otobre

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De otobre gò na rasòn vecia, quasi antica,

fata de odor de tera smossa,

de caminar pai campi,

de ale spaurie,

sbatue via dal volar suo.

Chissà cossa pensa l’oseo che scampa da un scioco,

da un movere de foje, da un sciopo, 

col core ch’el vola verso el cielo sperando,

de scampar, nea paura sua, 

che un dio a sò misura gabia un poca de atension,

par lù poareto.

Non pol dir gnanca otobre maledeto,

nol gà i mesi, un lunario picà in casa,

solo ch’el fiatineo de vita che pure ghe par tanto,

miga el pensa a quel che sarà, ma a quel che xè

e intanto el scampa, sperando

e con l’oseo anca noantri speremo

che’el cacciator sia un fià orbo,

o almanco sbalà

e sempre tanto gnoco.

De otobre che xe l’aria colma de odori sciaresai dal primo fredo:

de fumo lontan,

de caldo vizin na fiama,

de altro e pur tanto,

che mai se podaria metare in un telefonin, dentro n’app, 

però el ghe xè, e basta snasar e vardar

almanco un fiantenin,

solo par capir dove se zè,

dove semo rivà,

dove se podarave ‘ndar.

De otobre gò scarpe piene de fango, 

que’o che deventa duro come piera,

gò el brivido in tea schina,

del primo fredo che zà el conta ‘a sera,

gò el malstar del scuro che ciapa come na paura,

‘a vogia de un ciaro, se pur lisiero, de calor.

De otobre gò ancora tuto queo che ancora torna,

na siarpa, un primo paletò, 

gò l’acqua del fosso che varda de matina ‘a brina,

el rosso del tramonto che ga pressa de impisare ‘a notte,

gò tuto queo che ghe xè

e no poco manca

ma questo miga dipende da lù,

da otobre,

dipendarà pur da mì

e cussì meo godo pensando

che no xè passà un mese,

na stagion,

ma n’altra de novo xè rivà.

 

la traduzione è libera, come diverse parole che sono mutate con l’uso massiccio dell’italiano. Gli accenti mancano quasi tutti, e il veneto, il padovano che è la mia lingua, in particolare ne è molto ricco.  È difficilissimo seguire la grafia che è fatta di aspirate di sfumature e di segni che cercano di riprodurle. I significati si sono imbastarditi nella città e sfumati dai mestieri che non esistono più. Quindi chiedo venia per i troppi errori, per le omissioni, mi basterebbe restasse la cadenza, il suono che ormai è oggi l’unico riferimento della lingua veneta.

 

Di ottobre ho una ragione vecchia, quasi antica,

fatta di odore di terra smossa,

di camminare per i campi,

di ali impaurite,

gettate via dal loro volare.

Chissà cosa pensa l’uccello che scappa da uno schiocco,

da un muovere di foglie, da un fucile,

col cuore che batte forte verso il cielo sperando,

di scampare, nella sua paura,

che un dio a sua misura abbia un poca di attenzione

per lui, poveretto.

Non può neanche dire ottobre maledetto,

non ha i mesi, un lunario appeso in casa,

solo quel pochino di vita che però gli pare molto,

non pensa a quel che sarà, ma quello che è,

e intanto scappa, sperando,

e con l’uccellino, anche noi speriamo

che il cacciatore sia un po’ orbo,

o almeno squilibrato (sballato),

e sempre poco intelligente.

In ottobre l’aria è colma di odori resi chiari (distinti) dal primo freddo:

di fumo lontano,

di caldo vicino alla fiamma,

di altro e pure tanto,

che mai si potrebbe mettere in un telefonino, dentro un’app,

però c’è, e basta annusare e guardare,

almeno un pochettino,

solo per capire dove si è,

dove siamo arrivati,

dove si potrebbe andare.

In ottobre ho scarpe piene di fango,

quello che diventa duro come pietra,

ho il brivido nella schiena,

del primo freddo che già racconta la sera,

ho il malessere dell’oscurità che prende come una paura,

la voglia di una luce, seppur fioca, di calore.

