Entrando nell’edificio, mi colpì l’odore dell’ombra e del legno. Poi la luce soffusa. Veniva dall’alto, ma sembrava ovunque, spalmata sulle pareti, sul pavimento, sulle persone. Fuori un afroamericano, in divisa blu oltremare, puliva meticolosamente pomi d’ottone. Oggetti inutili e belli che nessuno usava: tutti spingevano il battente e il legno di quercia s’era fatto più biondo nei punti di contatto. Prima d’entrare, m’ero goduto mezz’ora di solitudine da Starbucks. Non capire nulla dell’americano smozzicato degli avventori e dei camerieri, lo aveva fatto diventare una nenia di fondo, e così bevevo caffè intingendo muffin al cioccolato, scrivevo, guardavo attorno. I visi avevano storie. Sentivo che imprigionavano case alveare, luoghi, abitudini, mestieri che volevano essere raccontati, ma non uscivano dalla coscienza perché mancava un ascoltatore che non li conoscesse. Così sentivo gli sguardi che si posavano, un pensiero fugace e poi lo scivolare via. E allora immaginavo. Per l’aria sottile di prima mattina, mi sembrava una storia perfetta. Ma cos’era una storia perfetta? Una sensazione descritta in parole che si facevano più precise. Confezionata per essere aperta, e poi ripresa in mano. Depilata, mutata in un erotico emergere di forma essenziale, guardata e riguardata, ascoltata e capita. Un necessario continuo togliere, scoprire dopo aver ricoperto, sino all’osso limite quando il banale scompariva e restava il corpo, la sostanza, il perfetto in sé.
Senza poter parlare il processo era su di me: potevo essere una storia perfetta, come chiunque attorno. Si partiva dal banale, da una decisione che scartava: prima avevo seminato i compagni, la sera ero stato reticente, avevo infine rifiutata la bella compagnia che s’era proposta. Solo. E tutto questo perché c’era una determinazione, un canovaccio già scritto di cui, però, non sapevo cosa sarebbe avvenuto, pur avendone la sensazione positiva. Quell’attendere da Starbucks era un assaporare ciò che ancora non sapevo e ritardavo, e questo lo pensavo rafforzando il futuro immediato con scelte precise: cosa avrei fatto, il tempo che avrei impiegato, dove sarei stato per tenere la magia dell’emozione, il ritorno. E cercavo di scriverlo, scegliendo le parole che descrivessero qualcosa che ancora non c’era. Cioè cercavo di descrivere il nulla che è pieno di presagio, l’attesa non il fatto.
Attraversando la strada, notavo particolari, come dovessi poi ricostruire qualcosa. Di fatto preparavo un racconto per la memoria. Qualcosa che sarebbe rimasto, artificioso e determinato come ogni prodotto della volontà, ma al tempo stesso inerme e fiducioso dello svolgersi. Come in una partita di scacchi avevo i pezzi, cominciavo le mosse, volevo condurre il gioco con geometrica essenzialità, non importava vincere o perdere, l’importante era ciò che ne sarebbe rimasto. Per questo scelsi subito che non avrei visto tutto. Furono tralasciate molte sale, perduti tesori che potevano attendere una improbabile altra visita, le ridussi a quattro o cinque. Il numero fissava un tetto alla sopportazione della bellezza, cercava di esaltarla e così passai non poco tempo davanti a un Monet, seduto su una panca e spesso oscurato dalla schiena e dal sedere di occhi frettolosi. Chiudevo gli occhi e lo vedevo ancora, li riaprivo ed era là. Un atto estetico, inutile e per me sommo: la rinuncia. Mi beai del fatto che la sazietà era venuta prima del previsto e che in quel colore, guardato ripetutamente, potevo vedere la pastosità del farlo, la punta di bianco di un riflesso, cercare di intuire un pensiero che mescolava e semplificava. Come per le parole il pennello si soffermava nella densità per estrarre l’analogia con una forma, l’impressione tradotta in emozione, per poi sostare e vedersi riflesso. Ecco, questo mi sembrava la sintesi, il coincidere tra emozione e rappresentazione.
