la volontà della speranza

la volontà della speranza

Non mi piacciono i black blok e neppure la folla che s’ inferocisce, non mi piace la politica urlata, le frasi truculente che magari non avranno seguito, ma intanto generano un modo di vedere gli altri come nemici. Comunque, anche se non mi piace, c’è una ragione a tutto questo, e se non si cerca risposta alla ragione sottostante, allora si arma la polizia e l’esercito, e si tolgono le regole della convivenza per applicare quella della violenza. Se si segue questa strada qualche motivo c’è, ad esempio è più facile il picchiare duro mentre la ragione della protesta scompare, è più facile non ascoltare le ragioni, è più facile se l’obbiettivo è far tacere e dare l’esempio. Il fatto è che il mandante di tutto ciò, violenza compresa, è la presunta maggioranza, che è spesso assente o indifferente e quasi sempre ben lontana dai fatti. Cosa volete che contino un traforo in valle Susa, oppure la riunione di 10 capi di stato  per decidere i destini di povertà e ricchezza, non contano nulla se si è in una casa protetta, se si ha un relativo benessere, se si è bianchi negli Stati Uniti. Nei giorni scorsi veniva osservato che una parte importante del mondo che conta, che scrive, che fa opinione si è identificata con i morti di Charlie Ebdo, magari per un poco e senza esagerare e sopratutto senza farsi domande sul perché francesi uccidevano francesi, però il fenomeno c’è stato. Je suis Charlie è nato subito come logo e ha spopolato, nelle piazze e nel web. Tutti Charlie, però subito dopo un po’ meno Bardo, quasi niente Kenia o Damasco o Aleppo o Sana’a. Non è nato neanche un simbolo nuovo e decente che aiutasse a pensare a cosa accade in questi luoghi; perché ? Mi torna alla mente la poesia di Levi su chi sta nelle proprie case calde e non si chiede, non ricorda. E assieme al non vedere, o al non sentire, scivola via non poca speranza della ragione. Ci resta la volontà della speranza, per capire, dare risposta, esserci, ma per chi vuole e non per scaricarci di responsabilità, solo per essere umani. Magari poi tornerà anche la ragione.

 

5 pensieri su “la volontà della speranza

  1. Mi unisco a Levi e a tutto ciò che con ragione ragionata hai scritto. L’uomo dimentica in fretta, anche le emozioni (apparentemente) più forti se non è sostenuto dalla “volontà” di capire, dal bisogno umano e civile di mettersi nei panni di un suo simile ma sentendolo veramente tale, bianco o nero, sofferente anche quando non elemosina la pietà,di un credo diverso dal suo o senza religione se non il suo essere pieno di dubbi che vorrebbe spartire a un orecchio sincero,una mano tesa senza doverla ritirare. Ma se non si sente questo tutto è superficiale partecipazione of course e con la fretta d’abbandonare il campo se qualcosa si prolungasse oltre la sua misura di volontà all’impegno,alla responsabilità, a un ordine morale e buono che serva e sia utile. Ciao, Mirka

  2. la speranza della ragione si è persa da qualche parte e non so se mai si ritroverà. Anche la speranza per me è latitante. Il mondo va così e le bocche si riempiono di parole vane..e di cibi dei fast food. Come si può capire tutto ciò?

  3. Abbiamo una scelta, cercare di capire, discernere le ragioni della violenza per cercare di disinnescarle oppure essere ancora più violenti. Sinora è stato quasi sempre così, ma non è una condanna, può andare anche diversamente. Ghandi, Mandela, Martin Luther King e non solo lo dimostrano. Una via difficile capire e smontare le ragioni, solo che sotto si trovano diritti violati, negati, eguaglianze rifiutate, quello che anche oggi ci accade attorno.

  4. La “voglio” la volontà della speranza, non posso permettere che mi rubino anche questa, che vita sarebbe senza?

    Però è inequivocabile:
    c’è un mondo di serie A e uno di serie B, morti di serie A e morti di serie B, negli ultimi decenni soprattutto.
    Hai purtroppo molta ragione a riguardo Will, e così mi sorge spontanea una domanda:
    perché le stragi di cristiani, le stragi per questioni di fede non sollevano proteste, manifestazioni, indignazione e orrore?
    Indipendentemente dall’essere o meno cattolici.

    Dove sono coloro i quali (leggi la Sinistra) la difesa dei più deboli, dei diritti violati, della giustizia, erano capisaldi, bandiere, forza, unione e fondamento?
    Dove sono???
    Alcune battaglie, alcune prese di posizione … sono scomode?

    A livello politico ci si occupa di tanta fuffa, invece che prendere posizione per diritti inviolabili (come quello del credo, della fede, e di tante altre cose di fondamentale importanza e NON negoziabili per l’uomo….)
    Ecco qui sì che ci vorrebbe molta volontà della speranza per cambiare e ritornare ai fondamenti e alle priorità della persona umana con una dignità da tutelare sopra ogni altra cosa.

    Ecco, questo hai sollevato Will 🙂
    Grazie per avermi dato occasione di dire la mia.
    Un sorriso speranzoso
    Ondina

  5. Hai ragione Ondina sul silenzio di quella parte politica che si era presa il compito di difendere i deboli, solo Landini ormai ripete che ci sono problemi di diritti e di rappresentanza dei più deboli. Ma non è solo questo che si osserva, un razzismo di fatto nel sentire è evidente, ci sono fattori quali la distanza, il colore della pelle, il credo religioso che ottundono la sensibilità . Il macello dei sunniti nei confronti degli sciiti oppure tra etnie diverse nel nord del Mali, un palestinese è meno morto di un israeliano, un copto conta meno di un cattolico in Egitto, un Kurdo meno di un turco e potrei continuare. C’è una doppia insensibilità che nasce dalla diversa religione o etnia come se fossero meno uomini o soffrissero di
    Meno. Già in casa nostra è difficile che l’attenzione verso un rifugiato africano vada oltre la simpatia perché non è annegato. C’è un calo feroce di solidarietà umana, una chiusura crescente nell’individuale che porta a non vedere, non provare emozione emozione profonda. Questo mi fa paura perché rimuove i problemi, si spranga la porta e si spera che non ci toccheranno. Ma nella globalizzazione nulla è ormai di un solo luogo. Gestione dei conflitti si chiama la scienza che cerca di rendere compatibile ciò che esula dal l’umanità non violenta, ma è solo la ragione del più forte e non risolve alcuna domanda.

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