lavoro povero e senza domani

Il fenomeno del lavoro povero non è tale. Da sempre esiste lavoro sottopagato, malpagato, non pagato, tanto che della giustezza del retribuire il lavoro, il vangelo ne fa una condizione etica del rapporto. Dare la giusta mercede agli operai, è il sintomo di una prevaricazione che ha radici antiche. Chi più ha può togliere il giusto se non ha giustizia in sé.

Si è parlato a lungo di caporalato in Italia, e lo si confinava al sud, come questa fosse una scusante. Ma non risolvere il problema della legalità, lo ha propagato e portato ovunque. Nel nord, magari oggi un po’ meno ricco, è la condizione per mantenere e incrementare una ricchezza in alcuni settori. Però un effetto del lavoro povero è che uccide il lavoro giusto, che rende nero il lavoro bianco, che elimina la sicurezza come condizione del lavorare, che toglie le condizioni della concorrenza vera tra le aziende e la consegna all’illegalità. Nella logistica, nei servizi, nell’edilizia, nelle professioni, nelle fabbriche esistono percentuali importanti di lavoro terziarizzato in cui il committente non si cura di chi lavora, ma solo della quantità e qualità del lavoro. Come mi dire: non mi interessa come e con chi lo fai, basta che tu lo faccia. Non sono tutti così, ma il “fenomeno” si estende e così il lavoro diventa grigio e viene sottratto a due condizioni essenziali per qualsiasi attività umana: la legalità e la dignità. In queste aziende senza diritti, una parte dei lavoratori è regolare, ma è costretta a restituire parte della busta paga al caporale e con questa provvista di denaro si crea utile indebito e si utilizza per pagare i lavoratori completamente in nero. Spesso il ricatto è la sussistenza, e vale per tutti, italiani o meno, oppure la permanenza in Italia per i clandestini, un permesso di soggiorno, oppure ancora un tetto e un piatto di minestra, comunque le retribuzioni sono largamente inferiori a un livello di vita decente. Vita dignitosa come si dice in maniera più forbita. 400 euro al mese, o anche meno, per 50 e più ore di lavoro disagiato, spesso notturno, festivo, al freddo o al caldo, senza nessuna protezione, senza servizi, mensa o altro. Il problema è evidente, ma sembra esista solo per qualche sindacato, per qualche associazione che lo vede nelle sue espressioni estreme, cioè la miseria. In questo caso le soluzioni sono da emergenza: un piatto di minestra, un ricovero per qualche giorno, una bolletta pagata. Quello che fino a un certo punto stupisce è che non ci sono comuni, regioni o stato che intervengano perché vedono il problema. E neppure vedono il fatto che il problema genera problemi, in quanto è l’ultimo stadio prima della marginalità, prima dell’indigenza assoluta. La marginalità toglie la percezione della legalità e chi è stato oggetto di illegalità quando gli viene tolto il minimo, derubato, cacciato, precipita nel livello della sopravvivenza, lì dove la necessità è vivere, non arricchirsi o prosperare nel delinquere, solo vivere.  Non giustifico nulla, ma se non si previene e non si affronta, le regole comuni diventano a rischio.

Questo è il mio modo, un modo, per ricordare che chi non muore nel canale di Sicilia, non ha un grande destino in Italia, che quasi tutti accetteranno uno sfruttamento che arricchirà qualcuno che appartiene a questo Paese, che i numeri delle tragedie devono farci riflettere sulla loro origine e conseguenze, che i morti non sono solo notizia.

