fantasmi

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Nessuno è in grado di vincere i fantasmi che albergano in noi se non guardandoli a fondo.

Mi torna spesso questo pensiero, come quello di un equilibrio impossibile. E invece l’equilibrio si può perseguire attraverso la consapevolezza, che non è un immoto contemplare ciò che accade in noi, come fossimo agiti da qualcosa che alberga nel profondo e che ci conduce ( paradossalmente più verso la rovina che la felicità ), ma la comprensione di cosa siamo nel flusso del vivere. Quindi la consapevolezza contiene la comprensione del sé e del moto e accetta il dolore che esiste nello iato tra realtà e desiderio, non volgendo il capo altrove.

Così si vedono i fantasmi: con lo sguardo che prende e trattiene e guarda nel viso. E si vincono poi nel rialzare gli occhi, nel guardarsi attorno, capendo che ciò che ci lega (il fantasma), è la paura del disamore che infine lo provoca.

seconda vita

28 anni fa, in questi giorni, mi fu regalata una seconda vita. Non è stata l’unica volta, ma è stata certamente la più importante. Un banale incidente, come si dice per esemplificare la precarietà in cui si vive e l’eccessiva sicurezza su cui ci appoggiamo, ma il cui esito poteva essere conclusivo. Bastava un centimetro più indietro. Ci furono 4 mesi di immobilità, qualche conseguenza che resta ancora, ma andò bene. Cosa ne ho fatto di questa seconda vita? Perché è indubbio che tale è stata. Certamente molte cose accadute poi sono proprie di una seconda vita. E per diversità, obbiettivi, risultati è cambiato il mio approccio nel vivere. Altre condizioni preesistenti sono continuate e hanno proseguito il loro cammino con me, vuol dire che erano importanti davvero. Ho pensato, anche, a quello che mi sarebbe stato negato e credo che la cosa più pesante sarebbe stata non vedere mio figlio crescere e non godere dell’amore che ho avuto e ho. In alcune tribù centro africane quando una persona si ammala e sembra non avere possibilità di guarigione, quando risana, gli viene mutato il nome, la sua famiglia precedente dev’essere nuovamente scelta, ma gli si concede, se vuole, di farne una nuova. Cambia lavoro e spesso anche ruolo nella comunità. Credo che quando ci viene data una seconda vita le scelte, sia confermate che nuove, dovrebbero essere discontinue rispetto a un passato in cui è subentrata l’abitudine. Perché magari non socialmente, ma interiormente qualcosa è accaduto e l’idea della fine che viene allontanata, esorcizzata, è diventata concreta, reale nel senso di possibile in quel momento. Ci sono persone che riempiono libri sulle esperienze post mortem e sul ritorno alla vita, ci sono molti articoli scientifici che spiegano, ipotizzano, giustificano, razionalizzano, ciascuno sceglie ciò che gli è più consono e gli piace, ma ragionare sulla vita significa anche considerarla una esperienza che si proietta in avanti e che dovrebbe farci considerare come si è vissuto sino a quel momento. Devo dire che sono stato un pessimo allievo, che dopo aver ripetutamente sognato il momento, il dolore successivo, rivissuti i momenti, ho messo il tutto in un luogo che è più angolo di riflessione che di cambiamento continuo. Ho anche smesso da molto di fare i bilanci di fine anno e i buoni propositi per il prossimo, ma una sensazione cresce da un po’ di tempo, ossia che le possibilità dobbiamo un po’ sfruttarle e meritarcele, che la fortuna coincida spesso con l’ottimismo e con la volontà gioiosa di essere, che lamentarci sia un modo per nascondere il dolore e trasformarlo in abitudine. Credo valga molto anche nei sentimenti, che il renderci conto che siamo vivi ha molto di positivo nelle scelte che si compiranno e che non sia necessario un incidente perché ciò avvenga, basta che sia qualcosa che ci muta davvero dentro. Ricominciare dai no per arrivare ai sì che contano sul serio. Se posso trarre qualche insegnamento da ciò che mi è accaduto dopo l’incidente, di certo sono diventato meno saggio, più combattivo, più determinato a capire cosa contenevo dentro e più ascoltante nei confronti degli altri. Sarebbe accaduto lo stesso, immagino, ma quando il pensiero torna a quel momento avverto uno spartiacque, un prima e un dopo, e fatti e cose sono accaduti, e mutamenti, e discontinuità, che prefigurano, nell’interpretarli, una diversa fase della vita, più giovane e meno connotata di passato. E allora mi penso davvero fortunato perché non solo mi è stata regalata una seconda vita, ma me ne rendo conto.  

