che sarebbero state solo ricordo, poi soverchiate da ben altro. Ma di tutto sarebbe rimasto un sentimento, d’essere stati, lì, in quel luogo, allora, e l’impressione non se ne sarebbe più andata. Quando ci passo e ne vedo lo spazio ordinato, pulito, ma ormai vuoto di bambini, penso a come abbiamo vissuto, a qual’è stata l’iniziazione al crescere. E non perché ci fosse chissà quale prova, eravamo comunque curati, vestiti e ben nutriti. Noi in città non potevamo avere gli spazi della campagna, gli alberi da scalare, i nidi da raccogliere. Però quello spazio ci educò come altrimenti non avrebbe potuto la strada, i giardini curati, i richiami di nonne e tate. Eh sì, perché eravamo in centro e c’erano pure le tate che si sgolavano quando si accorgevano della sparizione dei pargoli affidati. E siccome i militari erano stati la distrazione che aveva permesso le fughe, la ricerca si allargava al contributo dell’esercito, e diventava vociante di nomi e richiami, con accenti foresti (stranieri di dialetto), avanzate ed ispezioni ad ampio raggio. Non ci prendevano mai nei posti segreti, ma credo sia stato questo cercarci che qualche volta ci salvò dalle esperienze che nessuno voleva fare. E quando il ragazzino veniva trovato, essendo precluso l’uso del ceffone, a lui non a noi, le tate cercavano di capire dove si potesse essersi compiuto tanto disastro, e sbridello di calzoncini, camiciole, berretti. Noi avremmo potuto narrare delle epiche lotte che c’erano state, ma eravamo intenti a scappare, dai ceffoni delle tate, che su di noi si potevano sfogare, e da quelli delle nostre mamme e nonne, che erano più leggeri, ma pur sempre ceffoni erano. Il ritorno alla civiltà, quindi, era un correre ulteriore in una confusione di fughe e in qualche caduta che la sera sarebbe stata debitamente pulita dei sassolini sotto pelle e disinfettata con alcool. Ma si sarebbe tornati.

2 pensieri su “maresana

  1. Meravigliosa questa galleria di immagini, Will.
    Porta pazienza ma io l’ho vista così, e ti dirò di più: l’ho vista nei toni morbidi del seppia oppure tinta di colori delicati e desaturati, ma anche composta di momenti fortemente contrastati con luce dura e intensa. Come credo sia intenso tutto in pianura: il caldo, il freddo, l’umido, la nebbia, il vento, il tutto non temperato dalle montagne che fanno scudo e proteggono (ma che pure nascondono e rubano luce e colori).

    Storia di luoghi e di bambini tradotta in ricordi, sensazioni, nostalgia, giochi, amicizie per la vita ma anche no, piccole grandi paure ma pur sempre storia importante e formante per chi c’era e per chi quei momenti li ha vissuti intensamente e anche un po’ incoscientemente, come infanzia vuole. 🙂 😉
    Storie che raccontano come i bambini maschi, a differenza delle loro coetanee (di un tempo naturalmente, oggi non sono più così “aggiornata” in merito), amino le sfide, le avventure anche pericolose, il mettersi alla prova per sembrare uomini e grandi, a dispetto dell’età. 🙂

    Buona settimana Will
    con un sorriso
    Ondina

  2. Grazie Ondina, hai sentito quello che è riemerso e l’emozione che l’ha accompagnato. Buona settimana, qui c’è il sole e l’autunno ancora è lieve e il sorriso è naturalmente allegro.

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