In ottobre ho ancora tutto quello che ancora torna,

una sciarpa, il primo paletot,

ho l’acqua del fosso che guarda di mattina la brina,

il rosso del tramonto che ha fretta di accendere la notte,

ho tutto quello che c’è

e non poco manca,

ma questo mica dipende da lui,

da ottobre,

dipenderà pure da me,

e così me lo godo pensando

che non è passato un mese,

una stagione,

ma un’altra di nuova è arrivata.

 

un dialogo per capello

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Lei non immagina di avere tutto il tempo che le serve? 

Siamo in piedi, la mano ancora stretta nell’accomiatarsi, la luce alle sue spalle. 

No, credo di no. 

Strizza un poco gli occhi, mi mette a fuoco, vorrebbe capire dove vado a parare, ma sorrido. Il sorriso nasconde le intenzioni. A volte.

Vede, ha già dei rimpianti.

Curviamo entrambi le spalle, c’è un effetto specchio che costringe ad imitare inconsciamente chi si ha di fronte, solo che riesce meno bene ed è un accondiscendere. Credo faccia parte del comunicare.

Crede di averli solo lei i rimpianti?

Bella mossa, la parità mette soggezione, annulla il piccolo vantaggio dell’aver detto per primi e rende orizzontale il dialogo. Quante volte cerchiamo un maestro, un tutore, un appoggio sicuro e per questo dimentichiamo che esso, al pari di noi, è soggetto agli umori, ha tristezze, sentimenti, forse passioni che possono evolvere nel corso della giornata. Quante volte parliamo con un’icona pensando che essa sia ciò che rappresenta e non una persona. 

No, certo. Ma alla fine ciascuno si tiene i suoi, li considera così importanti che quelli degli altri sono di serie b. 

È ora di concludere, le mani si lasciano, rimetto lo zainetto ed esco nel buio elettrico delle scale. Scendendo penso che se si guardano le vite, ciò che è accaduto in esse, tutto assieme, con le loro difficoltà e le scelte obbligate, ciò che si vede è un pastrocchio. Un’accozzaglia di colori senza capo né coda, al più gradevole alla vista ma difficile da trattare senza sporcarsi l’umore. Penso che il tempo è ciò che ci differenzia davanti alle cose, che cogliere l’attimo è diverso dal meditarci su, ma non vale solo per il singolo gesto: è qualcosa che si prolunga in avanti e indietro.

È vero, io penso che ci sia tutto il tempo necessario e che ci sia pure un bonus per perdere tempo.  E lui non lo pensa.

Penso che l’importante ci riguardi, ma che esso si ridimensioni a seconda di ciò che facciamo o siamo. Per chi è innamorato il tempo dello stare assieme non basta mai e invece per chi attende, il tempo è sempre troppo, ma non è questo che intendo, è il far accadere le cose che mi interessa e per queste il tempo sembra dentro di noi finché vogliamo davvero che accadano, poi sfuma. Forse il rimpianto è la somma di tutti quei tempi sfumati, di quei tempi stati che non si possono ricreare più. Il πάντα ῥεῖ di Eraclito portato dentro di noi che guardiamo la somma di ciò che è stato e poteva essere.

È un cartone di uova rovesciato sul pavimento: i colori si mescolano, il malanno è fatto, bisogna pulire, ma per un momento guardiamo ciò che si è creato. È privo di senso eppure ha una sua identità. Se il pavimento è sufficientemente colorato, persino una gradevolezza. Se fosse su una tela appesa si cercherebbe un senso al suo interno. E invece quella mescolanza di ragioni un senso non ce l’ha, è stata e ciò che si può attendere, oltre a pulire, è che alla prossima occasione un senso venga dato, un positivo per noi si attui. Per questo penso ci sia tempo.

incoercibile

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Dai piccoli semi di scarto frammisti ai fondi di caffè messi nei vasi sono nate piante di pomodoro e di peperoncino. In questa confusione di semi che vanno e vengono anche una melanzana svetta rigogliosa in cerca di sole. Nessuno ha detto loro che è settembre e che il solstizio chiude l’estate, provano a vivere di quello che c’è e ne prendono tutto il buono.

