fuori tempo

Insegnavano a non chiedere più di quello che veniva detto, a non fare domande dirette. Così la curiosità pian piano, prendeva un’altra forma rispetto a quella immediata. Si nutriva di particolari e si temperava nella pazienza. Anche parlare secondo un ordine veniva insegnato, anzi si imparava più il silenzio che la parola, sopratutto quella impetuosa, se si era con i “grandi”, però si notava che, pur in una gerarchia d’interesse, chi parlava aveva attenzione. Non sempre, ma certamente più di quanto oggi si pratichi.  Si parlava molto poco di sé e troppo spesso d’altri, anche se sfumando e lasciando intuire. A certi discorsi i bambini venivano allontanati. Non credo per particolari pudori, ma perché “putei e colombi smerda ‘e case” Cioè bambini e colombi…ecc. Andava bene così? No, non tutto almeno, però s’imparava ad ascoltare e a dare importanza a ciò che veniva detto. E sopratutto taciuto. E il momento vero dell’iniziazione era quando i “grandi” non erano più tali perché ti ascoltavano. Non accadeva di colpo, c’era un periodo in cui si scopriva che l’attenzione non era più distratta, che diventavi interlocutore. Un riconoscimento d’importanza, insomma, che aumentava molto l’autostima e il ruolo.

Forse per questo mi suona sempre strano, il dove sei, cosa fai, con chi sei?  Non perché abbia reticenze, ma perché penso ancora che dire di sé sia una facoltà che si dona all’altro, un gesto libero e quindi senza bisogno di richieste. Ma mi rendo conto che sono il prodotto, neppure ben riuscito, di un’altra era, e quindi chiedete pure, al più non rispondo.

l’inverno della passione

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Ma cosa sentiamo davvero di comune e di collettivo?

Abbiamo sentimenti forti e individuali, l’amore, il disamore, affetti, solitudini e su questi regoliamo il sentire un po’ più profondo, generiamo stati emozionali che modificano i rapporti, e magari seguono un po’ le vite. Ma poi ? C’è un difetto di speranza che pervade lo stare assieme e si ripercuote sulle capacità individuali di venir fuori dal contingente, di superare i dolori e le difficoltà. Preclude anche la capacità di star dentro a ciò che vorremmo durasse. Insomma corrode l’idea che la vita abbia un discreto diritto alla felicità come bagaglio di nascita e ci rimanda alla precarietà, come nei tempi in cui le vite era molto più insicure. Questo devolverci a noi stessi come zattera unica di salvazione, ci consegna interamente alla fallacia, all’insicurezza dubbiosa delle nostre passioni dove ogni orgoglioso,e ottimista, per sempre, viene temperato dai fatti, dalle contraddizioni interiori, dalla testa e dal sentimento d’altri. Mancano le passioni collettive, che sono a loro modo più forti perché s’alimentano non dei dubbi di ciascuno, ma dalla necessità che scaturisce nell’analisi del reale, dalle certezze enunciate, sono pur sempre un divenire. Le passioni collettive non sono date in un adempimento vicino, ma includono la felicità relativa del sapere che si procede, e si conquistano posizioni, nella giusta direzione. Ebbene, queste passioni, oggi sono più flebili, quasi più petizione di principio che una forza condivisa.

Qualche sera fa, in un incontro politico dove, tra diverse parti della sinistra si discuteva sulle ragioni dello stare assieme, è stato consegnato un documento di 7 pagine, scritte fitte, con carattere 6 o 8 e interlinea 1, con moltissime parti in grassetto, sottolineature e un argomentare sull’imprescindibile. Pensavo, leggendo, che tutto questo ordinare per assoluti senza esercito, è debolezza intellettuale e fisica, e che esprime l’incapacità di uscire dalle gabbie e dai luoghi comuni dell’ideologia passata, ma che soprattutto impedisce di trovare ideali condivisi perché esso parte dal delimitare confini anziché evidenziare ciò che dovrebbe tenere assieme. Ho ricordato questo fatto, non perché la politica sia particolarmente importante, ma perché essa è misura della presenza o meno di ideali nella società, oltre le convenienze, l’interesse personale, il giorno per giorno. E del resto, non accade così anche nelle vite dei singoli, negli amori che si trascinano e ancora così si chiamano ma sono incapaci di futuro e di novità? L’immagine che mi veniva da quelle pagine e dalla loro assolutezza, da quel così o niente, era quella delle infinite riunioni, un tempo molto fumose di qualsiasi cosa si potesse fumare, e ricche di opinioni, in cui il numero spesso superava quello dei presenti, ma che alla fine non uscivano dai circoli, dalle conventicole, e non investivano la società proprio perché essa nelle discussioni era sbagliata e spesso astratta, priva di bisogni che potessero diventare cultura, insomma indocile a conformarsi al fine alto. E i bisogni venivano visti come espressione individuale, non gestibili in un bisogno che li contenesse, come se tutti avessimo le stesse paure, lo stesso corpo, la stessa età, gli stessi desideri. Non riuscire a capire  che la passione nasce da un obbiettivo alto, ma si alimenta nel suo farsi, nel suo generare sentire condiviso, è il sintomo della difficoltà di questi anni.

