il giulivismo climatico

Anche sul cambiamento climatico bisogna evitare il giulivismo, ovvero quell’atteggiamento che instaura positività inesistenti, fabbrica nuovi idoli a cui rivolgersi e trova nel primo dato utile una conferma del cambiamento. I dati ci dicono che non è cambiato nulla in questi anni, che solo con il convergere di azioni dei singoli che cambiano abitudini, assieme a quelle collettive che chiedono politiche forti di tutela per l’ambiente e mutando economia e priorità, si può tentare di arginare il disastro. E c’è l’arma del voto per farlo, per condizionare i governi. Finita la pandemia ci saranno ancora grandi manifestazioni di giovani, e non solo, è fondamentale che tutto questo sia un crescere delle coscienze sul disastro in atto e non solo numeri e foto sui giornali. La stessa informazione ha grandi responsabilità, col suo racconto può creare quella consapevolezza collettiva che muta gli atteggiamenti e le politiche. L’ecologia e la salvezza della specie non deve diventare l’affare del secolo, perché le logiche del denaro hanno compromessi che non sono compatibili con la situazione che si è creata, cercano cioè di lucrare vendendo il male minore. Non riparano. Basti pensare a cosa stiamo pagando con i contributi sull’energia: costi di smaltimento che sarebbero a carico di chi produce inquinamento. Insomma non ci deve essere soddisfazione finché le cose non cambiano davvero, e irreversibilmente, verso una salvezza collettiva, perché, bisogna ricordarlo, anche nelle catastrofi chi ha denaro ed è privilegiato, ha molte più possibilità di salvarsi rispetto agli altri.

Solstizio d’estate

Stanotte il solstizio d’estate.

Notte misteriosa nell’aria che ci legge i corpi, nella luce che si fa amica l’ombra, nel mistero che parla con il cuore.
Nel solstizio si/ci riconosce, luce e ombra spartite a mezzo. Il pensiero si faceva strada stamattina, raggio oltre l’alba, bussava nell’ultimo sogno. Poche mattine fa mi sorprendevo contento d’un desiderio serbato e ho scoperto che ho scialato con i pensieri, tenuti stretti i desideri, lasciato fluire il tempo e il kairos si è vendicato. Così restano le impressioni di ciò che è mancato e riemerge, potente, come solo i desideri sanno fare.

Che sia una bella estate e la luce aumenti in noi.

ma è proprio vero?

La realtà è che non avevo compreso pienamente il significato del film che in poche parole si racchiudeva in una frase. “Vedi George, sapevo che ci saresti riuscito. Se lo vuoi, tutto è possibile!”
Americanate da rampanti in carriera, ma effettivamente, quante volte ci ritroviamo a credere di non riuscire a portare a termine qualche cosa. Qualsiasi cosa. Sprechiamo la maggior parte della nostra vita a compiere azioni che nemmeno vorremmo fare, per il semplice motivo che quelle che ci stanno davvero a cuore sono molto difficili, quasi irrealizzabili ci pare e, allora stiamo li con le mani in mano aspettando che qualcuno venga ad aiutarci come se fosse il nostro eroe. Attendiamo che la meta diventi magari leggermente più facile, aspettando e continuando a ripetere “No, non ce la farò mai”. La realtà è che dovremmo alzarci dalla sedia e andare a prendere ciò che vogliamo perché se lo vogliamo molto più di quanto si pensa è possibile.
“Viviamo alla ricerca di qualche pezzo essenziale di noi che speriamo ci sia nell’amore… Tutto il resto é soltanto immaginazione!”

è la solitudine ciò che ci avvicina e ci allontana

Tutto allora si fa per paura della solitudine?

È per questo che rinunciamo a tutte le cose di cui ci rammaricheremo alla fine della vita?

È questo il motivo per cui diciamo raramente ciò che pensiamo sino in fondo? Per timore di perdere chi ci vede e vuole diverso.

E per quale altra ragione ci abbarbichiamo alle false amicizie, ai noiosi pranzi di compleanno?