La vita ha un bisogno incoercibile d’essere che è sfida alle regole, trova un suo modo, lo afferma e si tiene ritta davanti al contraddittorio. Mi sono ricordato che da sant’Erasmo, vengono i piccoli carciofi che non riusciranno mai a diventare grandi, sono le castraure, a Venezia e in terraferma ne fanno fritti con la pastella e sono piatti succulenti oppure li mettono sott’olio come quelli che a fine stagione non hanno la misura per il mercato. Segno di una identità forte che è solo fuori tempo dalla massa ma non dall’amare la vita. Lo pensavo, guardando le coraggiose piante della mia terrazzetta, che anche le stagioni dell’uomo sono fasulle, che non esiste il tempo per apprendere e l’altro per fare, o quello per innamorarsi e l’altro per invecchiare, ma che tutto è incoercibile nella passione di vivere e può partire sempre purché ci sia la voglia di crescere e quello che ne verrà non sarà fuori stagione ma semplicemente la gioia di dare frutto.

dicerie del vicolo

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Non so come si sia diffusa la voce, ma di certo è accaduto. Magari si sono detti: ma lo sai che lì nessuno disturba, che si sta bene, c’è pure una copertura per il troppo caldo. E magari c’è scappato pure un sorrisino. (Chissà come ridono i colombi…) Poi qualcuno ha proseguito in dialetto: squasi squasi me fasso là ‘a covàda parché lu, el paron, non ghe xe mai e se sta proprio ben. E hanno capito anche quelli che parlano solo italiano che lì era un buon posto per covare, e sorridenti hanno rispettato la priorità, perché tra uccelli così si fa.

È così ci sono, per il secondo anno, prima due uova e ora due colombini. Rispetto allo scorso anno, il nido l’han fatto dentro una vasca che tiene qualche tulipano, due arbusti di lantana, e delle fresie. Solo la lantana è in fiore e copre i colombini. Ogni tanto devo innaffiare e c’è un movimento buffo che cerca di schivare gli spruzzi poi un accomodarsi in una piccola pozzanghera calda di terra e acqua, appena un inizio di tubare e poi un perdersi nel pensiero della crescita.

Guardando la colomba, ho pensato che forse è la stessa che lo scorso anno è nata qui, che abbia conservato nei suoi pensieri un’idea di casa. Cioè è casa sua questo balcone, anche se l’ho irto di punte, anche se il tubare mi sveglia il mattino, ma lei pensa, giustamente, che il luogo in cui si nasce un po’ ci appartiene. Gli uccelli hanno spiriti diversi, ci sono gli avventurosi e gli stanziali, tutti tornano a qualche casa; a me piacciono di più quelli che osano, ma rispetto quelli che oziano nel vicolo. Quelli che parlottano tra le terrazze e i tetti, quelli che camminano più che volare. E imparano a sporgere il petto, a fare passetti brevi intervallati dal volare per balzi. Una sorta di ostinazione, di caparbietà nel dire: abito qui, come te, è anche casa mia. 

Tra non molto i colombini se ne andranno. Con le piogge d’autunno si scioglierà il guano e l’odore, forse la lantana ne approfitterà, magari anche le fresie. E quella presenza ostinata diventerà colore, profumo, equilibrio. Un diverso modo di volare. Quello concesso a noi umani che abbiamo la capacità di vedere che scorrere è indifferente che avvenga in aria o in acqua o terra. Volare è scorrere la terra con gli occhi. Volare è scorrere il cielo con lo sguardo. Vedere.

come sarà l’autunno?

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Si sente,

il respiro lungo del sonno e l’irrompere sommesso dei sogni nel reale,

nei giorni in cui il sole scava nelle cose

piccoli grani per danzare nei suoi raggi,

è allora che la stanchezza di ciò che non accade avvolge il tempo,

e il suo scorrere sembra chiedere significato.

