fallimenti & co.

Nella storia dei fallimenti perpetrati, subiti, inseguiti con determinazione hai trovato positivi riscontri: qui una crescita, lì una fermata prima dell’abisso, appena oltre una cicatrice che ora sorride, ma ancora duole un po’.

Si sa signora mia, il tempo, l’età, la testa. I fallimenti sono lucertole da prendere per la coda, delicati, ma perfetti per stare al sole, percorrere pietre e rendersi conto che si è vivi.

Eppoi i fallimenti mica te li invidia nessuno, solo tu li puoi capire e capisci anche dei successi non resta nulla ai comuni mortali, che solo tu li ricordi, che a te parevano importanti e agli altri già subito un po’ meno. I fallimenti, invece, ti hanno preso a sberle, corretto con la violenza che cambia davvero, ti hanno costretto a tirar fuori la forza che non pensavi di avere. Ma sopratutto i fallimenti erano te. Non c’è stata fortuna a favorirti, anzi, non di rado, il caso ti ha girato le spalle, oppure non hai capito a tempo che non potevi fare affidamento solo su di esso. Spesso è bastato un nonnulla per rovesciare quello che sembrava andare per il giusto verso e questo ti ha insegnato che la distanza tra una vita e un’altra è davvero minima. Almeno all’inizio, poi divarica.

I fallimenti ti hanno detto che il tempo passa e non è galantuomo, che non verrai risarcito, ma la vita è davvero tua se ritenti.  Capisci che i fallimenti sono la tua misura, che la prossima volta accadrà ancora, ma sbaglierai un po’ meno. I fallimenti sono diari che ti ricordano chi sei stato e te lo dicono davvero, senza sconti e tenerezze. Ed è da loro che senti che la vita è un orologio, bisogna regolarlo ogni tanto e caricare ogni giorno: segnerà un’ora che pare la stessa ma è diversa. Ancora una volta, riproverai, ancora una volta approssimerai il successo che solo tu hai dentro. E sarà sempre un nuovo vivere.

calda primavera

Piccoli schiocchi, 

rumori di cose in cerca di sistemazione notturna,

amici d’abitudine:

il giorno ha avvolto la casa d’inopinato calore

ed ora stira le sue ossa di pietra. 

Tra i muri vecchi, 

s’è svegliata la lucertola nel suo nido di malta,

è la stagione dei contrasti, 

il calore fluisce, ondeggia, 

incarta la notte col giorno, 

e poi posa nel vicolo, 

tra case e finestre ormai scure,

Così tornando nell’ora tarda 

m’ha accolto un abbraccio, 

un tepido sapore di casa e di sonno.

Lo assaporavo, ricordo,

finché un fruscio di fogli scivolati

s’è disteso in più stabili equilibri,

e l’ultima lettura è entrata nel sonno.

C’era la mimosa

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A casa si sapeva dell’otto marzo. Mia madre diceva che era una giornata per le donne, c’era la mimosa, il senso di una particolarità, ma non si sapeva bene cosa augurare e in fondo tutto era come gli altri giorni. Però c’era molto rispetto. La violenza era stata prima, difficile sfuggirle in quegli anni. Il rispetto era nelle persone che si erano messe assieme, segno che si poteva sfuggire ai proverbi, al dover essere di qualcuno come identità. E non era questione di mitezza, anche se mio padre era una persona pacifica e decisa, era il valore del rispetto che in casa non era solo una parola e quello che si dava agli uomini era lo stesso per le donne. Mia nonna diceva che suo marito non le aveva mai detto neppure tirete in là, per scherzo. Quindi anche prima il rispetto era un valore, una sostanza per quella specie d’amore che circolava allora.

Mio padre, io stesso, siamo cresciuti da soli con donne, e il prendersi reciprocamente cura è stato naturale. Uno scambio, pur restando nei ruoli. Anche il rispetto si apprendeva tutti i giorni, magari con qualche ceffone per aiutare il concetto, ma non era una fatica. E’ stata una fortuna, anche se penso che sia la violenza ad essere innaturale, non la comunicazione e il rispettarsi. In più oggi c’è molto, la possibilità di andarsene, ad esempio, ma capisco che in una casa si gioca molto più che un rapporto d’amore, si crea e si riproduce ciò che c’è all’esterno. A volte si pensa d’essere in un isola o in una fortezza ben munita, ma in tutto questo chiudersi, in realtà si chiudono solo gli occhi. E il microcosmo dei rapporti in casa sarà in piccola parte ciò che accadrà fuori. La coscienza delle donne cambia gli uomini, li mette davanti alla loro debolezza, per questo sono loro che cambieranno il mondo. In meglio. 

