fontane senz’acqua

fontane senz’acqua

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Camminare per quei viali mi fa sempre impressione. Oggi è altro, anche se un servizio di igiene mentale c’è ancora. Tutto diverso dai luoghi della follia d’un tempo, però gli edifici ridipinti, gli spazi verdi, le alte mura e i cancelli, sono gli stessi. Ancor oggi ci sono le sedie e panche messe a fronte. Non c’è nessuno, fa già freddo in questo settembre senza estate, ma sono gli oggetti che definiscono, nella loro posizione, il giudizio, la soluzione mentale di chi ha potere all’ordine delle vite. Se vale nelle nostre case per le disposizioni delle piccole cose, dei libri, di quello che ci sembra utile e pare essere un prolungamento di noi, a maggior ragione lo si vede qui, dove la follia è sempre stata intesa come un disordine. Allineare le sedie lungo il vialetto, mettere i piccoli gesti di riferimento e controllo nella giusta posizione, ha uno scopo, pensano che questo rassicuri, faccia parte della terapia assieme agli psicofarmaci e all’analisi. Sopire, smussare, ordinare. Questa è l’impressione.

Vedo fontane che non hanno mai dato sollievo, secche d’acqua chissà da quanto. Involucri e metafore d’altre condizioni. Gli alberi enormi, i laghi di foglie gialle a terra, tutto vuoto di passi e di grida. Per fortuna, mi dico, questo significa che Basaglia comunque ha avuto successo, c’è stato un passo innanzi, ma poi sembra che tutto abbia rallentato e pian piano si sia fermato. Accade dopo ogni rivoluzione, fuoco, passione e poi si derubrica, si pensa altro. L’edilizia manicomiale del primo ‘900, forse inconsciamente si ispirava a caserme. Un corpo centrale e poi tanti edifici bassi che ospitavano camerate e luoghi di cura. Qui è così. Per questo l’impronta è rimasta. E’ la disposizione dei luoghi, degli spazi che riporta ai percorsi mentali di chi interpretò l’architettura come parte funzionale della cura. Nei corridoi imbiancati di fresco, ora c’è altro, sempre sanità, ma quella normale, da piccolo cabotaggio, poliambulatori, punti di prelievo, sale raggi. Però le panche di lamiera verniciata di bianco, i mobili dello stesso colore tradiscono ciò che un tempo era il maggiore male dell’uomo: l’attesa. Oggi si attende poco, un tempo l’attesa durava l’intera vita. Si usciva poco da questi luoghi, quasi mai, eppure le persone attendevano. La follia era una galera senza redenzione, però attendevano. A modo loro, attendevano. E’ difficile non pensare alla diversità della percezione del tempo, il tempo dei sani e il tempo dei folli non era, e non è, il medesimo. Mancando una gestione della quotidianità, chissà come si accumulava il ricordo e l’esperienza nella memoria. 

Percorro i viali che mascherano l’uso antico della separazione tra un mondo maggiore ed uno minore, c’è molto verde preservato. Mi sembra inutile, senza scopo, senza grida di bambini, confusione di giochi, corse. Nella riforma non è stato previsto che aprendo i cancelli il verde potesse essere ricondotto ad un uso comune, come se il mondo di fuori si sia comunque fermato alle soglie delle barriere, ora aperte. Salvo in un piccolo padiglione, qui non c’è più chi era l’oggetto della contenzione. Le parole hanno un senso, contenzione, tenere a bada, oggetto, qualcosa di cui si può disporre per un ordine. Tenere ed evitare che si potessero fare del male o farne, fino a dimenticare che ci potesse essere un limite o una soluzione. La follia si è razionalizzata e diffusa, è normale, e così in gran parte è guarita, oppure si nasconde in recessi impensabili e tende agguati al proprio vivere che si manifestano in altro modo da quello di un tempo. Se la grande industria farmaceutica continua a investire somme enormi nella ricerca di panacee a tempo, qualche motivo ci dovrà pur essere. In fondo la ricerca della felicità è qualcosa di talmente articolato nelle risposte e nella personalizzazione che si è allargata la normalità per contenerla, piuttosto che farsi domande sulle cause della sua assenza. 

No, non riesco ad essere indifferente in questo luogo, posso rimuoverlo quando ci passo davanti, ma quando per mestiere, ci entravo, aveva persone vere che camminavano per i viali, stazionavano al bar, costruivano con la vita gli aneddoti e le barzellette sui matti. Già, anche le barzellette era un antidoto, un tentare di togliere il dolore e portarlo in una dimensione che mettesse assieme interno ed esterno, ma nel riso c’è una crudeltà che rivendica la propria differente normalità oltre al moto affettuoso. Ubbie, pensieri sull’ordine e il disordine. Ho l’impressione che quella rivoluzione (rivoluzione è il cambiamento del modo di vedere le cose e le vite) si sia fermata, che il disordine  sia diventato non fonte di vita, ma una nuova contenzione. Come avessero allungato il guinzaglio. Ma chi lo tiene, chi?

 

4 pensieri su “fontane senz’acqua

  1. E’ sempre difficile parlare di questo argomento, il discorso sarebbe troppo lungo, partendo dall’esame di cosa sia poi la normalità e quale sia…..
    Mi torna sempre in mente a questo proposito la frase della Merini “Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non come i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita!”
    Buona giornata.

  2. C’è follia e follia, Silvia, ed è difficile parlare di questo argomento con serenità. Per me la sensazione quando entro in un manicomio è il dolore, lo ricordo perché qualcosa ho visto, capisco che ci fu una questione di censo che alleviò in piccola parte. Non è una follia allegra quella dei letti di contenzione, degli elettroshock, delle docce gelate, dei coma diabetici. E non penso ai medici come ad aguzzini, ma alla insufficienza enorme che c’è stata nella medicina nell’affrontare la malattia mentale, proprio nel capirlo visto che era difficilmente anatomizzabile. Poi condivido ciò che dici della Merini. Buona giornata Silvia 🙂

  3. C’è un limite importante nel riconoscimento e nella cura delle persone con disagio psichici. Il limite è il loro prima di tutto, perché spesso non riescono a far valere i propri diritti, ma anche quello di chi è loro vicino che spesso subiscono ricadute importanti sulle proprie esistenze. I medici e la società non sono in grado di occuparsi della qualità della vita di tutte queste persone oltre che avere soppresso l’antica brutalità della reclusione. Mi pare il tipico caso in cui le norme sono troppo figlie della storia sociale, in questo caso delle ideologie dell’inclusione, ma sostanzialmente la cura resta a vantaggio di chi è in grado, o chi per lui, di far valere i propri diritti.

  4. Scusami se non riesco a mettere mi piace, Will, ma la sensazione trasmessa da quei luoghi è quella di un grande senso di soffocamento oltre che di solitudine infinita.

    Che sia una settimana buona, con un sorriso
    Ondina 🙂

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