cambiar verso dove ?

Modesta riflessione per il Presidente del consiglio:

A Napoli ci sono due gestori per due linee di metropolitana: uno sono le ferrovie dello stato con svariati tipi di biglietti, prezzi e scadenze. L’altro è una municipalizzata, l’ANM che gestisce due linee. I biglietti dell’uno non valgono per l’altro.

Oltre a questi gestori esiste la Circumvesuviana, la Napoli- Giugliano-Aversa i cui gestori confluiscono nell’ente autonomo Volturno e la tariffazione è gestita dal Consorzio unico Campania. Comunque Wikipedia può chiarirLe la situazione e non mi permetto di insistere sui particolari.

Le faccio questo esempio che è uno dei tanti esistenti, a nord come a sud, (e penso che anche Ella potrebbe raccontarne di ‘belle’ per Firenze e la Toscana) per chiederLe una fugace riflessione su cosa significhi per il cittadino cambiare verso. A mio avviso significa avere una vita che rispecchi nella cosa pubblica, la semplicità, che gli dia la percezione che non si buttano i soldi inutilmente, che gli faccia tener a mente la distinzione tra utile e inutile, tra equità e privilegio, tra passato e presente. Le dico questo perché ho l’impressione che si stia applicando il principio che il cambiamento inizia da dove c’è meno resistenza, che le cose vere da mutare siano inalterate, che, ad esempio, non sia mutato nulla nelle grandi articolazioni della macchina pubblica. Quella con cui il cittadino si confronta giornalmente, imposta la propria vita in un insieme di certezze che alla prova dei fatti non sono tali. Sono esperienze che fanno perdere la nozione di collettività, che tolgono la sensazione di essere dalla stessa parte, come Ella spesso ci ripete, ma invece radicano l’impressione di essere sudditi. Se il pesce puzza dalla testa, da noi, purtroppo l’odore si è diffuso. Gli elementi che hanno contribuito sono in sostanza due: il potere esercitato sempre e ovunque, e il suo antidoto, il privilegio che permette di temperare il potere, opporre una diversa legalità. Tutto ciò, come Lei ben sa, è inefficiente e costosissimo. Allora le chiederei di cominciare questo mutamento del Paese proprio dalla parte difficile, cioè l’inefficienza e il privilegio. Di far sorridere il cittadino assieme alle sue Ministre, che vedo trionfanti perché passa la legge elettorale o la riforma del Senato e della Costituzione. Attendo assieme a molti altri, ben più di quel 40% di cui parla l’Italicum, che questo cambiamento di verso inizi davvero, perché vede Signor Presidente del Consiglio, io voto ogni 5 anni, ma vivo ogni giorno e vorrei vivere meglio.

p.s. Io sono sereno e attendo il cambiamento e Lei ?

ci sta la festa di San Gennaro

Ad un certo punto è finito tutto, la batteria della reflex, lo spazio sul telefonino, la voglia di fotografare. E la processione intanto si snodava tra le strade, suonavano le bande, i gonfaloni oscillavano e c’erano mille visi da guardare, da sentire. E io avrei voluto fermarli tutti nella memoria.

Se voglio vedere la dimensione della folla, la devo cogliere come tante singole persone. Vederla come insieme sembra acefala, indistinta, priva di spessore e d’intelligenza, al più fa paura, ma se la vedo nei singoli, allora sento gli odori, la ressa, la fatica, il sudore. Se ho una macchina fotografica la dirigo sugli sguardi che non vedono, sulle facce immerse in se, sulle parole che concitano, sulla distrazione e l’attrazione che s’inseguono, ma mi accorgo che l’obbiettivo non riesce a seguire la testa, che ciò che fisso è sempre parziale. Non è un racconto in se, non abbastanza almeno, come su un notes, i particolari rimandano alla storia, all’emozione provata.