Tornando al racconto di me, di tutto questo vedere, immaginare, sentire, tenevo il controllo pur lasciandomi andare e travolgere. Pensai, lo ricordo bene, che tenevo il bandolo del filo del mio tempo. E non c’era altro che il sentire senza mediazione e senza qualcuno che avesse spiegato prima, il contesto e cosa notare,vedere, cogliere. Come per un incontro voluto ero inerme e disposto alla meraviglia. E per questo forte. Come una storia, per l’appunto che determina il futuro. Ed è un raccontare senza scopo che trova senso nella gratuità del dire, non nello spiegare o nel far comprendere. Il dire nella sua evidenza, a sé, anche davanti a nessuno.
Ho un appunto di quella mattina, scritto su una panca d’acero prima d’uscire:
L’ombra dopo la luce sul palazzo di fronte, Picasso, Caillebotte e altri, confusi già ora, Monet, la colazione luminosa di Renoir e la camera di Van Gogh ad Arles, una panca perfetta d’acero biondo, la pace di una scelta, poi nuovamente la luce e il silenzio. In mezzo al rumore.
Per arrivare alla sintesi servono moltissime parole, e sensazioni, ma quando si capisce cosa si sente tutto prende il volo e resterà una sola parola.
Anguane (anche òngane): ninfe ammaliatrici che abitavano nelle vicinanze di pozze d’acqua o nelle cavità. Benevole in montagna e via via malefiche verso la pianura (forse non dipendeva da loro). Il loro nome veniva usato per tenere i bambini lontani dalle pozze d’acqua e dai bus (buchi) del terreno carsico.
Salbanei: folletti dispettosi e mattacchioni che annodano i capelli ai bambini, mettono a soqquadro le stanze, nascondono le cose.
Con i semi di faggio, le faggiole, si faceva una farina per fare pane o altro cibo.
Anno di pasciona lo scorso anno, ovvero di abbondante produzione di semi che daranno origine ad alberi. E il bosco cresce per semina propria e selezione naturale.
Nomi di piante viste e trovate, tra le altre, geranio, cardo, bardana, veccia, artemisia, aconito( velenoso e mortale), veratro (falsa genziana velenosa), molte orchidee, ce ne sono più di 70 specie di orchidee selvatiche. Il tutto tra un numero imprecisato di specie di piante. Il sottobosco ha una bellissima elasticità, è coperto di semi, foglie, residui vegetali, densamente abitato… Chiazze di sole tra ombra fresca e profumata di legno e resina, c’è un profumo di timo selvatico che si solleva quando lo calpesti.
Il Cansiglio è un altopiano con 6570 ettari di bosco di proprietà pubblica diviso tra due regioni e tre province (adesso che spariranno le province non si potrà più dirlo).
A parte le case dei Cimbri, non ci sono proprietà private nel Cansiglio.
Acquisito dalla Serenissima assieme alla città di Belluno nel 1500, tenuto in gran conto soprattutto per i faggi necessari per fare remi da 6/8 mt e utilizzato in grande tutela, con un apposito provveditore.
E’ un territorio carsico con una configurazione depressionaria, una sorta di catino bucato, dove piove molto e non c’è acqua e che crea il curioso fenomeno di avere temperature bassissime a bassa quota (anche -35 a 1000 mt).
Ricco di grotte profonde e foibe : Bus della genziana, Bus della lum e l’Abisso del Col della Rizza. ( Bus si pronuncia con la esse che ha un suono strascicato e tra esse e zeta.
Oggetto di migrazione di Cimbri dall’altopiano di Asiago (Roana) che approfittarono della fine della Serenissima (1798) che vietava gli insediamenti, ebbero fino a 500 individui su tre comunità. Oggi ci sono 13 cimbri stanziali in tutto il Cansiglio. Gli abitanti residenti dell’altopiano sono una trentina.
Foresta di faggi, abeti, pini, poche betulle e querce. Gli alberi si regolano da soli e cercano le migliori condizioni per attecchire e vivere. E chi ha detto che la foresta non si muove?
Come distinguere l’abete bianco dall’abete rosso: i rami del primo sono decombenti (verso il basso), quelli del secondo assorgenti (verso l’alto). Belle queste parole, decombente e assorgente, denotano uno stare, un essere e non un sopportare o un dovere.
