la conferenza

Nel pomeriggio mi aveva preso una grande stanchezza. Non avevo voglia di nulla. Al più di ascoltare. Così andai ad una conferenza. C’era l’autore di un libro che conoscevo e apprezzavo. Una buona occasione, sono così rari i libri che ti sollecitano davvero… L’intervistatore invece l’apprezzavo molto meno. Nella grande sala, le prime file erano già tutte piene. Insegnanti di liceo, ragazzi, padri e molte madri. Mancavano i lavoratori, vista l’ora, quindi un buon campionario di borghesia cittadina. C’erano baci di saluto diffusi, abbracci e sorprese del vedersi che sembravano autentiche. Nella fila a fianco, due ragazzini si baciavano distratti sulla bocca, vedevo bene gli sguardi che cercavano oltre i visi.

Ero abbastanza avanti di posto, avevo potuto scegliere, e pensavo a come si dispongono le persone in una sala: secondo timidezza, protervia, noncuranza, necessità. Alcuni parlavano restando in piedi verso altri seduti. Posture inusuali, visi, profili. L’estate era appena dietro i finestroni, incurante dell’autunno, così non pochi erano in camicia o in polo. Io avevo una giacca e mi guardavo attorno, cercando di condizionare il cervello a non avvertire troppo caldo. Si riesce a farlo anche con il freddo. Fino a un certo punto. Cercavo di star bene e di imbevermi del suono delle voci. Era l’atmosfera che precede qualcosa di scelto. L’attesa consapevole. Distolsi il pensiero, adesso guardavo solo, senza interpretare e senza immaginare pensieri altrui.

Mi venne in mente la scrittura di Hemingway, assomigliava a quello che avevo attorno, il suo procedere spingendo l’azione riottosa, i particolari spezzettati, il suo generare senso di attesa per qualcosa che poi non accade. Pensavo ai suoi dialoghi, che aveva imparato così bene a Parigi e che, diceva, facevano la differenza tra uno scrittore e un grande scrittore. Non mi piacevano più come un tempo, quei dialoghi così serrati. Adesso, ricordandoli, mi sembravano poco sinceri, anche quando erano verosimili, come se i personaggi, in continuazione, dovessero essere altro da sé. Dimostrare qualcosa. Però c’era così tanta vitalità, così tanto senso immanente dell’accadere assieme alla consuetudine… Chissà se lo leggevano ancora Hemingway. I ragazzi intendo.

La sala era ormai quasi piena, con un flusso costante di persone che entravano. Qualcuno mi salutava, altri mi sembrava lo facessero. In una città media, per strati spesso ci si conosce o si è conosciuti. Il rumore delle voci era un tappeto sonoro che mi toglieva la stanchezza. Osservai che decisamente c’erano molte donne. Insegnanti credo. I ragazzi scherzavano, chattavano, telefonavano. Spesso si baciavano, anche i due ragazzini continuavano a baciarsi tra un fiotto di parole e un guardarsi attorno, salutando. Qualche bottiglietta d’acqua usciva dalle borse e s’avvicinava alle labbra. Con grazia ed educazione. Bisogna bere molta acqua. Pensai. E gli uomini sono spesso sguaiati anche nel berla. ma sono così ridicole le borse delle donne. Pensai. Enormi, piene di cose, cosparse di fibbie, lacci, cinghiette. Un pozzo d’identità da portarsi appresso. 

La ragazza seduta davanti, aveva tre orecchini molto piccoli sull’orecchio destro. Si voltava spesso e attendeva qualcuno. Si vedeva. Era minuta con lunghi capelli e un grande orologio al polso. Quando arrivò il ragazzo, piccolo anche lui, con un ciuffo da cantante di rock anni ’50, sorrise molto e divenne accudente, poi lo cosparse di bacetti. C’erano le madri davanti, si voltarono al saluto e sorrisero con un lievissimo imbarazzo davanti a tutti quei baci. O almeno così a me parve. Adesso ero riposato e senza attesa, divertito da tutto quel salutarsi e baciarsi. Sembrava fosse il contesto comunicativo della sala, un riconoscersi e un appartenere contento e superficiale. Poi apparve il conferenziere e le voci si spensero lentamente. Come per abbrivio. 

29 settembre 2014

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Le due foto che mi ritraggono, ricevute da mio figlio, hanno in comune il viso serio ( allora un po’ troppo magro), la barba completa e lunga. Ancora pepe e sale, non bianca come ora. La cravatta, la giacca, si intravedono e sembrano un tentativo di leggerezza, essendo la prima chiara e la seconda, scura. Uscire dalle divise e mantenere i ruoli è stato un impegno costante. La scheda allegata, spiega che vengono dagli archivi Rai e da un telegiornale regionale. Si parlava di imprese e di crisi. Sono passati sei anni da allora, mi sembra un’epoca per me e per il Paese. Nel bene e nel male, le crisi sono rimaste, ma l’Italia sembra mutata. Profondamente. Ascolto le persone e sento pareri preoccupati, la speranza, è quella dei naufraghi che sperano di salvarsi e che di questa lunga notte resti il ricordo quando si sarà più sereni. Non è la speranza che davvero spinge in avanti, quella fiduciosa del fare e della crescita, questa è l’attesa volenterosa che muti l’aria, quasi un farsi esterno alle volontà. In fondo questo Paese ama gli uomini della provvidenza, quelli che dovrebbero risolvergli i problemi che sono stati creati perché non si affrontano i nodi del giusto vivere assieme.

