Rare faville di neve su tetti bianchi. Il caffè l’ho rovesciato. Una tazza intera mentre un biscotto attendeva d’essere inzuppato. La delusione del biscotto meriterebbe Cioran. Come potrei parafrasarlo? Solo nel disfarsi il biscotto trova la sua natura, irrigidito nella cottura eccessiva, come pensiero stantio, si libera nell’intridersi di natura altrui. Ovvero come rendere un’apoteosi la delusione e far dello sciogliersi tra nature una metafora dell’amore. Se l’amore non cambia la sostanza imbibendosi dell’altro, che amore è?
Della vigilia del voto scriverò domani, oggi curo l’anima che non ha vigilie. Un passo di un’epistola in versi di John Donne
Una sospettosa presunzione sta di casa in questo luogo,
e l’avere tante orecchie quanto tutti hanno lingue;
pronti a vedere i torti, lenti ad ammetterli.
indurrebbe al silenzio e a un diverso ascolto: ascolto te oppure ascolto me? Ovvero Ti ascolto per trovare una mia ragione oppure per sentirti entrare con le tue ragioni.
Le ragioni si dovrebbero mischiare come si fa con le carte perché il gioco precedente non si ripeta, ma ogni volta le possibilità facciano il loro lavoro.
Mischiare le ragioni e cogliere i segni e le immagini. Dare un significato alla taroccata vita e fermarsi sui segni per straniarsi dal consueto, dall’apparente.
Posso dire con sicurezza che il caffè versato era peggiore di quello nuovo, ne sono sicuro: era un segno che mi occupassi di me senza distrazione. O forse, romantica presunzione, era un pensiero che scoccato da distante voleva raggiungermi e dirmi qualcosa che dimentico nell’abitudine. Anche la neve, che continua indolente a cadere, è segno di un guardarsi attorno: non ci si chiude in casa se non per paura, ma si resta a casa per scelta e ci si guarda attorno per vedere come si è.
Nel tuo dire esplicito ho trovato tracce d’innumerevoli rintocchi
e l’aprirsi all’amore che, ostentato, era meraviglia e insicurezza,
il timore che sfuggisse l’attimo
dileguando in un richiamo importuno,
o che il dubbio prendesse un posto che non era suo.
Del doman non v’è certezza è l’invito alla pienezza, mia cara,
e il rigetto di ciò che ha scalato il cielo e poi è caduto
ma ora vola, altro dirà di te.
Non ascoltiamo le stesse cose, non leggiamo gli stessi segni, ma ciò non impedisce che nel caffè che si versa io veda un richiamo ad altri caffè non versati, la sequenza di quelli che seguiranno in diversa (versa e diversa hanno la stessa radice che è versus, ossia il part. pass. di vertĕre volgere) e più agevole compagnia.
Non ti curare del senso, che di me io parlo, che ascolto ma odo e si rincorrono le voci della polifonia di Biber.
Odo la neve, odo il segno d’un tempo che scade se messo nell’abitudine, odo l’accento di una lingua che non è la mia. Odo e ascolto la prima neve di una quasi primavera.