Come sarà l’autunno,

che scandisce di impegni le giornate,

e i suoi progetti riprende con fatica?

Ancora starà zitto il cuore

mentre si commuove in una foto,

e piano decifrando l’aritmetica d’assenza

chiede conto dell’andare, dove?

Tutto cheta nel dirsi:

c’è la noia di chi ha visto e non s’ è seguito,

ma non basta,

perché ci saranno i pomeriggi disarmati,

il senso che non acquista la profondità del rosso.

Così si ascolta, si sente,

e il pensiero va all’instancabile

rimescolar di conchiglie e sassi,

mentre si vuotano scogli e sabbia,

e i perditempo stan seduti a sentire

il pensiero del tramonto,

perché ancora una volta è sera

e poi notte

e poi sogno,

ancora.

sulle interpretazioni della luce tra i rami

Pensavo a te, oggi, e tra gli alberi filtrava luce,

nel bosco s’agitavano felci, fiori sparsi in cerca di chiaro,

c’era un silenzio di parole e fitto di suoni,

e mi veniva la presenza tua, che mai è caso,

ma spesso è un piccolo solco nell’anima, verticale come un grido.

Camminavo su aghi di pino sciogliendo le mute richieste,

seguendo la vita che continua a vivere ,

come se il tempo fosse cosa che non la riguarda: il tuo, il mio, indifferente,

e così quello inutile di ciò che non è stato, non poteva essere, che non ha voluto.

Eppure il pensiero non si recinta,

vuole attenzioni che non riserveremmo a noi stessi,

in fondo ad ogni desiderio, o sentimento, non c’è giustificazione,

solo la soddisfazione che riapre la porta al desiderare.

e questo, a volte è poco, troppo poco.

Cosi tengo la luce, la presenza, il segno,

che poi è grido che lascia un piccolo solco,

mentre la punta del piede disseppellisce piano, richieste,

e allora parlo a me, al possibile, alla luce che filtra tra i rami,

ricordo che komorebi è il suo nome giapponese e dirlo piano, sembra una morbida lode al giorno

che accarezza e testardo vuol venire.

 

 