In quelle immagini, ritrovo un ottimismo della volontà, che ha radici lontane. Credo che la mia generazione abbia avuto molto e che molto dovrà dare facendosi in disparte. In me scopro intolleranze antiche, sopite per lungo tempo dalla necessità di compore le cose attorno. Non si fa sempre così, forse? S’impara nella famiglia e nella scuola, il senso di responsabilità diviene il modo per farsi una ragione di molto che non vorremmo, lo mettiamo ovunque, dal lavoro ai sentimenti, ben oltre il limite di una dialettica naturale. La generazione dei figli non ha questo diffuso senso di responsabilità collettiva, lavora per vivere, spesso non vede la funzione sociale del lavoro, così si disaggregano i luoghi comuni disciolti da un perché? Perché dovrei farlo, perché dovrei avere una funzione, perché dovrei interessarmi? Tutto sembra svolgersi lontano dalla propria capacità di influire, come se il potere si fosse definitivamente distaccato dalla democrazia.

Ieri era una splendida giornata di sole, le foglie sulle viti cominciano a virare dal verde al bruno e le punte sono già bruciate. La vite non è una pianta che susciti pensieri di bellezza, non ha maestosità, si arrampica selvatica, oppure si muove ordinata a pettinare campi e colline. E’ l’uomo che esalta la sua utilità, la manipola e l’ asserve a sé, facendone un emblema di stagione. Almeno qui, in quest’area mediterranea delle culture della vite e dell’ulivo, non a caso piante longeve, con frutti dal cui succo viene altro che si conserva a lungo. Lo stesso ha fatto con i cereali, altro cibo che si conserva a lungo. Nel sentire quanta conoscenza e sensibilità ci sia nel coltivare il riso, si capisce che ciò che è stato mutato aveva un significato profondo, un colloquio, non era un semplice piegare e domare ciò che era selvatico. L’uomo l’ha fatto con ogni cosa che gli serviva, animali e piante, così come le conosciamo, compresi cani e gatti, non esisterebbero senza l’uomo. Non è un giudizio negativo, questo subentra quando l’uomo cerca di asservire, in qualsiasi modo, l’uomo. Lo facciamo un po’ tutti, non si parte così anche nei sentimenti e poi si prosegue nelle cose? Forse è questo un argine educativo che proprio a partire dai sentimenti e dalla loro educazione, potrebbe permetterci di capire che il dominio dovrebbe avere un limite nella libertà dell’altro. Pensieri oziosi, facile essere d’accordo, difficile farlo: meglio soffrire.

Il più bel paese del mondo, ha definito l’Italia, ieri sera, il nostro Presidente del Consiglio. Non so se sia il più bel Paese al mondo, di sicuro non è un Paese felice. Eppure sia alla festa del riso, a Isola della Scala, sia a Borghetto sul Mincio, una folla di uomini, donne, bambini, si assiepavano sotto il sole in cerca di gelati, bibite, risotti. Un flusso interminabile di pensieri e desideri semplici. Non potendo governare i primi, forse ai secondi si potrebbe prestare attenzione. Cosa serve davvero? Sembra sia una domanda priva di risposte, eppure ciascuno di noi un’idea ce  l’ha, sembra manchi quella operazione simpatica delle medie, il minimo comun denominatore, che nessuno ci ha mai spiegato che aveva un forte riferimento con le nostre vite assieme.

In questo trionfo di colori che mutano posso pensare di poter scegliere se stare da solo o in compagnia, se non fisicamente, mentalmente, eppure qualcosa in comune lo devo mettere a disposizione. E’ la mia responsabilità sociale. Quello che mi è mancato, come a quasi tutti, è il limite della responsabilità, ovvero cosa di me devo mettere assieme e dove comincia invece la generosità. Riguardando quelle foto, distolgo lo sguardo, pensando al molto di inutile che si è perduto. Assieme ad esso  c’erano volontà ed utile. La forza dell’uomo è la sua inesauribilità nel provare, ciò che non è stato fatto da qualcuno verrà fatto da altri. E se applicassimo a noi stessi questa forza che accadrebbe? Le vite comincerebbero in continuazione, ci sarebbero più volontà di cambiamento, il mondo si aprirebbe a nuove prospettive. E’ come se il tempo si fosse radicato in noi e producesse stanchezza e pesantezza, anziché voglia di andare. Che un tradimento consumato contro noi stessi sia diventato una condanna a essere diversi da ciò che si potrebbe essere.

