Un’amica rifletteva sull’amore, e pensando a come andavano le cose, diceva fosse cosa sempre doppia per aver titolo d’esistere. E ancora poneva il fatto che dentro questa parola ci fossero le identità che si trovano, integrano, fondono.
Anche, ho pensato.
Però mi pareva che l’amore fosse pure un segmento che unisce due estremi e che nell’infinita serie di punti che li congiungono, ciascuno si potesse trovare, nella misura e nel senso. E a volte l’uno sorpassava l’altro, altre mancava un pezzo, ma ciò che contava era il fatto dell’andare verso l’altro e che il segmento fosse comune.
Questa mattina ci si è persi tra la festa (improbabile vista la ricorrenza e la sua genesi) e la giornata celebrativa.
C’erano sempre le donne che seguivano il ricorrere, ma non poche pensavano il rincorrere. Allora oggi era una rincorrenza? Macché, a guardar bene, sotto le discussioni s’agitavano consapevolezza e libertà. E se non dappertutto si discuteva, se i termini del discorso erano diluiti, rivendicati, accettati come processo in azione, se tutto questo era in questo angolino di mondo, però, però… una qualche differenza c’era. Insomma qualcosa accadeva e continuava ad accadere. Ma c’era un altro però e nel fare la prova finestra si notava (tutti, femmine e maschi, chi con dispetto, chi con sollievo, chi semplicemente rendendosene conto) che l’equilibrio dei colori non c’era: il rosa era un colore da lenzuolo, da fantasma, che in questo caso era davvero sostantivo femminile. Insomma poco rosa, serviva il rosso. Il colore che non accetta d’essere meno che se stesso. Voi donne direte: tientelo il rosso, noi abbiamo il rosa e questo è nostro. Anzi è una delle poche cose che voi maschi portate con imbarazzo. Vero, e se mi chiedeste perché direi che c’è una vergogna sottostante ovvero il non voler essere scambiati per qualcosa che abbia molto di femminile. Visto così, il discorso finirebbe. Io resterei con i miei pregiudizi, e prima di considerare il rosa un colore come gli altri, ci impiegherei tempo, convinzione, ma comunque non ne toccherei l’essenza, ovvero il rosa vi appartiene, è vostro. Però questa cosa del colore che ghettizza non mi va molto bene, su di voi stanno bene tutti i colori, persino l’assenza di colore vi dona. Per voi il colore non è mai banale, quindi li possedete tutti e se il rosa è solo vostro, gli altri sono in uso così personale ed esclusivo da fare una differenza incolmabile rispetto ai maschi. Un paio di scarpe rosse, un vestito rosso fuoco, non può esistere senza voi. Anzi ha senso solo con voi. Quindi i colori e ciò che sottendono, sono più vostri che dell’altro genere.
E questo attiene alla consapevolezza della differenza e alla libertà. Non sempre queste due forze dell’animo coincidono, la seconda, sicuramente, dona molta più dinamica fantasia della prima, ma senza di essa cosa sarebbe? Allora oggi potrebbe essere una festa della consapevolezza unità alla libertà?
Ma questi sono pensieri maschili, sempre insufficienti anche quando partecipano o sono imbevuti di stupore.
Questa mattina ho augurato un buon otto marzo a una manager al lavoro, con progetti urgenti da completare e, credo, senza troppa attenzione per mimose, ricorrenze o altro. Mi ha guardato stupita, ha scosso il capo e ha ripreso a lavorare e interrogarmi. Per lei è una giornata come tutte, in cui è donna e al tempo stesso soggiace e impone regole. Le ha accettate e non le mette in discussione da una posizione di potere. Il suo fantasma non è né rosa né rosso, il gessato, il tacco alto la rendono più forte, ma non la colorano.
Oppure sì?
Nel discorso molto tecnico, frammentato di commenti che rivelano le visioni del mondo, emerge da parte sua, un ragionamento sulle rappresentazioni iconiche, cioè sul fatto che ci si veste come ulteriore proiezione di sé. Mi pare strano che parli di questo, tra progetti che riguardano investimenti e sviluppo in paesi lontani, anche se il mio pensiero ritorna all’Africa e all’Oriente, all’uso del colore che fanno le donne, alla loro soggezione, alla fatica del liberarsi dai gioghi sociali e familiari e alle loro libertà che si accompagnano molto spesso al sorriso e allo sguardo. Quando le donne sorridono hanno motivi che gli uomini non capiranno mai davvero, al più possono intuirli da distante, ma non saranno mai loro. Così penso.