Cosa avverrebbe se rompessimo con tutto questo, ponendo fine all’abitudine della compagnia  e prendendo partito per noi stessi?

p.s. alle domande cercherò di dare risposta molto parziale con una lettera ad una immaginaria interlocutrice, ma questo sarà un lungo scrivere seguente che i miei pochi frettolosi lettori potranno saltare allegramente.

e si discute dei posti da occupare in ristorante

Non è la prima volta che i mezzi, a furor di popolo, generano i fini, cioè rovesciano la politica che non è fatta di annunci, ma neppure solo di fatti. Perché i fatti muoiono o generano altri fatti, ma mai un progetto. Se star bene in molti, è un progetto, ci sono priorità e conseguenze. Avere tutto subito è prerogativa dei bambini che sperimentano il limite, a volte piangono a volte li accontentano, ma è così casuale l’effetto che il limite stranamente si fa solido ed emerge interiormente da solo, ovvero si sa cosa si può chiedere e quando. Guardatevi attorno: distinguere la necessità dal superfluo, la discussione oziosa da quella che va al cuore delle cose è igiene mentale personale e collettiva.

Ma chiedetevi quanto vale davvero la vita umana, perché viviamo tutti di luoghi comuni e le vite umane oggi valgono molto meno delle parole con cui le si circonda e compatisce. Chiediamoci se il nostro senso di umanità non sia per caso, proporzionale alla distanza e se questa non aiuti gli uomini a diventare numero. Mancando una guida morale forte e comune che lasci correre la libertà sino al limite di non far male all’altro, che consideri giustizia ed equità collegate, serve un ripensare a ciò che si dice e conseguentemente si fa.

Un’etica comune costruisce un popolo. Forse anche di questo parlava la festa della Repubblica. Dalle nostre parti si è rovesciato l’assioma di chi educa chi e a educare la politica dovrebbe essere il popolo, chiamarla alla realtà di ciò che si promette. Non è una acquisizione recente, è nella Costituzione perché i padri costituenti sapevano da dove venivano e con chi avevano a fare. Ma non è andata così e abbiamo assistito, complici o ignavi, al più grande fallimento della politica da quando è nata la repubblica, ovvero la sua incapacità di essere progetto e azione conseguente.

Draghi non è un prodotto dei cattivi maestri ma il risultato di una politica che a furia di personalismi, proclami, inettitudini ha formato dei leader che blandiscono, accarezzano i desideri, promettono, e incuranti disfano ciò che la fatica di tutti costruisce. Sarebbe bene chiarirla questa cosa perché quando si vive a debito significa che qualcuno continua a spendere ciò che con fatica altri guadagna, significa che la cuccagna finisce con la credibilità delle formichine, significa che la politica non governa ma accarezza il pelo. Per questo si parte dai mezzi, veri o annunciati, per arrivare ai fini.

Questo paese purtroppo si è spesso impantanato, non perché gli altri sono cattivi ma per carenza di un progetto che sia condiviso e reale. Vivere a debito è facile finché il creditore non chiede la restituzione, ricordiamolo ora che il liberi tutti cancella la realtà, ricordiamo che il problema non sono i posti a tavola al ristorante, ma il fatto che da 30 anni massacrando la stessa idea di lavoro e i lavoratori il tasso di produttività non cresce, le idee innovative scarseggiano, non esiste più una grande industria che metta insieme manufatti complessi.

Se questo Paese vuole avere un futuro tutti devono pretendere che dopo il covid le cose cambino, che ci sia un lavoro che sia pagato dignitosamente, che le tasse siano progressive, che il sistema pubblico di salvaguardia della salute e del sociale sia garantito ovunque e che i giovani non se ne debbano andare. Insomma alla politica non si devono chiedere quanti posti si possono occupare in ristorante ma il progetto di vivere meglio, con giustizia ed equità, pagando i debiti.

Il resto sono chiacchiere.

quando davvero ci siamo conosciuti?

Ti scriverò una lettera fatta di asserzioni, sconclusionata, con brevi paragrafi. Fanne quello che vuoi: ricombinala spostando le frasi, mettici le tue, genera piccoli scuotimenti del capo e sospiri di sollievo, sii felice e scontenta come sempre si usa ma in modo nuovo. E non volermene se c’è sempre troppo io in ogni lettera che si scrive.

Sognare costa, crea cose concrete, costruisce percorsi che si rivelano fallaci solo alla fine, ma lo erano sin dall’inizio. Lo sapevamo o almeno io lo sapevo, ma valeva la pena di percorrerli.

Le felicità non sono mai sopravvalutate e non sempre si colgono nel momento in cui avvengono. Dopo, a raccontarle a chi le ha convissute, subentra l’aura del mito oppure una percezione diversa. Quasi una meraviglia perché non erano così importanti. Quest’ultima colpisce e fa un male dolce, incredulo che quel ricordo capace di generare contentezza sia stato violato.

Ci sono molti modi per cambiare l’evoluzione delle cose; l’indifferenza e il silenzio o peggio le piccole bugie, generano crepe, staccano pezzi, distruggono e lasciano macerie.