Sei anni fa pensavo, in modo differente, cose analoghe, pensavo ci sarebbe stata una soluzione basata sulla volontà, a partire dalla realtà per giungere ad un’altra realtà più confacente e positiva. Ma era in un ambito ben differente, con responsabilità diverse, eppure, anche se molto è mutato, le domande generali restano le stesse, quindi anche le risposte non mutano poi troppo. Vorrei che ci fosse davvero stato un obnubilamento di tutti, che ora ci svegliassimo man mano con una coscienza di dove siamo, per dare senso alla responsabilità, alla generosità, allo stare assieme. Un progetto, ecco, un progetto comune in cui ritrovarci.   

scuola di montagna

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La mattinata è così piena di sole che non si vede che la luce, il sole c’è da qualche parte, ma non importa dove, conta invece tutto quell’azzurro. Un colore che contiene i colori, che avvolge la terra, dove tutto è dentro. Eppure le cose si stagliano, hanno volume, sono così nette che l’aria sembra sottile, priva d’altro che di se stessa. In quell’aria, su quella terra, c’è la scuola, anch’essa azzurra. Le finestre sono aperte. Si sentono le voci. I bimbi chiedono, uno in particolare ribadisce. Esce dal coro sinché la maestra risponde a lui. C’è un’inflessione particolare in entrambi, è calma, con le vocali dolci, come se il dialetto insinuatosi nella lingua rendesse più serene le ragioni. Chiedono entrambi, educato conto, di qualcosa. La voce della maestra è fatta di parole ben staccate, la sento a tratti, esemplifica, crea un’immagine conosciuta da entrambi. Due mondi si toccano, uno bambino con esitazioni e convinzioni che attendono conferme e sicurezza. E’ un saggiare la certezza, creare il dubbio come parte del comunicare, e poi deporre le armi in un insieme comune. Ho la sensazione di un passo avanti, di un procedere fatto di voci, la maestra insegna. E verifica se stessa. Adesso altre voci si alzano. Mi piace il suono, è una scuola che mi ricorda ciò che ho avuto e ciò che non c’è stato. Attorno ci sono il campo da gioco, lo spazio per le corse che rende un cortile una palestra.

E’ una scuola di montagna, ma non è piccola. C’è cura. Almeno un poca più del solito. Stona quell’isola ecologica così vicino al recinto. Basterebbe poco. C’è così tanto spazio. Intorno il verde, le case, molte di vacanza e senza nessuno, adesso, sopra l’azzurro. E una sensazione di bello che dura.

inizio un po’ fangoso

C’erano dei luoghi, a est, che erano incongrui alla mia immaginazione. Non sapevo quello che avrebbe dovuto esserci, ma ciò che c’era era diverso da quello che mi aspettavo. Ero in un paese doppiamente straniero, straniero a me stesso e pure a chi ci abitava. Così ho conosciuto il realismo socialista e anche l’architettura imperial austriaca, tutto mescolato alle cupole dai colori accesi, le chiese piene di marmi dei gesuiti, i mattoni dei francescani, i finestroni alti e i fregi sui portoni. Gli uni avevano copiato dagli altri, in pretenziosità, come si dovesse sempre dimostrare qualcosa. E’ tipico degli invasori non essere sicuri, lasciare tracce, prima sui corpi e poi nei luoghi, mettere lapidi, imporre lingue, regole che devono trovare una espressione che resti. Per questo scelgono la pietra.

Appena fuori c’erano le casupole basse allineate lungo le strade fuori dagli itinerari europei.

Erano, quelle lunghe file di case color fango, con i giardinetti minuscoli davanti, con i cancelletti di legno, con gli stivali di plastica appena fuori della porta, affacciate su marciapiedi di terra e strade affollate di camion e biciclette, quelli erano i luoghi veri dell’abitare. Erano le dalie e i cavoli, i tumoli di terra nera cosparsi di torsoli, le vecchie latte di conserva pieni di terra e fiori, quelle erano le case di chi c’era e non era stato conquistato da qualcosa. E quando un viso di vecchio mi guardava da una doppia finestra, da quei vetri piccoli, incorniciati tra profili bianchi e quadrati, pensavo che di lì a poco sarebbe comparso il viso di un bimbo. Con le guance rosse, i capelli biondi e lo sguardo serio dietro gli occhi azzurri. E puntualmente accadeva. Allora ero soddisfatto e mi sembrava d’aver capito, d’essere meno straniero.