Per terra c’è una bellissima, irregolare corsia, azzurro carico, indicibile sfumatura della notte che è quasi giorno. Un tappeto molto folto, di lana grezza e tinta con pigmento naturale, tessuto da mani femminili e nomadi, con piccoli, rari, disegni e una lunghezza anomala. Ne chiedo notizie e lei mi parla di un viaggio, di una scelta in un luogo in cui sembrava non ci fosse nulla da scegliere, era per terra e le era piaciuto. Osservo che forse era un letto, un luogo di riposo con il colore della notte e le tracce dei sogni. Per la seconda volta mi guarda stupita, ma stavolta sorride (ecco il sorriso consapevole). L’ha scelto lei, felicemente, un uomo si sarebbe soffermato sull’irregolarità, sul colore atipico, sulla tessitura grezza e avrebbe chiesto altro. Ci salutiamo, ripeto l’augurio, scuote la testa.
Il pensiero scorre camminando, mi soffermo sul sentire ovvero sui sensi. Il femminile ha sensi differenti, ovvero ha sviluppato modalità e sensibilità d’uso degli stessi, non eguali e più penetranti di quelli del maschile. Il tatto d’una mano femminile, il percepire e attribuire gli odori, la scelta di cosa udire, lo scorrere e il soffermarsi degli occhi, il gusto e le sue connessioni che partono sin dalle labbra sono sensi collegati ad una percezione differente. Morbida e decisa allo stesso tempo, profondamente identitaria, con ascendenze che oltrepassano il ruolo e vanno oltre nella comunicazione. Quindi mi viene da pensare che anche i sentimenti sono differenti, non soggetti a un criterio di giudizio, ma più acuti per abitudine a distillare i segnali che ricevono.
La giornata dove ci porta se non a guardare con stupore che esiste una buona metà del mondo che comunica, relaziona, pensa ed esercita consapevolezza e libertà, in modo sorprendentemente differente. E se il concetto di genere ultimamente è ben più scosso di un tempo, il femminile continua da essere l’unico luogo dell’identità che prende consapevolezza (noto che ho cercato un sinonimo di polo per evitare la sua opposizione magnetica e questo mi fa stare meglio) mentre il maschile arranca sulla ragione e si aggrappa all’abitudine, ai ruoli. Consapevolezza femminile irregolarmente diffusa, ma costante nella crescita, libertà difficile però rivendicata.
Essendo stato allevato da donne, sono di parte. Credo che l’amore sia presto sconfinato in una percezione della differenza così forte e misteriosa da giustificare una costante curiosità. Così ho anche capito che le donne hanno il dominio del tempo e che solo loro possono alterarlo, ovvero modificarne le modalità di fruizione. E pian piano ne acquistano consapevolezza e libertà nuove, in questo so che ne verrà bene per tutti. Molto bene per tutti e allora ritorno al rosso: sì, il rosso è il colore che le donne a volte possono concedere agli uomini ma appartiene a loro.
Cosa vi posso augurare signore, eterne ragazze, se non di essere solo voi stesse e di continuare ad essere generose nel donare a tutti quell’amore che riconoscendovi, cambia e salva la terra.
Per alcuni siamo numeri, per altri problemi, per non pochi opportunità e tra noi, persone. Che significano queste liasons di certo volute, labili e forti per ossimori di passione, di sicuro scelte e soggette a tutte le intemperie, ma tenute con quella refe rossa delle affinità che supera tempo e spazio. Certo, c’è affinità, curiosità che sollevano piano i veli, passioni e sentire comuni, ma se non fossimo persone mancherebbe quell’inizio di cura che sottintende ogni rapporto. Anche quelli virtuali. L’occasione di pensarci mi è stata fornita da Marta, e così mentre andavo a ripescare i nomi della piccola brigata che si è incontrata e ha parlato attraverso l’immaterialità di questo blog, ho visto il numero. Un numero così tondo da stupire, perché in fondo questa è una caratteristica dei numeri. Sono sempre altro dal segno che li rappresenta, dall’assoluto che sembrano delimitare e contenere. 300.000 volte qualcuno è passato, ha guardato e poi se n’è andato. Alcuni pochi, hanno seguito e seguono, altri non scrivono più e magari ci sentiamo nelle mail, tanti si sono perduti portati via dalle strade baluginanti che contiene il virtuale. In fondo restiamo quattro amici al bar, come nella vita, con storie da raccontare e molto da ascoltare.