Insufficiente buon giorno

Prima ascoltavo una canzone di De Andrè: verranno a chiederti del nostro amore e pensavo che c’è sempre un’ insufficienza che tentiamo di colmare noi. Ma non riusciremo mai ad essere come vorremmo, forse perché davvero non lo sappiamo e che se c’è una spinta a farlo, è perché ci sentiamo insufficienti rispetto a quello che ci viene chiesto, implicitamente o chiaramente. Quindi non dipende solo da noi questo il male di sentirsi inadeguati, ma è una presunzione, perché chi ci vuol bene davvero ci accetta e vede in noi cose che spesso non cogliamo. Allora a chi risponde questa insufficienza? Ciò che ci manca davvero è la libertà di essere come siamo. 

biliardo e matematica

Nei miei anni scapestrati (nulla di particolarmente importante, diciamo che seguivo la vocazione fancazzista), spesso bruciavo scuola. E non facendolo da solo, senza particolari fantasie comuni, si andava a giocare a biliardo finché c’erano soldi, poi si proseguiva in tutte quelle attività amene che una vita sana dovrebbe consentire, tipo giocare a carte, fumare, parlare tutta la mattina di calcio e filosofia, o semplicemente far nulla guardando il cielo stesi sull’erba. In quelle ore di pensieri obbligati dal rientro a casa in orario conforme alla scuola, mi venne inoculata un’idea che ho faticato a togliermi, ovvero che per giocare bene a biliardo fosse importante approfondire la matematica, e ancor meglio la geometria. Questo mi salvò dal luogo comune che molti praticano, ovvero il non capisco nulla di matematica però capisco di letteratura o filosofia, come se il letterato avesse una virtù nel non capire parti dell’ingegno umano proprio perché capisce altro. A me piacevano molto i romanzi e i saggi, leggevo assai e senza regole, ma la matematica mi serviva per vincere a biliardo e quindi la dovevo capire. Così mi misi d’impegno perché il gioco valeva la candela e qualcosa di compreso allora mi resta ancor oggi. Ma il mio stile a biliardo non ebbe quel miglioramento che attendevo, perché il mio compagno di sfide a goriziana era un idiota matematico che manovrava la stecca come un pennello e se non sapeva nulla, e neppure gli interessava, però giocava da dio e regolarmente mi batteva. Ma pur perdendo, miglioravo complessivamente per l’attenzione che mettevo nel capire dove sbagliavo, traiettorie, forze, geometrie, insomma la cosa servì ad entrambi per giocare partite interessanti. Credo anche d’essere stato un buon allenatore per sviluppare i suoi talenti in campi altrimenti difficili da esplorare, la discussione astratta ad esempio, perché divenne un importante manager d’azienda dopo anni di vita passati tra fumo e panno verde.

Perché penso a tutto questo? Perché credo che avere un’idea preconcetta delle cose può impedirci di vederle davvero. Ci sono persone che odiano il calcio e ci sono 10 milioni di ragazzi o over 50 che lo praticano senz’altra aspirazione che vincere una partita che dura 90 minuti e poi ricominciare la settimana successiva. Ci sono milioni di persone che non leggerebbero un libro neppure sotto tortura (pensando che gli manipoli il cervello o che sia tempo perso) e milioni di persone che senza leggere una pagina, immaginare un’altra vita, entrare in una storia, non prenderebbero sonno. Ci sono persone che ogni mattina leggono l’oroscopo e modificano la giornata in relazione ad esso e altri che non ammettono nulla che non sia verificato secondo il metodo scientifico anche se è davanti ai loro occhi. Ci sono persone che vivono di politica, e pensano che senza di essa nulla procederebbe e altre che se ne fregano, che non votano e che abitano esattamente le stesse strade, le stesse città: entrambe si lamentano, ma la lamentela è il più antico mestiere al mondo, ben prima della prostituzione mentale e fisica. Insomma credo che manchi a tutti una educazione particolare ovvero quella alla realtà, che non è quella che vediamo, ma quella insita nei comportamenti, nelle cose, quella che ci fa piacere o dispiacere una cosa. Perché questo avviene? Ecco la domanda che dovrebbero insegnare a porci, assieme a qualche strumento per darle risposta, ma questo non fa parte dei programmi educativi, scolastici o meno, meglio puntare sul luogo comune che è così riposante per il cervello e rassicurante per i comportamenti. 