Intanto la folla attende sul sagrato, è affluita dai vicoli e dalle strade adiacenti, si è ingrossata e ora aspetta. Sono usciti tutti i santi coprotettori, ne hanno letto brevemente meriti e vita, sono stati applauditi. Nella folla prima ciascuno ha applaudito i suoi e poi anche gli altri. E adesso tutti attendono, anche i Santi in fila dopo i gonfaloni delle confraternite, attendono. E tutti sono rivolti alla porta della cattedrale. Finché  esce il cardinale con la teca e annuncia che si può gioire perché il sangue di San Gennaro si sta sciogliendo. La folla ondeggia, si sente che è contenta e applaude tutta, anche gli stranieri. che sembravano non capire, applaudono, e la cosa è evidente che riguarda tutti e ciascuno ed è condivisa. Questo sentire comune emoziona, mi sento commosso per l’afflato, che esprime gioia e speranza e che sta attorno. Il Santo sente la sua città ed è ricambiato. Non importa che si creda o meno, è tutta questa emozione comune che circonda e che prende.

Lentamente il Santo raggiunge il suo posto e la processione inizia il  percorso verso Santa Chiara, la folla si divide tra chi ingrossa il corteo e chi  si assiepa ai lati.  A un incrocio un bambino sta sulle spalle del padre in quarta fila e quando il padre gli chiede: che santo sta passando? Il bambino risponde: è San Filippo Neri. E adesso? È Santa Patrizia. E ora?  È Santa Lucia. E a ogni nome di santo batte le mani, finché commenta: non so chi sia, ci sono le rose. È Santa Rita, dice il padre.

E io fotografo solo con gli occhi, perché Napoli è questo oggi: persone e spontaneità, bellezza insomma.

Equamente retribuito, legale, di tutti

La pretesa equità delle politiche che dovrebbero risolvere il problema della miseria della condizione giovanile assieme a quello del debito accumulato, dei privilegi acquisiti in forma di diritto, della geronticita progressiva del Paese, si rivela come insufficiente, priva di prospettiva, calata sull’annuncio. E priva di effetti reali, quindi. C’è un principio che si dovrebbe rispettare sempre: quando si enuncia un problema si deve indicare una soluzione e il risultato atteso, tempi compresi. Senza presunzione di intelligenza, vorrei indicare nell’ordine, l’ambito di intervento:
Privilegi da smantellare subito, in particolare partendo dall’alto.
Equità progressiva a partire dal basso, ovvero definizione del reddito minimo vitale, che però deve avere un corrispettivo di doveri verso la comunità e suo finanziamento attraverso una patrimoniale sulla ricchezza reale e l’emersione dell’evasione.
Lotta all’evasione, senza sconti e con la previsione del resto penale.
Legalità come prassi e priorità d’intervento dell’investimento pubblico e del controllo del territorio,
Un piano di sviluppo del paese che indichi le priorità, gli ambiti di crescita e gli incentivi per chi fa incrementa davvero occupazione ed economia.
Tutti questi temi sono il cambiare verso vero, cioè rompere con il passato e il presente, dare un obbiettivo ai giovani e all’intero Paese.
Con l’augurio che il primo maggio per il lavoro sia ogni giorno, buona festa a tutti quelli che credono che l’Italia deve essere una repubblica fondata sul lavoro giusto, equamente retribuito, e di tutti.

per questo si dovrebbero scegliere con attenzione gli amici

A volte non si sa che dire. E non bisognerebbe dire nulla. Ma non è che non si sa che dire, solo che non è quello che l’altra persona vorrebbe sentire. Se qualcuno ci racconta una condizione che assomiglia alla nostra, e la felicità si racconta poco, quasi sempre ci verrà detto un disagio, una difficoltà, un malcontento, e se è qualcosa che conosciamo verrebbe da dire: anch’io. E sarebbe un condividere alla pari, un consolarsi scambiando assonanze e cercando, magari, una via d’uscita che serva ad entrambi. Ma non è quello che l’altra persona s’aspetta, spesso vorrebbe commiserazione o una soluzione. E non avendo né l’una né l’altra, l’impotenza sopraggiunta indurrebbe al silenzio. Anche questo verrebbe male interpretato: distacco, incapacità di capire o condividere, cinismo. E così si prova a dire qualcosa, si tenta di consolare, di trasmettere una fiducia che vorremmo fosse trasmessa anche a noi. Poi il discorso muore. Ci si saluta. Se quello che siamo riusciti a trasmettere andava bene, l’altra persona sarà più leggera, magari penserà alla fortuna di conoscere qualcuno che propone un’altro modo di vedere le cose. Se siamo stati poco convincenti, comunque l’altro si sentirà meno solo perché avrà la sensazione che le nostre qualità non siano proprio così eccellenti come pensava: pensavo fosse diverso, capisse, mi dice le solite cose. Comunque sia, se ci osservassimo allo specchio, vedremmo le nostre spalle un po’ più curve, con un peso maggiore e con un dubbio in più. Per questo si dovrebbero scegliere con attenzione gli amici, perché la difficoltà e la gioia hanno sempre un’assonanza, una condivisione, un corrispettivo che rende entrambi più leggeri. E si sente, anche senza dire troppo, se gli amici sono tali.