Mi sono chiesto a chi mi rivolgo di voi. Spesso a tutti, qualche volta a qualcuno, abbastanza a me stesso, perché la vita è così: impersonale quando ci si vede e bisognosa d’ascolto quando la si indossa. Posso dirlo serenamente che mi sono stupito spesso dell’assenza di commenti nelle cose che mi piacevano di più e dell’attenzione su altro che mi sembrava contenere meno di me. Però se io stesso cerco la chiave del labirinto, non posso lamentarmi se in questo profluvio di fatti, pensieri, riflessioni, pezzi di vite vissute e ascoltate, ciò che a me sembra importante possa non esserlo per altri. Scelte ed io da molto tempo ho scelto di assomigliarmi. Per approssimazione, asintoticamente, ma con determinazione. Poteva essere differente lo scrivere?
Condividiamo, come si può, più o meno 10 anni di strada, con vite sghembe che hanno una realtà così distillata da gocciolare parole. Ho sentito spesso il profumo delle vostre, contenevano così tanto di voi che mi pareva di conoscervi. Ho sentito l’accaduto e l’annuncio dell’accadere, non era bravura, è che mi piace ascoltare. Mi sono stupito e commosso, ho ammirato la bravura, sentito il rodere della pena che non voleva uscire ma forniva parole forti per essere ammansita. Mi sono rallegrato, ho scosso al testa sorridendo, ho riconosciuto l’affinità e la differenza. Mi avete dato moltissimo. Quello che ho restituito è una storia che continua, qualche passioncella, furori e non poca commozione che si ritrae. Ho seminato indizi, cercato di mostrarmi il necessario che non si discostasse dalla verità, ma fornisse anche la condizione del fluire. Eraclito, l’oscuro è ben presente nei miei pensieri, e oserei dire, anche nella mia vita reale.
Vorrei che a tutti giungesse un pensiero di gratitudine, e di affetto per chi è rimasto. Spesso non mi sopporto e quindi capisco bene chi va altrove, anche se mi spiace. In fondo a quasi tutti piacerebbe essere capiti, amati, per ciò che si è e per ciò che si potrebbe essere.
Vorrei cavarmi con un augurio da questa spirale di parole, che questa volta non rileggerò: vi auguro che chi incontrate sia simile al vostro cuore, che abbia cura perché riceve cura, che sia sincero. E a voi resti la scelta sulla strada da percorrere, ma che sia sempre la vostra.
Grazie per la vostra presenza.
p.s. un particolare ringraziamento a Marta che mi ha fatto pensare a Voi.
C’è stato un trasloco. Uno scendere di mobili e scatole, poi gli operai se ne sono andati. Le persiane abbassate. La casa chiusa. Il vicino cassonetto della carta è stato riempito, ma non è bastato e così, nell’incuria che accompagna la fatica d’altri, classificatori, libri e fotografie sono ammucchiati sul marciapiede.
Ora immagini private, volti, corpi e situazioni accadute guardano il cielo tra gli alberi. Sono foto di bimbi, ora donne e uomini, ma lì in braccio a mamme e zie. Sono donne che sorridono nella neve, alcune mimano il gesto di sciare. In altre immagini, forse le stesse, sono su spiagge ormai sbiadite, a prendere il sole e conversare.
Si immaginano le cose di tutti : riposo, parole, amori, vita. Tutto racchiuso in album o sciorinato sul marciapiede tra cataloghi, preventivi, tracce di lavoro passato. Si mescolano, come accade a tutti, le vacanze, le intimità, con la vita esterna, fatta di obbiettivi, di sfide oppure di semplice routine. La stessa vita declinata su due versanti e qui riunita ai piedi d’un cassonetto.