 

scene da un matrimonio

Un film che colpì molto nel ’73, parlo di chi allora aveva 20 anni o giù di lì, fu “Scene da un matrimonio” di Bergman. Vivevamo in un Paese in cui, pur con il ’68 appena passato,  era meglio sottacere, far finta di nulla. Si discuteva di divorzio, ma il divorzio ancora non c’era, si parlava e si tentava l’amore libero, ma i sentimenti erano gli stessi di prima. Allora vedere che un matrimonio normale si rompeva perché lui s’innamorava di una sua allieva, ma poi le cose continuavano, i sentimenti evolvevano, si intrecciavano di nuovo, restava la sensazione che la vita era normale, dolorosa, difficile e civile. Un bel bagno di realtà, rispetto al ribollire di idee e di confusione che avevamo dentro e attorno. 

Di tutto quel film mi restarono in testa due scene. La prima era quella in cui Liv Ullmann-Marianne parla degli anziani zii, (vicini ai 70, ma allora era già vecchiaia) che la sera si ritrovavano nel grande lettone e la vita sembrava ormai pacifica per loro e invece la zia chiede il divorzio perché i figli sono grandi e non c’è più motivo per stare assieme, non c’è più amore. La seconda scena era il ritorno assieme dei protagonisti per una notte, entrambi si sono risposati, si dicono felici, si ritrovano assieme per un anniversario. Stanno cercando una traccia importante di loro nel presente, forse un futuro, anche se non lo dicono. Fuori c’è silenzio, freddo e buio. Che sia la solitudine il motivo?

Il matrimonio veniva visto come contenitore di sentimenti: l’amore si era svolto, poi l’affetto non bastava più e la soluzione risiedeva nella razionalità del divorzio. Ma pure questo non bastava per rimettere assieme vite e sentimenti. Come se il lasciarsi fosse comunque una ferita che non rimarginava perché l’amore era una risposta alla solitudine e questa permaneva per sempre, al più si attenuava. Così mi pareva che la tesi fosse che le vite procedono e includono i sentimenti, ma l’esito può essere lo stare assieme oppure lasciarsi e che l’una o l’altra cosa dipendesse dalle scelte contingenti e che alla fine tutto ciò dipendesse dalla solitudine.

C’era una logica stringente nella meccanica delle cose, gli amori nascono, crescono, finiscono e pensavo che questa idea era così naturale che la sapevamo tutti, ma lì funzionava e qui no. Forse perché in Svezia c’era la razionalità protestante mentre da noi diventava persino arduo pensare l’idea che i sentimenti evolvono, e così il bene delle persone veniva spostato verso una loro relativizzazione. Una sorta di utilitarismo legato alla famiglia come entità socio economica prima che come insieme di affetti e siccome non si era trovata una buona soluzione economica tutto veniva tenuto assieme, si derubricava la paura del disamore, la solitudine. Certo gli amori per una vita esistevano, e si dicevano, ma non erano la norma, erano una conquista delle persone, non del matrimonio, però quello che ci stava dietro non si indagava. Per noi che eravamo giovani, già il poter esibire l’amore, sperimentare, discutere era rivoluzionario. Bastava, e sembrava che alla fine il cambiamento avrebbe risolto tutto toccando motu proprio la radice del bisogno di stare assieme. 

Cosa e quanto è mutato da allora? Perché non si indaga abbastanza su questa solitudine che si insinua tra di noi e che nessun contratto riesce a sciogliere?

La domanda che si fa Marianne-Liv Ullmann, anche oggi pare abbia solo risposte personali e che in fondo non sia mutata:

“Credi che viviamo in una totale confusione? Credi che dentro di noi si abbia paura perché non sappiamo dove aggrapparci? Non si è perso qualcosa di importante? Credo che in fondo c’è il rimpianto di non aver amato nessuno e che nessuno mi abbia amato?”