come una boa in un mare di luce

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E se in quella infinita serie di decisioni, scelte, errori, convinzioni senza verifica, verità inoculate, ruoli e luoghi comuni tutto quello che chiamiamo costruzione della nostra unicità fosse quello che è, e cioè una serie di errori che non insegnano, di tentativi che approssimano e mediano tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, ma non sappiamo veramente?

Se ci prendessimo molto meno sul serio, se la nostra presunta maturità nel decidere non arrivasse a difendere gli errori evidenti, se ciò che pensiamo o facciamo davvero rispettasse noi stessi nel profondo, non sarebbe molto più chiara l’inconsistenza di ciò che si perde per strada e di ciò che resta?

E se non si pretendesse da noi che la responsabilità fosse disgiunta dall’effettiva capacità, se non venissero chiesti sforzi sovra umani che generano solo scontento e infelicità, saremmo forse meno maturi, meno uomini, meno responsabili, meno amati ?

Il rispetto, ecco quello che manca in tutta questa convenzione che educa, conforma, piega le vite. Il rispetto per noi stessi e il rispetto per gli altri. E se non si insegna il rispetto di sé come si può pretendere che una persona diventi matura. Avremo bravi soldatini, persone conformi alle mode, ci saranno uomini che rispettano senza critica le leggi ingiuste assieme a quelle giuste, ci sarà il sotterfugio, l’elogio del furbo, il disinteresse, il cinismo. Ci sarà, anche per gli onesti, un ordine esteriore e un disordine interiore. E l’incapacità di chiedere aiuto quando occorre, di avere fiducia in chi ci sta attorno, di dare aiuto a chi ne ha bisogno.

Spesso non si sa cosa si vuole veramente, è un caso o un difetto di comunicazione con quello che c’è davvero dentro ciascuno? Costruire il sé libero da luoghi comuni, da convenzioni è un’impresa che dura una vita, ma ne vale la pena, oh sì che ne vale la pena.   

commessure e Pollock

Il posatore ha avuto momenti di sbandamento nelle commessure del rivestimento. All’inizio avrei detto: peccato! In onore della precisione, dell’ordine che rasserena e crea certezze, poi mi sono ricreduto osservando una crepa che risorge dalla ridipintura fresca e la ragnatela che s’è appesa e attende. Steso in una poltroncina di studio dentistico, attendo. Rumori ovattati e musica di sottofondo. Cose pop, radio locali, hits. Se con gli occhi seguo il profilo di una linea immaginaria di cemento bianco ne posso calcolare la lunghezza percepita, sono mattonelle 30×15, pensare che la ceramica invetriata di Babilonia aveva almeno altrettanta sapienza. Ma non era diritta. Basta andare al Pergamon e ci si rende conto che non è la precisione netta che crea la bellezza, ma la sequenza. E il colore, sopratutto nelle sfumature di un forno. Sequenze infinite di sfingi blu, di dignitari in corteo che accompagnano e convergono verso il re e la porta di Ishtar. Come nell’esercito di terracotta. Sequenze. Conta il numero. Il numero genera l’astrazione.

Studio le commessure, scopro ulteriori imprecisioni, scheggiature. Una retta procede pervicace verso l’infinito, una commessura fa al più il giro della stanza. Chissà cosa girava per la testa di Euclide quando deduceva i suoi teoremi: osservazione, ragionamento, astrazione, genio. E artigianato. Genio e artigianato del pensiero, divulgazione e ripetizione: la decorazione in architettura ha vissuto per qualche millennio sulle sequenze, gli incastri, i colori, gli islamici anche adesso.