la malora

I grandi spazi sono immersi nella penombra, dove di solito c’è lavoro, persone, rumore, solo silenzio. E’ mattina, fuori c’è il sole, ma la luce fatica a farsi strada tra le alte pile di carta, tra le grandi macchine ferme. Una è lunga più di cento metri, progettata e realizzata in azienda. Un serpente di rulli, di pinze pneumatiche, di piccoli tunnel di ferro dove ogni cosa è stata pensata per essere perfetta. Il risultato perfetto, qui non ci sono tolleranze. Ma è tutto fermo. Alle difficoltà crescenti di un mercato che non perdona ed ha reso precaria la vita di chi vi lavora, si è aggiunto il furto dei cavi elettrici. La malora. Quello che fa andare tutto storto. Un mese fa uno dei due titolari si era ucciso in azienda. non aveva retto dopo anni di fatiche per resistere, alle difficoltà crescenti di pagare gli stipendi, ad una situazione che ormai era consegnata alla volontà delle banche.  In fondo non serviva altro che un po’ di fiducia, di apprezzamento per un lavoro che ha clienti e commesse, ma non c’era stata. Fiducia e lavoro, le uniche due forze che hanno fatto crescere questo territorio, non ci sono più. Le banche che hanno appoggiato i soldi facili dell’immobiliare, ora sono piene di insoluti. Bisognerebbe chiedere loro conto della devastazione del territorio, dei soldi facili basati sulla crescita del valore degli immobili, ma nessuno o quasi, ha più voce, né voglia. Servirebbe Iacona per raccontare questa storia. Una storia bella d’impresa, dove l’imprenditore lo trovi in camice in azienda e sa tutto del prodotto, del ciclo lavorativo, delle macchine che servono per dare sostanza alle idee. Una storia iniziata all’università, come lavoro per mantenersi agli studi, rilegando enciclopedie a fascicoli. Conoscere, do you remember?, Fratelli Fabbri. Ogni casa ne aveva una. Poi passione per il lavoro, crescita, mercati, estero. Una bella storia, come tante altre che hanno affollato il nord est, fino a questi anni. Fino alla fatica a reggere la concorrenza. Qui la parità dollaro euro significa il 30% di sconto prima di cominciare a discutere, ma è così. I mercati ragionano in dollari. Allora con le difficoltà c’è stato lo stringersi attorno all’azienda. Potevano andarsene, non l’hanno fatto. I lavoratori l’hanno capito. Ci si affeziona al lavoro. Non è questione di articolo 18, è che se uno ha un mestiere, quello può fare. E chi gli dà lavoro, di lui ha bisogno.  Sono i lavori dequalificati, quelli dove uno vale l’altro, e che sono sempre più diffusi, che mancano di rispetto al lavoro. Lo impoveriscono e lasciano chi lavora senza identità. Un po’ di soldi e basta. Qui non era così, pur tra le difficoltà e la fatica.  

Bisognerebbe ci fosse un’etica anche nel rubare. Togliere i cavi delle dorsali elettriche per vendere il rame ha messo in ginocchio tutto e tutti. Un danno immane che nessun rame rubato commisura. Un danno che pesa su chi è in ginocchio e fatica ad alzare gli occhi. Un danno che è una pugnalata. Servirebbe etica anche nel rubare. Non si ruba il lavoro a chi non ha alternative. Servirebbe Iacona per raccontare. Servirebbe fiducia. Loro ci provano. In silenzio. Ancora.

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Quando potrete riprendere? Gli ho chiesto.

E chi lo sa. Un mese forse. Sono cavi speciali, li fanno su misura. Pensa che sono lunghi 150 metri e pesano ognuno 7 quintali e mezzo e li hanno tranciati e sfilati tutti. Stiamo facendo ancora l’inventario delle automazioni distrutte per sovraccarico. Dovevano essere in tanti: c‘hanno impiegato una notte intera. E hanno fatto un disastro. Anche negli spazi di lavoro. Sembrava fosse cascata una bomba. 