Quindi mancano i modelli e i condottieri forti di pensiero, ma noi dove siamo e cosa sentiamo davvero? Perché non c’è attenzione e analisi per ciò che si ripete, per ciò che si accetta senza discutere? Cosa vi dicono queste parole: povertà, occupazione, lavoro, diritti individuali e collettivi, Ucraina, Isis, Libia, immigrazione, sicurezza personale e collettiva, libertà, democrazia, futuro, presente, patrimonio comune, altro da me ?  

Finché gioco col mio computer, al più leggo, spesso guardo e non sento che un breve brivido di fronte alla minaccia, distolgo subito e passo ad altro. Lo so che finché non mi faccio domande posso solo soggiacere alla tecnologia, essere il suo punto debole e al più ricondurmi ad una virtualità di persone che sono come me. Nel mio aprirmi ad ogni cosa virtuale, nella mia curiosità vorace, resto in superficie, relativizzo ogni cosa, aspetto passi, anzi la faccio passare subito distogliendo lo sguardo e mentre penso d’essere aperto in realtà mi chiudo alle passioni comuni. La tecnologia così adoperata mi porta alle mie passioni e le rende totalizzanti, così ho un ambito in cui posso essere felice o triste, ma sarò inequivocabilmente solo. Ecco perché queste domande si accantonano, perché sono difficili e ci pare di essere inani di fronte a qualcosa che avviene, e avverrà, nonostante noi. Senza passioni comuni si fa strada l’idea di essere prigionieri di un dio che impone secondo caso e sua necessità, umiliati dall’assenza di un’eresia che cerca la verità e indichi una strada e che se non salva dia almeno dignità al vivere comune. 

Non perdo la speranza, passerà l’inverno della solitudine e dello scontento. Lo so che non è nuovo agli uomini e che tornerà un sentire comune e forte, un motivo per cui siamo assieme. Vorrei fosse per scelta e non per necessità.

l’uomo della pioggia

Ha cominciato a lavare la camicia come facevano le lavandaie di un tempo, solo che non aveva un fiume a disposizione, ma una piccola bacinella di plastica e la rastrelliera delle biciclette davanti alla chiesa dei Cappuccini. E intanto pioveva a raffiche mentre lui lavava immergendo nella bacinella e sbattendo sulla rastrelliera. Era a capo scoperto e cantava in una lingua che sembrava chiusa in gola, fatta di vocali buttate in mezzo a consonanti di saliva. Cantava strascicando le parole, come ad ascoltarne il suono, e lavava sotto la pioggia. Nessuno chiedeva. Il piazzale era vuoto. Tutti giravano al largo sotto i loro ombrelli. Vedevo che molti di questi ombrelli erano variopinti, come a ingraziarsi quel cielo grigio e forte di vento che strattonava le tele e faceva procedere di sghimbescio. I cestini erano pieni di ombrelli rotti, di stecche piegate, di molle ormai senza senso, di manici nuovi su aste spezzate. Poi ha preso da un sacchetto giallo, ch’era dentro a una cassetta da frutta messa a mò di cestino su una bicicletta, una coperta, l’ha stesa sul selciato tirandola bene, in modo che non facesse pieghe. Come un tappeto. La coperta era consunta, di quel colore nocciola che andava di moda un tempo, ed aveva qualche strappo che lui accostava per coprire la pietra sottostante. Poi, sempre sotto la pioggia s’è accoccolato sui talloni continuando a cantare. Allora ho visto due cose distinte e notevoli: il volto, che era abbastanza giovane, con una barba nera più da carenza di cura mattutina che di scelta, e gli occhi che guardavano ostinatamente verso il basso. Il viso forte, poteva essere di chiunque, solo che questo era bagnato fradicio, rigato in continuazione di gocce e chiuso al modo circostante, ma, pareva, non a sé e al suo pensiero. L’altra cosa che ho notato era la direzione della coperta. Era rivolta verso sud sud est, la stessa direzione del vento ch’ era girato. Poi dalla posizione accoccolata ha posato le ginocchia, e allora ho pensato che si sarebbe allungato in avanti con le braccia tese fino a posare la fronte, e invece ha preso il sacchetto giallo e in ginocchio, sempre sotto la pioggia, con cura ha cominciato a piegare le poche cose che aveva. Come a metterle dentro un cassetto che profumasse di lavanda, di legno, di casa. Per ultima ha piegato la camicia lavata e poi col palmo ha preso la pila delle sue povere cose infilandola in quel sacchetto giallo. Solo allora si è alzato e ha ripiegato la coperta, ancora cantando tra sé e sempre con le persone che giravano al largo. Potrei raccontarvi il resto, ma non avrebbe molto significato. Però vi dico un pensiero che, brevissimo, mi ha attraversato allora: quello era un uomo come me, con una sua solitudine grande. Si teneva a galla con qualcosa. Come facciamo tutti. E non lo meritava. Nessuno merita la solitudine. Ho ripensato ad altri luoghi, ad altre solitudini e mi sono sentito più solo.