il senso di Marja per il colore

Il rigoverno della casa, per tacito accordo avviene in mia assenza; si sa gli uomini intralciano, intrigano come si dice da queste parti, e l’intrigo è l’inciampo, l’inutile che si mette in mezzo, il superfluo da togliere di torno. Quindi io non ci sono e al ritorno troverò la casa linda e pulita, le lenzuola cambiate, le stoviglie pulite nuovamente lavate. Non si sa mai, dev’essere il pensiero, perché ogni donna nutre dubbi sulla effettiva capacità di pulirsi e pulire dell’uomo. E credo sia un atavico senso dello sporco connesso al genere maschile che sin da quando rientrava nella caverna appena spazzata con un animale sanguinante senza curarsi della scia sul pavimento, ha continuato nei millenni a portare con sé prede da mostrare e untume, così che anche quando pulisce, l’uomo, mica pulisce bene, ma è con la testa altrove, pensando a chissà quale impresa comunque unta. Nol gà man, non ha mano, non sa gestire il pulito, è il pensiero tenero e liquidatorio che affida al genere opposto il monopolio della pulizia domestica. Marja con il senso europeo-orientale  delle donne che conoscono gli uomini che tornano alticci e si buttano vestiti sul letto, non fa differenze e ripulisce ciò che con fatica pulisco. Anche per questo l’intrigo cioè io, è meglio stia distante. Se fossi lì in mezzo, interverrei, direi, mi lamenterei, eppoi perderei la possibilità di giocare a trova quello che era qui e adesso invece chissà dove l’ha messo, gioco che mi fa smoccolare sorridendo e recuperare il senso di superiorità sul governo del disordine che mi appartiene: nessuno sa trovare le cose in mezzo al casino come me. Fin qui la meccanica degli spostamenti e delle azioni che la partita a scacchi perenne mette in campo, ma ciò che ogni volta degusto è la sorpresa che tengo per ultima cioè la combinazione di colori delle lenzuola e dei cuscini del letto. L’antefatto è che mi piacciono sia le lenzuola bianche che colorate, e non le voglio in tinta unita, cioè il sotto dovrebbe essere diverso dal sopra e dalla federa. Qui subentra la teoria dei tre colori, che si complica se esiste il copripiumone, perché l’accostamento dovrebbe avere la mia armonia mentre invece subentra il senso del colore di chi mette assieme le lenzuola. Spesso va bene, ma solo perché i colori hanno quelle tonalità asburgico slavo russofone che di solito si mettevano sulle bandiere, quindi senza saperlo emergono le reminiscenze di un’europa che non era tale ma si riconosceva dai vessilli. Ed essendo la scelta possibile perché non mettere un arancio con un rosso e un blu ovvero il calore del sud con il progressivo mitigarsi verso il gelo dell’est. Oppure invertire i colori e puntare sulla cacofonia del verde con l’ azzurro. Ecco questo senso del colore che trovavo nei miei viaggi ad est, nei maglioni di lane melange fatti in casa, nelle sequenze di gialli, ocra verso verdi pisello degli stucchi dei palazzi, poi i colori squillanti delle cupole, gli ori, i contrasti che inaspettatamente confluiscono nel cupo delle icone, fino ad essere poi interpretati in campagna in colori che andavano dal fango verso il rosso pompeiano, lo intravvedo nella scelta che viene fatta per il mio dormire. E penso a come i sogni saranno, avvolti in quelle sequenze, penso che la sorpresa merita un approfondimento, ma soprattutto che da Goethe la teoria dei colori ha avuto una notevole influenza nel pensiero alto e che Michel Pastoureau, che ne è sommo interprete e punto di arrivo, avrebbe molto da insegnare ai nostri esperti di politica estera. Guardate i colori delle case e intuite l’umore e la sensibilità dei popoli. Guardo la parure del letto e mi rallegra sapere che la pensiamo in maniera diversa, Marja ed io, che abbiamo parole differenti e sensibilità che si incuriosiscono nella differenza. Marja, non assomiglia a Smilla che possedeva oltre trenta sfumature per la neve, e però la sua visione del mondo allarga il mio. Certo che se fosse giapponese e zen, rischierei qualche sogno meno complicato, ma vuoi mettere la sorpresa anziché il colore su colore: anche se incubo fosse sarebbe un incubo allegro. 

le dimissioni

Le dimissioni non nascono mai di colpo. Ovvero sì, ma quelle sono per insufficienza di ragionamento. Partono come un ceffone e spesso ricevono un pugno. Mi è capitato più d’una volta nella vita di reagire a ciò che ritenevo così ingiusto da non appartenermi e quindi di dare subito le dimissioni. Mi hanno fermato facendomi riflettere sull’ingiustizia: andandomene l’avrei avvalorata. Così non me ne sono mai andato per emotività, ma per scelta. E non importava ciò che perdevo, era una scelta che mi permettevo perché ero importante a me stesso. Ho sbagliato spesso i conti, della carriera soprattutto. Un vecchio democristiano mi diceva: mai dare le dimissioni, il tempo in politica è infinito. E anche nelle aziende è infinito.  Non è vero ma me l’hanno ripetuto qualche sera fa. Un altro democristiano. Ho pensato: cosa saremmo stati noi comunisti senza i democristiani. Avevamo bisogno di un confronto continuo con ciò che non volevamo essere e anche loro avevano bisogno di noi perché eravamo una alternativa a ciò che erano. E sono ancora, mi veniva da pensare, perché i democristiani non finiscono mai. Sono il paese che respira piano e sembra dorma, ma ha un occhio aperto. Vede. Un po’ di sbieco ma vede.