Ecco questa forse era una radice del problema, ma esisteva il cambiamento, la psicoanalisi, gli psicofarmaci, e tutto venne semplicemente rinviato.

andar via per allegria

Forse era già un saluto quel sorridere, baciare e abbracciare ripetuto. Preso per allegria da feste era invece un preannuncio che saresti andata via. E ora penso sia per un amore travolgente, per una svolta improvvisa e incontenibile, che hai fatto quello che tutti sogniamo e di cui a volte parliamo: chiudere una porta e andar via. Che fosse per questo che gli occhi ti ridevano, e luccicavano, quella sera, guardando noi privi di un simile coraggio? Comunque sia, ti penso avvolta da un’ allegria senza ritegno, da emozioni nuove e pensieri appena distratti dal ricordo. C’è chi dice tu sia a Napoli, altri a Palermo, segno che, oscuramente c’era chi sapeva. Prima o poi, arriverà il tuo messaggio che racconta, ma intanto, in quest’anno che finisce, una libertà che lascia attoniti percuote le nostre abitudini e tu sarai divertita d’essere sulle nostre labbra. Siamo gli stessi, un po’ più piccoli, consapevoli e poveri di sentire. Presi dai dubbi e dalle scontentezze non diamo spazio ai sentimenti che travolgono le vite, conteniamo e restiamo attaccati alla realtà insoddisfacente mentre tu voli. E te lo dirò, prima o poi, che distanti siamo più soli ogni volta che ci si pensa. Hai però mostrato che si può fare e dar sostanza ai sogni, così ci hai regalato la speranza che davvero non sia tutto così perduto. 

Natale è il nome

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Finita l’orgia si riposa. Il riposo del cotechino, della bondiola, della salama da sugo, del cappone scampato, del capitone fuggito e del Natale Babbo stremato. Sì perché io di nome mi chiamo Natale e il cognome è Babbo. A dire il vero non era neppure Babbo il cognome, ma Pater, cognome da emigrante qual’ero. Mi hanno detto vieni a nord che c’è lavoro e io sono andato, il lavoro c’era, ma era pure duro e mal pagato. Da pastore di pecore a pastore di renne e queste mica rispondono con un fischio. Poi sono arrivati quelli della cocacola, e mi hanno detto: ti interessa un lavoretto facile facile, a tempo determinato, lo fai da casa per gran parte dell’anno  e poi a Dicembre un giretto per le consegne e finisci. Però devi cambiare il cognome con uno più affettuoso, Babbo ti va bene? Ed eccomi qua, con il cognome prima del nome, come fossi all’appello a scuola. Babbo Natale? Presente. Mi hanno messo la divisa aziendale, così mi hanno detto, poi ho scoperto che mica lo era, però me l’hanno regalato quel vestito ridicolo. Loro che sono americani e che il rosso lo vedono come i tori, mi hanno vestito da panzone garibaldino pronto ad andare a letto.  Io mica ero panzone, allora. Ero magro, magro come un chiodo, magro come la fame che avevo. La panza ce l’avevano loro, razza di obesi, ingozzati di patatine, pollo fritto e maionese. Pieni di grassi idrogenati, burro di arachidi e sciroppo d’acero. Loro erano il ritratto della prosperità, io ero il ritratto della carestia. La pancia mi è venuta dopo, è solo dilatata. Mi pagano a cocacola e bevo. Bevo e divento nervoso, così bevo ancora e mi gonfio. Insomma ho una dipendenza gassosa e gli effetti collaterali spaventano le renne. Provate voi a governare quattro renne volanti sensibili ai rumori. Ho sopperito con para orecchi e stoppa, così ora ho le renne sorde e per guidarle devo usare la lingua dei segni e ampliphon. Guidarle per cosa, poi… La falegnameria produce cavallucci e bambole e qui mi chiedono apple e samsung, sony e gucci. Genero scontentezze con i regali e faccio pure fatica a costruirli, finiscono direttamente sul mercato vintage. Non è una soddisfazione. Chiedete direttamente al produttore, io quelle cose non le ho, e non posso pagarle con i premi che vinco alle gare di rutti.