Nell’abete gli aghi sono singoli e nell’abete bianco sono piatti, mentre in quello rosso sono cilindrici. Nel larice e pino sono a ciuffetti, tre o più aghi assieme
Dalla distillazione della resina dell’abete rosso si ricava la trementina (acqua ragia). Il legno è bello e facile da lavorare, oltre che per utensili e lavorazioni, ha doti di grande risonanza musicale e si presta per fare casse armoniche di strumenti. Alberi di navi non se ne fanno più e agli impianciti ci pensano quercia e teak, un po’ mi dispiace.
I veneziani preferivano il faggio, legno duro e facile da lavorare, ottimo per i remi, con gli abeti, più elastici, facevano alberi e pennoni. Ma ci pensi come facevano a portarlo fino in arsenale a Venezia con pezzature anche da 15/20 metri…
Il nome Cansiglio: concilium luogo di incontro.
Come raccontare una giornata così piena di verde, colore che s’indossa e s’inghiotte, ma non si descrive con facilità? Si pensa verde, lo si assorbe, si diventa verdi dentro, oscillando sincroni, nella mutevolezza che lo fa sfumare nell’aria oppure incupire nell’ombra. Assomiglia all’umore libero, senza aggettivi. Il Cansiglio è un bosco e un luogo e qui si potrebbe finire, invitando ad andarlo a visitare, a viverlo. I miei appunti non parlano della magia che si avverte sottile. Quando le cose si destrutturano nella semplicità, emergono forze strane, impalpabili, nascoste. Tutto è ciò che sembra, ma anche altro. In fondo la linneana geometria dei nomi, è un ordine che serve a noi, ma tutt’attorno lussureggiano piante con varia iterazione con l’uomo. Gli animali sanno ed evitano, oppure sviluppano antidoti. Il confine tra velenoso e benefico porta indietro, a pratiche semplici, decotti, estratti, disseccamenti, che è poi rimettere armonia con ciò che si mangia, con ciò che si è. La magia è questo irrompere dell’archetipo, del semplice senza nome riportato a sentire. Basta un buco nella terra per capirlo: le foibe impauriscono ed attraggono, come ogni abisso. Succede anche nell’animo. E la fredda esalazione del profondo inverte le idee d’inferno, eppure il verde si lancia verso il fondo senza paura, come i sacchetti di rifiuti che l’uomo buttava (adesso non più), però il verde è vivo e alla fine vince. Andare a fondo senza paura, fidando. Magia è uno stato non una constatazione. Forse esigerebbe solitudine e silenzio. Nella foresta non c’è silenzio. Mi torna a mente un’ eclissi totale vissuta in montagna, si oscurò il sole e gli animali, d’improvviso, tacquero, per paura. La paura impedisce di comunicare, ci toglie dalla naturalezza. Ma oggi non ci sono eclissi e tutto parla, si muove, comunica. Cosa comunica il verde che trasfigura in marrone e si scioglie nel giallo? Anche in questo soccorre l’idea di magia, il linguaggio senza nomi non si decritta eppure rasserena, come le erbe medicinali che sciolgono la tensione se ci si affida. Affidarsi, ecco un termine che accompagna la magia, bisogna sentire che non c’è minaccia, ma equilibrio che accoglie. Mi convince la riflessione della guida sulla pericolosità degli animali, prima vengono gli choc anafilattici con i calabroni e le vespe, poi, molto distanti, i cani selvatici e non hanno invece rilevanza i lupi, gli orsi, i cervi, le stesse vipere. Se facciamo parte di un equilibrio le regole sono commisurate alla nostra forza e adeguatezza, ma noi non siamo più in quell’equilibrio, ne abbiamo alzato l’asticella complicandolo. Sovrastrutture. E’ così bella l’idea che tutto questo verde sia un bene comune, che la proprietà non lo tocchi, che non si complichi ulteriormente l’equilibrio.
Il verde non si racconta, neppure l’idea di spazio, l’ombra, il sole, l’alternarsi di nubi e luce piena, neppure il profumo che si mescola col fumo delle cucine. Si mangia, facciamo rumore, tutti assieme si serra il branco, si ride molto. Fuori la foresta, il silenzio che non è tale, la comunicazione con i tempi lenti delle stagioni. Il verde è quel colore che è suono, erba alta spostata dal vento, oscillare semplice, indifferente e forte.