nota triste

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Una nota triste nella voce, sembra si noti. Eppure è solo malinconia. Quando non si curano i dettagli ci si rivela. L’indecisione, le strade da percorrere, le scelte. Parlar meno e più dentro, per capire. Il rapporto con l’umore è personale e misteriose sono le vie per cui muta. Così la tristezza segue suoi percorsi, non se ne andrà se non scacciata da qualche piccolo entusiasmo. Il pensiero torna su ciò che si perde, si rompe, si guasta, o semplicemente su ciò che fa male. Come togliere l’innominato che avvelena il cuore? 

l’entomologo

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Se la pelle è di vetro, si impara a difenderla bene, mai abbastanza però. Ci si applica come si può, chi è fragile è spesso anche ingenuo e non diventerà mai furbo. Però impara ad occultare quel tanto che consente la vita. Se si è fragili è facile essere feriti, è una banalità. Ed è pure banalmente indifferente pensare che a chi accade si sviluppi una sorta di abitudine. No, al più nasce la difesa del ritrarsi e lasciar trasparire poco. Oppure si può scivolare nel cinismo, ma quella è una malattia che uccide anzitempo e chi è fragile non ha voglia davvero di non sentir più nulla. Almeno il pessimismo  ancora conserva la capacità d’essere stupiti dal contrario di ciò che si prevede, no, il cinismo è proprio l’incapacità che qualcosa sia positiva e riattivi lo stupore del mondo, insomma non è cosa da fragilità di sentire.

C’è però una similitudine che attrae chi per noncuranza viene maltrattato ed è quella dell’entomologo che osserva, classifica, mette sotto teca e ragiona sulla meraviglia inanimata. Affascina il guardare le cose da distante, l’ordine e il ragionare per classi e sottospecie. E’ apparentemente freddo il mondo dell’entomologo, però attrae come liberazione dal soffrire. Si pensa che il rischio si distribuisca nell’attimo dell’etere e poi della formalina, poi tutto è fermo. Ma poi non resta nulla di ciò che prima palpitava, l’attrazione e il pensiero che essa suscitava. Solo la bellezza dei colori, la finezza delle ali, l’immaginazione che tutto questo era leggero e volava. Per questo chi conosce la fragilità del volo, pur nella tentazione, rifiuta d’essere entomologo di altri, sa che per difendersi non bastano le classificazioni, ma casomai volare altrove e più alto. Siamo così imperfetti nel fidarci che nessuna esperienza può davvero far da guida e il prezzo della vita è un compromesso tra una corazza e una leggerezza che consentano di essere liberi nell’universo. Se la pelle è di vetro rafforzare la libertà di dir di no è già un buon compromesso per discernere ciò che poi conta davvero.