In questo quartiere, le case sono spesso segno d’una condizione raggiunta, le ville spaziose, per famiglie ambiziose di successione o di immagine. I giardini piccoli e curati hanno lasciato tutto lo spazio al costruire edifici liberty o modernisti, dalle finestre alte, come vi fosse un ardire la luce e conservarla all’interno. Sono metafora delle vite con mete raggiunte, da mostrare prima che vivere e molto piene di cose. Quindi hanno molto di cui disfarsi quando un estraneo le conquista, oppure semplicemente, le abbandona. Così il passato finisce accanto al cassonetto.
Si saranno detti: basta la memoria o forse si cancella anche quella.
Nei mercatini dei paesi dell’Est Europa, trovavo queste ondate di passato gettate su carretti. Come se una burrasca avesse rivoluzionato l’ordine e immesso strati di profondità sulla spiaggia e così le cose, forse amate un tempo, erano le une sulle altre, a generare un nuovo paesaggio. Ma durava solo un giorno e la sera, a mercato finito, per terra restavano carte, libri, fotografie di persone sconosciute, finché una scopa non metteva tutto assieme e archiviava passato e vite.
Pensa all’incontro della sera. Ai luoghi che conosce così bene. Alla case con le scritte sui muri. Ai respiri che da esse provengono per antiche conoscenze. Le ha detto.
Tu per me sei l’Asia che sfocia nel Pacifico e nell’oceano Indiano, le vie che contengono la seta, il mistero delle lingue che si trasmettono e mutano. Un immenso bivio di colore e senso. Sei ciò che si vede e che si lascia vedere. Ciò che si concede.
Guardandosi attorno sente una sensibilità assoluta. Come si fosse fatto d’una strana droga. L’utile si scioglie nell’inutile. Ne sente la potenza passionale fortissima. Potrebbe contare i fili d’erba nei vasi, separarli dai fiori che verranno, cogliere la magia del verde che si fa colore per qualcosa di sconosciuto. Non è solo vibrazione d’onda, è altro quando viene smosso dal vento. È complemento oggetto di qualcosa di misterioso che è insieme parte e tutto. Dimostrazione d’alterità. Capisce cosa deve provare uno scienziato di fronte all’ultimo passo che poi apre a una scoperta: una porta che si spalanca e una luce che entra. Sente l’impazienza del nuovo che sarà seguito da una pace serena, un distendersi e lasciarsi andare nella fiducia. È lo stato di grazia, questo, si chiede? L’attesa può essere parte dell’incontro? Gli sembra di sì. E il pensiero si adagia e si sospende nel vedere.
Sento il mistero che si svela. Non per mio acume e merito. Non per ragionamento, ma per sensazione e fiducia. Ciò che puoi dirmi è parte di ciò che realmente mi racconti e in questo mi sento privilegiato dalla vita, da ciò che accade. Mi sento accomunato ai tanti che hanno sentito e sentono diversamente ciò che a loro accade. Ricordo un pezzo di strada solitaria molto distante da qui. Potrei sovrapporla ad altri momenti in cui mi accadde la stessa cosa. È quella sensazione di essere già stato in un posto che tutti abbiamo provato almeno una volta. O almeno spero che sia davvero così per tutti, altrimenti ci si dovrebbe preoccupare, che dici? Sorride. In quella strada c’erano cose che non facevano parte delle solite esperienze. Piante non usuali, il paesaggio attorno, la consistenza della strada. Distanti, ma alla vista, c’erano opere d’uomo in rovina. E si sentiva la vita. Quella stata e quella in corso. Capivo che per un po’ di tempo dovevo solo lasciar entrare, permettere alle mie connessioni neuronali di sbagliare. Lo sbaglio è creazione, lo sai vero? Anzi cessa di essere sbaglio e diviene realtà proprio quando partendo da qualcosa che sembra certo, si ricombina e crea una nuova certezza. Lo facciamo tutti. Sono i nostri assiomi. E la differenza è tra chi riesce a metterne insieme di nuovi e quelli che ne restano prigionieri. Ossificati nel pensiero. Mi perdo seguendo il discorso che vorrei farti. In quel luogo, c’era una strada diritta. Non c’erano bivi, capisci, non c’erano scelte. Come se queste fossero già avvenute, risolte. E quelle costruzioni testimoniavano che non solo si era vissuto, ma prosperato in quei luoghi proprio per quelle scelte. E allora mi pareva di percepire che c’era una logica in quello che era accaduto che si ripeteva nel presente. Le scelte lasciavano i bivi alle spalle, rendevano diritta la strada, ma non ne toglievano il mistero. Io ero il mistero e ciò che mi stava attorno. Insieme.
