giorni nebbiosi

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Stanotte c’era nebbia. Molta, come a volte di usa da queste parti. Le luci dei lampioni illuminavano cerchi ristretti di giallo. Verso l’alto apparivano finestre insonni. Quando si è innamorati e vicini, la nebbia spinge a stringersi di più, protegge e isola l’intimità. Ma genera anche il desiderio di caldo, di casa, per cui i passi si fanno più rapidi, i percorsi netti e decisi. Nella nebbia appaiono e scompaiono le cose, sfumate e ricche di un mistero che solo in questi casi mostrano. I suoni si attutiscono, assorbiti nella miriade di goccioline sospese. Forse anch’esse entreranno in vibrazione prima di cadere su quel suolo che si bagna: flatus vocis.

La nebbia come metafora: travisamento delle cose, alterazione dei sensi, bisogno del calore di qualche certezza.

Ognuno di noi naviga nella nebbia come può, ha una luce interiore, una morale naturale che se non indica la strada con precisione, almeno permette di chiedersi chi siamo.

Già, chi siamo?

I nostri gesti anzitutto, ciò che è tangibile e che pur contenendo incertezze e ambiguità, dice molto di noi, delle nostre paure più che delle speranze. Ad esempio, chi invoca la necessità e la convenienza, espone paure nel merito della scelta. Ci dice che sceglie per un fine che non è quello di cui si parla o si vorrebbe, ma è necessitato a farlo, insomma non si sente libero. Libero da cosa e da chi? Quanti amori si spengono perché c’è una necessità, una convenienza che rende il coraggio più arduo. Negli atti conseguenti alle parole c’è un sentire che si palesa ed uso l’esempio dell’amore proprio per la sua carica di eccezionalità che cambia davvero le vite. Se ci si ferma davanti al mutare, sentito come determinante del vivere presente e futuro, con quanta più facilità ci si possono raccontare storie sulle motivazioni di ciò che si fa. E, badate bene, non penso che il coraggio in qualche modo c’entri, perché, a mio avviso, il coraggio è qualcosa che non fa conto della vita futura ma è il kairos, coglie l’attimo. Ho letto di recente un libro che parlava della correlazione dovere/coraggio, cioè il compiere ciò che si deve senza delegare ad altri il compito. È anche questo, ma spesso ci viene chiesto un libero coraggio che include la partecipazione al futuro, e questo è il coraggio che preferisco, quello senza medaglie, che agisce e agirà di conseguenza.

I gesti sono noi e il nostro contrario (la necessità), ma dietro ad essi c’è un pensiero, c’è uno stare interiore prima dell’essere. Noi diciamo che siamo confusi, oppure che abbiamo principi, diciamo che ci poniamo domande o che siamo in evoluzione, che siamo indecisi e stiamo vagliando, che ci dispiace, che siamo concordi, ecc. ecc.. Ognuno di questi stati d’essere, e molti altri descrivono la superficie di un flusso, ma non dove esso stia andando e neppure se siamo immersi in esso, se nuotiamo contro corrente o ancora se noi siamo flusso. Per capirlo bisogna scendere oltre la sensazione ed andare in quel luogo oscuro che motiva molto del sentire e molti gesti. Ognuno ha le sue tecniche, anche per starne alla larga, ma comunque lì dentro c’è il chi siamo davvero. Il fatto che questo emerga per bolle di coscienza, che ci metta davanti alle contraddizioni che allegramente ci teniamo, non rileva più di tanto. Anzi per fortuna è così, altrimenti saremmo prigionieri di una necessità che non evolve. Però trattare con quel chi siamo, farlo dialogare ed evolvere con noi, è cosa necessaria per un insieme di parole che ci appartengono e descrivono desideri: serenità, felicità, equilibrio, leggerezza, consapevolezza. Basta sapere che esiste questo noi con cui dialogare, che non è così mutevole di opinioni e che ha un set suo per valutare ciò che accade. Che ci accade. I risultati del dialogo interiore sono sempre precari, non definitivi, ma fanno fare passi avanti. Tutto questo dirada la nebbia? A volte riporta la certezza del sole e dell’estate e non è poco, quasi sempre distingue l’alone fiabesco dalla realtà delle cose, aiuta a separare le chiacchiere dai fatti. E anche questo non è poco, perché alla fine il gesto diviene consapevole, non parla d’altro, ma resta all’oggetto per cui lo si compie. In questo momento di nebbie senza fiaba, senza amanti e senza case accoglienti, ha una discreta importanza sapere dove andare, chi si è e in cosa si crede.   

p.s. con molta eleganza il presidente del consiglio ha definito chi non la pensa come lui: accozzaglia. Se il libero pensiero ha questa implicazione, sono parte di questa accozzaglia.

urbano morbido e scabroso

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La sera scende presto e con essa il freddo. Chi cammina affretta il passo, non c’è più il conversare lento dell’estate e del primo autunno. La città può essere morbida o scabra, dipende dallo sguardo e dagli altri sensi cooperanti. Procedere per coppie di contrari aiuterebbe a vedere l’altro lato dell’evidenza, ma è fatica. Eppoi quanto influisce lo sguardo, quest’aria così limpida e colorata d’artificio? 

