il tempo dell’elicriso

Fuori piove. L’elicriso ha rallentato la fioritura, così la lavanda e il rosmarino. Nella mia immaginazione, essi s’interrogano perplessi degli improvvisi sbalzi di temperatura. Ieri era un caldo quasi estivo e oggi fa freddo. E sarebbe tempo di coccole e calduccio di pelle con un tempo infinito e vuoto davanti. Un tempo in 3D. Da riempire oppure sospendere, da bere e assaporare, tempo proprio e non d’altri. È un’invenzione recente il tempo. Quello esatto e invadente, intendo. Prima trionfava un tempo pressapoco. Come quello dell’elicriso: è ora di fiorire, di mandare profumo di sera, di godersi il sole, di passare verso la maturità del verde, toh, guarda, fa freddino, è ora di scivolare nel letargo vigile dell’inverno. Tempo regolato sull’altezza del sole e sul succedersi delle lune. È bello il tempo regolato dalle lune, stabilisce quando è ora di crescere e di declinare, incessantemente. Dà una sicurezza che il tempo esatto non fornisce, ovvero quella che qualcosa comunque accade. In questo sta il tempo lento del riempire, il tempo 3D, che non è retta, freccia, ma è vischioso o fluido, e ha quella piccola baulatura della tensione superficiale che fa credere che qualcosa spinga da sotto. Come ci fosse un sentimento che vuol emergere, che rende vivo il tempo. Ecco il tempo dell’elicriso è un tempo del sentimento. Dell’amore sospeso e di quello impellente. Dell’amore ciclico che rinnova se stesso e di quello fedele a ciò che muta. Un tempo che accade, esattamente come l’amore, cioè pressapoco.

il sud, la magia e me

IMG_0529

… il violinista fa il barbiere il resto dell’anno. Cito a memoria, era il violinista che suonava la taranta in Sud e magia, e penso che pochi libri sono stati così importanti per farmi capire che c’era un’ Italia silente, presupposta e sconosciuta. E arcaica in modo alto e sapiente perché conteneva il mito, la tenebra vischiosa che albergava in noi ancora visibile, il prima che era oscuramente adesso.

Cos’è primitivo? Quello che precede, e non è un giudizio di valore. Con la tipica esterofilia e con i pregiudizi politici che ancora esistono tra le pieghe della nostra accademia, negli anni in cui De Martino scriveva i suoi libri di antropologia dedicati alla “sua” quistione meridionale, alla piccola taranta, alla magia, si celebravano nelle nostre università e sui giornali, Levì- Strauss e Margaret Mead. E lui, era altrettanto grande. Anche di più, ma negletto perché demoliva i luoghi comuni del sottosviluppo, il facile giudizio dell’intellettuale che bollava come inferiori le culture povere, e cercava tra noi le ragioni dell’irrazionale e del reale dell’uomo. Quello che viene prima, qui, conteneva, come oggi contiene, il mitico-religioso, quel bagaglio/fardello culturale che serpeggia nelle nostre giornate, che è superstizione, e rifiuto del male prodotto dall’ambiente. Certo, scegliere gli umili, gli sconfitti, è una parte della realtà, oggi più di allora si celebra il falso egualitarismo delle possibilità: tutti possiamo ascendere la scala sociale, tutti possiamo essere felici. E questo distoglie dal contesto, ovvero dal perché siamo in basso e perché siamo infelici. De Martino dava una risposta indiretta, e rendeva evidente la contraddizione. Introduceva concetti come appaesamento, domesticità delle soluzioni, l’essere nel mondo comunque. Evidenziava il ruolo della magia e riportava la follia nel disagio infinito dell’estraneità. E per farlo, andava sul campo, ascoltava, metteva insieme alle situazioni. Non rifiutava il magico, non lo espelleva dal reale. Se intervistava la figlia della maestra, come la madre, anch’essa maga, le faceva dire degli incantesimi, ed allora emergevano gli amori asimmetrici e disperati, le gelosie, le paure per la salute, la malattia senza risposta.