Le mie dimissioni sono nate per senso del limite. L’ho capito mesi fa. Anzi non molto dopo aver assunto l’incarico. Ero straniero e inadeguato ai circoli locali, alle alleanze, alle strizzatine d’occhio, alle feste riservate, alle decisioni prese per altri fini. Inadeguato. Quando questa parola esce nella mente può provocare un attacco all’autostima: ma come inadeguato, hai affrontato di peggio, hai risolto problemi più grossi. Sì certo, hai sbagliato parecchio, ti dà ancora fastidio pensare alle ingenuità di allora, ma poi ne sei uscito. E cosa sarà mai, impegnati e ci riesci. E invece no, inadeguato non mi dava fastidio. Era un punto d’onore. Me lo ripetevo: inadeguato.  E quello mi dava l’idea che dimettermi era la cosa giusta. Certo c’era anche un po’ di spocchia perché significava che non mi mescolavo, che non volevo apprendere il flow chart dei giochetti, delle comunelle, del chi è importante e perché. E quindi inadeguato era la mia motivazione che mi ripetevo come un mantra. Un mantra con delle conseguenze e quindi la decisione di andarmene.

Andar via per scelta. Me lo ripetevo nei lunghi tragitti in auto. Me lo ripetevo nella nebbia, quando volevo solo arrivare a casa. Epperò una ragione per dare una possibilità alle cose, la trovavo sempre: una sfida, un progetto nuovo, un guardare oltre, insomma qualcosa che giustificasse la fatica. Essendo libero di decidere poteva frenarmi solo l’idea del cambiamento e la responsabilità. E il senso di onnipotenza. Abbiamo spesso a che fare con l’onnipotenza. Chi riceve un incarico deve esercitare un’autorità. Poi lo stile è tutto. Ci sono gli stronzi e i deboli, ma sempre di autorità si tratta. E di problemi. Chi è furbo li delega a qualcun altro. Come diceva quella legge di Murphy: un buon capo espiatorio vale quasi quanto una soluzione… Oppure vale il pesce in barile, scaricare i problemi per assenza e per consenso: basta dire di sì a tutti. Il muro dei sì, è insuperabile perché evita il confronto e non fa fare un passo avanti. Ma si può fare altro: si può tentare di risolvere i problemi prendendosene la responsabilità, se c’è lo spazio per farlo. Sennò si è inadeguati.

Inadeguato e conseguente. Le dimissioni sono il riconoscimento che ciascuno può procedere per suo conto e che la cosa non ci dà fastidio. Oppure un piccolo fastidio ce lo dà, ma è inferiore al fastidio che provoca il continuare. Nel decalogo che ognuno si costruisce vivendo, ci dovrebbe essere il posto per andarsene senza essere messi alla porta, perchè un conto è sentirsi inadeguati e un conto è che te lo dica qualcuno. Una grande libertà poter andare via. Con stile, salutando tutti senza ipocrisia. Poter dire: ho ricevuto, ho dato, mi è anche piaciuto, ma non sempre. Di sicuro c’è di meglio di quello che potevo fare io, anche se non è stato poco. Troverete, anzi vi troveranno chi è più adeguato. Ecco questo adeguato è diverso da me e quindi non posso aver nulla che gli rimprovero. Non mi sostituisce, lui è un altro e io sono quello che sono. Interessante questa cosa delle dimissioni, è un lasciare senza rimorsi e senza troppi rimpianti.

Il personale mi ha detto parole buone, mi sono commosso, ma ai vecchi uomini capita di commuoversi, e quando gli accade si rendono conto dell’età. Credo che dovrebbero fare un corso a scuola sulle dimissioni: come andarsene, commuoversi e stare bene con se stessi anche da giovani. Sarebbe un corso sulla relatività del potere, sull’io e sul noi. Sul potere insomma. Credo proprio dovrebbero farlo.

di te conservo

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Di te conservo un prato enorme che finiva nella pietra,. rasati entrambi per cura di frequentazione e decoro d’amministratori. Perché questa è la cura che metteranno nel cuore dei problemi immani e futuri.

