parole quasi amorose

parole quasi amorose

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Ci fu un tempo che amai ciò che era perfetto.

Poi mi conquistò l’imperfezione nascosta. Infine il disordine apparente, la falla beffarda nell’ordine.

Degli infiniti nomi di dio che diamo a ciascun amore,

riconoscendo nell’altro l’impossibile da definire, troviamo noi e la diversità che gli appartiene:

e lì, c’è un definitivo stupore.

E quella diversità, è così perfetta e desiderabile,

così assurda nella sua fragilità e forte d’ansia d’essere,

così definitivamente appartenente e parallela,

che metterla nell’ordine sarebbe una bestemmia.

Tu non eri ordine, ma infinita pazienza della contraddizione.

Eri l’abbandono e l’abbraccio, il trovare col barlume del conosciuto, la certezza del diverso.

Eri l’impossibile che non si racconta,

la paura che si spegne nella pozzanghera della luce,

il cuore forsennato di tutti i passati possibili, fuso in quell’unico reale che ti conteneva.

Eri la parola che arrossiva la voce, che rendeva dubbioso l’accento.

Eri la solitudine cercata e il corpo riunito.

Di tutto ciò che ti era accaduto, nulla sembrava più naturale della spinta di un caso che mi ricomprendeva.

Eri l’incontro che gettava reti per non nascondere la luce che scoccava ad ogni tocco, ad ogni carezza.

Se la tua pelle non fosse stata un’infinita emozione, sarebbe stato solo un piacere,

e dei piaceri non si ha memoria, ma solo rimpianto del possibile che non hanno generato.

Così accoglievo il tuo disordine in me, lo mescolavo al mio e ne vedevo l’infinita forza di mettere ogni cosa nella sua importanza.

E il disegno appariva, nitido e naturale,

finché si scriveva, graffiando, indelebilmente l’anima.

8 pensieri su “parole quasi amorose

  1. Eri (…) la paura che si spegne nella pozzanghera della luce,
    (…) Eri la parola che arrossiva la voce, che rendeva dubbioso l’accento.
    Eri la solitudine cercata e il corpo riunito.
    Di tutto ciò che ti era accaduto, nulla sembrava più naturale della spinta di un caso che mi ricomprendeva.
    Eri l’incontro che gettava reti per non nascondere la luce che scoccava ad ogni tocco, ad ogni carezza.
    (…)

    Sei un poeta e adoro la grazia e la delicatezza grandi che sai usare con le parole.
    Sono incantata!

    Serena giornata Will,
    un sorriso 🙂
    Ondina

  2. Un poeta, urca, direbbe il tapino, e guardandosi nelle tasche scoprirebbe assieme ad un bottone staccato, un pezzetto di carta, una memoria usb, e un ritaglio messo da parte di vera poesia., La poesia è l’arte di guardarsi nelle tasche e scoprire il limite del proprio vedere, oppure il fischio spensierato del ragazzino che ciascuno si porta dentro? Io penso sia il fischio, allora sono un poeta del fischio. 🙂
    Serena giornata a te Ondina.

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