Dopo è venuto Pollock. Hanno restaurato alchimia. Quando lo guardo penso che potrebbe averlo dipinto Nietzsche: l’orlo dell’abisso con relativo tuffo.  Adesso lo si può rivedere al Guggenheim, a Cà Venier dei Leoni. Un palazzo mai finito, un solo piano e poi il marmo che si getta in acqua. Forse già pensavano ai cottage, i veneziani, e invece mica è vero, sono mancati i soldi, xe mancà i schei, ma è bello pensarlo, perché un altro palazzone sul Canal mica cambiava lo skyline, e cussì no par miga da stranio (così non sta poi male). E poi col cavaliere di Marini, l’angelo della città in erezione, ad aspettare che arrivi qualcosa dall’acqua, è uno spasso: sguardi obliqui, risatine, quei che fa finta de gninte, distrazioni verso il canale, che sarà pur Grande, ma sempre canale è. E lui che angelo sarebbe se non vegliasse su ciò che può accadere… A Venezia, dall’acqua veniva il buono e il benessere, non era così ovunque. Il mare come sottofondo servirebbe, al posto di queste musichette, magari glielo dico, anche se dal dentista si parla poco.

In alchimia, mi sono perso ogni volta che l’ho visto, e se questo studio avesse le pareti con la sua riproduzione io sarei spaesato e totalmente distratto dal contesto. Non sentirei il rumore del trapano nell’altra stanza. Sarebbe l’inveramento di ciò che mi pare dicesse Fontana: che attraverso i buchi delle sue tele si risucchiava l’universo. Non un buco da guardoni, ma energia che andava verso l’infinito. Come le rette, penso. L’arte oggi è solo filosofia, diceva anche, ovvero un’opinione autorevole sulla realtà che al più suggerisce. O almeno mi pareva dicesse così.

Ci sono rumori ovattati di ferri dalla stanza a fianco. Dal dentista ormai nessuno urla più, neppure i bambini. Mettono piastrelle avorio, una via di mezzo che consente il pulito e non fa ospedale. Una volta ero steso al pronto soccorso e mentre aspettavo guardavo il soffitto, c’erano degli schizzi di sangue, potevano pulirlo, no? Così mi ricordo solo quelli: schizzi di distrazione di massa, così ho perso la nozione del taglio, era sulla mano, sul ginocchio, boh? Qui invece tutto sa di menta. Un’attesa alla menta piperita. Sembra quasi una ragazza messicana, un nomignolo per una chica: piperita del mi corazon. Vorrei dormire, le commessure fanno effetto, chissà perché i dentisti adesso si chiamano odontoiatri e hanno tre o quattro ambulatori in cui operano contemporaneamente. Ubiquità donata dal santo dei dentisti, che poi è una donna: santa Apollonia.

Ma le donne sono naturalmente ubique, fanno sempre più cose assieme. E comunque tenetene conto.

Aspetto, ma poi finisce.

c’è temporale nell’aria stasera

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C’è temporale nell’aria stasera,

la ragazza s’arrabbia, 

si scompone,

si scosta,

la diagonale di gonna

la segue,

lui si giustifica,

è inutile, tace, 

con movimenti indecisi, smarrito la guarda,

non sa dove andare.

Il silenzio che s’era da giorni acquattato

ora sbuca da dietro un portone, 

così li prende vicini, appena lontani,

più soli e indifesi.

C’e temporale nel cielo stasera,

per stendere l’ombra, 

per parlare con gli occhi bagnati.

Gocce grosse, improvvise, festose,

grida, corsette, sorrisi,

adesso è il tuo libro sul capo a soffrire,

ragazza che corri silente, e seguita.

Un androne, 

dell’ombra per riprendere vita, 

viene l’abbraccio,

è bagnato,

ma ancor muto di baci e carezze,

c’è temporale nell’aria stasera.

 

mai eguali ritornano

 

 

70 anni dopo

Oggi si celebra molto. Si discute altrettanto. Si smarrisce parecchio. Ciò che si strumentalizza in fondo lo si giudica di poco valore, accade anche con la festa della Liberazione, vista la scarsa attenzione che ha ormai la carta costituzionale, rispetto ad allora. Sembra un passato vecchio, inattuale, ma allora è meglio questa broda?