Mi pareva, ma in questo hai ragione, non dire chiaramente le cose comporta come minimo, attese insoddisfatte. Chi sente una persona molto vicina, addirittura se ne innamora, gioca alla telepatia. Pensa cioè di indovinare e di essere indovinato, ma non funziona così: ciò che si indovina è sempre qualcosa che appartiene a noi più che all’altro. E non indovinare i desideri di chi è prezioso per noi, genera una sensazione di incapacità, di inadeguatezza. Non è una bella sensazione.

Non hai capito perché era fatica capire, ma in realtà ero la persona che tu non avevi in testa. Ti sei adattata come per una scarpa che è bella anche se fa male finché non diventa comoda e si sforma.

Sono i fatti che prendono il comando, riescono a zittire prima i desideri e poi i fini. Hanno una grande virtù, i fatti sono reali e interpretabili. Quasi mai l’interpretazione coincide, ma questo lo sai bene, perché si vorrebbe che proprio quei fatti avessero una porta socchiusa. Qualcosa che li fa assomigliare ai desideri che si vorrebbero realizzati.

I fatti guastano i fini, poi corrodono i progetti oppure li rafforzano e sorprendono perché mai e poi mai ci si sarebbe aspettato che fossero così creativi.

I fatti li condividiamo, li abbiamo condivisi. I miei sono un arcobaleno di sensazioni, non mi piacciono tutti i colori, lo sapevi? Però dalle cose più piccole a quelle più grandi ciò che mi sembra sia accaduto, ha costruito un libro virtuale di ricordi dove le fotografie si spostano e con esse la collocazione nel tempo, per cui il prima e il dopo si interrogano, si alternano, cercano un senso e ne trovano un altro. Accade anche a te?

FB mi indica una serie di persone che potrei conoscere e mi incita a chiedere l’amicizia. Ma che storia è questa: è proprio perché le conosco che non gli chiedo l’amicizia. Allora mi domando dove siano finite le cose leggere che ci hanno prima messo assieme e poi separato.

Un’incuria del sentire che si è stancata, come se davvero fossimo leggeri e invece siamo pesanti, tanto da non riuscire a trascinare le cose che non hanno una verità da mostrare. Ci nutriamo di verità possibili, di abitudini, di leve che cancellano il troppo che si accumulato e permettono di vederci accettabili. Insomma possiamo fare di meglio, come ci hanno sempre detto, ma anche di peggio.

Conservi ancora cose che ti ricordano qualcosa, e cosa?

Mi prende la voglia di andare via sino al limite della nostalgia, sapendo che essa riguarda ciò che c’è, che è vero e ci accompagna, ma che troppo spesso dimentichiamo per farci influenzare dalle cose minuscole che non durano nulla. Andare in cerca di ciò che si nasconde in me per trovare te.

il caffè

Chi metteva il caffè nella cuccuma ogni mattina e lo lasciava bollire sulla stufa, bevendolo poco a poco e aggiungendo acqua. Era un caffè che alla sera non faceva male e faceva leggere i fondi a chi lo sapeva fare. C’era chi metteva su una caffettiera napoletana, usava l’acqua raccolta in un pentolino che era ancora bruna dei fondi del caffè precedente e aveva dei segreti nel macinare i grani e nel premerli nel filtro. Diceva che il suo caffè era il più buono e nessuno gli assomigliava. Lo sorbiva piano, annusandolo, era molto caldo e dolce, e aveva ragione perché il profumo era parte del caffè. C’era chi faceva sempre una caffettiera da sei, anche se era sola. Le piaceva berne due tazze e guardar fuori dalla finestra. Se quella notte aveva fatto l’amore era solo felice, altrimenti pensava alla sua vita. C’era chi faceva il caffè nella moka da tre molto presto al mattino. Era ancora assonnato e tutti dormivano. Sembrava che la casa respirasse piano e bisbigliasse i sogni. Lui scacciava sonno e stanchezza, poi si vestiva e usciva nel freddo o nel caldo, in quello che trovava, perché quella era la vita. C’era chi seguiva un rituale per riempire d’acqua la moka, mettere il caffè e premerlo piano. Aggiungeva poche gocce d’acqua nella parte superiore, dove il caffè si sarebbe raccolto, perché non bruciasse il gusto e questo restasse dolce e pieno. Lo sorbiva, da solo o in compagnia, pensando che le cose che si fanno bene sono buone e condividerle è un piacere. E valeva per ogni cosa. C’era chi il caffè lo offriva a tutti, in qualsiasi ora. Era un modo di accogliere e di iniziare una conversazione. Cercava di fare bene il caffè ma gli interessavano le persone, quello che avrebbero detto, la loro presenza. C’era chi aveva chiesto al medico che non gli togliesse il caffè e sorbiva l’unica tazza con piacere anche se poi gli batteva forte il cuore come quand’era innamorato. C’era chi il caffè lo beveva anche prima di dormire perché tanto non gli faceva nulla e aveva un’abitudine e il cuore in pace. C’era chi aveva comprato una moka da una tazza e mezza, aspettava la sua metà ma non arrivava mai e questo lo rendeva triste e pensieroso. C’era chi il caffè lo beveva al bar, a casa ci stava poco, giusto il necessario, mentre la barista gli sorrideva sempre. C’era chi il caffè neppure sapeva farlo ma non gli pesava perché chi lo amava lo condivideva con lui. C’erano tanti modi di fare e bere il caffè e ciascuno aveva un umore, un segno del vivere, un’attesa che sarebbe stata mantenuta. Era un modo per dire e accudire che ciascuno per suo conto viveva.