non tutto è buono

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Non è tutto buono. Le strade sono ben lastricate, tortuose dove il medioevo ha soppiantato l’impianto romano, i palazzi hanno finestre fitte e alte. Come vi fosse bisogno di luce, in realtà mostrano sfavillanti lampadari, schienali di poltrone e sofà firmati, angoli di colore che sfuggono da doppie tende leggere. Far vedere, vedere e non essere visti. Qui i garage si inabissano quel tanto che la sovraintendenza ha permesso. Qualcuno ha restituito, stizzito, steli romane a decine, le ossa s’erano ormai sciolte. Dormiva su un cimitero e finché non ha scavato per mettere l’auto nella pancia della casa, non lo sapeva. Ha speso un patrimonio, ma aveva qualcosa da raccontare. Un problema della ricchezza è avere qualcosa da raccontare che attragga e resti, che porti fuori dall’ostentazione. E questo è maggiore se le fortune sono davvero tali perché c’è un che di melmoso nel denaro che produce denaro, un sudato che s’appiccica agli abiti, che trasuda dal luccicore delle carrozzerie, che parla filippino o moldavo per bocca di ignari, vestiti di giacche in rigatino rosso nero o in abitini mezzo polpaccio, attillati e neri. S’accomodi, la signora o il signore arrivano subito. Si accavallano le gambe, si prende in mano una rivista esclusiva d’arredo o d’orologi e si guardano i dorsi dei volumi allineati, gli intellettuali mostrano Einaudi e Adelphi, i bibliofili e i millantatori il marocchino impresso in oro. Un pianoforte s’intravvede nella stanza a fianco. Chissà perché lo slancio d’una borghesia ricca di possibilità si è poi ritratto di fronte al cambiamento. Cavalcare la tigre, non è questione di censo ma di coraggio. Nella città un animale divora gli interni e restaura le facciate. Il libro d’oro di chi conta è sempre aperto e pieno di lamenti. E pensare che i facoltosi officianti della ricchezza rintanati negli studi di libere professioni sono ancora considerati servant, pur essendo loro i veri rivali dei committenti in ricchezza. Nelle città borghesi di pianura il denaro oscilla nelle fasce più basse dei parvenu, in alto è una costante che al più si dissipa. I nomi dei palazzi lo testimoniano, doppi nomi spesso, quello del proprietario attuale e quello originale, l’architetto si perde nei rifacimenti, resta l’epoca, non di rado retro datata come facevano le schiatte nobili, su su fino a Roma e alle gens perché andava bene essere stati pecorai, ma di genio e nel posto giusto. Qui anche nelle case che furono dei poveri ci sono mattoni romani, pezzi di marmo, rocchi di colonne annegate tra intonaci e tracce d’affresco.Tutto antico? Più o meno, si recuperava tutto, dalle rovine e non molti anni fa, dai bombardamenti. Andando a scuola, facevo la prima elementare, una mattina d’inverno vidi che davanti alla latteria c’era un grosso buco e sotto, tre o quattro metri, un mosaico. A me pareva identico a quello sotto il portico del palazzo nuovo vicino a casa. Adesso è al museo,  grandissimo e ricco di volute di code d’uccello, grottesche, sprazzi di antico rosso e d’azzurro. Li sotto c’è l’intera villa, ne hanno tratto il possibile, ma era una piccolissima parte, forse un boudoir o un camera, il resto dorme sotto le case. Per fortuna.
Aria bassa, alito di pianura, non tutto è buono. Dopo aver dormito per secoli si è entrati nel rifacimento ( che alcuni, i più, hanno interpretato come rinascimento) ma la cultura vivacchia tra i blasoni dell’università gloriosa, i master all’estero, non c’è nessun premio nobel che allieti una storia, un’epoca, un sapere. Il denaro antico dura sepolto nelle abitudini, in cento anni le famiglie che contano davvero sono ancora le stesse, bisognerebbe seguire i dna per capire che, oltre i fallimenti e le rovine, si trasmettono geni e ricchezza in ambiti ristretti. C’è sole, suoni inediti eppure le finestre, sempre aperte, non si aprono al nuovo, al più plaudono al potente di turno. Qualche ritratto nuovo arriva nei salotti, ma le ville in montagna e al mare che restano sempre più chiuse. I giovani hanno altre abitudini, si muovono molto, i parvenu si adeguano al vecchio e se rappresentavano il nuovo, la rabbia, la voglia, ne hanno perso memoria. Non tutto è buono, c’è poca aria, digestioni lunghe e malmestosità.  Si vive di più in mezzo alle piazze. Troppi ricordi e poca storia, è un vizio del denaro che fa denaro, non pensa in grande e chiude forzieri. I caveau delle banche custodiscono collezioni uniche e preziose, ma da troppo tempo nessuno regala più nulla al museo o all’università, è questa micragnosità che impedisce la gloria, la grandezza, il nuovo che sarebbe possibile.
Non tutto è buono e anche se lo conosco ogni volta me ne stupisco.

pensieri a margine di una mostra di Corcos a Padova

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Palazzo Zabarella è un posto particolare, dimora antica, anzitutto. Negli anni di Corcos era abitazione importante e negozi e artigiani nel cortile. Come nel medioevo. Le sale sono quelle di una casa nobiliare-borghese, lo scalone importante, ma non eccessivo, c’è altro a Padova. Qui i quadri stanno bene per la dimensione raccolta, quasi domestica, si possono immaginare appesi nelle case in cui erano destinati. Case di nobili, di borghesi ricchi, la nuova aristocrazia mercantile ebraica e quella antica dove il bello, il decoro e l’apparenza fanno parte dell’educazione. Sono le istitutrici ai giardini, il piccolo Pierrot, il marinaretto, la ragazza nell’educandato: una infanzia che si prepara ad un ruolo assieme agli uomini di profilo, pronti per un affare o una festa. La prima guerra mondiale spazzerà via quel mondo, ma qui è ancora palpitante, pieno di vita, di ideali, di conoscenza che vuole prendere in mano il proprio futuro. Mi viene a mente l’uomo senza qualità di Musil, la forma, la sostanza, le vite: stessa epoca e stesse traiettorie.