“Il mondo popolare subalterno costituisce, per la società borghese, un mondo di cose più che di persone”. Ed io nelle cose che leggevo di De Martino, riconoscevo racconti che avevo ascoltato da bambino, la presenza della magia nelle case, nei letti, le malattie strane come le guarigioni, gli incantesimi e gli scongiuri, segno che tutte le culture arcaiche s’assomigliano e sono fatte di uomini che cosificano il disagio, non diventano loro stessi cosa. Mi colpiva la nettezza con cui emergeva una questione sessuale, un’ interpretazione del desiderio in chiave mitico religiosa, l’estensione del concetto di possessione come de responsabilizzazione di fronte al disagio. E le risposte erano ancora presenti nella presunta razionalità dei riti, nelle benedizioni, nei giudizi che partivano da presunzione di realtà. Ma ancor di più mi colpiva la considerazione sul camminare: noi eravamo la somma di atti ripetuti che avevano cambiato la condizione dell’ominide, tanto da renderla naturale ed automatica, ma quell’ancestrale scatto verso l’alto, un affrancamento dal suolo, era una condizione che conservava il pregresso. Il prima, il primitivo. E così era con la magia. Sembra strano oggi parlare di magia, ma oltre al razionale apparente, se si scompongono gesti e pensieri, emergono le stesse paure, le risposte apotropaiche attualizzate ai nuovi/antichi disagi. De Martino per me arrivò troppo tardi, anche se ero molto giovane non ebbi il coraggio e la forza di lasciarmi attrarre da una strada possibile di impegno di vita. Più facile fare altro, ma oggi se qualcuno portato ad essere sensibile a ciò che avviene attorno e agli uomini, mi chiedesse cosa studiare, gli direi: studia filosofia, sociologia, economia politica, biologia e antropologia. Non so se troverai mai un lavoro, ma di sicuro troverai tante domande da non annoiarti mai.

 Riporto tre, tra le tante citazioni che allora, come ora, mi colpirono.

l’Antropologia è “un modo di pensare noi  stessi come altri”.

“Felice oblio quello per il quale io non debbo totalmente impegnarmi ogni momento a mantenermi nella stazione eretta, ma avendola appresa da infante con l’aiuto degli adulti, e avendola appresa la specie umana già con gli ominidi,  io posso “perdermi” in quel mondano che è l’abitudinario camminare sulle gambe, restando “disponibile” per fare una passeggiata conversando con un amico. Felice oblio quello di una “domesticità” nella quale mi muovo, e delle cose con i loro “nomi”, sonnecchianti nella semicoscienza o sprofondati nell’inconscio, onde ogni cosa “dorme” con la sua etichetta di potenziale operabilità, e solo così può dormire, altrimenti si sveglierebbe come problema ed io perderei me stesso e il mondo, non potendo più scegliere e valorizzare ‘qui ed ora’ solo questo o solo quello. Quando si parla di carattere inaugurale dell’economico in quanto progetto comunitario dell’utilizzabile, si deve porre mente ‑ fra l’altro ‑ alla forza liberatrice condizionante del ‘dimenticarsi’ nel mondo. Nel che risplende di nuova verità quella necessità di perdersi per salvarsi che sino ad ora ha avuto un significato religioso proprio perché non è tentato a riconoscere all’ economico il carattere di valorizzazione inaugurale del mondo…”

“Come si delimita l’orizzonte ‘mondo? Come una immensa possibilità  da cui viene emergendo, nella continuità di un concreto esserci, una graduale limitata attualità culminante nella presentificazione dominante del momento. Il mondo: cioè gli spazi cosmici, il nostro pianeta, gli astri del cielo notturno e la luce solare di quello diurno, le piante, gli animali, gli uomini e tutto questo nel tempo, che abbraccia la storia del mio esserci, e quella di tutti gli altri esseri umani, e che retrocede verso un infinito passato e avanza verso un infinito futuro. Questo è il mondo che dorme in me, cui sono legato mediante il mio corpo e il mio inconscio: un dormire tuttavia che è un potenziale svegliarsi. Ogni mondo, quindi, e anche il mondo magico, è un mondo che legittima la sua esistenza sul piano della creazione culturale collettiva, mentre il mondo del folle è un “mondo” che non riesce a formarsi proprio perché pretende di nascere sganciato da quelle ovvietà preliminari che non devono costituire più un problema: il mondo del folle pretende di formarsi sganciato da un mondo dove si risvegliano continuamente i significati dormienti, in un balbettare oscuro intorno a eccessivi problemi che lasciano la realtà sempre indecisa e pericolosamente vischiosa.”