campi di periferia

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Il portiere mette il pallone a terra, con cura, su un punto preciso che solo lui conosce. Arretra, prende la rincorsa e calcia. Il pallone manda un suono acuto, quasi un grido, mentre vola. Gli occhi seguono la traiettoria mentre le bocche già commentano. E’ così, ogni domenica pomeriggio, nei campi da calcio di periferia o di paese, c’è sempre una squadra che gioca e ci sono sempre persone che guardano. E grida, fischi, risate di scherno o di divertimento, improperi, gioia, bestemmie. C’è sempre un allenatore che s’arrabbia e prende a calci una panchina, dei giocatori che si rivolgono, al cielo, all’arbitro, al pubblico. C’è un portiere che incita e che dà ordini, c’è una palla che vola, che si scontra, ribatte, corre veloce e raramente finisce in fondo a una rete. Poi tutto finisce e resta l’odore di erba tagliata di fresco, le margherite ai bordi del campo, le persone che si riprendono le biciclette, i motorini, le auto e parlando s’allontanano. C’è sempre un momento in cui si deposita la luce, mentre l’ultimo della squadra di casa raccatta il pallone più lontano e cammina piano lungo il bordo, attento a non pestare la linea tracciata di gesso. Poi il silenzio. 

La luce tagliava di sguincio, allora mio padre, mi metteva sulla canna della Legnano nera e tornavamo verso casa. Poi si sarebbe sciolto l’incanto per la sua vicinanza, per il ricordo che lo riportava ragazzo a dare calci ad una palla di stracci, alla sua reticenza nel dire ch’era pure bravo, e che la vita avrebbe potuto essere diversa, ma erano altri tempi. Nelle partite di periferia, pochi erano in tribuna, si guardava tra i rami di una siepe, dall’alto di un monticello di cantiere, nelle maglie d’una rete. E c’era chi arrivava per caso e si fermava, chi arrivava prima del tempo e chi, per partito preso, sempre se ne andava  prima che la partita finisse. Ma c’era anche chi restava e cercava con chi dire la penultima parola, perché a casa proprio non ci voleva tornare. 

Nei campi di periferia o di paese, adesso è come allora, si parla dialetto, si impreca, grida, si gioisce o ci si dispera, ma è sempre per poco, perché ogni volta sarà nuova. L’unica differenza è che ieri, in squadra, c’erano un africano, due magrebini e un cinese, e correvano e chiamavano la palla, con quel pasha pasha che era il passa passa di una volta ed esultavano o si disperavano esattamente come tutti e alla fine la loro stanchezza e felicità era davvero la stessa, mentre andavano verso gli spogliatoi.

inessenzialità

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Di brevi inessenzialità costello il giorno. Due righe lette senza fretta, qualche parola scritta a mano, il piacere d’una telefonata, quel pensiero da indagare, il sogno di stanotte, la risposta che da tempo attende. Tutto s’interloquisce d’altro, ma senza cura che ne farei di tutte le corse, delle scorciatoie, del tempo guadagnato e mio?

Osservo che d’abitudine si circonda il cibo, che il parlare di larghi silenzi è fatto e che, se s’ accantona la cura, anche ciò che colpisce è rito. Della somma dei miei tempi sottratti resta un guadagno di futili cose: l’aprirsi d’una finestra, il gettar oltre lo sguardo, l’andare che non si ferma neppure nel riposo.

E allora nel giorno una musica continuerà a risuonare e ci sarà un pensiero che provoca un sorriso.  

Inessenzialità, che per me solo han senso, sono in realtà la cura.