C’è un po’ di malinconia in ciò che scrivi, anzi è proprio malinconico. Poi mi ha parlato del suo libro, che sta andando bene e che ristamperanno. Tu sai che il mio non verrà ristampato ed è vero che è malinconico, anche se mi pareva, scrivendolo, la malinconia gioiosa di chi racconta un po’ di sé e un po’ quello che è stato, senza rimpianti veri e con la speranza di un futuro che continui la sua storia. Noi non siamo mai cosa, ed è vero che l’ ultima passione offusca le precedenti. Purché sia vera. Con l’età abbiamo bisogno di non raccontarci più balle per non scivolare nell’apatia del tutto uguale. Così in questa domenica sera, anziché di me e dei miei sogni, ti racconterei la compatta forza del ciliegio che fuori stringe le sue gemme e oscilla alle folate del burian. Ti racconterei il sommesso scorrere del fuoco nel camino, la sua richiesta di attenzione senza fretta, la musica di Bach che non è mai la stessa e che si sposa con l’umore mutandolo. Ti racconterei le mie letture che saltano tra curiosità e passioni e così evidenziano il tempo e la necessità di non subirne la tirannia. Il tempo non può scegliere per noi, è questione di dignità e bisogna ricordarlo. Forse lo pensava Katherine Anne Porter che guardo in una fotografia in cui è evidente la sua notorietà. Così ti racconto di lei e di come la vedo in una di quelle pose da terza di copertina che usavano gli editori e i fotografi di Life, negli anni ’50, con la luce davanti, il fondo scuro nel bianco e nero che accenna a libri e quadri. C’è un paralume plissettato di color ecrù, le tre luci sono spente, eppure la Porter legge seduta alla scrivania, controluce. Si intuisce una macchina da scrivere nascosta dal foglio che tiene in mano. Altri fogli sono sparsi sul piano, il messaggio che il fotografo vuole trasmettere è quello di un nuovo libro nel suo farsi. Ma è lei che vorrei descriverti. Ha sopracciglia curate e sottili, un viso bello, la fronte troppo ampia per un bianco e nero che la confonde nei capelli biondi. Al collo porta un filo che presumo d’oro, e finisce in un pendaglio. È il triangolo che lascia vedere della sua pelle, il tener per sè e per chi sceglie ciò che la riguarda. Il resto. Oggi si usa meno. Però lei molto dice nei suoi libri, è già famosa e sa di essere brava, si è prestata a questa foto come si presta ai cocktail, alle presentazioni, alle cene ufficiali. È bravissima, tra le grandi scrittrici americane, eppure non può sapere che la sua scrittura sbiadirà sovrastata dal clamore di troppe parole di altre e altri. Posso immaginare un suo sogno che è quello di poter essere normale pur restando ciò che è, ossia una persona che ha un dono speciale: quello di raccontare le vite che non si raccontano. La piega della bocca, appena piccola, rivela un intento senza allegria. È perplessa, adesso deve fare questa foto, ma il pensiero è lontano, incerto tra un futuro che dev’essere creato e un presente a cui non è possibile abbandonarsi. C’è fatica nel dire, e dubbio, e perplessità perché chi scrive è giudicato. Fuori della posa e della fotografia continuerà a scrivere mettendo un molto di sé, e qui sbaglia chi pensa che ci sia solo ricordo nello scrivere, no, ci sono molte delle vite possibili, quelle che sono state precluse o vissute in parte. E così in ogni grande scrittore, c’è moltissimo di sé, ma sparso ovunque, con la dote di essere più d’uno e mai intero.
Fuori il vento scuote gli alberi con violenza, si infila sotto le porte, i prossimi giorni ci racconteranno i danni e li attribuiranno all’eccezione, mentre sappiamo che non è cosi, ma mutare, come scrivere, costa fatica. Meglio farsi raccontare la realtà che viverla. Anche questo porta malinconia quando ci si rende conto d’essere inermi e volutamente muti. Ignavi, insomma. Comunque questa storia della malinconia è vera, tienne conto. Che sia una serata buona per entrambi e che i sogni spingano il giorno.