Passa il tempo senza tempo. Sembra ci siano tantissime cose da fare. Tutte urgenti e tutte fuori dell’attesa. Come ci fossero infinite alternative. Perdo tempo, pensa, ma non mi muovo perché questa sensazione di acutezza del sentire è così bella e singolare che nulla è più importante. Si guarda attorno e vede, improvvisamente le stanze, le cose, come le vedrebbe una persona che entra a casa sua. In quel caotico disporre d’oggetti, di libri, di artefatti, di strumenti, c’è lui. Si sente nudo, mostrato com’è nel profondo. Si possono leggere le passioni, i dubbi, le scelte e il loro contrario. Si vedono le paure e le sicurezze. Ciò che è stato predisposto per ciò che non è avvenuto. Sa che il significato di tutto questo può essere banalizzato in un giudizio. Sa che questa nudità contiene non poco narcisismo, che il lasciarsi andare è modificare l’attesa verso il mistero. Non prevedere nulla. Sa tutto questo e si guarda come pensa lei lo guarderebbe.
Di te ho solo un sentire buono. Un profumo, uno sfiorare che scatena il tatto. Ho il colore prima della forma. Mi è accaduto viaggiando, forse essere lontani ci libera dall’impero del contingente, di vedere il colore denso che parla per suo conto. Che dice qualcosa di misterioso. L’equivalente della lingua che non capivo e che ascoltavo nella sua musicalità. Le parole, quando sono pacate, ancor più nel sussurro, diventano musica. Sono un’estensione del silenzio. Tu sei la musica del silenzio. Il colore che si genera nel cristallo, e non ne è prigioniero. Si sprigiona. Tu sprigioni ondate di mistero, denso e accogliente. Una sensazione di dolcezza calda. Non so come dirla meglio, ma i sensi si passano il testimone in un procedere che assomma. Pennellate di senso che preannunciano una scoperta. E la certezza che ce ne sarà un’altra e poi un’altra ancora. Senza misura e senza fine.
Si prepara. Sta per finire il tempo dell’attesa. E si apre un’altra attesa, che non finisce. Capisce che in continuazione si gettano ponti tra attese successive e che se queste hanno la scoperta che le accompagna, in questo sta il muoversi della vita. Si guarda attorno. La casa avrà bisogno di essere guardata con i nuovi occhi. Ci saranno dei bivi da superare, scelte che rendono chiara la direzione e al tempo stesso ne accentuano il mistero. Esce.
“SILENTIUM!”
Speak not, lie hidden, and conceal
the way you dream, the things you feel.
Deep in your spirits let them rise
akin to stars in crystal skies
that set before the night is blurred:
delight in them and speak no word.
–
How can a heart expression find?
How should another know your mind?
Will he discern what quickens you?
A thought once uttered is untrue.
Dimmed is the fountainhead when stirred:
drink at the source and speak no word.
–
Live in your inner self alone
within your soul a world has grown,
the magic of veiled thoughts that might
be blinded by the outer light,
drowned in the noise of day, unheard…
take in their song and speak no word.
______
Fyodor Tyutchev (1830), translated by Vladimir Nabokov
Non che gliene facessi una colpa, anzi, ero io che mi dicevo imbecille. Per come avevo affrontato il problema, per aver trovato parole poco convincenti e aver dato per scontato un atteggiamento simile al mio.
Se una persona aveva davvero bisogno perché non darle una mano? Non si toglieva nulla a nessuno, non si creavano privilegi. Qualcuno veniva tolto da un’indigenza imprevista, veniva aiutato per quel poco che sarebbe servito a tirarsi fuori d’impaccio e poi avrebbe trovato da solo le soluzioni. Non parlavamo di chissà quali lavori, e neppure di stipendi lauti, sarebbero stati per otto ore di lavoro, 7-800 euro al mese. Il necessario per pagare le bollette e mangiare. A una certa età non si guarda troppo per il sottile, si capisce che è accaduto qualcosa che non solo non si era previsto ma che non doveva accadere. In fondo è la china che ha un giocatore che pensa sempre di rifarsi al giro successivo e invece, nonostante la buona volontà, è una spirale verso il basso. Finché non c’è più nulla da vendere, e si è toccato il fondo. Noi eravamo stati fortunati, allora perché non aiutare, non dare una mano?
