archi ribassati

Spiegava l’evidenza, ovvero che un arco ribassato, una volta senza l’ausilio della cuspide gotica, premeva sulle spalle di appoggio. Il ponte della Costituzione a Venezia è un po’ così e magari se le rive non tengono tutta quella spinta, oppure s’allontanano perché annoiate dai tanti piedi distratti, alla fine cadrà in acqua. Sarebbe una logica conclusione all’imperizia e all’incuria, al mercantilismo con cui il bello è diventato bazar, consumo di pietre per piedi trascinati, confusione di economie tra chi risiede e chi viene, prende e se ne va.

Intanto, pensucchiando, era diventata notte e nella via dov’ero nato, gli archi ribassati dei portici che vedevo erano chiusi da solide barre di antico ferro, stanco persino di ruggine e delle mani che si erano appese per dondolarsi come scimmie, per tirarsi su, per dimostrare che anche da piccoli si riusciva ad essere forti quando non esistevano palestre e gli esercizi ginnici erano in aule polverose vicino ai banchi. Ovvero, esistevano le palestre ed erano un retaggio ottocentesco, forgiavano ginnasti e spadaccini oppure pugili che avevano giri e parole loro. Ma erano guardati con quel giudizio imbecille che li apprezzava solo quando combattevano oppure conquistavano medaglie, per il resto erano persone a parte, confinate in circoli dove era meglio non andare, frequentare, parlare.

Così ricordando, scorrevo, quegli archi tenuti da sbarre malfidenti, che poggiavano su pilastri di diversa dimensione. Alcuni tozzi e massicci, sembravano fatti per sorreggere l’intera casa. E anche se non era vero, se ne atteggiavano e avevano intonaci strani, riccioluti in punte aguzze di malta grigia, forse per impedire che le persone s’appoggiassero. Pensavo che i proprietari avessero pensieri grevi e che pur costretti a un pubblico portico volessero difendere la proprietà oltremisura, per cui un povero non potesse riposare nell’ombra, non ci fossero questuanti davanti casa che togliessero decoro e infastidissero i visitatori, fosse precluso il sostare che cerca un muro a cui posare la schiena o la spalla. Precauzioni inutili perché il lezzo greve della pescheria poco distante, toglieva ogni aspirazione di nobiltà acquisita a quelle case e quella strada, pur con i suoi palazzi nobiliari, i merli ghibellini, le porte alte e i legni pregiati dei portoni, era pur sempre terra di botteghe e d’artigiani e il fabbro, che aveva la fucina davanti alla mia casa, forse era stato quello che aveva battuto quelle barre per gli archi, aveva forgiato catene per tenere insieme pareti perimetrali stanche e non aveva badato al fortore della pescheria che s’appiccicava ai mattoni, li permeava d’estate di una patina di decomposizione organica, confondeva spazzatura e portici come accadeva nelle vie medievali, in attesa che una folata di vento ripulisse le narici prima che l’aria, no, batteva, lavorava, scherzava col vicino commerciante, salutava le signore e si schermiva della sua canottiera blu che portava in estate e inverno, ridendo, cantando e facendo.

Altri archi erano su colonne più sottili, su capitelli recuperati da scavi che si distinguevano proprio per le loro diversità. Sembravano poco preoccupati di spinta e peso, quei contrafforti esili, che avevano una eleganza da ballerini consumati, tangheri, come si diceva storpiando e sorridendo dell’andatura un po’ claudicante del ballerino di tango che spazza la pista col passo strascinato prima d’ essere richiesto. Leggeri e pieni d’anni, incoscienti, reggevano pesi e sostenevano. Mi chiedevo nei pensieri oziosi di calura, cosa tenesse davvero quel marmo, se non vi fosse una convenzione tra cose che alla fine, cooperando, mostrasse non la realtà ma l’apparenza, ovvero se il tenere o meno fosse altrove e quegli archi con quelle sbarre, adesso davvero necessarie, non si reggessero da soli, per cui l’appoggiarsi fosse carezza al marmo, bacio affettuoso e non peso. Un affetto per tutti gli anni passati assieme, per la vicinanza che ingentiliva e rendeva lieve l’arco di mattoni con l’ormai inutile chiave di volta, come accade alle coppie dove lei fornisce a lui quel supporto di leggiadria che lo illumina e gli raddrizza le spalle, ne rende interessante il viso e la figura, perché assieme stanno bene e si vede.