C’è una conseguenza nelle cose fatte, pensavo, che si cela tra i ricordi. Nei fallimenti ci sono ferite di cui non si vuol vedere la profondità, ma se ne sente il dolore sordo. Oltre la cicatrice. La cicatrice si esibisce, la si racconta, ma non il resto. Le viltà, le paure risolte ne diniego, i danni collaterali di ogni battaglia che si racconta vinta. In qualche modo, vinta. Non ci si accetta mai per davvero e la macchina del mutare ciò che è stato, rende morbida, quasi gloriosa, la percezione dell’errore. Che tale non era, inizialmente, ma lo è diventato vivendo. Uccidendo e alterando ciò che è accaduto davvero. Come se chi si perde avesse una colpa, dovesse rispondere a un genitore severo che chiede conto della propria paura, del tempo buttato, della fatica impiegata per ritrovarti.

Anche nei successi accade. Sono spesso solo una diversa modalità del fallire e lasciano una sensazione di vuoto onnipotente dopo il riconoscimento. Ci si rende conto che ognuno di quelli che avevano plaudito, aveva un motivo. Per questo si è soli. Alla fine. Come nel fallire. Però non si ha freddo, la casa è calda, le persone ti salutano.

Ma perché è così? 

C’è un bisogno incredibile di ordine nella città. Forse è la serenità che manca. Oppure l’equilibrio. Quest’aria insolitamente limpida evidenzia geometrie che si sovrappongono. Finestre chiuse da mattoni e intonaco hanno lasciato traccia sui muri. Dove c’è pietra, dapprima ci si sporgeva oppure si guardava da quelle finestre. E si riceveva luce. Poi qualcuno aveva spostato muri, aperto nuove visuali. E chi c’era, se n’era andato avanti. Aveva deciso di cambiare. Con il sapere amoroso accumulato, i sentimenti ordinati e disordinati, aveva bisogno di un diverso vedere. Nel disordine c’è passione, avrà pensato, e così l’ha frenata attraverso l’ordine nuovo. Si è chiusa una vista e impostato un diverso modo di vedere la strada, il giardino. È sembrata una spinta al soddisfacimento di un nuovo che si era affacciato dentro, costretto o meno era anch’esso un fallimento del prima e un successo del presente.

C’è un bisogno immotivato di ordine nella città. Ci si stupisce volentieri nelle case altrui di ciò che confonde. Si cerca il colore, la diversità in altri luoghi, ma non vicino a casa dove fa rumore o dipinge i muri. C’è un successo che si sovrappone al fallimento, dentro di noi, che rende intolleranti. Sopprime la curiosità, chiude le braccia a difesa della casa interiore. Ed esonda nello spazio prossimo: dove si vive, si è.

Il mio ordine è l’ordine, ne ho bisogno per capire da dove entra il dis-amore. Non mi sento sicuro se le cose non sono a posto. E così rinuncio al tempo. Sacrifico sull’altare di un ordinato presente il vaporoso magma di scelte che porta con sé il tempo. Non potrei fare altrimenti, ci devono essere punti di ancoraggio. Vie diritte e cartelli che indichino i luoghi. Non posso vivere nell’anomia. Essa è il teatro del fallire, del non essere riconosciuti, dis-amati. Sapessi quante solitudini si sono chiuse nell’ordine, quanto esteriore ha sostituito l’interiore. Ne abbiamo bisogno per ancorarci a qualcosa. L’ordine è diventato l’altro nome dell’innocenza, espressioni asintotiche di un essere che non si raggiunge, che non trova equilibrio. Se fossimo in equilibrio saremmo allegramente indifferenti alla paura. E invece è la paura che ci tiene assieme.

Morbida è la mia città interiore. Ordinata e conseguente a ciò che sento. Scabra è la città che mi urtica la pelle, che non tiene conto della mia fragilità, del confine labile tra fallire e riuscire. È una città che può ingigantire indifferente, la mia solitudine. Le città ideali del ‘500 erano piene di sole, rassicuranti nelle geometrie e dell’occhio del principe. C’era un confine netto tra il disordine delle vite e l’ordinato fluire del potere. In esse si sacrificava la libertà dei molti a servizio di quella dei pochi. Ed erano vuote, desolatamente belle e vuote. Anche adesso è così? Ci viene chiesto di ordinare le libertà, arginare il disordine interiore, trovare un equilibrio estetico che aiuti a confermare il proprio potere sulle vite? Forse è per questo che ci svuotiamo del caos, delle passioni in cambio di una sicurezza che non appartiene. E neppure c’è. È solo vantata. Giustificazione di un fallimento, di una paura così grande da escludere. 