e per continuare a ragionare, tra il tanto a disposizione:

Il mondo magico di Ernesto De Martino

http://www.siderlandia.it/2.0/da-ernesto-de-martino-a-pier-paolo-pasolini-una-difficile-eredita-2/

 

elogio del poco o tanto che viene

Mica tutto si può dire. Si può raccontare l'apparenza, celare tra le righe espliciti enigmi, si può mostrare il mostrabile.

Il mostrarsi non è forse conseguenza del non bastarsi, della solitudine che non si colma?
Fortunati quelli che hanno avuto un grande amore di cui lamentare l'assenza, più disgraziati gli altri che si arrabattano nel costruire un presente che almeno odori di futuro.
È per questo che raccontare il passato ha il profumo dolce dell'elegia, nel mentre dire davvero come si sta, cosa si vorrebbe, raccontare la propria debolezza, non può essere cosi esplicito. Non viviamo nel dolore e neppure nella gioia, ma in un infinito relativo crepuscolo da cui trarre luce. In questo relativo, decifrare, se c'è interesse, passione, è la condizione di un futuro. Non ci si appassiona al passato, e in questa verità c'è il senso di ciò che si desidera, si mostra, si dice.

pensieri in libertà

Nessuno nasce libero. Sin dall’inizio qualcuno si preoccupa di mettere orari, regole, paletti alla tua vita. Costruiscono per te un ordinato vivere che è sapere cosa accadrà in ogni parte del giorno, ogni settimana, ogni anno, ogni età.

Nessuno nasce libero. Il bisogno d’essere accuditi, protetti, amati, coincide col taglio del cordone ombelicale, con lo sforzo del primo respiro, con il pianto che ne segue, con il primo freddo, con il primo sogno che s’alimenta nel mondo senza protezione.

Nessuno nasce libero e la libertà è una conquista anzitutto personale. Cosicchè ognuno disegna la sua libertà e i limiti della sua prigione e non smette mai di farlo perchè la libertà è fatica prima che piacere.

Esistono tante libertà, alcune sono così importanti da essere condivise. Senza la libertà di parola non si potrebbero, volendo, comunicare i propri pensieri, il sentire, la propria tristezza, la percezione della bellezza. Già in famiglia non è bello tutto quello che pare tale e non si può dire tutto quello che vorremmo. Ci sono stati, aree del mondo, religioni, regimi, società in cui si può sentire solo ciò che è permesso, si deve essenzialmente tacere oppure dire ciò che non dice nulla. Qui nasce il primo confronto tra la libertà personale e ciò che la impedisce, ovvero la libertà di essere ciò che si è e si potrebbe essere. Nasce un legame tra libertà individuale e collettiva perchè l’una non può essere senza l’altra. Eppure questa libertà di eprimere ciò che si è, non viene insegnata, così che  conquistarla è una consapevolezza individuale, un confronto tra essere e dover essere che dura una vita. Ma se posso ora pormi tutti questi pensieri banali sulla libertà, se posso misurarmi con me stesso per trovare i miei soddisfacenti limiti senza invadere quelli altrui, è perché la mia libertà in divenire, limitata, faticosa e preziosa è stata fatta crescere da molti che prima di me si sono posti il tema, che hanno sviluppato una sufficiente intolleranza all’assenza di libertà, al sentirsi ingiustamente oppressi, tanto da ribellarsi insieme ad altri e ottenere spazi nuovi per tutti. Hanno superato la solitudine della libertà, tanto da renderla un problema di crescita collettiva. Le mie piccole, grandissime, libertà, la possibilità di dire di no, è dipesa in misura essenziale dalla loro ribellione.