Così la via correva nella notte, tra odori intensi e silenzi di mura che trattenevano il respiro di chi passava. Mi sembrava che in quella via ci fosse più aria quand’ero piccolo, che gli odori non entrassero nelle case, ma scivolassero via come ombre sui muri. Che quegli archi fossero occasione di gioco, d’ombra e sosta per chi passava, che le grate delle cantine alitassero sempre quel misto di fresco e muffe di cose dimenticate ma non buttate. Osservando le superfici, passavo i polpastrelli su granulosità che erano lisciate dall’uso, dalla consuetudine che hanno i bambini di toccare. Come se essi sapessero che c’è una memoria del tatto e che quella resta a lungo pur estraniandosi dal luogo, e c’era il ferro rugoso, la pietra d’Istria che si sfaldava piano, il sasso liscio che parlava con il palmo. E c’erano quegli archi che incorniciavano il cielo sopra le case, e bisognava essere piccoli, per vedere il cielo, piccoli di statura e grandi di semplice sentire.

la parola

IMG_0321[1]

La parola volteggiava,

era farfalla d’infinitesimi pulviscoli,

scia di colore che non s’ afferrava.

Era lieta dello scorrere tra labbra, 

del preannuncio d’un pensiero,

dell’altro in cui sorridendo galleggiava.

E mandava luce, susseguiva:

sentiva in sé tensione d’atomi,

scorrer di molecole, distillar di senso, 

così, libera, generava.

Pronunciata e attesa,

era arcano maggiore

voltato e sussurrante mentre l’indeterminato raccontava,

così preciso, attento, che

filtrando tra gli occhi chiusi nel sole

dipingeva mare e cielo assieme.

Forse lo stesso colore, 

ma diverso eppure, come l’anima che ascoltava

e ondeggiava e mutava per un detto , forse sfuggito,

però voluto,

confermato nel muoversi di ciglia.

così il cuore si stendeva, e abbracciando accoglieva 

o fuggiva, rintanando nel sé impaurito,

ma ancora cercava quella farfalla,

quel lampo che scappava tra le dita,

perché dell’anima non si sopporta il grigio 

e neppure la notte

senza del colore la luce e il suono.

 

allora, e adesso?

Mentre raccontava di politica degli anni ’60, di un’economia che cresceva, di officine e piazze piene, dalle parole  emergeva la spinta di molte persone con un progetto personale e comune. Era diffuso ovunque, nelle città e nei paesi. -pensavo- E dalle considerazioni, mi astraevo e veniva  l’odore che ha l’acqua del fiume, quello della pelle scurita dal sole, la sensazione di fresco e di brivido che portava un tuffo sfrontato di paura. Avvertivo l’odore dell’erba che dissecca al sole di luglio, quello della terra che si spacca e quello dell’ombra degli alberi di greto. Percepivo  lo scorrere fatto di tanti momenti immobili delle stagioni e quello veloce della strada. Il puzzo della benzina e dell’olio delle auto della provinciale, il fischio del locale che affrontava  la curva prima della stazione, la polvere di certi sentieri che sarebbe stato meglio non fare. E dal mutare del tempo veniva l’aria densa di vapore e legna secca delle cucine con la stufa economica. C’era il profumo del legno delle tavole corrose, delle sedie impagliate, dei pavimenti delle case della bassa fatti di cotto e d’abete. E veniva il profumo che la minestra dispensava prima del primo cucchiaio, il caldo pesante delle coperte d’inverno e il ruvido abbraccio delle lenzuola di canapa, d’estate.