Le periferie sociali non sono gradite, soprattutto in centro. 

l’amore al tempo dell’incertezza

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Ne erano nati degli altri. Sott’acqua. Prima timidi accenni, come a tastare attorno la possibilità di crescere. E di essere individui completi pur facendo parte di un ceppo: uno e tanti assieme. Poi i nuovi getti, rinfrancati, puntavano verso l’alto con una gioia trasfusa in quel verde limpido che solo l’acqua riesce a estrarre.

Lei mi aveva detto che in un articolo, pubblicato in qualcuna delle riviste scientifiche americane che seguiva, c’era la conferma della presenza di neuroni vegetali. Quindi un sistema parallelo che percepiva, elaborava, reagiva agli stimoli, forse parlava con le altre piante quando le propaggini dell’ una evitavano di intralciare l’altra. Un ordine segreto contro la confusione che impediva di crescere, che dava e toglieva energia, esponeva alla luce oppure occultava. Un lavorio di stimoli che consideravano naturale la condizione dell’immobilità relativa e quindi dovevano sviluppare alternative per l’incontro o la difesa.

Questa era l’incertezza, ovvero percepire, elaborare, vedere l’occasione e il pericolo, eppure essere immobili. Sentire l’amore che nasceva e non sapere se fidarsi di farlo crescere o meno, in una condizione di società vischiosa, senza orizzonte lungo e quindi scevra di speranze. Non era questa la scelta nel relativo, ovvero far nascere e considerare da subito l’idea che finisse sentendo già il peso dell’ uccisione dell’amore. E non era questo finire dell’ amore uno strappare la possibilità con le sue radici, impedendole di essere realtà?

Altrove accadeva qualcosa, questo era certo, ma cosa? Comunque c’era chi si lasciava andare a facili entusiasmi, chi sviluppava superficiali alternative, chi, ancora, semplicemente si fidava perché non poteva fare altrimenti. Era tutto così complicato e semplice. Come per una pianta l’essere in balia di uno stupido animale brucante questo generava un’accettazione del presente. Solo il presente.

Il tempo dell’incertezza.

E del passato solo la confrontabilità, utile all’occasione, per rafforzare gli assoluti così relativi da essere circoscritti tra virgolette. Un “per sempre”, un “mai come adesso”, il “mio amore definitivo”. Ed erano così difficili quelle parole che si gettavano in avanti, quasi a rassicurare sé prima dell’altro, da essere pronunciate troppo spesso, cosicché le trajettorie si riducevano, come non avessero peso e si svuotassero nel volo. Poi il passato tornava con grosse bolle di ricordo, ma restava il rammarico e l’automaticità, non la sua capacità di generare futuro. 

Il presente, il piacere, il dis-piacere, ciò che passa e ciò che resta. Come se il tempo fisico si fosse cristallizzato in un perenne adesso, così fragile che qualsiasi evento esterno, fato (?) o casualità, l’avrebbe mandato in frantumi. E il noi con esso. Perché nel tempo dell’incertezza comunque il noi veniva coniugato, l’io era solitudine ed essa era ancora più acuta quando i punti attorno erano indecisi sul da farsi. Franavano e seppellivano oppure smottavano lontano. Per caso.

Leggevo cronache più che racconti. Diari e quotidiano. Oggi mi è accaduto questo, quest’altro, domani ci sarà quello… Non riuscivo a cogliere da questo raccontare, la prospettiva, le speranze, cosa si sarebbe voluto accadesse, come se i desideri si fossero spenti nell’indeterminato desiderio che tutto vada bene. Ma cosa e come lottare perché ciò avvenisse, questo no, non c’era.

La dimensione dell’uomo è il racconto, più o meno analitico, a volte superficiale, ma mai banale per davvero. Mancava questa dimensione. Quando si parla del racconto del presente si dice qualcosa che ha un substrato da cui si alimenta, una cultura, un insieme di convinzioni che generano desideri. E una prospettiva. L’incertezza uccideva la prospettiva. E con essa, l’amore ne soffriva, non diventava passione. Capacità rovente di piegare il tempo verso di sé, di noi.