Erano circa le 17.53 e si preannunciava una serata intensa, ma soprattutto arrivava un tempo pessimo. Quel circa le 17.53 potrebbe far pensare ad una mia mania di esattezza, in realtà era l’ora inesatta del computer che era diversa da quella dell’orologio al polso e ancora diversa da quella della sveglia. Le 17 sono l’ora in cui il pomeriggio diventa sera, il tempo dei poeti che meditano sulla polvere, il tempo della stanchezza dopo il lavoro, il tempo in cui si esce per incontrare qualcuno. È il tempo in cui gli amanti si pensano, le gambe si avviano, le spiagge d’estate si vuotano e chi è in montagna ritorna. È stata autorevolmente sostenuta l’inadeguatezza di quest’ora per cose solenni, per l’inizio di ostilità, per concludere trattati. Alcuni ne hanno ravvisato la funzione di osmosi tra il pomeriggio e la sera, cioè il modo per lasciare che i contenuti utili al prosieguo del giorno possano avere la loro centralità e quindi esprimersi totalmente. È una tesi suggestiva, seppure di scarsa utilità perché pare che non si filtri nulla del tempo e delle giornate ma bensì tutto scorra e se vada per suo conto. Che poi è anche il nostro conto. Comunque gli alberghi ad ore alle 17 registrano una caduta degli arrivi e un crescendo di partenze e questo dovrà pur significare qualcosa. Le circa 17.53 sono nel frattempo diventate le circa 18.04. Altra ora impossibile per chi voglia leggere qualcosa che non sia un quotidiano; a nessuno viene in mente di affrontare un romanzo a quest’ora, però un film al cinema ci potrebbe stare. Sono belli i film alle 18, c’è una fauna di pensionati e di sfaccendieri, cioè persone che non si curano di fare, che amano il cinema o sono semplicemente interessati alle labbra e al corpo della persona a fianco. Sono belli questi film perché ti fanno transitare dalla luce o dalla modesta oscurità della prima sera, alla notte e quando esci sei ancora intriso delle vicende del film e il traffico, le luci, le persone, la stessa coppia che si era dedicata con molta attenzione al benessere specifico, appaiono differenti. È la stessa sensazione che si prova quando si arriva di sera in una città sconosciuta e devi trovare l’albergo, o la casa o almeno un luogo per attendere una coincidenza, e nel frattempo tutto è estraneo, ma al tempo stesso sembra ti debba chiedere qualcosa. In fondo ti chiede chi sei, ma si capisce che non gli importa molto. E a te questa cosa un po’ dispiace perché oltre a non riconoscere ciò che ti sta attorno capisci che non interessi a nessuno. A meno che tu non faccia parte della coppia di cui sopra. Le circa 18.18 sono l’ora perfetta in cui sfumano le possibilità, il film è già iniziato, l’articolo è finito, per la cena è presto, si potrebbe scrivere. O telefonare. Che bella questa parola ormai in disuso, telefonare, mandare la voce distante, tele fonare. E non solo la voce, musiche, silenzi, perplessità, scoppi di riso e di pianto. Voi vi aspettate che io vi dica che non si telefona più. Ebbene è così, contenti? Mi rendo conto che la prevedibilità non è una buona dote per uno scrittore. L’alcolismo era una buona dote, il feticismo degli oggetti, la capacità di mutare il senso delle parole, la costanza (D’Altavilla? chi era Costanza d’Altavilla, su, rispondi, non consultare Wikipedia. Non hai studiato a suo tempo, eh, e neppure sei siciliano e adesso non recupererai più. Resterai come sei, come ti sei fatto, alle 18.23 di una sera che non promette nulla di buono per il tempo e dovrai decidere se uscire o meno verso noccioline e aperitivo. Ma leggiti qualcosa su Costanza d’Altavilla, la madre di Federico II e ti sembrerà un romanzo, anche perché dove trovi misteri a josa, colpi di scena e una gravidanza a 40 anni con un marito di cui si dubitavano le doti segrete nel talamo?). Dopo una parentesi così, con pure il talamo in mezzo, si sono superate le 18.32. Circa. Fuori è notte. Fa freddo. Sta arrivando il burian, vento freddissimo siberiano che polverizza la neve in cristalli e la lancia sui visi attoniti di tanto cambiamento climatico. Ma non doveva essere