Non c’è rassegnazione, ma la botta è stata devastante. Il lavoro, i contratti da rispettare. I clienti da non perdere. Con fatica ci provano. Con immensa fatica.

uno stile calligrafico

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Il pendolo risuona nel bagagliaio con quegli armonici dolci d’acciaio che vibra. Non a caso si chiama acciaio armonico, penso. Perdersi per un momento nei particolari porta a un dialogo che guarda dentro. Cosa si sente in quel pezzo di realtà che non è più tale proprio perché è un pezzo di noi? I particolari, nell’osservare, nell’estrarli dall’insieme, hanno un linguaggio molto diretto, sensuale. Sono grana, asperità, morbidezza, densità, colore intenso che resta o che sfuma. E tutto trova rimandi, simmetrie, in noi. Così nello scrivere, o nel fotografare, o nel dipingere, si porta all’esterno qualcosa che ci appartiene profondamente. E lo si guarda, spesso insoddisfatti perché approssima, ma non siamo noi stessi una approssimazione di ciò che potremmo?

Di che colore è la mia anima? Di quale consistenza? Uniforme o ambigua di più nature? E di questo impalpabile, che pure c’è, emerge un colore e una sensazione tattile che la riconosce e l’approssima. Il pendolo tintinna sui dossi, il suo rumore che evoca ciò che farà appeso, suonerà le ore e i quarti ingentilendo il tempo che scorre. Quel tempo.

La stilografica traccia segni, comprensibili e netti. Sono parole che rimandano ad altro, che spiegano sempre in parte, ma il segno ha una sua vita, distinta dai significati di ciò che si legge. Per questo mi piace leggere e scrivere a mano? Grossezza del tratto, asole che si gonfiano e si stringono, t non tagliate, allineamenti e altezze regolari. Dimensioni. Né troppo, né troppo poco. Mi piace scrivere, penso, e di più sui fogli bianchi perché le lettere si succedono orizzontali. Perché rappresentano il mio ordine e mi rassicurano. Corrispondenze tra dentro e fuori. Non è questione di forma, ma di altro dialogo e questo modo di usare i sensi diventa stile, penso, modalità di vita. Nella ricerca di chi si è, il particolare notato è specchio in cui riconoscersi. La fatica senza fretta è dare significato a ciò che colpisce. Non spiegarlo ad altri, ma a me. Ci sono analogie con il sogno in queste corrispondenze, come se esso continuasse nei simboli attraverso il giorno. O viceversa il giorno continuasse nei simboli, nella notte. Perché mi piacciono gli orologi meccanici, penso? Le ruote dentate che si muovono regolari, scorrono come il tempo che misurano arbitrariamente. Guardandole sono pezzi di metallo, precisi, belli a loro modo, insieme agli altri diventano segni, corrispondenze. Perché mi piacciono gli inchiostri, i pennini, i colori? Eppure non sono un buon disegnatore, penso. Quale mancanza sto colmando con le mie passioncelle? Se indago benevolmente, trovo nei piaceri, nei particolari che mi attraggono, cose che si svolgono con lentezza. Che sbocciano. Vita che cresce, che colgo nei particolari. Prima era occultata, poi si palesa. E’ specchio che mi mostra. Cosa? E’ il limite? Non direi, c’è talmente tanto da vedere, sentire, toccare, annusare che mi riporta a me che non c’è limite, penso.

Alla fine, lietamente capisco che non mi conosco, ciò che scopro mi affascina e questo non mi chiude, ma cerca corrispondenze continue con l’esterno. Che esterno e interno si parlano, diventano sé. Ciò m’induce a cercare negli altri ciò che m’assomiglia, penso. Che sia questo una parte del bisogno d’amore ? So che entrambi non si esauriscono, la ricerca e il bisogno, e in questo non finire, non finisco.

il blues del flaneur

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Finito il mattino.

Una sorsata lunga, con un colpo di tosse. Succede agli ingordi di vita d’aver bisogno d’aria e di espellerla con violenza. Preparare il pranzo, un rito, una sicurezza. Bricola per la barca. Musica di sottofondo, orecchiette ai broccoli, polpette al sugo. Buone. Così il vino rosso e i pensieri che saltano. Come su un torrente in montagna: da un sasso all’altro, con timorosa allegria. Si apre il pomeriggio, mettere in fila sogni, pensieri, desideri. Lavoro, obblighi. Eh sì ci sono anche quelli nella vita del flaneur. Guardarsi con benevolenza, lisciare il pelo al gatto e leggere ciò che è scritto. E ciò che è scritto è ciò che ciascuno scrive. Fa sentire liberi questo. Si può dire di no, oppure sì, e c’è una sottile soddisfazione nel farlo. Conformarsi a sé. Lasciare che il pensiero corra e pensare a chissà che.