Questo pensavo, mentre continuava a parlare di dispute tra avversari politici  che finivano nelle osterie della piazza grande. E lì, il sabato si contrattava vino e carne da macellare. Parlava di discussioni infinite nei consigli comunali,  sul Viet Nam, sullo Scià di Persia e sull’Africa che era luogo di massacri e prime indipendenze. Citava le partecipazioni silenti dei cittadini che affollavano la sala e i battimani per un intervento che sembrava riassumere tutti i pensieri mai fatti, ma che c’erano, solo che chi parlava aveva le parole per dirli.

Sentivo in quello che diceva e in quello che pensavo, un dentro/fuori che guardava la casa e il mondo, la crescita e il cammino, l’orgoglio d’essere parte di una storia comune e quello di avere idee forti e proprie.

Capivo la città che saliva verso il cielo e la pianura, la fatica del viaggiare e la meraviglia attesa. C’era un rispetto per il sapere che veniva da secoli infiniti d’analfabetismo, ma era anche la coscienza che dietro il ragionare c’era la fatica fatta  nell’apprendere e un uso del silenzio che forse proveniva da notti insonni in cui i pensieri s’attorcigliavano  alle cose importanti che il giorno avrebbe portato. Sapere era verbo e sostantivo che s’appiccicava alla persona, poteva essere trasmesso, ma comunque faceva parte del mondo in cui la fatica era più forte se esso mancava.

Il racconto continuava e si sentivano le difficoltà collettive, la scelta che veniva fatta nel votare, si percepiva l’affidarsi che includeva un patto reciproco. Grandi ideologie erano commiste alle vite, scrivevano futuri comprensibili. Ascoltare diventava naturale, si andava ad un comizio perché qualcuno spiegava la realtà, ma lo facevano anche i padri ai figli, i vecchi all’osteria, il prete nella predica. E se non era tutto buono, però anche la ribellione si mescolava agli odori di casa, avere un’altra idea poteva portare ad andare via, ma non ad uscire dalla realtà. Raccontava e chi aveva vissuto in quegli anni, sentiva un’acuta nostalgia di cose ancora da fare, di possibilità da spendere, e non era la malinconia dei vecchi ma la coscienza che una tela di sensi s’era strappata e ricucirla era impossibile.

Una parola si è infine sposata con un’altra, entrambe sembravano lontane eppure indicavano una via d’uscita: dignità ed ironia, ovvero conoscere la propria importanza ed usarla per smussare il rumore acuto che offende le idee, il sapere, le vite. 

la maleducazione

Ci hanno insegnato a trattenere, a sfumare le opinioni, a eliminare le manifestazioni senza controllo.

Una serie di convenzioni che ci definiscono per bene, rendono non solo lecito ma spesso obbligano l’omettere, il non dire intera la verità e soprattutto quello che pensiamo. Il risultato è che si lascia all’evidenza e all’intuizione il compito di spiegare i comportamenti. Sembra non ci sia via d’uscita se non si è eccentrici, artisti o moderatamente folli. Siamo condannati a non dire perché le persone si offendono, restano ferite, non vogliono sapere se non a piccole dosi.

Si potrebbe tentare di non avere giudizi, cosa davvero complicata perché anche quando si pensa di non averli, questi da qualche parte ci sono e discriminano, presumono e quindi alla fine un loro effetto ce l’hanno. Ho capito che per essere maleducati, ovvero molto vicini a dire ciò che si pensa e al perché si fa qualcosa, bisogna essere molto intimi, per gli altri resterà una rete di compromessi e qualche scoppio d’ira accompagnata da sincerità incontrollata. Bisogna anche aggiungere per relativizzare quello che potrebbe essere un insieme di assoluti, che il dire ciò che si pensa non è di per sé la verità, che si può cambiare opinione, che nel dirsi le cose le relazioni diventano più profonde e che su queste si può costruire oppure distruggere. 