caldo tutto l’anno? E invece il marito della buriana ovvero la tempesta che improvvisa prende le vele, le squarcia, scuote le finestre e le porte delle case, le irrora di acqua gelida, piega gli alberi, si annuncia per folate che sollevano e avvolgono senza alcun bene né rispetto, sta arrivando. La buriana che portò l’inverno del ’29, ma anche quello del ’96, corre verso questo lago che ci ostiniamo a chiamare mare, sta correndo contro le ore, contro le correnti caldo umide dell’Africa, che noi amiamo molto in inverno e nelle stagioni di mezzo, mentre pare che molti amino solo il caldo ma non amino i profughi dall’Africa. Ma come, preferiresti solo i lupi siberiani, allora? Prendi l’uno e anche l’altro, si compensano e non preoccuparti che poi se ne vanno perché in fondo qui si sta bene ma solo se ne hai i mezzi per star bene altrimenti stai male come dappertutto. Intanto la buriana sta correndo perché qualcuno le ha aperto la porta e questo è il cambiamento climatico. E così mentre attendo che arrivi il suo preannuncio, leggo, guardo il buio, conto le luci delle case vicine, vedo preparare le prime cene e rimando l’uscire a un tra poco. Quando saranno circa le 20, e allora, forse, il burian sarà giunto o forse no, ma intanto guarderò chi esce dal cinema vicino, vedrò le loro facce sorprese, mi godrò lo spaesamento che ben conosco e l’affrettarsi verso una casa, una pizzeria, un letto. Tutto questo per un moto e un essere presi che è stato trattenuto dentro a un cinema, in una vicenda che non c’entra adesso e spaesa. E allora… Qui ci dovrebbe essere una morale o una fine, oppure un riassunto circolare di ciò che è accaduto. Resta alla fantasia di chi scrive concludere o meno, e questo non è magari un modo per instillare un dubbio, mettere una piccola certezza, farsi una domanda? Sono circa le 18.45, tutto deve accadere nelle vostre vite, guardatevi attorno. E guardatevi dentro, se ne avete il coraggio.
In quell’egoismo che stentiamo a riconoscere, a volte, non c’è chi vorremmo ci aiutasse con la presenza. Bisognerebbe ricordare che lo stesso facciamo noi quando riconosciamo una richiesta di aiuto e ci schermiamo per una qualche impossibilità. Non è cattiveria e neppure indifferenza, è che l’umano che c’è in noi ha un contatore che dice che non ce la fai. Forse è quel limite strano che tutti quelli che santi non sono attribuiscono agli altri e chiamano egoismo. Oppure è uuna incapacità di essere sempre troppo fuori di te. O ancora, più semplicemente, è un limite. Abbiamo limiti e dovremmo accettarli, in noi e negli altri.
Dovremmo ricordarcene quando una risposta non è come la vorremmo perché conosciamo cosa significa essere soli e rendere più soli.
Dovremmo esserne coscienti, quando ci pare d’essere trascurati, che se non c’è stata risposta, un qualche motivo ci sarà pure ma noi non lo sappiamo perché è difficile dirlo.
Non ci basta, quando si sta male è l’aiuto che conta, non la giustificazione della sua assenza. E allora anche il dolore di un’assenza dev’essere accettato, un dirsi: non sei come ti vorrei, ma ci sei.
Tutto complicato e difficile perché si svolge in quella terra piena di trabocchetti e di solitudine non cercata che si chiama bisogno d’amore. E nessuno, neppure i solitari, quelli che scelgono di stare per loro conto prescindono da questo bisogno. Certo un solitario è più portato a cercare in sé risposte, ma anche lui cerca un’anima con cui parlare, un dire che non si ferma alle parole e ai silenzi.
Questo riguarda tutti e non c’è maggiore solitudine di quella che non riesce a dire, che ha una particella di sé da mettere altrove e non trova il luogo. Poi c’è chi si accontenta, chi attende che passi, chi seppellisce sotto coltri di momentaneo altrove il bisogno, ma questo è lì, pronto a chiedere e i conti si fanno con la solitudine più sola, quella che il poeta chiama con atroce gentilezza il cuore del mondo, ma è anche un fuoco che si spegne prima di una partenza, un treno che s’allontana, un guardare uno schermo che non s’illumina, questo è il cuore limaccioso dell’assenza.