Per anni erano venuti da me fidando che il potere potesse qualcosa. E per alcuni avevo tentato. Niente di illecito, per carità, ma solo quel garantire di persona che erano persone a posto. Con qualcuno aveva anche funzionato. Nel senso che era stato assunto, e mi erano pure stati grati quelli che lo avevano preso perché faceva il suo lavoro e doveva dimostrare che era in grado di essere affidabile. Insomma ne era nato qualcosa di positivo. Poiché le cose riguardavano il privato e non c’era obbligo per nessuno, mi sembrava fosse una solidarietà dovuta, il provare a risolvere una situazione di emergenza. E mi era rimasto questo atteggiamento: se si può fare si fa. Anche perché il tanto parlare di sinistra, di diritti, di eguaglianza una qualche concretezza doveva pure averla.
Anzitutto nei gesti quotidiani, nella pulizia dell’agire e poi nella prospettiva in cui mettere quelle quotidianità: rifiutare una pressione su un appalto era un gesto che si diffondeva subito nell’ambiente. Non te lo chiedevano più. Magari ti raccontavano il bisogno dell’azienda, la necessità di pagare gli operai, però se dicevi che c’erano regole precise, capivano. Insomma chi era onesto, veniva stimato e di questa stima ti raccontavano anche dopo anni, quando le cose si erano raddrizzate oppure erano definitivamente crollate. Non chiedevo mai nulla a qualcuno che avesse a che fare con me per lavoro. Solo a persone che in qualche modo avevo conosciuto per altri motivi. Premettevo che capivo il momento, ma se per caso avessero avuto necessità, c’era una persona disponibile in una situazione difficile. Poi facessero loro, a me bastava leggessero il curriculum e, se ritenevano, la vedessero. Non capitava spesso, né la richiesta, né il fatto che andasse a buon fine, ma detto senza pressione o obblighi, mi pareva che questo non alterasse i rapporti reciproci. Sí, era così.
Poi col tempo, e perdendo ruoli, le richieste si erano fatte più saltuarie. Chi ha bisogno chiede a chi può dargli qualcosa, oppure non chiede. In questo caso però la situazione era così evidente e grave. Per questo mi ero offerto di fare un tentativo. Senza impegni per nessuno e anche senza speranza, c’avrei provato e basta. Avevo approfittato di un’occasione allegra, di una cena tra amici, per accennare al problema. Man mano parlavo, però mi accorgevo che quello che per me sembrava una cosa semplice, bastava dire di no, per il mio interlocutore diventava un problema istantaneo, ovvero come liberarsi da una situazione di imbarazzo. E così diminuivo la convinzione, mi davo dell’imbecille per averlo messo nella necessità di rispondermi.
Poi la serata continuò, tra battute e vini eccellenti. grandi strette di mano e abbracci finali. Eravamo fortunati, chi più, chi meno, ma nessuno aveva bisogno. Distante da lì, un problema non si era risolto, io avevo capito d’essere stato importuno, ma a volte l’errore non è in ciò che si fa, ma dove lo si fa e, sembrerà strano, questo lascia l’impressione a lungo. Come se qualcosa in noi adesso avesse una crepa. Ma anche questo è un modo di imparare.
ma c’era il sole? Sí, c’era. E faceva caldo come adesso? Certo. E i bambini c’erano? C’erano anche se restavano poco. E giocavano ? In qualche modo giocavano, i bambini trovano sempre qualcosa per giocare.Però avevano paura, tanta paura, ma anche si consolavano. Come potevano. E le loro mamme e i loro papà? Se li stringevano forte addosso o li tenevano per mano, finché potevano. Per dargli coraggio, come fa la tua mamma con te quando hai paura. E così la paura gli passava, vero? Si, passava. almeno per un po’. E poi?
Questa è la prima delle due domande terribili, perché la risposta è: li uccidevano. E di solito segue il silenzio e poi un’altra domanda altrettanto terribile: perché?