Capisco che tutto questo oggi è lontano, che riflettere sulla libertà sembra un esercizio ozioso. In fondo ciascuno, ogni giorno, registra sconfitte e vittorie in questo campo che sembrano appartenere solo alla sua vita. Capisco anche che fatti e parole, un tempo importanti perché legati a eventi terribili, a ingiurie, sopraffazioni e conseguenti atti di viltà e coraggio inenarrabili, siano oggi svuotati del loro significato. Le parole di Calamandrei, di Primo Levi, dei tanti condannati a morte sembrano letteratura, pensieri alti, poesia, ma prive di un riscontro effettuale, di una incidenza vera sulle vite odierne. In questo iato tra esperienza e storia della libertà contemporanea vedo e sento il baratro dell’indifferenza che si consuma attorno a noi sul tema della libertà come conquista. Sento che non si è attualizzato il valore che possediamo, che non si è trasformato in ragionato patrimonio collettivo ciò che ha coinvolto allora tante donne e uomini, ma che questa spinta ideale e vitale si è consumata come fosse inesauribile e data. L’educazione ha oscillato paurosamente tra vecchie e nuove coercizioni. Ci sono stati tentativi, sogni di pochi che hanno riproposto il tema della libertà per sé e per i figli, aggregazioni educative e sociali originali, ma l’economia e la società  si sono incaricate di rimettere le cose a posto , nell’ordinato vivere che è conformismo prima che necessità. È vero, oggi ci si può muovere senza troppi limiti, c’è una libertà sessuale maggiore, si può dire molto purché qualcuno ascolti, ma il processo di affrancamento è ritornato ad essere solitario e personale. Irrigimentato dall’utile, confinato nel ruolo, nell’età, nella convenienza. Se faticosamente è proseguito un cammino collettivo, con nuove parole, nuove libertà, nuove costrizioni, esse non hanno conservato quella spinta dirompente che le aveva originate e oggi non è possibile misurare quanto questo cammino sia stato guidato da altri. Quanto le libertà siano state più un potente affare economico che arricchisce pochi più che una conquista collettiva di crescita. Perché la libertà ha come correlato la critica e non si può dire che questa si sia -e si stia- sufficientemente esercitando nei confronti della società liberale. Queĺla che di certo non è proseguita, al di là della retorica delle celebrazioni, è stata la riflessione sulla libertà e il legame che essa ha con l’educazione che mette assieme libertà personali e collettive. Si è pensato che essere e avere fossero coincidenti nella libertà e cosi la stessa parola, in conseguenza della crescente diseguaglianza economica, si è  via via svuotata di significato rivendicativo tanto che ormai il 40% dei cittadini di questo paese è  disponibile a ridurre la libertà personale in cambio di beni.

Le libertà personali da conquistare sono più o meno difficili se il contesto delle libertà collettive è carente e diseguale. E ancor più se esso include l’ingiustizia nel sentire comune. Portandoci verso la sola libertà individuale, facendola coincidere con l’avere è stato ristretto e chiuso il recinto della riflessione collettiva suĺla libertà. Chi ha è libero, tutti gli altri sono costretti in piccoli spazi personali, piu o meno come nelle società autoritarie dove la possibilità di essere liberi è oggetto d’acquisto.

Nessuno nasce libero, la libertà è una conquista personale, ma il suo esercizio è una consapevole conquista collettiva.

silenzio

Nei talkshow sempre le stesse facce, gli stessi che vedo sui giornali, sui manifesti, nella rete. Messaggi che si ripetono all’infinito, gonfi solo di se stessi. E tutto questo davanti a un mare di rinuncia. Credo sia l’inutilità del ribellarsi al ritrito, al vecchio raccontato come nuovo, all’assenza di un progetto, che spinge all’atonia. Viviamo in un’epoca di simboli, dove chi sembra condurre è al più mosca cocchiera di necessità senza giustificazione umana. Una sorta di costrizione, di cerchio di gesso mentale da cui nessuno sa più uscire.