Mi ha preso un’euforia leggera. Quel modo felice di vedere le cose, le persone che fa cogliere i particolari, pensando siano rivolti a me. Non come persona ma a me come attenzione e che dicano: finalmente ti sei accorto che ci siamo, c’eravamo anche ieri, anche prima, ma eri distratto, non ci mettevi nella tua vita. È uno stare che assomiglia al guardare il soffitto dopo aver fatto l’amore, quando ci si accorge che la luce disegna per suo conto e gli occhi si socchiudono sprofondando in una leggerezza stanca e felice. Sarà per reazione ma il giorno dopo la celebrazione luccicante degli amori, le cose scorrono lievi e naturali: la cortina breve di gelo nell’ombra cede al sole, l’aria ha già parecchia primavera dentro e mi pare di capire bene che amare non è un verbo ma una condizione personale, che ci riguarda e ha vie proprie.
Il giorno dopo san Valentino si può amare la limpidezza, il gesto, l’aprire una finestra su ciò che ci riguarda e dimenticare che giudicheranno il nostro amore. Parl3eranno di ciò che non sanno e non vedono, ma questo non li fermerà nel catalogare l’incatalogabile. Assomiglieremo, per chi guarda, a qualcosa di conosciuto anche se non è vero, però non importerà. Quello che c’è un giorno nell’anno non ci manca mai e anzi c’è di più nei giorni successivi o antecedenti perché è diverso prima di essere uguale.
Così mi piace il giorno dopo che non è un passato, mi piace ciò che è complicato da scrivere, da dire e a volte neppure facile da vivere. Mi piace scoprire che in ogni particolare c’è un pezzetto di quell’amore che fa vedere, che chiede di condividere. Cura anzitutto, è condividere: comunicare ciò che senti. E non importa se ciò che si racconta è grande o piccolo, è importante in sé, è un’attenzione prima che un’attesa.
Il giorno dopo san Valentino, ma ogni giorno in cui mi rendo conto che amare è una condizione necessaria e mai sufficiente, mi piace lasciare che questa sensazione avvolga, che incarti qualcosa che per commozione si scioglie e che imbeva questa carta di giornale, di realtà, facendosi più forte di essa. Mi piace pensare che essa coincida con l’infinito da scoprire e che ci siano parole così belle da pronunciare e che per questo non sono ancora state dette, ma sentite sì, intuite, accolte.
Mi piace fischiettare nei giorni che non sono san Valentino perché ci sei e questo toglie ogni vergogna al mostrarsi felice.
e forse bastava l’ultima frase a spiegare ciò che non si spiega
E poi scopri che le statistiche hanno ragione, che è vero che le analisi delle questure denunciano meno reati, meno violenze di dieci anni fa e che gli extra comunitari delinquono come gli altri, magari anche un po’ meno nei reati più odiosi, ma scopri anche che siamo noi ad essere diventati violenti. Siamo violenti virtuali, scatenati sui social e pronti a ingrossare la prima coda forcaiola nella vita. In questo tollerare, allevare violenza, crescono i nostri figli, i nipoti. Non esiste più ritegno, discernimento, capacità di vedere l’altro come uomo, ma è solo l’essere che ci contraddice, che non la pensa come noi, un nemico. nel mare dell’indifferenza di ciò che accade attorno ci sono atolli di amici e di nemici.