Molti anni fa, quando mio figlio era piccolo e visitavamo luoghi come Terezin, mi chiedevo come si potessero raccontare gli eccidi, la shoah ai bambini. La risposta era quella di dire la verità entrando nel loro mondo. Dicendogli che esiste il male, che gli adulti lo devono contrastare e non subire e non devono avere paura di altri adulti che scelgono di uccidere chi è diverso. Ma perché questo avvenga esigeva spiegazioni lunghissime che i bambini non seguivano. Perché neppure lo noi lo sappiamo fino in fondo.
In questa giornata c’è troppa memoria e domani più nulla. E nulla collegherà la memoria a quanto accade, eppure il male sarà ancora presente e vigile. La natura ci ha insegnato a scappare davanti al pericolo, ma oggi è anche difficile scappare e allora abbiamo una sola alternativa: combattere. E la risposta a quella domanda sarebbe: perché esiste il male e non ci furono allora abbastanza persone che lo combatterono.
Ma noi siamo in tanti adesso, vero, papà? E non lo faremo accadere, vero? Sí, hai ragione, siamo in tanti, vedrai che non accadrà più. Vedrai…
Almeno avere la speranza che quando si ripresenterà la bestia ci siano molti che vogliono combatterla. Almeno quello.
Non ho il tuo ordine. Neppure lo stesso piacere di disporre le cose. Hai osservato che tra due persone c’è sempre un compromesso per mettere in un certo posto un oggetto? Qualcuno fa un passo indietro, oppure conviene su una scelta. Non ho il tuo ordine, ne ho un altro: dicono tutti così i sis ordinati rispetto a qualcosa, come se quel qualcosa fosse solo una sequenza ordinata, un collocare sopra i centrini o senza centrini. Davanti a un muro o in una teca. esattamente in quel posto. Se fosse così sarebbe semplice. Io odio i centrini, anche il centro delle cose mi infastidisce. penso che a lato, dove si guarda meno perché forse vi regna l’imperfezione, ci sia sempre qualche particolare che parla inutilmente. Che grida la sua presenza e poi resta afono. E deluso. E così sfugge e si rintana. Persino le città radiali le capisco poco, perché scappano oppure confluiscono dove rendere omaggio, inchinarsi. Non tengono assieme stabiliscono distanze da quel simbolismo solare dove c’è chi può illuminare. non è questa la logica del potere che trasfonde nella città?
Non vorrei mai inchinarmi, forse per questo ho un diverso ordine che non ama né centri né centrini e si confonde fino a sembrare un caos. Qualcuno dice che nel suo disordine trova tutto. Un tempo lo dicevo anch’io, ma allora avevo molte meno pagine scritte, molti libri in meno, poca musica nuova da ascoltare. C’erano immagini e fotografie che mi sembravano testi, mi ricordavano qualcosa, evocavano qualcos’altro, mi piacevano. Ci sono anche adesso, solo che si sovrappongono e devo sfogliare più che allineare, permettermi il piacere del pensare quieto a guardare, a riscoprire. Mi piacciono i particolari, quello che dicono e quello che suggeriscono. Ogni particolare contiene più vita dell’insieme. Si è data molta importanza alla perfezione, alle cose finite, noi tutti vogliamo che le cose funzionino, ma nessuno vorrebbe che la vita fosse già definita. È un tema non dappoco, che ha a che fare col tempo, con l’incompletezza. C’è la sensazione di avere sempre poco tempo e di essere incompleti, e allora si cercano succedanei che riempiano anche per un poco la vita. Nulla di quello che ho attorno mi completa, eppure è tutto necessario. anche nel rinunciarci, nel disfarmene, non perde questa caratteristica.
Nel mio ordine, che è un caos, non trovo più le cose, le scopro invece nella mia testa. Ci sono. Spesso con il momento in cui sono state raccolte o generate. Delle mie pagine scritte, invece, a volte mi stupisco. Mi sento cambiato ed è come guardassi un altro che ero. Che forse tu hai conosciuto, ma che ora è diverso. Questa asincronia del conoscere è un ulteriore elemento di convinzione che non si conosce mai davvero nessuno a fondo. Al più lo si presume, oppure si cerca di usarne elementi che ci vanno bene, ma la conoscenza come condivisione di un disegno, è difficile. Se penso alla vita, la sento come un flusso ordinato di fatti e di modi d’essere. Non penso ad un numero, non l’ho mai pensato, anche se adesso che non sono più giovane, lo so meglio. Credo che sia un rapporto con noi stessi, con gli altri che ha bisogno di uno spazio d’influenza. In questo spazio, ci sono le cose. Intermediari e riferimenti, non passato.