finisce e ricomincia

Avviene una prima volta da ragazzi, poi accadrà e riaccadrà nella vita, quando amicizie e vicinanze prendono altra forma. S’assottiglia il legame tra persone sino ad essere l’esile filo del ricordo. Perché ciò accada, come in tutti i rapporti che implicano un sentire emotivo, ci possono essere ragioni diverse, alcune dirompenti e traumatiche, altre per progressivo perdere d’interesse. Non occorre che tutto ciò sia simmetrico basta che si capisca che ciò che poteva essere non sarà più, è giunto a un limite e questo non è stato superato. Continuare suonerebbe falso, inutile e chi testardamente prosegue, scivola in un suo mondo oppure, peggio, diventa inutilmente persecutorio. Per questo è bene annusare l’aria e lasciare che ciò che è consumato sia ricordo, con la sua bellezza e il suo essersi compiuto.
C’è tristezza in tutto ciò che finisce ed era importante, ma è giusto capire che oltre non poteva procedere.

Non sempre, quando il limite è superato da tempo, c’è solo il dolore, in specie se gli ultimi tempi sono stati difficili e essi stessi dolorosi, allora al senso di aver perso qualcosa di importante, s’affianca un sollievo e sembra si riaprano possibilità che s’erano accantonate.

È necessario accettare il limite di ciò che si può essere assieme, per avere profondità. Oggi è diverso, la parola amico perde consistenza e quando il numero sostituisce l’essenza resta la superficialità che tutto tiene e nulla ha per davvero. In questo tempo di cattività protratta, c’è tempo per pensare, per sentire cosa e chi conta nelle nostre vite e quale parte viene invece portata innanzi senza uno scambio vero, senza qualcosa che sia un di più rispetto all’abitudine. Rimettere in ordine ciò che è la nostra vita, i rapporti che essa mantiene, è una manutenzione sincera dell’anima, del sentire, del presente e del futuro che ci mostra quali siamo. Non si è più soli quando si prende atto di ciò che non c’è più, si è consapevoli che era l’abitudine a reggere la vita e non la profondità di ciò che si scambiava. Si era già più soli prima ed è solo la consapevolezza che subentra e mette a disposizione la possibilità anche del silenzio, nell’attesa che qualcosa di nuovo ci corrisponda.

non capisco

Ci sono movimenti nell’anima che non capisco
timori e tenerezze che si confondono.
Per suoi profondi e rossi venti muove l’indole,
mentre i pensieri passano dal calore d’una tana alla voglia della corsa:
tutto questo ribolle o atterra
mostrando quanto sia debole l’ordine che a fatica s’è costruito
e insieme forti le aspirazioni e i bisogni d’amore.