Intendiamoci, partiamo da condizioni assolutamente diverse. Oggi c’è la libertà, allora non c’era, c’è un benessere che pure nella crisi non è confrontabile con quello anteguerra, c’è un dibattito politico, la critica, la possibilità di muoversi, una eguaglianza difficile, ma perseguibile senza giudizi di razza, religione, genere., tutto questo e molto d’altro nel fascismo non c’era. Però oggi c’è una minore considerazione sul valore di tutto questo, tutto si confonde e diventa uguale, o almeno si vorrebbe fosse eguale.

Revisionismi storici, relativizzazione del contributo dei Partigiani, ma essere stati dalla parte del giusto, aver lottato, cambiato il Paese, riscattata la dignità dei singoli e di un popolo, lottato per la pace, contro le stragi, le sopraffazioni, la fame avrà pure avuto una differenza sostanziale, o no? C’è da chiedersi, nella diminuita percezione del valore della democrazia, quali domande non vengono più poste a chi si occupa della cosa pubblica, quali germi crescono intanto. La Resistenza allora dette molte risposte, ai singoli e alla comunità, pose domande nuove e soprattutto ridiede la speranza a una nazione. Per molti anni abbiamo vissuto di quella speranza, anche chi si aspettava altro dalla Resistenza e si sentì tradito nel sacrificio, comunque ebbe speranza: le cose sarebbero mutate. E mutarono. Ma oggi il Paese vive una crisi che non è solo economica, manca di valori condivisi, questo genera un grande pericolo che il passato sotto altre forme, possa ritornare e che l’Italia, l’Europa ridiventino incubatori di ineguaglianza assunta a sistema, di razzismo, di xenofobia, di caduta di libertà individuali e collettive. Senza valori comuni, senza una religione della libertà, dove possiamo andare? Come potremo cogliere l’ingiustizia, l’illegalità, là dove nascono se non c’è una comune percezione del futuro che oltrepassi il benessere? La grande risposta dell’Italia liberata dalla Resistenza era in questo coniugare: giustizia, libertà individuali e collettive, benessere economico, eguaglianza. Se oggi sono ancora queste le risposte, gli obbiettivi che mettiamo alla domanda di futuro, possiamo celebrare, altrimenti quegli ideali incompiuti sono da compiere, e questo ci riguarda oggi e nel futuro. 70 anni dopo i valori, le prassi, le realtà non compiono gli anni, nascono ogni giorno e hanno bisogno dello sforzo, dell’attenzione, della passione per inverarsi nella vita quotidiana.

Per questo la Resistenza non finisce, ma continua per una società più giusta, eguale e libera.

Buona festa della Liberazione a tutti.

bar sport mediterraneo

Per onestà e chiarezza bisognerebbe porsi le domande vere che stanno sotto i problemi: cosa vuol fare l’occidente di questi uomini che fuggono da guerre e fame, non di rado indotte dallo stesso occidente? E se non vuole fare nulla, come pensa di respingerli? E’ meglio porsele queste domande, perché ora sono un milione in attesa, ma se il mondo continua a generare profughi e affamati, i milioni cresceranno. Le soluzioni evocate in questi giorni vanno dall’affondare i barconi con i profughi a bordo all’affondare i barconi nei porti. Lascio perdere la prima soluzione perché solo un nazista può pensare una cosa del genere, ma anche la seconda non risponde in realtà a nulla di concreto perché basta ricordare, e ce lo dice la cronaca datata di oggi, che i droni o i cannoni non distinguono tra amici e nemici, tra prigionieri e aguzzini. Inoltre il milione di profughi che ha attraversato il deserto o è fuggito dalla guerra in Siria o in Iraq, che fine farà? Possiamo dichiararci irresponsabili di queste persone? Diciamo che il problema lo deve risolvere la Libia, un paese nel caos in cui non manca la responsabilità dell’occidente?