Ci siamo noi e il nostro corpo come realtà che si espandono attraverso la comunicazione e i sentimenti. Da tempo ho rifiutato la palestra, ad esempio, ma c’ho messo anni. Non rientrava più nel mio ordine. era una corsa verso qualcosa che non c’era in nessun luogo. Neppure attorno. Era una corsa ad una ipotesi di corpo, ma io il corpo ce l’avevo, volevo parlare con lui, non volevo mutarlo in modo che non m’assomigliasse perché dovevamo -e dobbiamo- viverci assieme. Così ho abbandonato la palestra che odorava di sudore e di polvere altrui e ho cominciato a camminare. C’è un ordine nel camminare. Hai osservato che tutti i nostri cammini sono circolari: parti da un luogo in cui tornerai. Scegli i percorsi, ti guardi attorno, osservi i particolari. Anche quando mediti e t’imbevi d’infinito è un particolare che ti apre la porta. Cammino ovunque e spesso nella città in cui sono nato, qui non sono mai solo perché ho la compagnia di ciò che è accaduto, ma non di tutto, di pezzetti molto ricchi. Particolari. Spesso mi accompagnano dentro le persone che mi hanno tenuto per mano e magari emerge qualche parola. Il dialetto usa unghie di velluto, è dolcezza che lascia il segno. C’era un ordine allora? Avevo dei luoghi per le cose, ma anche la stessa attenzione per i pezzetti dell’interezza e le tasche piene di possibilità. Una cartolina illustrata che veniva da un luogo mai visto era un generatore di sogni. Un pezzo di spago, un coltellino, un tappo di aranciata avevano in sé capacità incredibili di creazione. bastava guardarli in altro modo e cambiava il loro divenire. Mi immergevo nei particolari come nei libri e negli atlanti. Ti sembra strano? Mi piacciono ancora tantissimo e vorrei avere pareti per le carte geografiche arrotolate, per le immagini accatastate, possedere luoghi sufficienti a contenere gli scaffali necessari, e finestre grandi e luminose per dare loro luce.
Forse è questo il mio ordine. Quello delle mappe, quello del divenire delle cose che raccolgo e che vivono una piccola parte delle loro possibilità con me. Ho la coscienza che tutto si disperde senza di noi, improvvisamente perde di significato. I libri, ad esempio, sono una miniera di particolari che fugacemente ci riflettono in uno stato d’animo, ci mostrano una via che anche se non esce fa scattare un legame con noi. Sono frasi che si espungono e valgono più dell’intero testo. Ma a noi, per altri ci saranno particolari differenti o disinteresse. Ed io ricordo questi particolari anche se il libro è dentro a qualche pila che cerca faticosamente di mantenere il suo equilibrio.
C’è un luogo che potrebbe contenere l’ordine oltre alla testa e al corpo e sarebbe una casa quadrata con un patio che dia luce in entrambi i lati delle stanze. Non avrebbe bisogno di un centro ma della regolarità dei lati che scandiscono il percorso e il cammino. E tu hai capito perché: se io sono il centro non tollero altri centri. Non mi genufletto. Casomai mi lascio pervadere, abbracciare dalla possibilità che insieme si realizza. In fisica mi affascinava l’effetto Venturi che rileva come in un flusso all’aumentare della velocità diminuisce la pressione e viceversa. Come se la velocità impedisse di riflettere, di vedere e sentire meglio, e chi è impegnato a percorrere un pertugio, di fatto, debba solo correre senza pensare a sé. Aumenta la velocità delle cose e diminuisce la loro importanza: ti pare poco? Noi siamo immoto ordine veloce. E quel veloce man mano lo inghiottiamo, lo beviamo rallentando finché si tramuta in equilibrio, in consapevolezza.
Così mi viene un’immagine: pesci fermi nella corrente, ecco l’ordine interiore che guarda attorno e quando vuole esercitare la propria consapevolezza, scorre.