Avevo ascoltato in una conferenza molto affollata, uno psicanalista junghiano dire, che questa era l’epoca in cui le passioni s’erano spente assieme alle ideologie. Le persone si erano guardate smarrite e poi avevano applaudito. Anche quando aveva detto che i simboli e i miti resistevano, e restavano una riserva per costruire mappe e riferimenti, avevano applaudito. Ad altre conferenze con un altro psicanalista, molto in voga, lacaniano, si erano dette parole diverse. Sembravano ricche di speranza, basate sulla volontà, quasi fosse possibile uscire da soli dall’imbroglio in cui si era finiti. Ad un certo punto, parlando dell’amore e del tradimento, aveva fatto una serie di considerazioni che mi parevano molto legate alla morale cattolica più che alle persone e alla natura dell’amore. Ma in fondo diceva cose di buon senso, sull’attendere, sul posticipare il definitivo. Mi perdevo a pensare che con tre concetti, forse meno, imbastiva una conferenza di un’ora e mezza e c’erano applausi scroscianti. Le persone si alzavano sorridendo. E io capivo che aveva descritto una rotta per l’età dell’incertezza: puntare sul consolidato, su quello che è stabile, riempire i vuoti di buona volontà.  Ma l’incertezza era dappertutto e noi eravamo immobili: lo sentivo questo, lo vedevo, ma al tempo stesso speravo di sbagliarmi.

Serviva una mappa, anche un portolano andava bene, perché solo navigando si sarebbe usciti dall’immobilità. Oppure bisognava rivoluzionare il modo di vedere le cose, non considerare più il movimento come risorsa della speranza, ma partire da ciò che si era e sviluppare nuove capacità di relazione. Nuove sensibilità che percepissero l’ambiente, le sue positività e i suoi pericoli. Questo era rivoluzionario per una cosa apparentemente immutabile come l’amore, aveva bisogno di nuove parole, di nuove certezze e di altrettanto nuove promesse. Diceva che era necessario stringersi quando c’era il vento e la paura, e allargare le braccia per lasciare entrare aria e luce. Diceva che non bisognava sempre sovrapporsi, togliersi spazio, ma che sapere dov’era l’altro era sufficiente perché l’amore fosse vicino. Rivoluzionava abitudini, rendeva semplici cose difficili e viceversa, ma conservava una dimensione del tempo perché l’amore è fatto per durare non per scadere nel presente.

E mi chiedevo come tutto questo potesse entrare in un nuovo raccontare. Perché raccontare è rendersi conto, guardarsi attorno, sentire in maniera così profonda che subentra il traboccare e il trasmettere a chi può ascoltare. 

Me lo chiedevo e guardavo le piante che sembravano aver trovato un nuovo equilibrio, e ne ero contento per loro. E me: si può trarre non poca gioia, e lettura della realtà, dalla cura una pianta.

 

 

 

io e Napoleone

Questa notte Napoleone passeggiava nel vicolo. Non sono impazzito e non parlo di un gatto. L’antefatto, parecchio datato, che me l’ha riportato alla mente, è che per diversi anni ho avuto una scrivania, non mia, legata al ruolo, su cui aveva firmato un decreto il generale napoleonico Massena. Un decreto importante dove per la prima volta si imponeva una tassa sull’estimo, ovvero sul patrimonio, ai possidenti veneti. Talmente importante questa tassa, che successivamente persero l’abitudine di farne.

Era una scrivania molto bella e scomoda. Allora i generali erano più bassi, o meno alti, ed io che non ero generale, né avevo un bastone da maresciallo nello zaino, ma ero un metro e novanta, urtavo con le ginocchia. Così riflettevo che un po’ di umiltà a schiena diritta faceva bene ed era giusto adeguarsi: abbassavo la sedia e mi tenevo la scrivania. Perché mi piaceva il pensiero che un generale, di quelli che facevano comunella con Napoleone, si fosse seduto e avesse firmato, con una penna con pennino, intingendo da un calamaro, il decreto che diceva: uè garçon da demain chi più ha, più paga. E gli altri attorno, ad alta voce : oui, mon general, c’est just et bon, (bon gli veniva bene perché anche in veneto si dice così), ma pensavano : ta morti cani, te sì apena rivà e zà te robi da chi che ghe n’ha. 

Questo mi riconciliava un po’ con Napoleone, che non riuscivo a rendermi simpatico, perché non mi pareva amasse molto la libertà come dono ai popoli, ma preferisse un’ interpretazione della libertà sotto tutela, da regalare a parenti e amici fidati. E poi con Venezia si era comportato non male, peggio, un rottamatore che aveva rottamato il popolo prima della Repubblica. Qui mi fermavo e mi chiedevo se ero diventato di destra perché il motto della rivoluzione mi pareva la sola cosa importante degli ultimi 200 anni: eguaglianza, libertà, solidarietà era sceso in questa pianura imparruccata. Napoleone parlava di queste tre parole, faceva i comizi, solo che poi razzolava male. Mah, avevo le idee confuse.