Ma dal prossimo anno si cambia. C’è il jobs act. Me l’ha detto Poletti, che pure un po’ m’assomiglia: non più contratto a tempo determinato, non più mezzo proprio, non più lavoro a domicilio. Ho già chiuso la partita iva. Voglio l’assunzione e la slitta aziendale, giocattoli su budget contrattato e indennità di divisa. Sennò buona uscita adeguata e trovano qualcun altro, tanto i disoccupati non mancano. Io vado a fare il taxi pizza e kebab con la moto slitta, gli esquimesi ne vanno pazzi e mi danno pure la mancia in merluzzo e stoccafisso, insomma, anno nuovo: si cambia verso. 

sui regali natalizi

Sul fare o non fare regali a Natale, quanto questi siano un obbligo e quanto un piacere, se essi debbano rispettare i gusti del ricevente o viceversa, se si possa trovare un utile compromesso, se i doni debbano essere misurati sull’importanza, ecc. ecc. ; su questi temi credo che tutti si siano esercitati.

Ho trovato un po’ di chiarezza, dopo anni di insoddisfazioni, che se da un lato ha ristretto i doni a chi conta per me ed è vicino fisicamente, dall’altro cerca di continuare attraverso il dono un dialogo, un interesse. 

Hai letto Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi ?

No, di che parla?

E’ una sorta di lettera d’amore molto bella. Tieni te lo regalo.

Ma mi hai già fatto un regalo.

E te ne faccio un altro. Vedrai ti piacerà.  

Ma era destinato a qualcun altro e l’aveva già letto ?

Qui il dialogo potrebbe finire, il libro tornare nel sacchetto e una amicizia avere un po’ di sana sospensione per capire ciò che davvero ci tiene uniti. Invece ho detto la verità, ossia che l’avevo visto in libreria e comprato perché sapevo che di lì a poco l’avrei incontrato. Una giustificazione non dovuta perché, a volte, bisogna sopportare le distorsioni mentali, anche negli amici. E non è una questione di sincerità, o di buona educazione, ma di come ci si pone di fronte a un regalo. Non è necessario contraccambiare, ad esempio, l’imbarazzo non dovrebbe esserci, casomai l’emozione, e allora dovremmo chiederci perché un dono, che non è altro che un dono, dovrebbe generare un’ asimmetria? Questo apre un discorso infinito che riguarda ogni rapporto “amorevole”, restiamo al contesto, un dono è un darsi, un’attenzione oggettivata, un reiterato modo di dire che si vuol bene. Se chi lo riceve pensa ad altro, mette in discussione l’intenzione. Anche se fosse vero, anche se fosse un regalo riciclato, un rapporto e un dare sarebbe sminuito. Questo mi fa pensare che i regali si possono sbagliare, ma bisogna darli alle persone in grado di riceverli. Chi non sente che dietro un dono c’è altro , oppure lo banalizza, semplicemente non lo merita. E neppure la nostra attenzione sentimentale merita.  

 

ogni giorno

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Ogni giorno che ci è stato dato, 

ogni momento che abbiamo donato,

ogni prima luce di lampione,

ogni figura che ora è voce, 

ogni possibilità che diventa amore,

ogni refolo d’aria fresca prima della notte.

ogni pietra seduta, calpestata, sconnessa e consumata,

ogni bellezza che è stata donata,

ogni attenzione che ha visto e si è soffermata,

ogni rimorso ch’è stato consolato,

ogni attesa in cui qualcuno è arrivato,

ogni solitudine cercata,

ogni pensiero che ha capito, 

ogni telefono cancellato,

ogni auto andata senza i pensieri che ha portato, 

ogni nube mutata dal bianco, all’aranciato e al blu, prima d’essere ombra nel nero,

ogni persona che ha guardato l’acqua,

ogni metà verso cui si è camminato,

ogni sogno, tenerezza e confidenza che m’ hai donato,

ogni soffermarsi improvviso che c’ha detto che siam vivi,

indefinitamente e pienamente vivi, per un attimo,

ogni giorno e notte, sempre. 