Favino recita un monologo a Sanremo che vale l’intero festival, leggi i commenti e il bravo c’è, il plauso non si può negare all’evidenza, è bravissimo, dicono, però si critica l’oggetto, l’importanza, la canzone della Mannoia, che invece di queste canzoni di accoglienza che ormai hanno stufato come il nigeriano all’angolo, potrebbe cantare fratelli d’Italia, no? E visto che il festival si paga con i soldi degli italiani, qualcuno dice che si poteva parlare d’altro. Di cose nostre. Ne abbiamo di cose pulite e belle che non occorre dire, anche se bene, cosa prova un immigrato. E a spese nostre poi. E lo dicono in buon italiano alcuni, senza tutti quegli strafalcioni, quelle k da smartphone, e così la violenza diventa educata e forte, ha la pulizia di chi sa e non è più un’opinione, ma la disponibilità a essere folla, a giustificare, assentire, ad accompagnare un processo di segregazione. Di identificazione del nemico.
E non crediate di salvare i sentimenti, di erigere muri invalicabili, quando la violenza diventa modo di pensare investe tutto, anche ciò che è vicino e ci contraddice. Siamo diventati più violenti e pronti ad esercitare violenza, occorrono capri espiatori per trovare ragione del malessere. Ma non basteranno, non basterà più raccontare balle, bisognerà inventarne di più grande. Anche le bugie hanno una scala e per far diventare nemico l’altro bisogna che la bugia sia adeguata allora si giustificherà qualunque agire. Violenza compresa.
E bisognerà trovare giudici consenzienti, giudici che guardino prima alle attenuanti e poi ai reati. Allargare le maglie della legge per far divenire la violenza un’opinione, un testa a testa prima virtuale e poi reale perché quando ci si guasta dentro non si distingue più, si è peggio e basta.
Sotto le curiosità leggere e fugaci e verso l’alto ciò che con difficoltà si raggiunge, s’intuisce frammezzo lo spazio sconosciuto. Nulla è superfluo e tutto lo è. La ricerca che non si chiude, l’interrogare per pezzi, in piedi. Il peso di ciò che sfugge mentre s’incastra e rammenta che il semplice non è la somma delle complicazioni, ma la loro riduzione a fatto. Di qua la complicazione e il suo servire, sia essa un treno, un libro, un aereo, un’equazione, di là il guardare, lasciar entrare, cogliere il limite come filo che conduce. Quanti libri si leggono in una vita? Hanno calcolato che 3000 è un numero ragionevole, ma quanti restano? Tutti, e tutti in quel libro che siamo noi. Io sono le mie scelte, ciò che non ho letto di me, ciò che sono stato, i miei luoghi comuni da smontare, quelle sensazioni che non ho ancora provato ma già si sono annunciate, sovrapposte ad altre più urgenti. E io sono semplice, non sono la somma delle complicazioni, dei funzionamenti, ma lo sguardo che curioso vuol vedere. Ecco la definizione del raccoglitore di qualsiasi cosa: lo sguardo che vuol vedere e non si sazia.
L’increspatura in un angolo, il ramo che appena spunta nel campo visivo, l’ ultima lama di sole sfuma l’ oscurità in segmenti d’oro. E legge titoli che si sentono abbandonati sugli scaffali. Avevano il senso di una emozione, ora sono un contenuto a volte importante, a volte passato e testimoniano tempi e passioni. Che dire della con fusione se non che essa è un’ unione difficile, feconda, tirannica e rassicurante. C’è tutto il possibile non stato e il possibile compiuto. Tutto allineato, dentro e fuori, con fuso, e illuminato.