Siamo nell’epoca dei simboli che diventano app, fotografie, sensazioni, e come tali riposti in quei moderni portafogli che sono gli smartphone. Biblioteche infinite di frammenti d’attimo. Non c’è nessun mito, nessun ideale profondo, in tutto questo e così le passioni se ne vanno. In punta di piedi, lasciano simulacri, ologrammi d’esse a testimoniare che sì, qualcosa c’era ed era importante, ma non così tanto da piegare l’acciaio delle vite. O era titanio? Oppure qualcuno di questi materiali così indistruttibili che qualcuno poi dovrà smaltire e che si applicano su vite mollicce, su desideri transitori, su orizzonti brevi?

Parlo troppo mentre il silenzio è l’unica risposta decente purché abbia un significato. Non il silenzio colpevole dei critici eclissatesi assieme alla ragione, non il silenzio dei maestri che insegnano il conformismo, non il silenzio dei cinici che sanno come andrà a finire. Penso al silenzio che dovrebbe far riflettere chi lo pratica e chi lo riceve. Quanti di quelli che oggi parlano sempre, che vengono intervistati perché hanno un nome, si sentono così onesti da dire: non capisco, non voglio avere un’opinione, una certezza, neppure una fede che non sia ragionata e perciò non ho nulla da dire.

Quanti di questi si sentono di proporre il silenzio come insegnamento per trovare domande dentro di sé, per sentire le abissali assenze che motivano atti e scelte e ancor più omissioni e disperazioni?

Quanti si sentiranno di dire che l’amore è limitato, che gli ostacoli sono insormontabili, che il mondo deriva non per sua natura, ma per responsabilità e per troppe giustificazioni?

Non ci sono colpe, solo consapevolezze, scelte e conseguenze. Non ci sono icone se non c’è passione e fede in qualcosa. Non c’è orizzonte senza un mito che scava dentro e porta alla luce la contraddizione, la tenebra. E senza mito siamo soli, nel silenzio più immane e irreparabile, soli. Di fronte alle nostre scelte, di fronte ai nostri limiti, senza speranza di grandezza. Per questo serve un silenzio che provochi il mutare profondo, serve un silenzio eversivo, critico come mai di fronte all’iniquità che diventa assoluta quando essa avrebbe un’ alternativa di vita. Un silenzio che circondi le chiacchiere del potere, le pretese d’un cambiamento che non cambia. Un silenzio che vada al cuore della cultura che non mostra il reale e le sue facce nascoste. Un silenzio che sia come un urlo. Quell’urlo animale che ciascuno si porta dentro ed è il rifiuto dell’essere oggetto di qualcuno. Balia d’altri. Prigioniero. Questo è il silenzio di cui parlo, ma già le parole sono state troppe, imprecise e maldestre. E non ho soluzioni, capisco poco, al più vedo. Con parzialità, vedo e sento il grigio del disagio. Ma forse è solo una sensazione personale e di questo chiedo scusa.

relatività quotidiane

IMG_1713

Quasi nulla è come appare.

Quasi nulla è come si sente.

E nel sentire ci stanno tutti i sensi, intuizione e intelligenza annessi.

La verità è imprecisa, un po’ dilettante nel raccontarsi, usa parole che servono più a noi che a lei. Si direbbe che lisci il pelo al gatto. Per questo dovremmo definirla misericordiosa?

Quando la si conosce, la realtà, si capisce che è maestra severa, e siamo noi che ci adeguiamo a lei e smettiamo di sognare. Ma nessun insegnante dovrebbe (che brutta parola, ma solo perché serve) derubricare da chi lo ascolta, il sogno.

un inutile, banale, pernicioso, giorno

IMG_0011

Il confronto civile, la discussione tra persone, il comporre le decisioni, ecco, questo mi piace nei rapporti, ma non è la nuova abitudine. Oggi impera lo scontro, verbale prima e se necessario  anche fisico, poi. I pacifici non hanno il mondo.  Beatitudine non verificata dai fatti. E non hanno neppure la verità. Combattono. Dall’altra parte la debolezza, la menzogna hanno bisogno dello scontro verbale. È strano, viene tirata in ballo la dignità per difendere ciò che dignità non ha. Forse  perché il prevaricare rende vero ciò che non lo è.