Mi è capitato, ma credo sia una cosa frequente con i telefoni, di sentire la continuazione di una conversazione che mi riguardava dopo che la comunicazione era stata chiusa, e non riuscivo a interromperla finché non ho spento il telefono. Nulla di particolarmente grave, ma un telo che avvolgeva i rapporti si è squarciato perché la persona di cui si parlava con altri ero io, il mio modo di vivere, i miei interessi. Non era un gossip, ma il pensiero in diretta di una persona che mi conosceva pure poco e che però esprimeva giudizi. Avviene in continuazione e non lo sappiamo. Facciamo finta non accada, vorremmo che gli altri parlassero bene di noi, ma non accade se non nei casi in cui ci sono conoscenze profonde. Quindi la maleducazione non solo esiste, ma viene praticata intensamente e l’unica cosa che sembra renderla meno maleducata è il fatto che non sia diretta. Potendo scegliere preferisco la maleducazione diretta, il pensiero libero che può essere oggetto di contraddizione, di riflessione, di rottura, ma almeno quello che era importante è stato scambiato.

Viviamo in acquari di gossip e possiamo dire che non ci interessa ma in realtà un malessere ci accompagna. Credo bisognerebbe agire di più sull’educazione ai sentimenti, al rispetto, alla dignità dell’altro. Bisognerebbe non tanto tacere per proteggerci, perché questo era il fine della buona educazione, ma pesare meglio il pensiero. Venire educati a pensar bene e a distinguere solo i pericoli veri. Vivere in un chiacchiericcio infinito rende tutti un po’ ipocriti, parecchio furbi e propensi a disconoscere la verità. Quella che ci riguarda almeno.

ripensando a lettera a una professoressa

Qualche giorno fa era il 50°anniversario della pubblicazione del libro dei ragazzi di Barbiana: Lettera a una professoressa. C’era molta forza nelle parole di quello scritto e fece cambiare modo di vedere di una intera generazione perché interpretava con pensieri semplici quello che era sotto gli occhi di tutti.

Si disse che diceva quello che molti pensavano eppure non dicevano. Dovrebbe essere naturale ma non è così e non si sa per quale vergogna si occulti l’evidenza. Non sto parlando di verità profonde, ma di ciò che si vede e del perché lo si dia per scontato contribuendo così in modo determinante a non cambiare le cose che non vanno.  Siamo attorniati di banalità, di modi di dire e non c’è alcun pudore nel ripeterli, ma se qualcuno mette in relazione l’ingiustizia con qualche pratica sociale, con l’agire di chi ha potere, spesso subentra l’imbarazzo. Sono i momenti in cui la parola, così abusata, distorta, inoculata nelle teste fino a condizionarne il vedere diventa fastidiosa. Controcorrente rispetto ad una immagine in cui il positivo deve prevalere anche se viene solo raccontato e non praticato.

Lettera a una professoressa parlava della parola, della scuola, della società e metteva tutto in modo così consequenziale e logico che chi leggeva capiva la ragione della sua posizione sociale. Inutile dire che quel libro divenne il testo su cui si fondò una rivoluzione della scuola che da  verticale voleva essere orizzontale.  Pier Paolo Pasolini lo definì il libro più bello dei miei tempi e forse è inutile chiosare questa affermazione se non dicendo che in esso c’era molta verità.

Don Milani collegava la parola, il suo significato, alla diseguaglianza, all’ingiustizia, alla sopraffazione sociale. Pensava che la scuola avrebbe dovuto essere lo strumento per la comprensione e per l’inclusione.