Di te conservo la luce radente che il tramonto regala agli occhi e toglie al cuore. Una luce che puzza di addio, di distacco, di greto di fiume in città, di acqua già morta nel guizzare d’inutili pesci, di cose abbandonate anzitempo da un sé voglioso di nuovo. Eppure è una luce che allunga le dita, indora le cose, le maneggia e le arrossa. Una luce che ha il sospiro freddo del monte e il caldo della terra. Una luce che conserva negli occhi, che riordina gli steli del prato, che affretta le persone a raccogliersi. Una luce ambivalente che contiene immatura la sua fine eppure riluce, riflette.

Di te conservo quella luce che è l’ora in cui si immagina, quando il possibile s’affaccia, il sorriso è ancora dentro, quando la sera non preannuncia la notte, e le cose diventano inutili a mascherare i sentimenti.

Di te conservo il dettaglio della voce allora, già fresca di scuro, , la e che si allarga e la i che s’appuntisce,, il sorriso nervoso di tempo, che sfugge, sfugge,. e consapevole s’incrina.

Di te conservo la folla attorno già pronta ad andare eppure seduta, allungata, discorrente e intenta, inefficiente nelle felicità, distratta fintamente al suo afflosciarsi, esattamente come chi serviva ad esempio,. E il tempo s’affloscia nella luce, lo sapevi? S’affloscia e s’oscura di desideri mancati, di possibili spenti, di baci, di sudori, di corpi scongiunti, di esiti scongiurati, di doveri assolti.

Ci insegnano il congiuntivo e non il disgiuntivo, forse per pudore, nella memoria d’un personale dolore che non è lecito insegnare e allora si lascia fare alla vita. Ed è una vigliaccheria che s’aggiunge, un coraggio tolto agli eventi, un finto malcelato dovere che puzza di tutte le sacristie del mondo credente e ateo, una ignavia che si ripete.

E così ti conservo al margine d’ogni verde, d’ogni riflesso, d’ogni pietra che riluce. E non importa che non sia tu che vieni alla mente perché comunque coincidi. Come coincide il mare con il suo moto e l’immobilità del suo abisso,. come coincide ogni meriggio nella luce che allunga con l’ombra priva di luce,. come diviene ogni angolo in cui la polvere trova rifugio senza diventarne morbida parte.. E io penso che tu sia questo sentire che è forte e non ha più sembianza, ma è te ogni volta che cala il giorno. Ed è assenza che si fa presenza, vuoto che si riempie, coppa che spande, sguardo che si perde e ritorna, fatica e rifugio. Sì rifugio d’un passato distillato in senso,. solo senso come ambra che contiene qualcosa che visse e di essa riluce e vuole contatto di pelle e se s’avvicina al fuoco, brucia. E per questo si cura, perché nel bruciare non ciò che visse ma noi saremmo consumati. Definitivamente.

p.s. la punteggiatura incespica volutamente e cammina, essa sì per suo conto.

transizione

Ci fosse stata una solida ragione,

un puntello logico,

un sostegno alla certezza di non essere nell’ eterno transitare.

Non c’era, e per questo, abbiamo accumulato oggettività fugaci,

costellato di specchi le pareti,

e ci siamo additati, con pacche sulle spalle, allegri,

riconoscendo le solidità apparenti,

sicuri d’esser vivi nel tempo che per noi faceva.

E come in un lampo, che pur pesa agli occhi, 

ci siamo trovati carichi di passato non cucito,

vestiti dei brandelli che avevano molto promesso.

E oggi, che le cose con noi sono invecchiate,

senza fedi dovremmo santificare il grigio,

riconoscerne la capacità di contenerci,

e con le dita addolcire gli spigoli per osservar la polvere,

che posa sui nostri piedi,

e su quel solido che tanto abbiamo amato. 

Conoscitori di lampi, 

adoratori d’intelletto, 

abbiamo evitato il colore della modestia,

che è difficile nel suo certificare il tempo,

le siamo sfuggiti, certi di solidità apparenti, 

finché, stanchi, abbiamo reso malfermo e incerto il passo.

Sappiamo ora, che non è la velocità a salvarci, 

ma la vista lenta che le cose scava, 

e ne estrae il colore solido e grumoso

per restituirle a noi, beffarda,

il tanto di chi sa che transitare è condizione d’essere.