È il potere, bellezza, e però basta dire di no. Per i pacifici, gli educati, quelli che hanno un’etica, ci saranno più silenzi, più esclusioni, ogni scontro costerà molto di più a loro pur avendo ragione rispetto a chi ha torto. E si perderà, spesso, molto spesso. E tenere la schiena dritta guasterà l’umore, minerà la tendenza a vedere il buono nelle cose, ma non c’è via d’uscita per chi è pacifico e non supino: tenere il punto e cercare serenità.

Direte, ma perché vengono fuori queste cose. Slegate, prive di fatti e di contesto, quasi uno scazzo dopo una batosta. Quello che leggete nasce dopo un inizio di giornata che aveva due scelte, o essere una tranquilla prosecuzione di accordi, di cose evidenti, oppure trasformarsi in uno scontro metafisico. Metafisico perché oggi ci si parla per mail, si chiudono rapporti di lavoro, amori, scelte, tutto per mail. Eppure il metafisico è reale negli esiti e negli effetti. Da oggi il giorno sarà diverso. Bisognerà acquietare l’inquietudine, trovare le serenità che fanno dire e fare ciò che è giusto. Trarre conseguenze. Non finirà qui e ricorderò questi giorni come inutili, banali, perniciosi. Il positivo farà molta fatica ad emergere se non nel nuovo, nello scuotere i calzari e andarsene. Non funziona così anche negli amori? Un ex amore è puntiglio, meglio andar via, cercare il mondo dove c’è davvero.

quasi un fado

Una vita come un fado: passione, scialle che avvolge, durezza che si scioglie.

Il sole taglia i muri di giallo, l’odore del bacalhau e dell’abitudine escono con il lenzuolo steso fuori dalla finestra. Gli azulejos rilucono di notte, lo sapevi? Anche a pezzetti, dispersi dal camion dei detriti sbriciolati nel cantiere che costruisce il nuovo. E demolisce, oddio come demolisce, cambia, apre i muri, li fa cadere. Il nuovo è così, scava nuove porte per nuovi padroni e intanto la ruota gira, divora ciò che ha spiccato un balzo verso l’alto che sembrava non finire, ma finisce. E lo attende una bocca aperta, come quella degli uccelli del giurassico, dal muso lungo e i tanti denti. Pterodactylus che aspetta che il nuovo frolli, che poi mastica e inghiotte. Mai sazio e ricco di pazienza. Come un rapace, ma bestia che sa, che prevede. L’occhio ironico, il cervello razionale. Basterebbe cambiare il ciclo, la prevedibilità e morirebbe di fame. Ma è cosa complicata, costa fatica, meglio il nuovo e la sua impazienza che non muta i cicli: ascesa e ricaduta.

Alla luce della luna e d’un lampione pezzetti bianchi e blu di azulejos, rilucono. Caolino e manganese, superficie vetrosa e ceramica. Incredibile l’effetto nella leggerezza e lucore. Sopra, di giorno, tra il rumore di trapani demolitori, nascono bagni acciaio e piastrelle, docce laser e superfici riflettenti. Da nascosti altoparlanti esce musica discreta oppure battente. Bluetooth. (chissà se i denti della bestia han questo colore)

È questa la scelta. Ti verrà lasciata questa scelta sola.

In Alfama per i turisti ballano il fado. Chissà cosa resta della passione, d’uno scialle che si apre e poi stringe il corpo, della durezza che si scioglie. 