Ci sono conversazioni in cui prevale la ricerca di dire qualcosa di neutro che riempia l’aria. Questi non rapporti veri sono continue piccole apprensioni seguite da momentanei sollievi. Si spera che detto qualcosa altri continuino, come quando si spinge un auto con la batteria scarica e si spera che dopo resti in moto, ma invece dopo pochi passi questa si ferma e allora si ricomincia. Il sollievo è che finisca una situazione che ci fa chiedere cosa ci facciamo lì. Insomma che accada qualcosa: il decollare della conversazione, il silenzio, un imprevisto. E fino al commiato, qualsiasi di questi futuri possibili racconta che il proprio tempo è stato mal speso. Ma in quest’epoca, l’arte della conversazione leggera è ora destinata ad altri luoghi che non sono il parlare tra un divano e una poltrona. Facebook e i tanti posti virtuali sono a disposizione, per dire del nulla che si vuole trasmettere per ottenere che qualcuno ci ascolti. Eppure non siamo nulla. Dev’essere che nessuno ascolta più e vorremmo avere l’attenzione sempre e comunque. Un tempo non era così, l’attenzione arrivava con un po’ di autorevolezza, alle cose futili, al tempo, si riservava il non voler mostrarsi. Adesso nei salotti virtuali ci si mostra senza ritegno e la futilità diviene una qualità. Per fortuna le eccezioni sono molte, ognuno si sceglie e semplicemente basta andarsene, non occorre neppure salutare. Però non c’è dubbio che la leggerezza stia diventando un modo d’essere, come fossimo tutti in un gigantesco salotto e tutti parlassero con tutti. Contemporaneamente. Almeno la fisicità faceva argine al futile, mentre ora pare non conti l’essere esposti ad un giudizio. E a questo nessuno si può sottrarre solo che la solitudine che dilaga è disposta a perdonare assai. Allora il problema non sono i mezzi, i salotti globali o la futilità del dire, ma la solitudine che cresce e ci mangia le relazioni vere, le vite.
Mi verso il caffè nel bicchierino, come si fa a Trieste, come faceva mia nonna, che triestina non era. Ha un sapore di casa, il gusto lungo del caffè estratto con dolcezza. Le dita faticano a tenere il vetro bollente, così sorbisco lentamente, con gli stessi gesti antichi che ho ritrovato percorrendo quel grande arco che va incontro al sole e attraversa i Balcani verso Istanbul e poi giù, attraverso Siria ed Egitto sino al Corno d’Africa. La stessa strada che hanno fatto i piedi dei nostri antenati. Sorbire, scaldare le dita, poggiare, parlare con lentezza, e ricominciare. Chissà se è primavera in Eritrea oppure il sole già brucia e di giorno s’esce poco. Guardo fuori dai vetri, il cielo s’è ingrigito, ma il mandorlo è luminoso. Tiene per sé una luce che restituisce in quei fiori di cinque o sei petali che ora sono dappertutto. Anche sul tavolo dove ora sparge petali e riempie di profumo intenso la cucina.
Dovrei parlarti della primavera qui in pianura, ma ho solo colori che gli aggettivi sporcano tanto sono teneri. Solo il verde tarda un poco e non è ancora così nuovo. Camminando attorno alla città ho visto i campi coperti della peluria degli steli appena accennati tra il bruno della terra, si capisce che questa nutre e verrà sopraffatta da ciò che sta nascendo. Già muta nel verde al limite dei fossi, tra i narcisi a frotte che, secondo loro alchemici sogni, si sono installati in gruppi fitti lungo i clivi. Ci sono molti colori e dappertutto. Le fioriture sono così improvvise, da un giorno all’altro, e noi così immemori, che ne siamo sorpresi e additiamo tra noi sorridendo ciò che accade. I marciapiedi di città sono tappeti di fiori che macchine solerti spazzano di buon mattino. Ne sento il rumore da casa, vengono anche nel vicolo, ma gli alberi le sbeffeggiano perché appena se ne sono andate ricomincia la pioggia di petali sulla strada. Ho osservato che il grigio nero dell’asfalto sta bene con tutto, anzi ravviva i colori. Insomma attorno c’è un gran lavorio di piante e di fiori che non lascia indifferenti.