la volontà della speranza

Non mi piacciono i black blok e neppure la folla che s’ inferocisce, non mi piace la politica urlata, le frasi truculente che magari non avranno seguito, ma intanto generano un modo di vedere gli altri come nemici. Comunque, anche se non mi piace, c’è una ragione a tutto questo, e se non si cerca risposta alla ragione sottostante, allora si arma la polizia e l’esercito, e si tolgono le regole della convivenza per applicare quella della violenza. Se si segue questa strada qualche motivo c’è, ad esempio è più facile il picchiare duro mentre la ragione della protesta scompare, è più facile non ascoltare le ragioni, è più facile se l’obbiettivo è far tacere e dare l’esempio. Il fatto è che il mandante di tutto ciò, violenza compresa, è la presunta maggioranza, che è spesso assente o indifferente e quasi sempre ben lontana dai fatti. Cosa volete che contino un traforo in valle Susa, oppure la riunione di 10 capi di stato  per decidere i destini di povertà e ricchezza, non contano nulla se si è in una casa protetta, se si ha un relativo benessere, se si è bianchi negli Stati Uniti. Nei giorni scorsi veniva osservato che una parte importante del mondo che conta, che scrive, che fa opinione si è identificata con i morti di Charlie Ebdo, magari per un poco e senza esagerare e sopratutto senza farsi domande sul perché francesi uccidevano francesi, però il fenomeno c’è stato. Je suis Charlie è nato subito come logo e ha spopolato, nelle piazze e nel web. Tutti Charlie, però subito dopo un po’ meno Bardo, quasi niente Kenia o Damasco o Aleppo o Sana’a. Non è nato neanche un simbolo nuovo e decente che aiutasse a pensare a cosa accade in questi luoghi; perché ? Mi torna alla mente la poesia di Levi su chi sta nelle proprie case calde e non si chiede, non ricorda. E assieme al non vedere, o al non sentire, scivola via non poca speranza della ragione. Ci resta la volontà della speranza, per capire, dare risposta, esserci, ma per chi vuole e non per scaricarci di responsabilità, solo per essere umani. Magari poi tornerà anche la ragione.

 

Pasquetta

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C’è il profumo della colomba di Pasqua in cucina, quella di ieri, buonissima, della cooperativa Giotto e fatta dai carcerati pasticceri di Padova. Quanto c’abbiamo scherzato in passato su questi dolci così buoni, favoleggiando di lime e seghetti nascosti tra i canditi, e invece è profumo di zagara, una crosta mandorlata e candita di zucchero, pasta morbida e leggera. Però si cresce di mezzo chilo a fetta. Non ho mai capito perché l’aumento di peso contraddica i principi della termodinamica, un etto dovrebbe sempre essere al più un etto e invece… Però anche Grillo dice una testa un voto e poi… Si vede che la termodinamica non funziona neanche in politica. Comunque buonissima, la colomba, anche il giorno dopo e il caffè se ne deve essere accorto perché borbotta e gorgoglia e spande anch’esso procace profumo. Fuori, con il vento tagliente di tramontana, è arrivato il sole e il cielo s’è aperto di squarci d’azzurro e di nubi dense di bianco. Dopo la neve di ieri mattina e il grigio dei giorni scorsi sembra persino innaturale. La primavera sull’altopiano tarda, in cielo qualche rapace di cattiva immeritata fama ed efficace lavoro. I prati sono pieni di crochi tra l’erba ancora spenta, è tutto così pulito e pronto per una nuova stagione di colore e di vita… Cent’anni fa erano gli ultimi mesi di pace, dovremmo capire davvero la fortuna d’essere vissuti in questa parte del mondo, e in questi anni, e trarne forza perché questo possa essere ovunque normale.

inquinamento luminoso

Qualche anno fa verso Asmara.

L’aereo, nella notte, sorvola la penisola arabica. Sotto i deserti, le sabbie fino al mare e poi l’acqua, anch’essa nera. Notte nella notte, nero nel nero, sopra c’è un’immensità di stelle, sotto la dimensione spaurita dell’uomo che cerca il sonno per ritrovare al mattino la luce.

Dopo il Cairo e prima di Abu Dhabi c’è solo il buio. E di nuovo buio sino a Sana’a. Le imperscrutabili ragioni economiche della compagnia aerea tagliano due volte il deserto e il buio che avvolge tutto. Nella sosta forzata all’aeroporto, restare a bordo sarebbe il massimo del confort, ma si deve scendere. C’è un’espressione che mi torna in mente: gli occhi feriti dalla luce, ed è così. Il buio era primordiale, ma dolce e ovattato, induceva la vista di cose senza distanza o il sonno, secondo la stanchezza, fuori la luce violenta lo sguardo con la plastica dei duty free, degli arredi pieni di arabismi fatti in Cina, ferisce la quiete e il buon gusto. Tornare a bordo, dopo aver capito il proprio nome detto da un altoparlante pieno di consonanti, è una conquista e una liberazione. Ancora buio. Per ore di volo.

