finestre aperte

finestre aperte

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Un tempo le case avevano le finestre aperte e serramenti precari. Spifferi ovunque. Non era meglio, solo che girava l’aria. Si fumava dappertutto, dalle cucine venivano vapori lunghi di bolliture, oleosi e lenti. Gli odori si mescolavano e così si apriva. La primavera cominciava così, con la finestra della cucina socchiusa tutto il giorno. Il vetro era sottile, 4 mm, semidoppio. Non capivo quella parola, perché semidoppio? L’accettavo, sembrava di entrare in un gergo da adulti, di conoscenze del fare che non avevano bisogno di troppe ragioni. Le cose avevano un nome e questo bastava. I figli dei professionisti e degli impiegati ignoravano tutto questo, era qualcosa che metteva ciascuno al suo posto. Fumare era da grandi. Sigarette forti per essere più adulti. Nazionali esportazione senza filtro, pacchetto verde, eccezionali, ma costose, più delle Alfa spaccapolmoni. Quando eravamo colpiti da improvvisa ricchezza: Gauloises (la libertà sempre, ci stava scritto sul pacchetto, bello no?) e Pall Mall. Tutto nature, senza schermi di filtri, tabacco, bocca, polmoni, espirazione. Accartocciare il pacchetto era il segno del vizio soddisfatto. Ne fumo un pacchetto e mezzo al giorno. Non era vero, al più quattro o cinque, ma faceva grandi. Poi vennero quelle fatte a mano, la pipa e il resto. Ma ormai ero grande davvero. La pipa era snob, con tabacchi dolci che piacevano alle ragazze. Poi le misture: Revelation, trinciato medio, un po’ di virginia (Virginia on my mind), bicchierino di brandy. Si fumava dappertutto, ma in casa di amici si chiedeva. Sembrava un bisogno, probabilmente non lo era perché è sparito. Si sapeva che faceva male, ma si era così giovani e con così tanta vita da vivere ancora… E poi si aprivano le finestre.

L’aria in primavera, da greve diventava fine. Si sentivano i profumi non gli odori. Mia madre metteva all’aria cappotti e coperte, si sbattevano molto i panni, polvere e acari dispersi. Odori di fumo e bacilli d’inverno, via tutto che l’aria risanava. Aria, tanta aria, e colori nuovi, pastello. Sentivo che il tempo passava perché crescevo, ma gli anni sembravano già ripetersi, l’autunno, la scuola, l’odore di carta e inchiostro, il profumo delle matite, la neve, le bufere di vento e pioggia contro quei vetri sottili, il vapore su cui scrivere, il natale, la befana, e poi tutto in discesa verso i colori e la luce. Era passato prossimo e remoto, assieme. E mia nonna, con un gesto antico, apriva la finestra vicino alla stufa economica, usciva il vapore, entrava l’aria che portava profumo di verde. In dialetto si diceva che ‘a sa xa de verde, sa già di verde, e il fatto che l’aria sapesse, avesse coscienza, era significativo, non portava solo, lei era già primavera.

Mio padre fumava, anch’io lo facevo nel mio piccolo, ma lui ancora non lo sapeva. O almeno faceva finta di non saperlo. C’erano rumori quieti che entravano dai cortili assieme all’aria. Col dito scrivevo sui vetri e tra le gocce, che s’ingrossavano scendendo, vedevo nella nuova trasparenza il verde dagli alberi che emergeva. E mi pareva che quello fosse un mondo da conservare, da tenere uguale per quando sarei tornato, stanco di corse, di luce, di sudore, di felicità momentanee, innominabili, senza predeterminazione. Immaginavo percorsi lontani, avventure, un futuro ricco di vita intensa e sconosciuta, ma c’era sempre un ritorno, un luogo dove stare, riposare, una felicità quieta e durevole, calda; anche nei suoni, anche negli odori di legno, di vapore, di casa, di primavera dai cortili. Lì sarei stato sempre tenuto come importante, prezioso. Questa era la cura, anche se ancora non lo sapevo.

2 pensieri su “finestre aperte

  1. Bellissimo ritorno a primavere passate: io ricordo anche che in primavera mia madre faceva riaprire i materassi di lana, poi veniva un signore che, con uno strano attrezzo, iniziava a lavorarla.e poi lo stridere dello rondini.
    La primavera è una stagione importante: non per niente gli indiani indicavano l’età di un uomo con il numero di primavere trascorse.
    Buona primavera Roberto!

  2. Cardavano anche da queste parti la lana dei materassi e quella macchina che sembrava da tortura e insieme un dondolo strano la ricordo bene. Tra un po’ avrebbero cambiato i materassi con quelli estivi fatti di crine e le lenzuola sarebbero diventate più sottili. Pe’e de ovo, pelle d’uovo, ed era una goduria scivolarci dentro. Buona primavera Lavinia, a te e a chi passa e sente il nuovo nell’aria. Come si sente nelle tue poesie.

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