La scuola non come riproduttrice ma come generatrice di una nuova società che cambiava partendo dalla comprensione della sua condizione. Non esistevano i bocciati nella scuola di Barbiana, esisteva un sapere che interconnetteva le acquisizioni dotte con quelle popolari. Il teorema di Pitagora non cessava di esistere, ma diventava un modo per misurare la realtà. Lavorare sulla parola significava darle peso, significato e nobiltà. Si poneva il problema più arduo per chi capisce ovvero la semplicità in modo che ciò che si era acquisito fosse disponibile a tutti. Così i maestri erano intercambiabili e chi capiva spiegava. Questo è stato il procedere della storia sociale dell’umanità dove il sapere si è trasmesso per verifica del reale e ha generato lavoro, cambiamento dell’ambiente, cibo, rispetto. Il sapere esoterico, iniziatico ha alimentato la credenza ossia la risposta con parole incomprensibili all’incomprensibile. Il contrario della scienza, la base per il potere.

Barbiana e i suoi ragazzi erano una congiunzione favorevole degli astri, del caso che aveva portato un prete scomodo in un posto impossibile. Ma era un buon maestro per chi stava attorno a quella pieve, e con i suoi scritti, parlava al mondo. Raccontava l’evidenza e lo diceva con la cognizione delle parole che hanno significato e così mostravano una verità e una realtà.

Si potrà dire che non era l’unica verità, ma la realtà coincideva con il vissuto.

Pilato chiede a Gesù: Cos’è la verità? È una domanda fatta da un procuratore, da una persona che conosce la legge e giudica, ma diviene un pensiero a voce alta e si allontana senza attendere la risposta. Eppure avrebbe a disposizione un Rabbi, un conoscitore delle scritture, un maestro. Pilato si allontana perché sa che la verità è personale e che poi, quando diviene patrimonio di molti diventa eversiva, cambia l’ordine delle cose, dice ciò che è giusto e ciò che non lo è, e costringe l’uomo a scegliere. Meglio il relativismo che lascia tutto come sta. Don Milani chiedeva di capire, riflettere e scegliere. Non gli andava il relativismo ed era un Maestro.

Mi chiedo perché non esistano oggi i buoni maestri, perché si sia affievolita la volontà di spiegare l’evidenza. Forse perché nessuno li ascolta? Se così fosse questa generazione sarebbe perduta e la speranza dovrebbe passare al futuro.

Lettera a una professoressa insegnava che la pazienza che subisce non è una virtù, ed è un insegnamento che non ha perso neppure un atomo del suo valore.

 

 

 

 

 

inadeguato

Sempre più spesso ci viene chiesto di uscire dalla sicura conchiglia delle abitudini, è il nuovo che ha una sua urgenza perché già preannuncia che poi puzzerà di stantio. In questo starebbe il cogliere l’occasione.

Non so voi, ma spesso mi sento inadeguato alla possibilità e allora attingo alla sconsideratezza oppure cerco di fare sapendo che l’errore è compreso in ciò che farò, ma sono cosciente del senso del limite.
Per questo mi sorprendono i sicuri di tutto, quelli che salgono qualsiasi asperità: o sono tanto bravi oppure hanno perso la nozione del dubbio.  Sembrano intrisi di quella che sembra essere costante novità, il farsi senza traccia in una infinita serie di sensazioni che non muta davvero e non fa proprio il nuovo ma lo considera già vecchio nel momento in cui si manifesta, quindi trascurabile e transitorio. E questo presunto nuovo è già abitudine, privo di vero cambiamento. Invece penso che l’unico modo per vivere tutte le età mantenendo la capacità di stupirsi, sia quello di far proprio ciò che non ha riferimenti, che non ricade nella consuetudine e che per questo ci spinge a mutare.
Non è forse questa la giovinezza ossia la perenne sensazione di non essere adeguati e al tempo stesso la voglia di inglobare in noi il mondo? E questo sentirsi inadeguati non è la spinta a superarsi per quanto è possibile nel fare, insoddisfatti ma anche onesti del dire il proprio limite? L’inadeguatezza e il cogliere l’occasione stabiliscono un equilibrio tra coscienza e volontà, non diventano arroganza, eppure procedono. Dovrebbero essere qualità di chi si trova ad avere potere, invece accade di rado, pare sia meglio seppellire il nuovo con il nuovo. Definirlo vecchio, incessantemente finché non verrà uno davvero nuovo a seppellire l’ultima arroganza.

le chimiche verità

Si diceva alla fine di un ragionamento sui sentimenti, che le donne vogliono dolcezza eppoi ci si chiedeva cosa vogliono gli uomini dalle donne.