Anche la costa è buia. Penso al mare sottostante, incessante di moto, ai pirati di cui non si parla più. Chi si muove nel buio sa cosa deve fare, ha almeno due sensi in più, il primo è la capacità di coordinare ciò che i cinque sensi avvertono, il secondo è leggere il buio come spazio, dargli misura per potersi muovere. Chissà cosa vede e sente un animale notturno, noi, figli della luce, abbiamo abusato della nostra madre, scordandoci che la notte era anch’essa madre di vita e non solo di riposo e così per noi il buio non ha misura e ciò che non ha limite impaurisce.

Il buio sotto l’aereo dice che qualcosa è accaduto sulla costa, che lo Stato che sorvoliamo ha deciso cose che riguardavano le luci e quindi gli uomini. Mi raccontavano che Massaua era una sorta di territorio libero, divertimenti poco compatibili con un regime di povertà diffusa, poi c’è stato il taglio netto, via i giovani, via le attività, via tutto ciò che può nuocere ad una dittatura. Anche il divertimento e il turismo nuoce se fa parlare troppo liberamente.

Il nero della pianura continua verso l’altopiano, si vedono luci troppo piccole, anche se l’aereo non è alto, siamo su Asmara. Dopo le luci di Abu Dhabi, quello che c’è sotto è piccolissima cosa, sembra una strada di paese quella che taglia il centro, luci di lampione rade, si intuiscono le case, ma non ci sono palazzi alti, mancano le luci rosse di segnalazione. Eppure è una capitale. Scoprirò poi che quella dimensione di case che si estendono senza alterare le dimensioni, induce una quiete, come ci fosse una presa del territorio da parte dell’uomo, ma senza fretta. Intanto è notte fonda, l’aeroporto è illuminato di luci giallo brune, ma sembrano lampade notturne che non devono disturbare il sonno, e fuori, dopo il piazzale dei taxi improbabili, dilaga nuovamente il buio. Nelle notti seguenti ho spesso alzato gli occhi e li ho immersi in uno strepito di stelle. La Rift valley non è distante, e ho pensato: ecco ciò che vedevano gli uomini che ancora non sapevano d’essere tali.

finestre aperte

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Un tempo le case avevano le finestre aperte e serramenti precari. Spifferi ovunque. Non era meglio, solo che girava l’aria. Si fumava dappertutto, dalle cucine venivano vapori lunghi di bolliture, oleosi e lenti. Gli odori si mescolavano e così si apriva. La primavera cominciava così, con la finestra della cucina socchiusa tutto il giorno. Il vetro era sottile, 4 mm, semidoppio. Non capivo quella parola, perché semidoppio? L’accettavo, sembrava di entrare in un gergo da adulti, di conoscenze del fare che non avevano bisogno di troppe ragioni. Le cose avevano un nome e questo bastava. I figli dei professionisti e degli impiegati ignoravano tutto questo, era qualcosa che metteva ciascuno al suo posto. Fumare era da grandi. Sigarette forti per essere più adulti. Nazionali esportazione senza filtro, pacchetto verde, eccezionali, ma costose, più delle Alfa spaccapolmoni. Quando eravamo colpiti da improvvisa ricchezza: Gauloises (la libertà sempre, ci stava scritto sul pacchetto, bello no?) e Pall Mall. Tutto nature, senza schermi di filtri, tabacco, bocca, polmoni, espirazione. Accartocciare il pacchetto era il segno del vizio soddisfatto. Ne fumo un pacchetto e mezzo al giorno. Non era vero, al più quattro o cinque, ma faceva grandi. Poi vennero quelle fatte a mano, la pipa e il resto. Ma ormai ero grande davvero. La pipa era snob, con tabacchi dolci che piacevano alle ragazze. Poi le misture: Revelation, trinciato medio, un po’ di virginia (Virginia on my mind), bicchierino di brandy. Si fumava dappertutto, ma in casa di amici si chiedeva. Sembrava un bisogno, probabilmente non lo era perché è sparito. Si sapeva che faceva male, ma si era così giovani e con così tanta vita da vivere ancora… E poi si aprivano le finestre.