A te la scelta. Forte o piano. Nuovo o vecchio. Passione o noia ? 

aveva ragione e torto assieme

Ho risentito la sua voce per radio, lo stesso tono, lo stesso incespicare nella costruzione della frase che deriva dall’abitudine di usare l’inglese come prima lingua. Come allora lo stesso atteggiamento tranchant che mi aveva così colpito e indisposto. Eravamo entrambi di vent’anni più giovani. Al consolato italiano, un cocktail di presentazione e di benvenuto. Invitati della comunità italiana e americani, tutti in piedi e impegnati in quell’esercizio da polipi che tiene insieme un piatto, un bicchiere mezzo pieno e una forchetta, tra un tonnarello e una polpetta al sugo lui si avvicinò e mi chiese cosa vendessimo davvero. Il tono e il sorriso ironico sottolineava che degli italiani non c’era da fidarsi molto, Che eravamo un po’ magliari e che comunque non avevamo la giusta dimensione per il paese che ci ospitava. Ero un po’ offeso, non ci conoscevamo e mi sembrava avesse la puzza sotto il naso, solo che la puzza eravamo noi. Gli dissi che avevo conosciuto suo padre, professore all’università al mio corso, e gli chiesi cosa ricordava della città in cui era stato a lungo. Sapeva poco e ricordava meno, però aveva un giudizio. Ne ricavai una ulteriore sensazione negativa, ingenerosa, per noi, per me, che ci davamo da fare e che, con difficoltà, cercavamo di rappresentare un Paese, il suo e nostro, e insieme un territorio degno di considerazione, geloso della propria dignità.

C’ho ripensato più volte in questi anni e ho concluso che aveva ragione e torto assieme. Che spesso le missioni economiche fallivano gli obbiettivi, che mancava la continuità nel lavoro di promozione, che rappresentare l’eccellenza non era facile perché quella conclamata si rappresentava per suo conto, mentre mostrare la fatica, le speranze, il lavoro certosino, le unghie rotte e le notti insonni non portava nessun lustro, Però c’era il territorio, la storia, l’eccellenza delle menti, l’insegnamento, una grande capacità di intuizione e di lavoro.  In fondo ci facevamo lustro dei parenti ricchi, del successo altrui, mentre del nostro cosa potevamo dire se non che c’era voglia di lavorare, di fare, di crescere.

Aveva ragione sulla dimensione delle imprese, sul fatto che assieme alle realtà vendevamo la voglia di crescere, le speranze che sembravano cosa fatta, la ricerca in corso con gli scarsi mezzi, le idee povere anche se aperte. Eravamo parenti poveri, merce da lavoro, da sfruttare per penetrare  il mercato che con il suo risparmio un po’ di potere d’acquisto l’aveva.

Aveva torto nel pensare che fossimo piazzisti, che ci fosse un voi e un noi. Per dimostrare che questa parte della realtà non salva nessuno, c’ha pensato il mercato finanziario, le crisi immani degli ultimi anni, il mutamento troppo veloce dei Paesi e della incapacità di crescita del benessere. Noi eravamo di una ricchezza cosi labile e recente da sapere il duro prezzo dell’impoverimento, lui non lo sapeva ma questo avrebbe investito anche il Paese ricco per antonomasia: gli Stati Uniti, demolendo la sua classe media.

L’ho visto più volte in televisione, letto e ascoltato. È un opinionista autorevole e ricercato, esponente di quella scienza, l’economia, che non risolve i problemi, ma propone in continuazione soluzioni. Si è un poco ammorbidito, forse l’età, però ancora giudica e fa capire che possiede verità incontrovertibili. Ho rivisto la mia opinione d’allora, non mi infastidisce più, aveva ragioni e non verità allora come adesso. E questo mi rassicura che in tutti gli errori che si possono fare, la buona volontà è ancora un motore mentre chi giudica si ferma oppure viene trasportato, ma non aiuta ad andare avanti. Però abbiamo bisogno anche di critici feroci. Ci riportano alla nostra dimensione, basta non essere schiantati dalla critica e pensare che non c’è speranza.

portolani: il tavolo

20160318_100134

Non so come altri vedano il mio tavolo da lavoro.  Entrano davvero poche persone in questa casa. E non lo saprò mai perché non chiederei. Avrei il pregiudizio dei iei occhi che nel vedere si mescolano con i significati. Con le piccole tracce d’amore che permettono di identificare le cose, collocarle, dar loro un pezzettino della nostra anima attraverso il legame con l’uso del tempo. Del nostro tempo. La cosa più preziosa che abbiamo. Non ascolterei a sufficienza con la mente libera da pregiudizi. E a me non piacciono i pregiudizi. E neppure i giudizi.