Tra i negozi sotto i portici, sono le pasticcerie a parlar presto di primavera. I dolci teneri e le focacce hanno preso il posto dei fritti, ultima propaggine d’inverno e carnevale. Mi pare che pure la gola cerchi adesso una sua età dell’innocenza e che il correre sui prati, il primo sudore che si rapprende all’aria, corrisponda a un sentire che rende leggera la voluttà. Non è ancora tempo dei vestiti che giocano col corpo, però i soprabiti ingentiliscono il passo. Anche la sensualità s’alleggerisce e attorno è tutto un produrre d’ormoni, di fluidi che scorrono, gemme e steli che s’inturgidiscono, vien naturale che il corpo li segua e si conformi. Non c’è il greve del chiuso, delle passioni in cui l’aria s’addensa, i colori e i sensi s’inscuriscono, adesso è la luce che trionfa e pare tutto avvolgere di leggerezza. Ho l’impressione che tra i tanti tipi di bellezza, ce ne siano alcuni dove essa si rinnova e che sia inutile cercare di prenderla perché deperisce tra dita e che pure le mie parole non ti dicano molto di ciò che davvero accade attorno. Sarebbe un buon modo parlarne rivolti al cielo, stesi sull’erba a guardare nuvole gonfie di bianco. Senza alcuna fretta , con un tempo nostro. La vedi quella che sembra un cappello con un viso che sorride e quell’altra non pare un cinghiale che rincorre una palla ? Parlar di ciò che pare, perché ciò che è, sta dentro ed ha una sua bellezza che entrambi sappiamo. Solo che non si dice.
In casa c’è odore di libri e di sole. Lo sento quando entro, quando mi sveglio, quando mi guardo attorno. Mi piace come si mescola con il profumo del legno. Penso sia il mio odore. Ieri sera ero in una grande libreria, un bel prodotto di architettura, ammiccante e furbo, ma c’era odore di soldi e carta più che di libri. Le grandi librerie sono come gli ipermercati, generano confusione di scelta, non diventano luoghi. Il credo del marketing è la quantità, il cliente dev’essere irretito dall’opulenza, chiamato all’acquisto come a una liberazione. E’ prigioniero del sistema e deve pagare un riscatto. Invece sto riducendo gli acquisti, non di libri o di musica, per altri inutili, ma di cose. Esco dalla paura del restar senza. E preferisco le librerie piccole, una in particolare. Siamo amici, è un posto in cui stare. Sfoglio, spulcio tra gli scaffali, leggo. Sono un buon cliente, porto a casa e posso restituire ciò che non mi piace. E’ un piacere andarci. Tornare.
I libri nella casa mi rassicurano, anche se son troppi. Parlano con un fruscio sommesso di pagine sfogliate. Hanno l’odore delle idee, dell’inchiostro usato, della carta che invecchia assieme a me.
E’ questione di stile. Capisco che ora lo stile si è fatto più morbido, conformato a me e rifiuta l’apparenza. Così invito poco, non ho voglia di spiegare. Chi viene non chiede o parla di contenuti, vita insomma e non è la stessa cosa.
Le billette si allineano nel piazzale. Disposte per orditi e trame salgono di 8-10 ordini in quadrati di sei metri o più. Qualche colata e le pile si alzano, poi i camion caricano e portano via. Il freddo del metallo lo conosce solo chi ci ha messo le mani. Anche con i guanti spessi, quel freddo ti entra dentro. E’ un freddo solido, squadrato, 140 per 140 fanno 900 kg a billetta di 6 metri. Così è pesante, potente, autonomo e indifferente. Com’era indifferente il calore, prima bianco e poi rosso ciliegia, centinaia di gradi di colata che rapprendono per loro conto, poi billette che scivolavano sui rulli, muletti, fuori. All’aria. Aria fredda d’inverno, alito di metallo che muove l’aria, deforma lo sguardo. Non è respiro d’uomini, non c’è vapore, è una vita per suo conto. Allineata, impilata, in attesa. Scaglie d’ossido si staccano e volano leggere. L’anno scorso con la prima neve si mescolavano all’aria e volavano attorno. Prima grigie e poi rosse ruggine. Come ciocche di capelli di una