Difendimi dalle forze contrarie,
la notte, nel sonno, quando non sono cosciente,
quando il mio percorso, si fa incerto,
e non abbandonarmi mai..
Non mi abbandonare mai!
Riportami nelle zone più alte
in uno dei tuoi regni di quiete:
è tempo di lasciare questo ciclo di vite.
E non mi abbandonare mai..
Non mi abbandonare mai!
Perché le gioie del più profondo affetto
o dei più lievi aneliti del cuore
sono solo l’ombra della luce.
Ricordami come sono infelice
lontano dalle tue leggi,
come non sprecare il tempo che mi rimane.
E non abbandonarmi mai..
Non mi abbandonare mai!
Perché la pace che ho sentito in certi monasteri,
o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa
sono solo l’ombra della luce.

non possiamo permettercelo

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C’è il sole, i ragazzi, gli operai, il corteo lunghissimo, le bandiere, e molte sono rosse. Tanti giovani. C’è allegria e protesta, e messe assieme sono voglia di cambiare. Bello, no? La piazza è piena, qualcuno lo conosco, molti no, e anche questo è bello. Tra quelli di un tempo si sono sopiti i contrasti, le storie contano ma poi non contano più quando si è dalla stessa parte. Ci sono quelli che vendono lotta comunista, ed è una tenerezza per chi ha la mia età, un ritornare a un tempo esaurito. Ma siamo tanti: ci sono i precari, molte donne, insegnanti, operai, studenti. E striscioni, bandiere, cartelli, musica che ha ritmato il corteo, slogan, sorrisi.  Dalle casse esce la voce di Caparezza che dice: non me lo posso permettere.

E tutti concordano, saltando a ritmo di rap: che venga rubato il futuro, non possiamo permettercelo.

l’illegalità fa male: digli di smettere

Accendo mezzo sigaro, sono in un bar, quasi immediatamente mi chiedono di spegnere o di uscire. Ho attorno la riprovazione generale. Anche dei fumatori. Spesso mi accade anche fuori di sentire commenti infastiditi sul fumo.

Salgo in autobus, è pieno, faccio fatica ad arrivare a timbrare il biglietto. Ad ogni fermata salgono e scendono persone, pochissimi timbrano, tutti abbonati? Nessuno protesta o chiede ragione. Arriviamo in stazione, tutti scendono, tutti liberi. Farla franca sembra dia una soddisfazione particolare.

Quindici giorni fa un amico dirigente mi parlava del seminario, che ha tenuto la sua azienda, sulle nuove regole sugli appalti della pubblica amministrazione. Dovevano capire cosa c’era di nuovo e allora hanno chiamato avvocati, dirigenti pubblici (quelli che scriveranno i nuovi appalti), commercialisti. Alla fine la conclusione è che la procedura non è più difficile, neppure più trasparente, solo si sono moltiplicati i decisori, e quindi ci saranno problemi, che nel migliore dei casi saranno burocratici. Però tutto si affronta e il lavoro è lavoro. Ci sono centinaia di persone che lavorano e che devono essere pagate ogni mese, si capiranno le regole e si cercherà di vincere le gare. Guadagnandoci, naturalmente.

Siamo al bar, parliamo di Roma, tutti sono schifati, tre mesi fa parlavamo di Expo e Milano, poi due mesi fa di Mose e Venezia. Vedo sorrisi di compatimento per il mio accalorarmi, dicono che è così ovunque, hanno preso quelli facili, quelli impudenti. E’ uno scandalo che serve a qualcuno, poi tutto si quieterà, è il sistema che è marcio. Ma io dove sono in questo sistema? Se pago in nero un lavoro, se l’amico del bar mi fa uno scontrino a volte sì e a volte no, se faccio un favore per avere un mio diritto, se chiedo una raccomandazione nessuno si indigna. Se corrompo per avere un lavoro o evitare una ispezione e dico che è per non chiudere l’azienda, allora molti giustificano. Però quando prendono un corrotto tutti si indignano, e i corruttori? Perché non hanno altrettanta riprovazione di quando mi sono acceso il sigaro nel bar ? Se nessuno fuma al cinema o al ristorante, significa che il controllo sociale funziona benissimo. E allora quando si dice che siamo tutti onesti significa che non rubiamo cose, ma pure che gran parte di noi si gira dall’altra parte se vediamo farlo. Certo c’è il problema del rapporto cittadino istituzione, se si denuncia qualcosa la parte istituzionale ha proprie regole e abitudini, non interviene secondo i tempi con cui si attende che le cose vengano affrontate, le pene sono ridicole, lo Stato è inutilmente inquisitorio con i piccoli, e non con chi trova la strada per passare attraverso le regole. Ma pur senza sanzioni applicate non si fuma nei luoghi chiusi e quindi significa che una strada c’è per far rispettare la legalità senza troppi interventi. Dipende da noi, non votare più un disonesto, non prendere prodotti di una azienda che corrompe è un deterrente più forte della legge. Dipende anche da noi.