Il mio tavolo da lavoro è una mappa dei miei interessi, delle speranze, delle possibilità, ma anche della confusione, del sovrapporsi, del ridurre la chiarezza a un cammino tra asperità e morbidezze. C’è molta carta, scritta e bianca. Ci sono molte penne, due lampade, lenti d’ingrandimento. Mi piace molto la magia delle lenti, come pure il cristallo tagliato, le sfaccettature, i colori che generano. Quindi ci sono tra le cose apparentemente dormienti.

Poi molte matite. Colorate o meno. Inchiostri, forbici, attrezzi per la scrittura, tagliacarte, regoli, bianchetti, righelli, astucci. Disegno poco, la scrittura a mano mi sembra un buon modo per disegnare significati, però mi piacciono i colori, il loro entrare nella pagina. Le stilografiche e i pennini attendono il loro turno. Ci sono preferenze e rotazioni. 

Il computer è circondato da dischi fissi, memorie sovrapposte, un baule di tracce, di scoperte che si aggiungono quando il tempo li ricomprende. Sulla parete si vedono quadri e fotografie. Nell’angolo una bacheca di sughero, zeppa di ritagli, foto, scritti, pezzi di carte geografiche. C’è molta musica attorno e ci sono molti libri. Sono una compagnia discreta, un sussurro piacevole, contorno e pietanza per una curiosità, un interesse piacevole. Il tavolo serve per scrivere e contenere. Contenere cosa? È un portolano che ricorda e intanto mette assieme e percorre il nuovo, un sovrapporsi di segni che desidera essere interpretato e intanto  interroga. Gli orologi ad esempio, questa casa ne ha molti, meccanici per lo più, ma non solo. Sono una tangibilità di un tempo che solo in parte condivido. Il mio tempo coincide col portolano che si dispiega davanti a me, con la difficoltà attuale delle passioni, con i punti fermi, le bricole a cui attaccare la barca che mi ospita. Interessi e disattenzioni, uso dissennato e inutile del mio tempo. Mi piacciono queste due condizioni: l’inutile e il dissennato nel personale dialogo col tempo, sono libertà importanti. Di esse sono cosciente e non di rado contento. Serve leggerezza per non prendersi troppo sul serio, furie brevi, occhi che si riempiono nel vedere particolari e insiemi. Sposto le cose, le raduno e le dispongo. Sono attente e disponibili, proiettano un futuro di piccole tracce di me. Questo è un contenitore prima che un tavolo. Posso coglierne un senso perché non c’è confusione, ma volontà. La leggerezza salva dalla prigionia dell’ordine.

Confutatis, la maledizione che perde l’uomo, lo smarrisce, viene assolta dalla leggerezza. Dal significato e dall’autoironia congiunte. Libera me dalla dipendenza, dall’omologazione, dalla geografia che non corrisponde all’anima. Libera me dalla solitudine dell’ordine, dall’innocenza travisata. Le cose non sono innocenti e non sono colpe. Sono noi. Questo tavolo è un pezzetto, un’approssimazione. Sono asintotico a me stesso, come potrebbe essere compreso il mio ordine/disordine apparente? È una nudità che implica intimità, pudore verso chi non ama, un essere che nel mostrarsi include. Non esiste amplessare ma questo sarebbe il significato del compenetrare il senso delle cose. La Crusca provveda se può, ma anche non potesse per ciascuno c’è un angolo che lo racchiude. Lo spero, lo vorrei.

Confutatis. Confondi, perdi l’utile e il suo simulacro, porta a noi ciò ci approssima, la nostra confusione apparente, l’ordine che non è tale, lascia il senso. lascialo in noi, in tutte le sue accezioni, il senso, perché di sentire abbiamo bisogno.