bella donna capricciosa che taglia e ti guarda con sfida. Continueranno a volare dai camion, scia destinata all’erba di scarpata, ai fossi. La poesia in fabbrica te la porti dentro, fuori turno. Nei turni serve attenzione, bisogna esserci e non sbagliare. Nella poesia si sbaglia sempre, sei fuori dal mondo, vedi i particolari e il generale, ti soffermi , pensi con un respiro possente e lieve, che è come il metallo, solido di sé. Solo che non hai tempo, ti muovi, mentre il metallo ha il suo tempo e nel piazzale dove volteggiano camion, gru a ponte e muletti, la poesia allora è quella che ti fa alzare gli occhi quando sui pioppi di cinta compare il primo verde. E’ la stessa attenzione che ora segue la danza delle forche dei muletti che sollevano e allineano le billette. Tutti diminutivi per cose che pesano, sono potenti, buone se non ti cadono addosso: billette, muletti. Ecco adesso il pensiero si ferma. Erano in sette alla Tyssen, non gli hanno fatto male le billette, è stato l’azzardo di altri sulla loro pelle, l’olio ha preso fuoco e l’incuria ha fatto il resto. Chissà chi si ricorda ancora della Tyssen e dei sette morti di Torino, sono passati 6 anni. Anche dei cinesi di Prato nessuno si ricorda più. Non ci si ricorda più di nessuno, solo il cuore ricorda, ma il cuore è qualcosa che si mette assieme. Non ci appartiene mai davvero. Ma adesso assieme facciamo fatica a stare. La classe operaia non esiste più, non esistono le classi, dissolte nell’individualismo. E non è successo troppo tempo fa, qualcuno s’è portato via per interesse lo stare assieme. Prova a pensarci, è accaduto. A chi è servito?
I capannoni sono aperti su un lato. Ci sono i portoni, ma sono sempre aperti. Se guardi da fuori, ogni tanto vedi lingue di fuoco: i forni covano metallo, lo scaldano, lo sciolgono. La ganga galleggia sul metallo fuso, poi finisce, a mucchi appena fuori. Dalla parete che manca entra vento d’inverno, entra ed è respinto dal calore. C’è poesia nel calore del metallo che scende dalla siviera negli stampi, sembra colore denso che cangia e che cola, c’è la poesia di una forza antica. Cose d’altri tempi, come il carbone, il minerale, il calcare. Cose senza tempo. Sarebbero facili le similitudini, evocare miti e vulcani, ma sono così banali le similitudini. Adesso si usa rottame da queste parti. Rottame che arriva dalla Russia, rottame di guerra fredda, di altre povertà. C’è stato un tempo in cui, dopo Cernobyl misuravano la radioattività. Chissà se la misuravano sempre. Nelle case e nelle fabbriche attorno, anni fa avevano steso lenzuola fuori delle finestre. Si riempivano di polvere scura in pochi giorni, la gente protestava e non accadeva nulla. Anzi non è accaduto nulla: la fonderia c’era prima delle case, hanno detto. Sono diminuiti gli scoppi di notte, la gente si è stancata. Quando ci si stanca ci si abitua, lo sai che c’è qualcosa che non vorresti ci fosse, ma lo confini in un angolo. Sta lì acquattato come una bestia in sonno, poi di tanto in tanto, muove la coda e ti fa paura. Speri si riaddormenti se non puoi affrontarlo. E’ questo sonno che ti fa male.
Per capire dove sei, bisogna guardare quel pavimento grigio, le rotaie dei carrelli, ascoltare i rumori, sentire l’ozono e il carbonio che pizzicano un poco il naso, le pance dei forni, il calore, le tracce di ciò che resta e ciò che se ne va. Questa è realtà, solida e a turno continuo. Ci pensi mai che la realtà non dorme? Tu dormi e la realtà prosegue, la raccogli la mattina ascoltando il giornale radio, come la polvere sul lenzuolo fuori dalla finestra. Tu dormivi e la realtà apparecchiava il giorno. Particolari e generale. Guardi sul piazzale ed è quel volteggiare di scaglie d’ossido che è poetico, sembra neve sporca, sembra la pelle del serpente che volteggia nell’aria. Sembra ed è solo ossido che si posa. Piano, piano, come neve. Appunto.