E prima, e più,, che le donne bellissime di Corcos, mi colpiscono i ritratti dei famosi di fine secolo. C’è il racconto delle sue amicizie importanti. Un ritrattista borghese, attento alla sua crescita economica, al suo successo, punta alle case più che ai musei. Si sarà gloriato il pittore di quelle presenze in salotto e ne avrà coltivato le relazioni. L’abilità, l’ingegno diventano mestiere nel far emergere lo sguardo, metterci dentro un messaggio inequivocabile. Carducci, Mascagni, un vecchio, ma forte e ritto Garibaldi redivivo, il critico letterario e l’editore, gli amici pittori, Lega, Yorick, altri. Uomini infervorati, sguardi penetranti. Nell’ultimo quarto dell’800 è accaduto molto in Italia. Si vedono le passioni fresche dopo le rivoluzioni. Un bisogno di dire, essere, di rappresentare l’acuto del singolo, del genio e la coralità di una nazione nuova. C’è una forza che solo la giovinezza delle idee può assicurare, un farsi determinato. Gli uomini in questa pittura così esplicita, si mostrano come le donne, si propongono, ma della seduzione esprimono la forza, il potere che punta in alto più che la bellezza.

Le donne sono sempre eleganti. In 100 quadri non c’è una popolana, una lavandaia. I vestiti attillati, le crinoline, si alternano ai decollete arditi per l’epoca. Fanciulle in bilico per diventare donne, piene di sogni e d’attesa. Ruoli pronti, maternità che verranno, feste, conduzione delle vite di casa, in una ricchezza che è negli abiti e nei gioielli. Corcos usa il photoshop dell’ammiccare, del migliorare collocando, correggendo anche le età. Molta seta e broccati, squarci di sfondi, di pareti dipinte con il liberty e il decò, ma anche l’esotico. Qualche sollevare di drappo ricorda che la vita è palcoscenico, recita e attesa dell’applauso finale. Furbizie, si smarrisce l’età della protagonista nel dettaglio, ciò che non è giovane propone il fascino del saper vivere. Mi sono chiesto cosa pensavano quei volti così diversi e ripetuti, quelle espressioni piene di luce. Come si guardavano quelle giovani donne nel ritratto appeso in casa, nei matrimoni giovani, ho pensato alla gioia della giovinezza che ha l’infinito essere davanti e l’inconsapevolezza che accompagna i mondi che non governano, ma sono trascinati dal mondo. Bisogna guardare il particulare, questa è la dimensione domestica della felicità, cose alla portata delle vite. Per questo le donne sono così diverse dagli uomini di prima, gioiscono e attendono, mentre altrove è la passione civile o degli affari a governare le vite. Sembra un giudizio, ma non lo è, in un’epoca segmentata nei ruoli e nelle classi, ognuno ha il suo posto, le sue passioni, il suo destino. Sembra tutto scritto, poi il mondo si incaricherà di strappare i libri.

Ma c’è un dubbio che emerge e quelle due donne, sua figlia ed Elena Vecchi, rispettivamente in Lettura al mare e in Sogni, sono due sguardi in avanti, diversi, sfrontati, inquieti. Modelle d’eccezione perché svincolate da una committenza, guardano il mondo, s’interrogano e mordono la realtà che arriva. La chiedono. Rappresentano la domanda di un pittore che dipingeva ritratti, piaceva al bel mondo, ed erano gli stessi anni in cui il mondo della pittura si rivoluzionava così tanto da scavare in ben altri modi gli spiriti, il vedere, le passioni. Quelle passioni che si sarebbero perdute con gli uomini della bella époque, trascinate altrove, superate e chiuse nei salotti mentre si spegnevano. In quei quadri così particolari per lui, il dubbio e la rassicurazione successiva, il successo in fondo non è forse questo: la rassicurazione di esistere. Corcos, morì poco prima delle leggi razziali, fu risparmiata a lui, ebreo, la nefandezza intellettuale di un pezzo di quel mondo che aveva ritratto. Forse questo non l’aveva capito ed è stato un bene.