Come stanotte che pensavo a quanto accaduto negli Stati Uniti con l’elezione di Trump e sentivo i passi di un cambiamento che risuonavano nel vicolo. Cos’è un vicolo, se non una metafora rappresentata fisicamente, un angolo delle nostre piccole sicurezze che però nel difendersi chiudono le vie d’uscita riducendole ad una. Ed è il posto dove pensiamo di conoscere tutto o quasi, ma basta che un passo non conosciuto risuoni e riemerge la precarietà di un mondo, che sembra solido, ma è solo in equilibrio.

Da ragazzino, andavo a ripetizione di francese da un amico più grande, che abitava in una casa strana, fatta soprattutto di scale e stanzette. Una quasi torre, dependance del palazzo Polcastro, dove Napoleone aveva dormito, ospite del conte. Era diventato proprietà delle suore, ma era quasi vuoto d’uso e vocazioni e con questo amico, in silenzio, si potevano percorrere scale e corridoi, fino alla sala decorata ad api d’oro. Una vera preziosità, realizzata in tutta fretta per onorare l’ospite, potente e augusto. Napoleone era passato, avrà notato che c’era stata attenzione, forse, sarcasticamente avrà sorriso: si era passati dai gigli di Francia alle sue api pur sempre francesi, e aveva creato un bel po’ di nuovi adepti. Ma a lui, che passava come un fulmine, cosa poteva interessare delle piccole beghe di popoli che neppure vedeva? Lo disse anche il Manzoni, che amava la velocità: il nuovo che sbaragliava il vecchio perché lo disorientava, non adoperava le stesse tattiche e codici, vinceva e anche se non convinceva, non gli importava più di tanto. Tutto vero, ma poi ricomponeva il tutto nel potere assoluto di chi doveva dare libertà, e c’erano state incoronazioni anziché repubbliche e il ripetere i riti di ciò che sembrava abbattuto. La storia va avanti per suo conto. Il potere come servizio ai problemi dei molti, non gli interessava, ma questo non contava allora come non conta adesso, ed io lo sentivo sprezzante e sciupone: fare la storia a modo suo era certamente da grandi, ma lasciava dietro un sacco di macerie.  

Voi direte che c’entra il vicolo come angolo in cui cerchiamo tranquillità e l’insicurezza attuale? Poco se la storia non insegna nulla, se pensiamo che le sicurezze siano per sempre, se non abbiamo valori comuni da difendere e non lo facciamo. Non è chiudendosi nel vicolo e ascoltando i passi che siamo più liberi, meno minacciati. Quello che accadrà, e che sta già accadendo, è un mutare di cose che si consideravano intangibili, il lavoro, il welfare, la stessa nozione di libertà e di democrazia. Però basta pensare agli errori e alle sottovalutazioni commessi tra le due guerre, alla crescita dei fascismi e del nazismo, alla loro necessità di indicare nemici vicini, tangibili e soprattutto eguali alle classi interne bistrattate dalla crescita delle ricchezze e dell’ineguaglianza, per trovare analogie. Guerre di poveri tra poveri.

E se un grande come Napoleone che aveva lasciato così tante tracce, che aveva fatto e molto disfatto, che aveva reclutato persone, anche qui, da portare a Mosca e invece morte alla Beresina, alla fine aveva ripercorso non gli ideali che lo avevano generato, ma il potere personale, non è forse il popolo, ovvero noi ad essere l’unico guardiano vigile perché il peggio non accada, perché l’umanità sia salvaguardata attraverso l’esercizio delle proprie piccole libertà?

Il vicolo è corto ma non troppo, ha qualche anfratto, un cortile e abitanti discreti, quindi è il posto ideale per guardare il corso, che poi è metafora del mondo. Ma stanotte  i passetti che sentivo ho pensato fossero i suoi, di Napoleone, sempre più nervosi, perché anche i grandi vogliono essere riconosciuti, cercati, amati, ma anche arginati e il popolo ha grandi possibilità di farlo quando non si affida a un capo. 