Io ho risposto la verità, ma non ne ero certo. Mi pareva la cosa più importante e semplice o forse era una risposta etica. In realtà, pensandoci ora, penso che sia uomini che donne, vogliano verità e cura, non solo l’una o l’altra. Ma non è una risposta di genere, forse diamo nomi uguali a intensità differenti. Chi ha mai definito appieno la scala del bisogno d’amore? Chi riesce a tracciare i colori che vanno dal nero al rosso acceso e a collocarsi nella sfumatura che gli appartiene e al tempo stesso definire quella che desidera? C’è uno iato che fa la fortuna dei venditori di tranquillanti, di psicologi e preti ed è costituito dal tentativo di trovare una ragione per lo squilibrio, nonché del tentativo di colmarlo.

La mia insegnante di chimica analitica mi ripeteva che si trova quello che si cerca, poco o tanto, anche niente ma funzionava così.

Aveva ragione, anche se quasi mai nella vita si procede sapendo davvero ciò che si cerca e sorprendendoci di ciò che si trova. Invece, al contrario dell’analisi chimica, non di rado ci si accontenta, pensando che siamo noi ad essere poco in sintonia con i nostri desideri.

Ma qui c’è la notizia che tutti conosciamo: chi si accontenta non gode, s’accontenta e basta.

Quindi forse la prima asserzione non è distante da ciò che si vorrebbe: verità e cura sono un buon misuratore di ciò che si cerca davvero.

 

l’equilibrio non ama l’amore

Di questa specie d’amore, che si camuffa di bene,

che nel dirsi, teme

e rafforza la corazza costruita con cura.

Di questo usare ciò che consente al vivere d’abitudine, 

che trova un accordo con la notte.

Di tutto questo dirsi, bisbigliarsi, nel silenzio dei pensieri,

cosa resta agli equilibristi del cuore

che, stesa la fune,

tirata sino a farla suonare d’aria e di luce,

ne assaggiano la consistenza col passo che avvolge,

ma poi ristanno pensosi,

immobili al proprio desiderio d’infinito,

e al timore d’imparare

d’essere mutati dal sapersi

di poter tenere il cielo con le dita.

 

la razionalità del male

La cronaca e le ricorrenze non risparmiano nulla. Se è vero che nulla si ripete uguale, ci sono delle costanti nel male che dovrebbero essere indagate. La strage di Capaci, la morte di Falcone e della sua scorta e quella che seguì con Borsellino, la strage di oggi a Manchester con le prime 22 vittime, tra cui giovani e bambini, sono tra le molte stragi che continuano, con matrici diverse e motivazioni diverse, in questo mondo che usa la distanza per emozionarsi e per sancire le solidarietà. Noi ci sentiamo male, ci immedesimiamo, partecipiamo e poi dimentichiamo, sino alla prossima volta. Basta affidarsi alla speranza, al caso, oppure serve altro ?

C’è una razionalità nel male. La mafia è razionale come lo è un terrorista dell’isis o un trafficante di droga sudamericano, e allora ci si chiede come mai non sia possibile prevenire, smontare i ragionamenti, controbattere. 

È il bene ad essere irrazionale in questo mondo, e pur essendo prevalente, ci sorprende anche quando lo attendiamo. Lo consideriamo scontato solo in cerchie sicure, molto vicine a noi e legate da affetti. È strano che per estensione si associ la sicurezza con l’impossibilità del male e che solo in essa si pensi la condizione del bene perché ben poco è sicuro. I drammi in famiglia infatti dimostrano il contrario, la violenza sulle donne dimostra il contrario.