Padova è bellissima in questa stagione, queste righe sono suggestioni mie, oggi c’è quasi il sole. 

fontane senz’acqua

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Camminare per quei viali mi fa sempre impressione. Oggi è altro, anche se un servizio di igiene mentale c’è ancora. Tutto diverso dai luoghi della follia d’un tempo, però gli edifici ridipinti, gli spazi verdi, le alte mura e i cancelli, sono gli stessi. Ancor oggi ci sono le sedie e panche messe a fronte. Non c’è nessuno, fa già freddo in questo settembre senza estate, ma sono gli oggetti che definiscono, nella loro posizione, il giudizio, la soluzione mentale di chi ha potere all’ordine delle vite. Se vale nelle nostre case per le disposizioni delle piccole cose, dei libri, di quello che ci sembra utile e pare essere un prolungamento di noi, a maggior ragione lo si vede qui, dove la follia è sempre stata intesa come un disordine. Allineare le sedie lungo il vialetto, mettere i piccoli gesti di riferimento e controllo nella giusta posizione, ha uno scopo, pensano che questo rassicuri, faccia parte della terapia assieme agli psicofarmaci e all’analisi. Sopire, smussare, ordinare. Questa è l’impressione.

Vedo fontane che non hanno mai dato sollievo, secche d’acqua chissà da quanto. Involucri e metafore d’altre condizioni. Gli alberi enormi, i laghi di foglie gialle a terra, tutto vuoto di passi e di grida. Per fortuna, mi dico, questo significa che Basaglia comunque ha avuto successo, c’è stato un passo innanzi, ma poi sembra che tutto abbia rallentato e pian piano si sia fermato. Accade dopo ogni rivoluzione, fuoco, passione e poi si derubrica, si pensa altro. L’edilizia manicomiale del primo ‘900, forse inconsciamente si ispirava a caserme. Un corpo centrale e poi tanti edifici bassi che ospitavano camerate e luoghi di cura. Qui è così. Per questo l’impronta è rimasta. E’ la disposizione dei luoghi, degli spazi che riporta ai percorsi mentali di chi interpretò l’architettura come parte funzionale della cura. Nei corridoi imbiancati di fresco, ora c’è altro, sempre sanità, ma quella normale, da piccolo cabotaggio, poliambulatori, punti di prelievo, sale raggi. Però le panche di lamiera verniciata di bianco, i mobili dello stesso colore tradiscono ciò che un tempo era il maggiore male dell’uomo: l’attesa. Oggi si attende poco, un tempo l’attesa durava l’intera vita. Si usciva poco da questi luoghi, quasi mai, eppure le persone attendevano. La follia era una galera senza redenzione, però attendevano. A modo loro, attendevano. E’ difficile non pensare alla diversità della percezione del tempo, il tempo dei sani e il tempo dei folli non era, e non è, il medesimo. Mancando una gestione della quotidianità, chissà come si accumulava il ricordo e l’esperienza nella memoria. 

Percorro i viali che mascherano l’uso antico della separazione tra un mondo maggiore ed uno minore, c’è molto verde preservato. Mi sembra inutile, senza scopo, senza grida di bambini, confusione di giochi, corse. Nella riforma non è stato previsto che aprendo i cancelli il verde potesse essere ricondotto ad un uso comune, come se il mondo di fuori si sia comunque fermato alle soglie delle barriere, ora aperte. Salvo in un piccolo padiglione, qui non c’è più chi era l’oggetto della contenzione. Le parole hanno un senso, contenzione, tenere a bada, oggetto, qualcosa di cui si può disporre per un ordine. Tenere ed evitare che si potessero fare del male o farne, fino a dimenticare che ci potesse essere un limite o una soluzione. La follia si è razionalizzata e diffusa, è normale, e così in gran parte è guarita, oppure si nasconde in recessi impensabili e tende agguati al proprio vivere che si manifestano in altro modo da quello di un tempo. Se la grande industria farmaceutica continua a investire somme enormi nella ricerca di panacee a tempo, qualche motivo ci dovrà pur essere. In fondo la ricerca della felicità è qualcosa di talmente articolato nelle risposte e nella personalizzazione che si è allargata la normalità per contenerla, piuttosto che farsi domande sulle cause della sua assenza. 

No, non riesco ad essere indifferente in questo luogo, posso rimuoverlo quando ci passo davanti, ma quando per mestiere, ci entravo, aveva persone vere che camminavano per i viali, stazionavano al bar, costruivano con la vita gli aneddoti e le barzellette sui matti. Già, anche le barzellette era un antidoto, un tentare di togliere il dolore e portarlo in una dimensione che mettesse assieme interno ed esterno, ma nel riso c’è una crudeltà che rivendica la propria differente normalità oltre al moto affettuoso. Ubbie, pensieri sull’ordine e il disordine. Ho l’impressione che quella rivoluzione (rivoluzione è il cambiamento del modo di vedere le cose e le vite) si sia fermata, che il disordine  sia diventato non fonte di vita, ma una nuova contenzione. Come avessero allungato il guinzaglio. Ma chi lo tiene, chi?

 

eccessi e finte virtù

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Camminando, dove non ci sono strade, ci si accorge della semplicità e rarefazione dei simboli rimasti. Le cose perdono ambiguità e ridiventano ciò che sono. Si semplificano, apparentemente, acquistando identità e profondità. Non o che effetto abbia tutto ciò sul corpo, magari qualche neuro scienziato lo spiegherebbe con i flussi, stimoli elettrici e quant’altro, ma sarebbe leggere una mappa, non sentire un territorio. La mia sensazione è che il corpo si accordi e forse da questo -e dalla fatica antica e nuova- si svuota la mente e subentra una serenità legata al luogo. Anche per questo dovrei spegnere il cellulare e casomai raccontare dopo.