san Martino

In questo giorno i carri dei fittavoli e dei mezzadri, se l’annata non era stata soddisfacente, andavano in cerca di una nuova casa sperando in migliore fortuna. Perché di fortuna e non di diritto si trattava e se la mezzadria era già un passo avanti rispetto alla servitù, la vita di quelle persone era consegnata comunque all’indigenza, alla fatica, alla malattia, all’interminabile sequela di disgrazie che accompagnavano la miseria. Beppe Fenoglio ne parla in un racconto: la malora, cupo come la sorte che si accanisce, ma proprio l’etimo del titolo è sbagliato perché non si trattava di una condizione momentanea, ma di una vita di stenti e di insulti, di angherie che toglieva dignità alla persona. Le vite si chiudevano in silenzi cupi, con scoppi improvvisi di rabbia (ho raccontato tempo fa del delitto della contessa Onigo da parte di uno di questi quasi servi della gleba) e solo emigrare sembrava dare una alternativa, ma anche in quel caso i pochi che ce la facevano erano accompagnati da tanti che soccombevano oppure proseguivano altrove vite di stenti. Ebbene queste persone desideravano gli stenti e l’arbitrio di casa quando furono in guerra. Perché è bene ricordarlo, la guerra fu soprattutto di contadini contro altri contadini. Persone che guardavano il terreno e ne vedevano i pregi e i difetti oltre a scavarlo di trincee. Persone che conoscevano i nomi delle piante, ed erano in grado di usare gli attrezzi e di farli. Persone messe assieme in una accettazione del destino che investe chi non si ribella, ma che pensavano ai campi e ai lavori da fare a casa, alla miseria che cresceva finché loro erano al fronte.

Le lettere dei soldati dovrebbero essere lette e spiegate ai ragazzi nelle scuole. Credo che non sia rimasta alcuna percezione di cosa avvenne e quanto esso fu disastroso per le famiglie. Piccole prosperità distrutte assieme alle vite, orfani a non finire accanto a non pochi figli nati fuori dal matrimonio. Tutto venne occultato in una propaganda che parlava di santità della guerra e di una sua giustizia che non c’era e non ci poteva essere.

Penso ai comandanti e ai non tanti che vedevano gli uomini prima dei soldati, alla razionalità anche nel combattere contrapposta al puntiglio, che erano posizioni di minoranza di fronte all’inutilità di posizioni da raggiungere e abbandonare subito dopo, alla pianificazione di attacchi fatti di ondate dove gli ultimi dovevano camminare sui morti che li avevano preceduti. Cosa avranno pensato nel giorno di san Martino quei contadini già immersi nel freddo, nella paura di un ordine.

Ungaretti si guarda attorno e usa le parole scabre e definitive della poesia.

Eppure, lo dico per esperienza, se andate a san Martino del Carso non c’è traccia di queste persone. Se andate sulle doline del san Michele, non c’è la presenza di queste vite. Ci sono i monumenti, lacerti di trincea, ma non gli uomini, o meglio non la loro umanità.

Anni fa cercavo un luogo: la dolina delle bottiglie, dov’era morto mio nonno. Volevo rendermi conto di cosa vedeva, se sentiva l’odore del mare, se c’era terra attorno. Pensavo che qualche riferimento l’avrebbe rassicurato anche se non era un contadino. Il luogo non riuscii a trovarlo, non c’era nelle mappe militari, e al più si poteva indicare una zona. Così mi dissero, perché quello che scrivevano nei registri, spesso erano toponimi locali oppure nomi inventati dagli stessi soldati. Ma c’era comunque poca terra, una petraia e finte quote di colline inesistenti. Qualche lapide dispersa sui muri dei paesi. Nessun ricordo. Di centomila morti contadini in un fazzoletto di territorio non erano rimasti che i sacrari e le cerimonie delle autorità.

Ai ragazzi di adesso cosa viene trasmesso di quanto accaduto in quei luoghi, come si riesce a far parlare le vite per non disperderle nel nulla? Credo che l’identità di un popolo sia fatta non tanto della storia, ma della sua umanità. Che se dovessi parlare in una scuola a dei ragazzi delle medie direi loro della sofferenza del non avere identità, dignità. Gli racconterei non dei generali, quelli verrebbero dopo, nella sequela infinita di errori, ma di cosa pensavano e scrivevano quelle persone a casa, perché noi siamo cresciuti sulle loro vite. Gli direi che molti di loro conoscevano la famiglia e la fatica e molto meno l’Italia e che essere liberi, poter scegliere, era un privilegio.

E partirei da san Martino e dai traslochi per dire che un tempo la stragrande maggioranza di chi lavorava la terra e quindi del Paese, era precaria, ma che ci fu un momento in cui anche questa precarietà sembrò una felicità perché le stesse persone stavano peggio. E che san Martino era un militare che tagliò il mantello per darne metà a una persona che non aveva nulla. Era un militare che capiva la miseria e rispettava la dignità.

Sì partirei da questo.

Buon san Martino a tutti.

parole quasi amorose

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Ci fu un tempo che amai ciò che era perfetto.

Poi mi conquistò l’imperfezione nascosta. Infine il disordine apparente, la falla beffarda nell’ordine.

Degli infiniti nomi di dio che diamo a ciascun amore,

riconoscendo nell’altro l’impossibile da definire, troviamo noi e la diversità che gli appartiene:

e lì, c’è un definitivo stupore.