c’era il sole


C’era il sole. Come oggi. Una giornata come questa, fredda e calda al tempo stesso. Eravamo andati alla ricerca di chissà che, ciascuno per suo conto eppure assieme. Anche oggi l’orrore delude, come allora: c’erano le baracche, il portone, il filo spinato, un forno crematorio che pareva ricostruito, un museo piccolo che colpiva molto per la sua assenza di suono, come un urlo soffocato in gola. La piccola città vicina, i boschi. Ricordo una curva di strada in salita, non distante dal campo, gli alberi e la sterpaglia che si fermavano su un muro di contenimento ben curato e a sinistra dei prati, una casa col camino che fumava. Pensai che quella casa c’era anche allora, che qualcuno, scappando, ci passò vicino (dai campi di concentramento/sterminio, qualcuno scappò, quasi nessuno ce la fece) e che l’odore del crematorio doveva arrivare sino alle finestre. Dovevano sapere. Conobbi il sindaco, socialdemocratico, gli chiesi con garbo, se qualcuno si oppose in paese: al campo, ai suoi odori forti di carne bruciata, al viavai di vagoni ferroviari. Insomma cosa sapevano davvero. Tergiversò, disse cose generiche, poi parlò della Rosa bianca. Lasciai perdere.

Furono giorni di sole pieno e freddo. Pensai che c’era anche allora, all’ effetto che faceva il sole a chi non aveva speranze eppure amava la vita come mai prima. Forse lo sentivano un insulto, forse una benedizione e una spinta a vivere. Forse. In questi anni è cresciuta la consapevolezza che qualcosa di orribile si è consumato senza una plausibile spiegazione. E al tempo stesso le cose vere, quelle accadute, si sono allontanate, anche quelle meno nobili che rendono più forte l’orrore. C’era con noi uno scampato al lager, è ancora vivo, ma non parla più. Gli anni, l’età avanzatissima. Mi disse allora: quando l’ultimo di noi morirà, tutto assumerà un’altra forma, diventerà storia e basta. Storia dell’orrore, assieme a tanti altri orrori.  Ho pensato in questi giorni che è vero, s’affievolisce il ricordo, la dimensione, l’atrocità moltiplicata per 10, 1000, 100.000, milioni, quando già il dolore di uno è insostenibile. Si organizzano viaggi della memoria, ma l’olocausto diventa una pagina di un popolo, soggetto di libri e film, epitome della follia di un dittatore, di un gruppo, di un popolo. S’affievolisce l’orrore, il grido, l’assurdità che ciò sia accaduto. Può riaccadere, quindi. Altrove, riaccade. Ci sono segnali del risveglio della bestia, l’orrore non l’ha uccisa e attorno l’intolleranza cresce.

In quegli anni, furono poco più di dieci, ci fu una normalità che rese tollerabile la soluzione finale. C’era  stata la satira antisemita e anti avversario, la stampa, l’intellettualità che trovarono ragioni, la discriminazione che creava nuove ricchezze, occasioni, posti di lavoro. Penso alla libertà di dire nefandezze, mi è tornato in mente in questi giorni in cui in Francia il tema della libertà ha trovato nuova linfa, ma anche dubbi su ciò che può fare la libertà quando viene posta al servizio del male, della discriminazione, del dileggio, della negazione del bene, e del giusto. La libertà allora uccide, non salva più l’uomo, non gli da diritti ma glieli toglie. Cosa accadeva allora mentre si toglievano diritti? Perché filosofi, giuristi, artisti diedero spazio e sostegno a tutto questo? Per interesse credo, per convenienza, ignavia, codardia, consenso. E tutti gli altri, queli che neppure ebbero una briciola di vantaggio ed eguale colpa? Primo Levi e diversi altri, non molti, cercarono di capire, investigare ciò che stava prima e durante, e perché convenne conformarsi a ciò che palesemente era orribile. Una risposta fu che bastò parcellizzare le cose, dire quello che bastava, separare gli atti in una meccanica di funzioni civili e piccoli problemi risolti, scindendo il fine e il risultato dal proprio contributo. Altri scientemente perseguirono, condussero, fecero con scientificità. Il tutto portò a questo risultato. Ma qualcosa sfugge, non ci fu ribellione delle coscienze. Si cita spesso la banalità del male di Hannah Arendt, le sue tesi sono suggestive, forse tolgono però dimensione all’orrore e lo portano nel quotidiano. Ci fu anche quello, ma non solo, perché c’erano gli artefici e i servi e poi un consenso diffuso. E tutto questo accadde anche in Italia. Se non ci fosse Israele, i sopravvissuti, le comunità ebraiche e un dibattito che continua sulle ragioni, non se ne parlerebbe più, come accade per gli zingari, i prigionieri politici, i comunisti, gli omosessuali, i testimoni di Geova. E anche questo rimuovere sarebbe da indagare.