Decodificare in continuazione stimoli e simboli affatica, anche se è in automatico. Riempie di semplicità apparenti, perché molti simboli contengono divieti. Lavora la testa e non il corpo. Nella natura, e non occorre che fatichi, le cose per me s’invertono, è il corpo che sente e comunica.

Ho l’impressione che si sia confusa la razionalità con l’intelligenza e l’efficienza con il benessere. Ciò che mi consente di comunicare mi rende più difficile sentire, come agisse costantemente un giudizio di valore che mi dice ciò che è buono e ciò che non lo è, e che tutto questo confliggesse con il piacere, ma per analogia non per esperienza. Una cultura edonista che ghettizza il piacere nel momento in cui lo esibisce in forma di eccessi o lo sottopone a finte virtù, ha ben poco di naturale, al più è un altro sistema di regole che si aggiunge ai precedenti. I limiti, in natura, sono più sinceri. Si può frequentare il pericolo, ma non a lungo perché la natura non lo tollera ed espelle, quindi il cammino è più piacevole , meno adrenalinico. Il corpo ascolta e dice, stabilisce ciò che fa bene. Anche sui pensieri lavora. E quando non libera mostra almeno una strada, e la lascia al nostro arbitrio. Finalmente libero.

lettera di ferragosto

Mia cara, 

in questa estate che si spegne, l’acqua percuote il tetto, riga i vetri, si unisce in rivoli gagliardi e gorgoglia intrepida verso i chiusini. L’auto, è sotto i faggi del confine e si riempie di foglie. Stanotte il vento ha scosso a lungo i rami e anticipato l’autunno. Tornerà il bel tempo, il sole, il caldo, com’è da te credo. Pensavo prima al mare, al suo calore indolente, alla bellezza del lasciare che il tempo ci percorra stesi, ai pensieri e ai sensi pigri, i desideri senza fretta, le cose che non urgono. Anche qui non urge nulla, ma i pensieri non si sciolgono e penso che a volte siamo troppo densi di significati. Per natura, forse, come attendessimo qualcosa che riveli l’arcano di nascoste connessioni e trovi il legame profondo con chi vorremmo e con quello che ci sta attorno. Ma,troppo immerse nel divario tra attesa e presenza, le cose s’annodano come capelli ricci. Se volessimo dare un nome a questo sentire, incongruo a noi e al tempo, dove per uso l’utile soverchia i progetti e le vite si consegnano all’ immediato, dovremmo concludere che questa persistenza del sentire profondo, è una lingua della terra del romanticismo. Una piccola penisola, spesso flagellata dal mal tempo della fretta, ma splendente nei giorni di sole e che si stacca lieta dal continente dei luoghi comuni e della conformità di pensiero.

Sarà per questo essere fuori tempo,e nel sentire la malinconia che a volte t’invade, che mi prende la voglia dell’abbracciare muto, del silenzio al posto del racconto. Ascoltare e basta, mentre il respiro si accorda, come un avvolgere e tenere. Dei tanti abbracci possibili questo mi viene, partecipe e senz’altro scopo che non sia l’esserci. Come si può e meno di come si vorrebbe. Poi le vite serpeggiano, trovano la loro strada, ma al contrario dell’acqua che si raggruppa e sceglie il percorso più facile e breve per la sua forza, chi ha densità di pensiero, ondeggia, torna sui propri passi, ristà. Mi torna in mente l’infinito dibattito sulla memoria delle cose, e mentre loro, per qualche sensitivo, conservano i desideri nostri , ciò che le ha tenute, toccate, volute, e per altri sono solo oggetti, per noi la memoria indugia sull’impalpabile che ci ha deluso, su ciò che ci ha lasciato monchi di una possibilità. Era, a noi grande, e su di essa, si era generosamente investito, così luoghi e cose, diventano i testimoni di quello che non è riuscito a essere e sembrano avere la nostra impronta di tristezza. Mi pare allora che da questa memoria togliamo ciò che siamo diventati, la crescita che è seguita al dolore e così la possibilità futura ci pare tanto distante e piccola, da giustificare la malinconia dell’assenza di ciò che non è stato. Mi verrebbero, parole inutili, così è meglio il silenzio che avvolge e rincuora chi abbraccia e condivide. Di questo ci si rende poco conto, ovvero come la malinconia scavi in chi nell’altro l’avverte, e che quel vuoto chieda d’essere colmato. C’è chi fa l’indifferente, chi semplicemente non si cura, chi vorrebbe, per una volta, essere un guaritore che cancella le ferite. E per chi non è nessuno di questi uomini, che resta? Resta il partecipare, il mettere assieme, il sentire.