Ma restiamo alla razionalità del male. Nella sua semplice geometria esso agisce con rapporti di causa effetto, ha un obiettivo e lo raggiunge. Dovrebbe essere prevedibile ma per la complessità del mondo e per la stessa libertà degli uomini, non lo è. Però la sua razionalità pesca in una parte sottostante l’evidenza, come vi fossero regole che valgono solo in superficie. Per ogni assassino stragista ci sono molti altri che non fanno ma condividono, quindi esiste una platea a cui il male si rivolge e non è piccola, ma soprattutto è tra gli altri uomini e ne condivide gran parte dei tratti, delle abitudini, persino delle leggi. Quindi c’è una scissione di razionalità che motiva alcuni a considerare razionale e giustificata l’efferatezza e questa è presente ovunque, ciò che ci salva è che per molti ciò è abominevole. Gli animali non hanno questo substrato che consente loro le stragi, agiscono per motivi evidenti, l’uomo no, ha un simbolismo che vuole mettere sull’atto, che ne esalti l’efferatezza e la sproporzione con un richiamo all’intelligenza. Il male vuole insegnare ad altri e così agisce nella mente razionale e perversa di chi lo compie. Per questo bisognerebbe che l’indagine sul male e sulla sua modalità si spingesse nel profondo, non lo considerasse eccezione ma un fantasma che dorme, e che i risultati di questo indagare contaminassero l’agire sociale. Lo includessero. Invece la società attraverso la legge e l’etica pensa di arginarlo e lo esclude, ma si vede che questo non basta. È necessario uno sforzo per togliere le ragioni del male, modificando la comprensione e il comportamento sociale. Credo che in questo momento sia ancora più necessaria un’indagine sulla razionalità del male nella società, e non perché vi sia più male di un tempo. L’efferatezza umana ha raggiunto livelli indicibili nella storia, anche recente. Ma oggi c’è una fragilità e una sensibilità che possono aiutare ad affrontare il problema del male, la sua diffusione, il suo essere strumento per affermare altro. Insomma si può affrontare il cinismo di massa e la solitudine dell’individuo indagando, espungendo le radici della malvagità, non negando i problemi, affrontando la difficoltà delle ragioni e delle diversità. Credo che non sia possibile, come in passato, opporre al male una simmetria di stragi, risolvere il male col male. E neppure è possibile nascondere il male sotto il tappeto delle notizie che si susseguono: se la mafia è un problema ed è il male, quella bisogna capire, affrontare e risolvere. E questo vale per l’isis e per qualsiasi altra espressione organizzata che contempla la razionalità del male come modalità dell’agire. Se vogliamo un mondo aperto e libero dobbiamo indagare sul lato nero dell’uomo, su come combatterlo e renderlo irrazionale, questo sinora è stato rinviato ma pare che ora non si possa più. Essere più sicuri significa non avere paura dell’altro, È tutto in questa semplice considerazione, ma ciò che ci sta dietro è in gran parte da scoprire.

le donne

Le donne sono diverse dagli uomini, spesso parlano di loro stesse riconoscendo peculiarità che agli uomini sfuggono. Usano il genere per riconoscersi vicine oltre l’apparenza. Manifestano solidarietà impensabili e piangono quando sono ferite. In non pochi casi riescono a sciogliere grumi di solitudine in nuova vicinanza, se scelgono di essere sole è dopo aver attraversato un deserto, un mare, una foresta.
Le donne usano una parola che non descrive nulla oltre la biologia: il genere e con essa elevano un vetro oltre al quale gli uomini guardano, vedono, cercano di capire e a volte capiscono: la loro diversità e differenza. E come accade davanti a una vetrina che espone i desideri e non si hanno i mezzi per renderli un po’ propri, resta, agli uomini, una sconfinata ammirazione e tristezza. Solo quando riescono a mettere assieme una complementarietà, che qualcuno chiama amore, la meraviglia degli uomini e la loro insufficienza nel sentire si scioglie in un abbraccio. Non importa quando esso è fisico e quando resta nel pensiero, è un abbraccio che continua e tiene assieme. E lì, finalmente, il genere prende significato e scompare.