E quella diversità, è così perfetta e desiderabile,

così assurda nella sua fragilità e forte d’ansia d’essere,

così definitivamente appartenente e parallela,

che metterla nell’ordine sarebbe una bestemmia.

Tu non eri ordine, ma infinita pazienza della contraddizione.

Eri l’abbandono e l’abbraccio, il trovare col barlume del conosciuto, la certezza del diverso.

Eri l’impossibile che non si racconta,

la paura che si spegne nella pozzanghera della luce,

il cuore forsennato di tutti i passati possibili, fuso in quell’unico reale che ti conteneva.

Eri la parola che arrossiva la voce, che rendeva dubbioso l’accento.

Eri la solitudine cercata e il corpo riunito.

Di tutto ciò che ti era accaduto, nulla sembrava più naturale della spinta di un caso che mi ricomprendeva.

Eri l’incontro che gettava reti per non nascondere la luce che scoccava ad ogni tocco, ad ogni carezza.

Se la tua pelle non fosse stata un’infinita emozione, sarebbe stato solo un piacere,

e dei piaceri non si ha memoria, ma solo rimpianto del possibile che non hanno generato.

Così accoglievo il tuo disordine in me, lo mescolavo al mio e ne vedevo l’infinita forza di mettere ogni cosa nella sua importanza.

E il disegno appariva, nitido e naturale,

finché si scriveva, graffiando, indelebilmente l’anima.

la corretta pronuncia dell’amore

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Ortoepia  ovvero la corretta pronuncia delle parole, ma tu come pronunci la parola amore?

Tieni la a lievemente chiusa come fa il cuore che, prima di lasciarsi andare, ha un piccolo brivido di paura?

E la emme è tenuta a bada perché non raddoppi d’entusiasmo, perché non corra sulle sue gambine per abbracciare e farsi festa e poi distendersi. Al modo, e con la fiducia, dei gatti, che mostrano sì la pancia, ma non sono indifesi. E sono pieni d’aculei morbidi, di libertà amorose, ma anche di rabbia se vengono traditi. Allora decidi come sarà ma che non sia un glissar distratto verso la vocale.

E la o  che segue, sarà una semplice vocale o un erotico bacio? Un soffio prensile, una meraviglia che si sorprende vogliosa e pronta e non lo sapeva. Ovvero, faceva finta di non saperlo, ma respingeva desideri e attese con lo stesso rastrello con cui li raccoglieva, indecisa e al tempo stesso tentata.

E la erre, s’arroterà come fosse una lingua che non s’accontenta, oppure indugerà nel suono che ha l’aspetto lieve del limone, un dissetarsi tra brividi e un chiudere e aprire come a cercar aria? Quell’aria che solo un certo alito possiede, un certo odore di pelle imprime ed anima un desiderio che già s’avverte nel dire. Ed è un dire muto che è già sentire e attendere il buono, il dolce, il sapido del dopo.

E lafinale sarà squillante oppure quasi afona, tronca come nel richiamo dei poeti? E come la porgerai mentre gli occhi sono attraversati da bagliori languidi, come la terrai per lunghezza di pronuncia? Lunga e dolce come i baci che non finiscono, o ancora breve come l’impazienza che esige d’esser completata?

Perché amore non è una parola che s’ esaurisce in un’unica pronuncia, ma è un filo lanciato per attrarre e unire. Non legare, unire, in interminabili accenti, in variazioni d’infinite semplici complessità e tutte con i loro pronunciare su cui non è necessario investigare ma è sufficiente ascoltare.

Un’infinita varietà dell’ascoltare ciò che quella parola dice e soprattutto, include. Perché l’amore unisce e include e solo questo può essere nella sua felice assurdità.

Esisterà allora una sua corretta ortoepia del dire e del sentire? Ci sarà modo di porre i giusti accenti e così compiere il piccolo miracolo che chi dice e ascolta siano per un infinito momento coincidenti?

La risposta è positiva se ami e non ti porrai problemi perché sai che solo questa è la corretta pronuncia dell’amore.

cesura


Ho avuto un’infanzia felice, ma l’ho capito dopo. Il necessario era sul tavolo, sul cuscino, fuori della porta. Quando le folate arrivavano qualcuno chiudeva le finestre. Se ho scelto di andare, nessuno mi spingeva, casomai mi è stato spesso chiesto di riflettere, ma alla fine c’era rispetto. Questo mi ha permesso di fare errori non mortali e di coltivare il dubbio. Tornando, la luce gialla mi accoglieva, con  il tepore, il cibo buono. Non mi è mai mancato nulla di quello che serviva. Con punte d’orgoglio ho scelto, la sconsideratezza mi è stata perdonata quasi sempre, la responsabilità quasi mai. Questo è accaduto ovunque non in famiglia e così  ferite si sono aperte fino a chiudersi malamente. Eppure una cesura si è prodotta, e ci passo sopra le dita a valutarne solidità e morbidezza, l’ho sentita come il confine del vero, la linea che sta in me silente. Da lei ho imparato ad amare parole e suoni, da lei spegnere la radio, il mondo intorno. Chiudere l’intelligenza che spesso non serviva, come l’evidenza. Non far conto di benemerenze fugaci. Solo l’amore è stato a suo modo, sincero, tenero e severo. E cosi ho appreso a lasciar parlare il cuore.