C’era il sole, come oggi. Non capivo e neppure adesso capisco molto. A Ravensbruck, nacquero bambini nel campo, qualcuno sopravvisse. Pensavo che certamente ne nacquero in tutti i campi. E che questo sembrava talmente fuori d’ordinario per quell’orrore da usare l’avverbio persino. Come se l’orrore contemplasse solo la morte. Forse è questo che innesta l’oblio, non ci si confronta volentieri con la morte, al più si pensa che non ci debba riguardare. Quelli che non hanno paura della morte sono i bambini e a loro dovremmo parlare dei campi e di quello che accadde. Con le parole giuste perché le morti vengano distinte e perché certe morti non debbano accadere. Ecco quello che penso ora, che se ci fosse una educazione alla paura della morte, da adulti cercheremmo di rimuovere solo la nostra e tutte le altre le vedremmo. 

distratta evidenza

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E c’è pure un prima

e poi un dopo,

molti dettagli,

e qualche ragione che davvero spiega poco.

Le cose sono illuminate,

hanno di certo un nesso,

ma sono smemorate, 

e l’ allora non è adesso:

di certo ci fu spinta,

una motivazione dietro,

e fu scritto tutto in fretta,

sull’appannar d’un vetro.

Si spiega sempre troppo,

e qualcosa ormai s’è perso,

evidenza cara dovresti aver rispetto,

sarebbe giusto dicessi che l’anima si mosse,

che ci furon circostanze,

e molto contò il senso d’un cuore che si scosse.

E se poi non dicessi ed ascoltassi quieta,

come quando ci si sofferma nel dondolar di barca vuota,

lo sguardo all’acqua che accarezza,

l’orecchio allo sciacquio dell’onda,

vorremmo insomma un po’ d’intelligenza illogica,

distratta quanto basta

per lasciar che parli ciò che adesso rosica.

E a raccontare allora basterebbe:

che ci fu sì l’ apparenza,

che si mossero tempeste

ma la realtà del cuore

era ben diversa e verde.

un campo di battaglia

Eri un campo di battaglia. 

Ed era vero. In un certo senso la battaglia infuria ancora. Non credo cesserà. Probabilmente non si vuole che finisca. Credo che la vera scelta che ci viene proposta al nascere sia tra il lottare o il subire e che si cerchi per tutta la vita una via di soluzione che ci permetta di essere chi siamo. Certo che nessuno te lo spiega, i genitori, gli amici, o gli insegnanti, tanto meno i preti di qualsiasi credo o razza, o gli psicologi da rotocalco. E neppure i filosofi te lo spiegano, che non c’è solo la battaglia ma che anche l’avversario si deve scegliere e che questo possiamo essere noi oppure gli altri. E se scegliamo di combattere con noi è perché vorremmo emergesse qualche verità, essere in assonanza, dalla stessa parte. Vorremmo far la pace con noi. Forse per questo quando si pensa alla pace si associa l’idea della quiete, e la quiete ci riguarda assai.

Tra le diverse sensazioni sulla quiete, una sembra convincermi più di altre e non è la tranquillità, ma qualcosa che assomiglia molto all’equilibrio dinamico della corsa: ogni posizione di per sé porterebbe alla caduta, tutte assieme e coordinate sono un insieme armonico d’equilibrio che porta innanzi con gioia. Quindi la quiete e non il silenzio dopo lo scontro, lo sfinimento che aggredisce e lascia senza pensieri e forze, la capitolazione sino al prossimo confronto. Basta essere leali, usare l’autoironia (l’altro è tremendamente serio) e riconoscere quando l’altro ha ragione, ma non deflettere se si sente dove sta il bene per noi.

Mi sorprende poco che tu l’abbia visto così chiaramente ch’ero un campo di battaglia. Il tempo scorre molto, però si ferma davanti agli occhi di chi ci guarda attento; e quando si vuol bene si indaga sulle sensazioni, mentre i dati di fatto e le definizioni da dizionario sono così incontrovertibili da lasciare freddi perché sono caselle in cui nessuno davvero ci sta tutto: conta la persona e ciò che suscita davvero. Forse sentivi il rumore del ferro, l’odore di fuoco che brucia, l’inquietudine che non tiene fermi. E’ per questo che ora vorrei dirti che ho cambiato strategia e modo di combattere, che m’interessa poco vincere, ma non torno mai indietro e questo mi dà un vantaggio incredibile, ho misericordia per chi combatto, per quello che è stato. Lo capisco anche se cerco di non farlo prevalere. Forse per questo i momenti di quiete sono maggiori e il campo di battaglia continua ad armi pari. Non finirà mai, eppure ogni miglio che conquisto, ogni pollice aggiunto è un passo verso una quiete che ci tenga assieme. Io e l’altro che poi sono sempre io.