Non ho mai smesso di occuparmi di politica, e tu lo sai, ho semplicemente taciuto su quello che facevo, come occupavo il mio tempo libero. Ho sorvolato anche sui contrasti che sentivo come ferite a un pensare maturato negli anni, fin da giovane. Sapessi quanto radicato è in me questo pensare e come faccia parte del mio modo di vedere il mondo. Si tratta del non estraniarsi, dell’essere parte di qualcosa che non sono solo io, ma si divide e nasce con altri. Però tacevo mentre partecipavo, come faccio ora, perché mi è impossibile non farlo, anche senz’altro ruolo che quello di avere una speranza da irrobustire con le azioni. Credo che questa necessità nasca molto presto in me, perché m’infastidisce il lamento continuo, l’invettiva gratuita e priva di azione, mi respinge il noi e il loro. Questo popolo, che siamo noi, è fatto di tutto quello che c’è, compresa l’anima nera, compresi quelli che denunciavano gli ebrei per avere la taglia e i loro beni. Qui i santi e gli eroi, che pure esistono, non fanno la massa, sono silenti e non aspettano che le cose cambino ma provano a cambiarle. Berlinguer ha detto con una bellissima frase, che era rimasto fedele agli ideali della sua gionezza, in questo luogo in cui le giovinezze vengono indefinitamente protratte, gli ideali si sono lasciati perdere.
Hai notato che sempre più spesso trasmettono serie televisive in prima serata che parlano di persone comuni, di sessanta/settantenni che parlano di loro. Quelli che le producono hanno semplicemente capito che chi guarda la tv a quell’ora non sono né i giovani né i quarantenni, ma quelli che andavano a letto con carosello e che adesso sono diventati tanti e potenzialmente spendibili in questo paese. Guarda le pubblicità e vedrai che cambiano per mettersi in comunicazione con loro. E sono questi che dovrebbero aver conservato e trasmesso, gli ideali della giovinezza, sono gli immersi e i salvati dal ’68, quelli a cui è stata graziata un’ esistenza grigia, fatta prevalentemente di divieti. Invece sono tra i brontolanti, i teorici del loro e del noi che si sentono giustamente vessati ma non fanno nulla perché le cose cambino. Così, dopo aver pensato che toccava ad altri, che avevo già fatto troppo in vita mia, anche in errori, tentativi, abbagli, ho capito che non ce la facevo a ritirarmi solo con i miei libri. Non potevo guardare la realtà così come la interpretavo senza esprimere un’opinione e sommessamente ho ripreso a fare politica, come posso e mi sento, ma lo faccio, perché non è giusto lamentarsi se non si è almeno feriti da una lotta.
Vedi, si pensa che ci siano compiti precisi nella società, che chi si è assunto il compito di fare le leggi, di amministrare, ha responsabilità più grandi di quelle di chi viene amministrato. In buona parte è vero, però se non eleggo qualcuno che sia meglio di me, se non ho un’idea di futuro, se gli ideali sono definitivamente perduti, chi mi governa dovrebbe essere un illuminato dal ruolo che risolve i problemi con la bacchetta magica facendo contenti tutti e vedendo contemporaneamente il presente e il futuro. E tutto questo avendo i miei stessi limiti e magari qualche principio in meno. Insomma una sorta di mago Otelma, ma senza trucco. Ti pare possibile?No, e infatti non lo è, perché fare politica è esprimere una preferenza e un’analisi del presente e dire quale futuro si vorrebbe, ma non nel paese dei balocchi e neppure a costo zero, perché qualcuno alla fine deve pagare quello che viene dato e prima non c’era.
Sono stanco di chiacchiere, di rarrazione, cioè che mi dicano cosa dovrei vedere quando vedo altro e come molti, per questo, oltre a votare controllo quello che viene fatto in corso d’opera, se mi era stata promessa una cosa e se ne fa un’altra, chiedo ragione. Questo è il mio modo di fare politica che non si esaurisce nei dieci minuti in cui metto una croce. Ho applicato il concetto giuridico che mi vuole attivo e controllo chi riceve il voto, quello che la legge dice passivo ma invece ne fa di cose e ne promette di più. Visto poi che mi fanno scegliere sempre meno chi vorrei votare mi accanisco di più a sorvegliare chi mi è stato imposto e protesto perché voglio scegliere. Non mi convincono più i giochetti, e non perché sia diventato particolarmente furbo, ma perché se qualcuno tradisce la mia fiducia mi va sotto i tacchi.