Per questo le soluzioni evocate sono da bar sport, in realtà si sta scatenando una guerra per il cibo, l’acqua e la vita. E l’occidente non potrà chiudersi pensando di salvarsi. Non ci riuscirà perché il costo sarà talmente alto da non poterlo sopportare. né democraticamente, né economicamente e solo se rinuncia a depredare i territori, come ha fatto per secoli, ma al contrario, investendo e creando condizioni di pace e di lavoro potrà uscire dall’assedio.

Salvare se stessi significa, affrontare un’emergenza umanitaria, e contemporaneamente disinnescarne le cause: guerra e fame. Per questo emergenza e progetto vanno assieme: se i soldi che vengono spesi per arginare l’inarginabile verranno portati e spesi nei Paesi d’origine si invertirà il percorso dei profughi. Nessuno ha voglia di morire per strada se non fugge da una morte certa o quasi, ma questo sembra che i governi occidentali non siano in grado di capirlo. Serve un piano di aiuti per l’Africa e il medio oriente che consenta l’autosufficienza alimentare ed economica, con il contemporaneo embargo delle armi e l’imposizione della pace. Ma questo ha dei costi, forse per questo si preferisce l’emergenza e il dibattito sterile che genera: perché svia dalla soluzione reale del problema. Ma non perderemo il benessere raggiunto se si forniscono le condizioni di autosufficienza ai popoli, semplicemente evitiamo una guerra che già è in atto, anche se non dichiarata, e che, fosse solo per il numero, ci vedrà comunque perdenti. Quindi un calcolo di perequazione di risorse, di riduzione dei conflitti, la stessa diminuzione della diseguaglianza è oggi un calcolo logico, basato sul male minore: l’occidente cambia il mondo rendendolo più vivibile ovunque e conserva il suo benessere. Anzi lo può addirittura accrescere perché crea  capacità economica, nuovi mercati non più basati solo sull’assistenza. E tutto questo non ha nulla di buono o santo è semplicemente l’alternativa all’uccidiamoli tutti. 

la mia città e la bellezza

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Camminando per strade e piazze, riconoscendo luoghi, storie, godendo della bellezza che si è accumulata in quella che chiamo la mia città, sento che non è questione di merito e che nessuno di noi si merita ciò che gli riempie gli occhi e il cuore. Al più è stata fortuna d’essere in un luogo in un certo tempo, ma cosa abbiamo fatto per meritarcelo semplicemente non esiste. Quindi tutto questo non è dipeso da me o dai miei concittadini che vedo attorno. Neppure questa lingua bella e dolce è dipesa da noi, al più possiamo parlarla, trasmetterne la bellezza, ma non è un merito. E’ stato il caso unito a una serie infinita di fare e non fare che ha generato e mantenuto palazzi, strade, persone. Sono stati moti d’orgoglio, potenza, pietà, munificenza, paura, stupidità, insipienza, desiderio d’immortalità che hanno generato e tolto, ma basta seguire i passaggi di proprietà, testimoniati dai nomi delle case, per capire che chi ora possiede, al più è un custode. Ci sono 641 dimore storiche in città, gran parte sono gelose di sé e non si mostrano, ma questo poco importa perché c’è sempre un’evidenza che non si può nascondere, una curiosità che viene sollevata, e poi, col tempo, le porte si apriranno, perché se la bellezza non si rivela lentamente si banalizza, se non costa fatica non è preziosa, se non si indaga diventa apparenza.

La chiamo la mia città ma in realtà sono io che le appartengo ed è lei che dona a me affetto e bellezza. Al più posso un po’ amarla e se, con pazienza e attenzione, potrei tracciare la mappa di ciò che mi attrae, delle vie che conosco, delle sue opportunità, delle coincidenze, se potrei raccontare quello che so, e soffermarmi nel mistero di quello che ignoro, capisco che comunque sarebbe la mia interpretazione della sua bellezza, solo una piccola parte della sua. In questi luoghi si sono concentrate forze e ignavie immani, come dappertutto, ma ognuna ha avuto una storia propria e solo messe assieme hanno generato una bellezza specifica, non generica. Una identità. Se dicessi di ogni luogo amato sarebbe il mio modo di vedere, la mia concatenazione dei fatti, ma non cambierebbe di molto la percezione di gratuità del godere ciò che ho attorno. La fortuna è vedere ciò che c’è e lasciarsi prendere, senza ritegno e senza merito.