l’attesa

Nel pomeriggio appena iniziato, sono le due, le persone si accalcano fuori e dentro il portone. Attendono un vaccino che hanno prenotato. Il distanziamento è approssimativo e internet fa le bizze, così altri si aggiungono. Un assembramento da cui uscire al più presto. I pensieri sono quelli dell’attesa con una piccola aggiunta di apprensione. penso ad altri giorni di vigilia della festa. Alle tovaglie bianchissime, stese al sole che attendono di essere raccolte e stirate. Alle case con le finestre aperte e i rumori delle stoviglie, i profumi dei pranzi per il giorno dopo, le voci che trovano un accento di primavera nelle parole usuali e assomigliano agli alberi carichi di fiori che si preparano a nevicare allegramente sui ritagli di terra che li ospitano. Penso alla vigilia nelle isole, quando i riti si sono consumati nel dolore e ora le chiese hanno le porte aperte e le luci delle candele che delimitano i Sepolcri. Con mia nonna facevamo un giro per la città, come una commissione giudicante, per dirci qual era il più bello o il più ricco e spesso le cose non coincidevano. C’erano sacrestani indaffarati che preparavano la messa di mezzanotte, odore di cera e di fiori che si disfacevano. Similitudini del disfare prima della trasformazione. Quindi allegrie contrapposte a silenzi e preghiere mormorate a fior di labbra. Un dentro e un fuori. Fino alla cerimonia della luce dopo la tenebra dell’assenza di vita. Qualche giorno fa ho sentito Augias che parlava del Cristo uomo e di come la divinità teologica ne avesse messo in ombra gli aspetti enormi della testimonianza. La nascita di qualcosa di uguale, di una società in cui non conta il censo o il denaro ma solo la giustizia e l’amore era un messaggio talmente forte che bisognava toglierlo all’uomo e metterlo alla divinità perché essa poteva raggiungere quei traguardi non la società degli uomini. Così il messaggio rivoluzionario è stato quasi subito depotenziato, ha ammesso non la comprensione della differenza ma la sua legittimità in termini di potere. Gli uomini non potevano essere eguali e insieme diversi, ma ordinati, sottoposti a un potere gerarchico che non solo guidava i rapporti tra essi, ma li metteva gli uni sopra gli altri.
Nel pomeriggio del giorno prima della festa c’è l’attesa, anch’io attendo, anzi tutti lo fanno cambiando l’oggetto che viene atteso. Il mondo è un infinito attendere che si realizzi l’ lndicibile, ciò che da gioia e insieme serenità, la realizzazione di ciascuno e insieme il rispetto per gli altri. Nel buio dell’attesa fuori ci sono i preparativi della festa. L’essere assieme, immaginare che tutto andrà bene anche se poi le persone non saranno mutate e scoppieranno i nervosismi, le noie, la voglia di essere altrove. Ebbene, nulla di tutto questo è l’attesa, come le candele non sono la luce, i fiori che si disfano non sono la gloria, il simbolo si perde e viene soverchiato da cose che saturano, alimentano i corpi, donano ad essi la sensazione tattile dell’essere vivi. Molti anni fa la notte di Pasqua ero a Regensburg. Nevicava e non c’era nessuno per strada. Mancava poco alla mezzanotte ed entrai nella cattedrale. Era stipata di persone in silenzio. Lontano, nell’abside c’era la celebrazione. Solo quella parte della chiesa era illuminata. Poi anche gli officianti tacquero e si spensero le luci, C’erano solo le candele a illuminare un leggio e dei volti. Il canto gregoriano nacque dal nulla, dall’oscurità, una voce parlava cantando fino alla parola che indicava la resurrezione. In quel momento l’intera chiesa fu illuminata, il coro e l’organo intonarono l’Halleluja. E insieme ci fu un gran strepito di cose sbattute assieme. Come a scacciare il dominio del buio, definitivamente. Un rito apotropaico per sconfiggere la paura. Ho capito il senso dell’attesa in quel momento. Che tutti noi attendiamo e capire cosa, ci fornisce la misura di noi. I simboli parlano allo spirito profondo, non hanno intermediari, entrano a gamba tesa e ci dicono chi siamo, poi faremo come vorremo. E’ la libertà, non la felicità. Quest’ultima verrà a volte assieme alla serenità ma dopo che si è capito chi si è.
Così il pomeriggio del giorno avanti la festa doveva essere dedicato al silenzio, a capire cosa siamo noi come umani e poi ci sarebbe stata l’esplosione della luce, della speranza. Dopo poco uscii nella neve che cadeva fitta e non mi curavo molto di correre al riparo. Avevo bisogno di conservare la comprensione di qualcosa che poi si sarebbe smarrito nelle cose che fanno la festa.
Mi è tornato a mente nell’attesa di un vaccino, di una salute che riguarda tutti, nel timore che il mondo non ci ami più, mentre l’attesa è rimasta la stessa e non abbiamo compiuto la mutazione che ci rende uguali, vivi, rispettosi e solidali. Dopo 2000 anni gli uomini attendono ancora e non sanno dare parole all’attesa, ma solo sperano che si passi dal dolore al riscatto del mondo. Buona Pasqua a tutti.