L’aria in primavera, da greve diventava fine. Si sentivano i profumi non gli odori. Mia madre metteva all’aria cappotti e coperte, si sbattevano molto i panni, polvere e acari dispersi. Odori di fumo e bacilli d’inverno, via tutto che l’aria risanava. Aria, tanta aria, e colori nuovi, pastello. Sentivo che il tempo passava perché crescevo, ma gli anni sembravano già ripetersi, l’autunno, la scuola, l’odore di carta e inchiostro, il profumo delle matite, la neve, le bufere di vento e pioggia contro quei vetri sottili, il vapore su cui scrivere, il natale, la befana, e poi tutto in discesa verso i colori e la luce. Era passato prossimo e remoto, assieme. E mia nonna, con un gesto antico, apriva la finestra vicino alla stufa economica, usciva il vapore, entrava l’aria che portava profumo di verde. In dialetto si diceva che ‘a sa xa de verde, sa già di verde, e il fatto che l’aria sapesse, avesse coscienza, era significativo, non portava solo, lei era già primavera.

Mio padre fumava, anch’io lo facevo nel mio piccolo, ma lui ancora non lo sapeva. O almeno faceva finta di non saperlo. C’erano rumori quieti che entravano dai cortili assieme all’aria. Col dito scrivevo sui vetri e tra le gocce, che s’ingrossavano scendendo, vedevo nella nuova trasparenza il verde dagli alberi che emergeva. E mi pareva che quello fosse un mondo da conservare, da tenere uguale per quando sarei tornato, stanco di corse, di luce, di sudore, di felicità momentanee, innominabili, senza predeterminazione. Immaginavo percorsi lontani, avventure, un futuro ricco di vita intensa e sconosciuta, ma c’era sempre un ritorno, un luogo dove stare, riposare, una felicità quieta e durevole, calda; anche nei suoni, anche negli odori di legno, di vapore, di casa, di primavera dai cortili. Lì sarei stato sempre tenuto come importante, prezioso. Questa era la cura, anche se ancora non lo sapevo.

l’odore della bachelite

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Ho preso un vecchio Luxman analogico, l’ho collegato con un sintonizzatore Sanyo, di molti anni fa, con una sintonia a condensatore variabile e l’ago demoltiplicato che corre su una scala grigio verde azzurra illuminata, ho aggiunto un vecchio lettore di cd per musica che mi segue da 25 anni, lamentandosi appena un po’, infine due Kef per sentire e ho spento la luce. Così la magia si è compiuta. Un suono caldo, ricco di armoniche, si è diffuso con le Suites per Cello di Bach, e nel buio, lo strumento sembrava a un passo. Poi il piano di Ricter, la voce di Diana Krall, quella di Jessie Norman. Tutto così datato, ma preciso, brillante. E la memoria è corsa indietro, alla mia prima radio a valvole, una Minerva, all’odore di legno e di polvere scaldata che emanava, all’occhio magico verde della sintonia che mi sembrava quello di un rettile assonnato.

Non volevo ricordare per forza, è venuto. E così è riemerso l’odore della bachelite con cui facevano i condensatori, un odore di liquirizia tostata, acuto e fermo nell’aria, persistente. Forse esistono i sommelier del passato, quelli che, come si fa col vino, possono raccontare come si sono fusi i profumi, passando dalle vite attorno alle cose e dando loro un nome e un posto nella memoria. Chissà se ci sono, magari tra i vecchi antiquari, ci sono quelli che davvero sentono oltre l’oggetto, oppure tocca a noi e solo noi possiamo farlo. Chissà…

E intanto nel suono e nel buio, c’era anche la vecchia casa, un rumore tenue di cose che accadevano dietro porte di legno pieno, fessure di luce, presenze e profumi nel ricordo. Come fosse ora.