p.s. Le grandi aziende di software e i governi, assumono gli hacker per capire da chi li viola, le debolezze dei sistemi informatici e renderli più sicuri. I maggiori esperti di corruzione sono i corruttori, chi studia le norme per violarle, lo Stato dovrebbe assumerli, pagarli moltissimo e utilizzare la loro scienza per rendere forti e applicabili le leggi sugli appalti. Non lo dico io, lo dice l’OSCE. Costerebbe molto meno della corruzione e i lavori sarebbero fatti meglio.

piccolo grattacielo

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Nell’angolo della grande stanza riconobbi la poltrona Proust. Mi rallegrò, come un’ancora nel mio mare agitato d’ignoranza. Ascoltavo l’assistente, una ragazza giovane, e credo bella, ma gli occhi andavano per loro conto nella stanza in cerca. Di cosa? Di appigli, di conosciuto. Vedevo gli oggetti Alessi, qualche foto, un’aria densa e spoglia di luogo di lavoro. Poi da una scala interna scesero i due fratelli. Uno portava un basco. Conobbi così Alessandro Mendini. Erano i progettisti di un edificio che l’ente che presiedevo,avrebbe voluto realizzare e l’incontro serviva per parlare del contesto, dell’uso ipotizzato, delle attese. E del futuro. Se un edificio non ha futuro non serve a nulla. Come gli uomini. Dopo il primo imbarazzo, la conversazione si svolse tra domande e asserzioni. Cercavo sicurezza dentro e consenso alle mie idee fuori. Sapevo cosa volevo,  ma volevo discuterlo ed erano i simboli che m’interessavano. Cosa avrebbe contenuto l’edificio per essere vivo, quante persone, come le vite si sarebbero dipanate in esso. Emergevano nella mia testa similitudini cariche di eros, come se l’amore per un’ idea diventasse corpo. Non lo sapevo, ma era un processo simile a quello che avviene nel virtuale prima di un incontro, il grattacielo tascabile, come mi ostinavo a chiamarlo, era un contenitore di attese. Sarebbe stato il più alto edificio della città, solo per un poco, naturalmente, e un luogo di ritrovo fuori dalla città storica, un vedere la città opulenta e sensuale e un esserne visto come simbolo di nuova idea di crescita. Nascita, crescita, erotismo di luoghi e destini. Pensavo più di quanto parlassi, i due fratelli mi raccontavano dell’atelier, dei lavori, del loro collaborare e poi nuovamente si tornava sul progetto. E ancora si parlava di Verona, di una bella casa in cui tornavano spesso e che da oltre Adige spaziava sulla città. E mentre m’informavo sul loro modo di creare, mi rendevo conto che quello che conoscevo mi veniva dai libri, dagli oggetti, mentre avvertivo che erano importanti le emozioni, il sentire. Di quella mattina, restò a lungo un entusiasmo. Il progetto quando arrivò, era pieno di geometrie, di luce, di colore, neppure si vedevano i suoi 60 metri, 85 al faro dell’antenna, si coglievano gli spazi interni, le relazioni. Un word trade in miniatura, un grattacielo tascabile pieno di trasparenza e cangiante di colore notturno. Era una decisione partecipata,  non solo mia, ci furono modifiche marginali, aggiunte di tecnologia, pignolerie per apparire intelligenti, tacevo, mi restava tutta la sensazione di quella mattina. Le cose dette c’erano, anche nella parte degli uffici temporanei si avvertiva un senso di intimità complice, un ritrovarsi nascosto, quasi da amanti. Gli affari sono questo, un colloquio intimo prima che una guerra che include la pace. Mi piaceva molto il nitore e il calore che veniva dalle relazioni di spazi comuni e privati. Un’innocenza per un futuro di crescita pulita.

Non se ne fece niente, la politica e qualche calcolo d’invidia, piccolo d’ingegno e grande di distruzione, si mise per traverso con la potenza sorda del limitare, non dire, occultare. Piccole concorrenze che danno l’idea del limite delle persone. La città ebbe un simbolo in meno, un punto di crescita mancato. A me resta la sensazione di un incontro e di un rapporto con l’anima che genera le cose. Ho avuto più io.