Pomeriggio.

https://www.youtube.com/watch?v=kwC1Wb-qUJY

del perseguir l’inutile

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Oggi qualcuno, in radio tre, si chiedeva perché e a chi si scrive. Sembrava mi stesse parlando: scrivi per te? E chi se ne frega…

Capisco, bisogna scegliersi un interlocutore. E allora io scelgo te che sei curioso e paziente. Maschio o femmina, ti chiedo di sederti e ti mostrerò le parole che metto in fila. Alcune mi piacciono molto, sono piene di significato e simboli, altre le uso perché sono me, le porto appresso da sempre o quasi, altre ancora mi sono piaciute ma si perderanno, comunque quello che ne esce mi riguarda. Ma qui mi fermo perché la testa è tua e se posso permettermi, quel chi se ne frega, lo puoi adoperare subito, ma è un po’ fascista. Cioè si interessa poco degli altri e in particolare di chi non la pensa allo stesso modo, ha la puzza sotto il naso di chi si sente al disopra. Però se questo è il limite dell’attenzione, allora forse rappresenta in modo improprio, ma bene, ciò per cui uno può scrivere, l’utile ad esempio. Oppure l’attenzione legata a un vantaggio possibile (ancora l’utile). Oppure, ancora, il bisogno d’apparire (che è anch’esso legato ad una utilità personale). Naturalmente ci sono molti altri motivi per cui una persona scrive, ma se guardi bene, il concetto di utilità si troverà spesso. Qui invece c’è molto di inutile, diciamo che al più riguarda i curiosi, i perditempo che si fermano a guardare i lavori e giustamente pensano che li farebbero meglio.

Il rapporto tra chi scrive e chi legge, mi ricorda la fatica di chi guarda, da dentro, l’orologio della torre. Si è saliti per il panorama, ma se si legge l’ora, ascoltando il ticchettare dei meccanismi, è una soddisfazione. Così emerge che, per me è importante ciò che non ha un fine su cui si misurare il successo, e la fatica di leggermi sarà, al più, un andare assieme da qualche parte.

Allora scrivere è distillare parole, lasciare che salga il loro grado alcoolico attraverso il sentire, berle degustando, e pensare ad altro. Ché poi è proprio quest’altro che c’interessa, non l’utile o quello ch’è scritto, ma ciò che ha suscitato.

sidereus nuncius

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le stelle vivono nel giorno, ma

conoscono la solitudine della notte,

il brivido dell’assenza,

i letti vuoti,

l’amore che si disfa piano

in briciole di luce.

Guardi nel cielo e ti meraviglia,

il mistero che si svela,

le cose che si ripetono nuove, 

ma non senti il sommesso grido che l’attraversa,

l’abbraccio che non stringe,

il ruotare vuoto, 

secondo leggi d’abitudine?

Non c’è luce in cielo,

non abbastanza,

a volte è buio pure il giorno,

però genera il barbaglio d’un lampo,

l’ ipotesi d’amore,

l’attesa, 

il mutare che spinge i corpi l’uno verso l’altro, 

e nasce fuoco che trasforma,

perché, come ciò accade?

Emerge dal cuore, cristallina,

l’età dell’innocenza, 

equazione che posa,

invertendo tempo, abitudini, 

orbite,

perenne, il desiderio suo.

dove l’amicizia non può vivere

Il potere non ha amici. Basterebbe ricordarsene quando lo si esercita, ed è un dovere esercitarlo se l’hai cercato e accettato. Basterebbe saperlo quando hai folla attorno, quando le lodi sono eccessive. Lo sono sempre e lo sai. Basterebbe capirlo quando ti parlano male dei tuoi avversari, per cercare il tuo consenso. Basterebbe che te ne facessi una ragione e non cercassi l’amicizia dove non c’è. C’è una diversa solitudine nel potere, una solitudine che inebria, che distacca. Non è la solitudine che acquieta, ma quella che inquieta ed isola. Bisognerebbe combattere il potere che porta via da noi, riportarlo a servizio, a coscienza del non essere indispensabili, ma solo portatori di un’idea che ha la grande occasione di diventare realtà. Basterebbe capire che si è davvero soli, e accettarlo. Per quanto dura. E non cercare di farlo durare per sempre.

piccole libertà

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Prendersi un’ora per sognare. Ad occhi aperti, come da bambini, e guardare fuori dalla finestra.

La voce della maestra (c’è sempre una maestra) che diventa brusio dolce mentre gli occhi s’attraggono senza fuoco né fretta.

Gli occhi collegati ai pensieri, scorrono e fissano. E’ guardare senza vedere, cogliere colore da mettere nel sogno.

Gorgogliano le immagini dentro: una polla traccia cerchi attorno. 

Coscienti piccole libertà, ed una incosciente cura.

Manutenzione della fantasia. Dono a sé. Arte del sognare.