Sai qual’è una piccola verità che ho capito? Che quando combatto dentro se vado un po’ avanti anche gli altri attorno ne hanno vantaggio, non è il mio scopo principale, ma è così. E vale anche per i momenti di quiete, capisco di più, sono più morbido pur restando me. Credo sia questo il senso di tutto questo lottare, trovarsi per trovare gli altri, capire un po’ di più insomma. Ed essere inflessibili quando conta davvero. 

ri ordinare

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Riordinare non finisce mai perché è un ritorno all’innocenza che non era tale e che non è mai esistita, però fa bene provarci. In principio era il caos, poi sono venute le regole, così l’ordine segue un gusto prevalente, la proiezione di una necessità su di noi.

Spesso il disordine si associa allo sporco e così si rafforza l’idea che tutto debba essere messo in una sequenza, riordinare è la condizione della pulizia, e quindi c’è un prima e un dopo, immutabili o quasi, un ciclo che si ripete come se l’ordine fosse solo conservazione e ripristino. Accade anche nelle vite, nei pensieri, nei sentimenti eppure nel disordine potrebbe nascere un nuovo ordine che resisterebbe almeno un poco. Riordinerebbe la vita, ma costa fatica. Parecchia. Spesso si dice che una nuova scelta di ordine andrebbe confrontata con la precedente per stabilire ciò che è migliore. Come si potesse… A volte accade, però nei momenti di confusione o di maggior pressione c’è sempre un ritornare a qualcosa di indefinito che pure calma, fa stare in pace, come se le geometrie fossero conformi all’anima. Anche quando diventano nuove. Solo i bambini riescono a vivere nel disordine e non sentirsene confusi o minacciati, ma poi si cresce. 

contenders

Alcuni di noi, io, abbiamo una Patria, un paese che amiamo, una cultura comune. Sappiamo cose, magari non tutte così precise, e non tutti le stesse. Ci formiamo idee, un’ analisi della realtà, soluzioni. Di sicuro non abbiamo, da molto tempo, verità assolute e il relativo ci sembra un buon modo per accogliere la differenza e il ragionamento contrario, ma pretendiamo rispetto. Per noi e per chiunque. E nel rispetto sono comprese le regole che devono valere per tutti, la verità dei comportamenti. Per questo e per altro, non ci piacciono i furbi, quelli che cercano di fregarti, neppure gli arroganti ci piacciono perché usano la forza per imporre verità non vere. Non ci piacciono gli irresponsabili che dicono cose che non faranno, oppure fanno guai e li attribuiscono ad altri. Non ci piace chi la racconta, chi imbonisce, chi prende in giro la speranza. Sappiamo che la colpa di ciò che accade non è sempre altrove, che un motivo per tutto non giustifica niente, e quindi facciamo autocritica. Spesso. L’onestà ci sembra una precondizione in ogni rapporto, e non è un fine. Bisogna essere onesti, anche con se stessi. Vediamo i nostri limiti, sappiamo che sono importanti, però abbiamo sogni grandi e piccoli, vecchi e nuovi. Sappiamo che il mondo è complesso, che bisogna semplificare le cose per star meglio, ma nessuno di noi banalizza la realtà e sappiamo che semplificare è difficile e non lo si fa a colpi di slogan e tanto meno con l’accetta. Pensiamo che c’è un primato del capire e dell’intelligenza nel fare, e che quest’ultimo ha bisogno almeno di essere pensato. Siamo stanchi degli annunci, vogliamo partecipare e l’abbiamo sempre fatto. Oggi siamo coscienti che il problema prioritario è la corruzione e il malaffare, la legalità e il rispetto delle regole e pensiamo che il marcio vada amputato. Ovunque. Per noi le istituzioni non sono immutabili, ma sono il nostro patrimonio e baluardo democratico comune e quindi pensiamo si debba agire partendo dal rispetto del futuro e del presente nel modificarle.

Abbiamo un Paese che amiamo, una cultura, volontà comuni, ma non abbiamo più una parte sociale e politica. Temiamo di non avere più un partito in cui riconoscerci e pur essendo tanti, ci sentiamo soli.