La pioggia ancora cade, morbida e fitta. Nella casa vicina, qualcuno ha acceso il camino, alla finestra s’avvicina una donna che fuma e tiene i vetri socchiusi. Mi guarda e non mi vede, chissà a che pensa. Forse alla stagione. Preferirei pensasse a sé, a come scorre la vita e se la imbeve oppure se le scivola addosso. In paese stamattina, rincuoravano i villeggianti raccontando di antiche nevi d’agosto, come a dire che al peggio c’è sempre qualcosa da aggiungere, mi veniva da sorridere e pure gliel’ho detto che bisognerebbe ricordarsi di quando siamo stati bene e felici non dei momenti bui. Ma questo pare non dia speranza nel futuro e così, attorno il verde, che non lo sa, cresce a dismisura e nessuno lo guarda con meraviglia. Eppure mostra, in piccola parte, cosa sarebbe questo piccolo angolo di monti senza le nostre strade e case di villeggiatura, senza i recinti e i boschi limitati dall’interesse di chi costruisce.

Sulla strada corrono auto verso qualcosa. Ci sono molti posti e luoghi per dimenticare le domande utili che il tempo ci pone. Mangiare ad esempio. Oggi i ristoranti saranno pieni, più del solito ferragosto in cui anche i prati facevano la loro parte. Le pasticcerie saranno state prese d’assalto stamattina, e molti, riempiendosi di sapore, cercheranno la conferma del momento buono, del benessere raggiunto, del futuro quieto e positivo, oppure solo di scordare il presente poco amico. Una tranquillità del non pensare e del trovar conferma nelle cose, quelle tangibili e che hanno ricordi di possesso. In fondo l’esser pieni ha molti significati e per fortuna, qualcuno positivo e felice.

In questi giorni avrei voluto parlarti di ciò che penso di me, dei libri che leggo e soprattutto di quelli che non leggo, delle ultime musiche che mi hanno dato gioia, di ciò che m’ha annoiato. Ci sarà tempo, per chi scrive il tempo non manca. E in quell’abbraccio che ti ho mandato, ti stringo e t’ascolto. Ti sento nella pioggia che nutre e parla del suo andare senza voglia, ti sento vicina e questo è più che abbastanza.

caldo fresco

La camicia leggera, la sensazione del vento sulla pelle, i calzoni corti. Percorrevo la città in bici, (lo faccio ancora), assaporando l’estate. Non so quando sia iniziato il piacere fisico dello svestirsi, del voler caldo e fresco, assieme. Di certo presto, nelle abbronzature di bambino, nella pelle che faceva fatica a scottarsi e amava il sole. Dalla città al mare e viceversa, in un ciclo che durava fino a settembre. E lì devo aver imparato il gusto dell’ombra sul corpo dopo il sole perché ne ho precoce -e tenero- ricordo. I portici freschi dei pomeriggi giocati a carte, la sabbia fina e l’odore d’acqua di canale, l’imparare a nuotare per poter fare i tuffi,  il capanno vicino alle docce dove il sapore del chinotto e l’odore dei saponi si mescolavano. Così per tutto luglio e poi arrivava l’ombrellone o le tende improvvisate in spiaggia, i piedi scottati dalla sabbia a mezzogiorno, le dune alte come case da cui gettarsi in corse a perdifiato, il cercare le ragazze che prendevano il sole nascoste, i rossori senza ancora saperne il perché, il mare fresco la mattina. Su tutto imperava il sole e in questo tornare fiducioso alla luce, c’era un richiamo a qualcosa che stava prima, qualcosa di inscritto nel profondo dove il calore era simbolo di benessere e il sole di benevolenza. In questo piacere innominato c’era già la ragione di quel godere del calore della luce, del farlo proprio sulla pelle, nel sentirlo riemergere la notte quando l’aria, dalle finestre aperte, percorreva il corpo steso, nei risvegli difficili e nel primo caffè, nelle risate di mattina, nella sensazione dell’acqua fresca, nel buttarsi sull’asciugamano e chiudere gli occhi e vedere grigio e tante piccole luci, nel lasciarsi andare al calore e poi, asciutto, ricominciare in acqua e di nuovo al sole, in una teoria infinita di ore che era l’estate. Un ciclo di giorni eguali e diversi che continuavano ed era fatta di pelle, caldo, sole, ombra, suoni, odori, profumi forti, pensieri radi, carte, ombrelloni, panini con il salame, pescatori che portavano il pesce a riva, luci al neon, musiche forti di notte, lenzuola fresche di lino, corpo nudo, colore, sete, acqua e tamarindo, bibite fresche, ghiaccioli, letture facili, desideri fondamentali, improvvisi, pulsioni pigre.

Anche ora, il richiamo del sole e dell’ombra sono due poli che contengo con eguale piacere, come fosse questa la misura dell’estate, assieme ai sapori forti degli aromi notturni, assieme ai contrasti di una stagione in cui c’è il caldo e la ricerca del suo antidoto, il sentire che tutto rallenta ma non si riposa. E lasciarsi, finalmente, andare, percorrere, abbracciare dalla luce e dal calore. Estate.