Non scelgo dappertutto, non potrei mai ritrovarmi a destra e neppure al centro, ma quando tre anni fa ho cominciato ad allontanarmi da quello che era il mio partito, era perché esso non era più quello che meritava la mia fatica. C’ho fatto persino un blog allora, per chiarirmi le idee e l’ho chiamato essilio, perché da qualcosa mi sentivo allontanato. Pensavo di scrivere un diario delle mie difficoltà, poi mi sono accorto che diventava inutile perché era la passione che veniva messa in discussione, perché improvvisamente, io, con le mie idee, i miei ideali ero diventato vecchio.
Questo è un luogo in cui il lamento è facile ma a me piace capire perché le cose non mi andavano bene e se se n’era andata la speranza. Esigente lo sono sempre stato, però qualche ragione, un futuro comune, una lotta forte e con risultati, mi convincevano, ma il partito in cui ero allora, e pure con ruoli dirigenti, era diventato un posto in cui era difficile discutere, fare la minoranza. Tante, troppe parole e troppi cambiamenti senza analisi di ciò che accadeva, insomma due anni fa ho scritto la mia lettera di dimissioni, e senza nessun clamore me ne sono andato. Perché essere di parte è una scelta , e quella ormai non era più la mia parte, ma restava il partecipare, che è un dovere. Mi sono fatto tante domande e molte me ne faccio ancora, però capivo che stava mutando il modo di fare politica in maniera così radicale da impedire che gli errori si sanassero e anzi si accumulavano uno dietro l’altro, scavando una voragine tra gli elettori e gli eletti. C’era supponenza e arroganza, le peggiori facce del potere, e la vicenda della Costituzione me l’ha confermato. Non mi piace una politica in cui uno comanda e gli altri ubbidiscono, per questo è necessario partecipare.
Sai, non capisco gli indifferenti, quelli che tutto è uguale e tutto gli va bene. C’è quella bellissima pagina di Gramsci in cui dice che odia gli indifferenti e mai l’ho capita come in questi anni, prova a pensare: con il diffondersi delle notizie, con la possibilità di vedere il mondo e non solo ciò che accade ma che probabilmente accadrà, oggi le persone dispongono di una possibilità di mutare la loro condizione e il loro futuro come mai è accaduto prima nella storia dell’umanità. Eppure si depongono le armi della critica, si vede l’insorgere di nuovi separatismi, di minacce per la pace, l’eguaglianza sparisce , i giovani emigrano, il lavoro si precarizza e le persone si ritirano nel lamento. Pensano di non contare nulla nell’epoca in cui l’opinione pubblica non è mai stata tanto potenzialmente forte. Per questo odio gli indifferenti perché sanno ciò che accade e pensano solo al loro tornaconto, perché non vedono che il presente, perché s’imbastardiscono di soddisfazioni momentanee e attorno creano le premesse del deserto. Se tutti fossimo indifferenti saremmo meno di pecore, potrebbero toglierci e darci secondo convenienze di chi ha il potere e già lo fanno. E invece il potere odia quelli che si interessano, che lo controllano, perché questi forniscono ad esso un’alternativa, creano le premesse per scalzarlo.
Così senza dirtelo ho ripreso a fare politica, ma tu lo sapevi, l’hai sempre saputo. Sai cosa mi manca? Non i miei anni giovani, ma la forza del sentirsi assieme, di capire che una causa grande è parte dello sforzo di tutti. Sto bene da solo, però per fare politica servono molti consapevoli, serve che ci si senta di andare avanti, non solo di difendersi, ma di affrontare i problemi e di risolverli. Non tutti ma uno alla volta e posso assicurarti che è una grande soddisfazione perché hai la coscienza di aver fatto insieme un piccolo passo avanti e da lì si può fare altra strada. Questo è far politica, ma tu questo lo sai.