la lettera

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La lettera prendeva forma di slancio, trovava gli argomenti nell’aria.  Si guardava attorno, superava l’inerzia dell’abitudine, scrutava nel voler descrivere ciò che che era possibile descrivere. Certo, mancavano i profumi, i ricordi, gli amori che si erano sollevati per loro conto, in quei luoghi, in quel lasso di tempo così importante da essere ricordato e avere ancora influenza sul presente. Erano i piccoli grandi amori che avevano allungato il tempo oppure l’avevano reso così breve da essere attimo. Difficile dirli perché mancavano troppe informazioni, il contesto, il palpitare d’allora. E mancava pure la luce, quella luce, conficcata nel primo ricordo, nella sensazione di bello oppure di sconfitta. Sì perché i luoghi contengono sconfitte così sconosciute che annegano nella nostra memoria. La lettera ci provava, omettendo ciò che restava troppo complicato nella sua delicatezza e sfumatura, sorvolava su ciò che non era possibile descrivere e si dilungava su quello che poteva essere condiviso. Fino a dove? Dipende da ciò che si era messo assieme sino a quel momento, al limite, a ciò che si voleva ancora saggiare nel superarlo. Fumisterie? Non credo.

C’è un concetto di intimità che appartiene a ciascuno, una soglia che solo ad alcuni pochi è permesso di varcare e di ciò che c’è oltre, sempre ai pochi, è permesso vedere, sentire, toccare. Cos’è l’intimità se non la violazione consensuale del proprio segreto? Altrimenti diventa esibizionismo, con tutto il narcisismo e la falsità che esso si porta dietro, perché nell’esibizione non c’è nudità, ma vedimi come voglio tu mi veda. Intimità è una parola che contiene un mondo, il mondo di chi la mette a disposizione. È comunicazione che include tutte le forme di comunicazione, dalla parola alla pelle, dall’esposizione delle ferite nascoste accuratamente al piacere che diventa dare/darsi senza condizione. Intimità e parola, ci possono stare in una lettera? Direi di sì se all’esteriore si mette a disposizione l’interiore, se viene colto l’assaggio, se si legge tra le righe, se il presente viene compreso e fatto proprio perché ci sia un futuro.

Così la lettera conduceva la mano di chi scriveva, c’era stata una preparazione, una scelta, che poi non è scelta ma necessità, dell’interlocutore, la penna doveva essere quella giusta, così la carta. Entrambe dovevano contenere un abbandono di difesa, una volontà di mettere in comune. Sino a quanto e dove le parole si sarebbero spinte non era possibile saperlo. Anche il testo doveva essere libero, così i pensieri che raccontavano di sé, comunque, in un luogo, in un tempo, in un momento particolare. Era una lettera, cioè un atto libero che doveva essere interpretato e compreso come tale. 

la prima tempesta d’autunno

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Con la pioggia di stravento, il freddo ha aggredito sotto i portici,

e lì sostano pedoni indecisi su dove ripararsi,

e andare,

chissà perché diviene urgente l’andare,

che poi è un tornare,

forse desiderio di caldo, di cura?

E che fa la voglia di fuggire che sembriamo contenere,

mentre spruzzi di pioggia lavano persone e vetrine?

Hanno acceso le luci e il primo pomeriggio

si scioglie nella luce autunnale, che copre d’un giallo malato le cose,

ma in pasticceria ci sono le favette dei morti,

e si spande un profumo lieve di mandorle nell’aria.

Camminando lenti e vicini ai muri, si notano le porte delle case,

c’è una città vecchia che ha stipiti lucidi di vernice antica,

e larghe crepe che mostrano legni stanchi,

tra inserti di vetro goffrato e inferriate polverose

di ferro battuto,

ha aggredito, il freddo, sulla soglia di una consapevolezza,

che in realtà non c’è posto a cui tornare,

c’è solo la paura che sconfigge la voglia di andare.

Attorno, le voci si sgranano come la luce che frange gli oggetti,

e ne succhia l’anima per invogliare all’acquisto.

Il freddo, il primo, è la sera 

d’un giorno che stermina secondi di noia.