Parecchi anni fa frequentavo, a Milano, una trattoria a porta Ticinese. Vecchi camerieri, piedi piatti e passo strascicato, foto autografate di personaggi che ormai non dicevano più nulla a nessuno, legno alle pareti e mattonelle per terra. Segni di un qualche momento di gloria, quando le trattorie qualcosa significavano nella vita e ne facevano, rara, ma consolidata parte. Allora il mangiare in trattoria aveva due significati: la festa, l’eccezione, oppure la solitudine di chi non aveva nessuno a casa. Anche ora ho amici che descrivono come un’impresa il riuscire a prepararsi da mangiare, che hanno vite, specie dopo le separazioni, di trattorie ovunque e comunque. Vite in grado di competere con il gambero rosso per conoscenza diretta e che tra piatti e conti, nascondono l’incapacità di star soli a cena.
Mi piaceva quel posto, la sera ci arrivavo da un corso oppure dall’albergo, quasi mai da solo e con non poca allegria preventiva. Il posto metteva di buon umore. Mi piacevano le tovaglie pulite, di cotone pesante, a volte di lini antichi e un po’ lisi, le stoviglie retrò e le posate pesanti. Mi piacevano i consigli del cameriere, la cucina commentata, milanese e toscana, la cassoela, i pici. Mi piaceva il parlarsi tra tavoli, i cappotti appesi alle pareti, il fiasco di chianti al consumo, la scelta di pane tra quello con il sale e quello sciapo.
Nell’angolo, tra pareti rivestite di legno e fotografie, c’era un tavolino singolo. Non era l’unico, ma lì ho sempre visto il ragioniere. Cenava con il cappotto addosso e il Borsalino grigio sulla sedia. D’estate aveva un gessato e una cravatta con il nodo troppo stretto per essere fatto di fresco. Ordinava a monosillabi, alzando un sopra ciglio o un dito, non i piatti ordinava, ma una sequenza. Le pietanze erano sul suo menù personale, dove c’era solo l’estate e l’inverno. D’inverno un brodo di pollo, con pastina sottile, consolatoria, poi le patate lesse o il purè e la costatina. Ben cotta. D’estate, un minestrone e gli stessi secondi. A volte un insalata o un pollo lesso. Un bicchiere di vino rosso, il caffè. Sempre solo. In mezz’ora mangiava, cinque minuti per pulire i denti e poi si alzava, salutando con un bnsera e usciva. Il mercoledì arrivava più tardi. C’era il varietà, e al ragioniere piacevano le ballerine. Il cameriere faceva sempre la stessa domanda e otteneva sempre la stessa risposta. Sorridevano entrambi.
Un anno, ero lì l’antivigilia di natale, guance arrossate dall’aria precedente e dal chianti, a mangiare verze e cotechino e ridere parecchio, quando entrò un’orchestrina di fiati. Suonavano canzoni natalizie con tromba, trombone e bassotuba. Uno strepito incredibile nell’ambiente ridotto e pieno di persone. A me la cosa mise un’allegria irrefrenabile, e così a chi mi accompagnava, ma credo a tutta la sala perché gli occhi e i commenti si scambiavano ridendo, ad alta voce. Tutti ci affrettammo a dare mance generose perché la smettessero e loro, i musicisti, ringraziavano, accennavano a qualche bis di ringraziamento, finché ci fu uno scambiare di sfottò e accenni di note in risposta in un’allegria generale. Solo il ragioniere era rimasto imperturbabile. Mangiava il suo brodo e alzava appena gli occhi, poi rivolgendosi al vuoto disse distintamente: ma come l’è, di nuovo il natale? E ridacchiò.
Ecco, allora ho capito che la mia solitudine era un lusso.
Arrivano le feste, metto in un piccolo mantra le necessità:
-raccogliere i piccoli grandi disturbi delle abitudini,
-farne legna per il camino che riscalda la testa prima del corpo, come accade per le passioni nuove,
-non fare bilanci, guardare dentro con spirito nuovo.
C’è un luogo dietro piazza dell’Unità a Trieste, che ora sarà freddo. Scuro della collina che lo sovrasta, scuro della bora che s’infila tra le stradine, passando sotto il volto del municipio, scuro del vento che taglia i visi e che si butta in Cavana, o su per via commerciale verso Opcina, ma non si disperde. Sembra infinito il vento, la bora in particolare. Però in quel pezzetto di strada c’è una libreria antiquaria. La vedi dalle vetrine che semplicemente mostrano il dentro stracolmo di oggetti, e libri, e lampadari, e boccette bicchieri vasi, e tovaglie, e tessuti, e giocattoli, e persone, tutto stipato in stanze che si infilano l’una nell’altra, come una bestia grossa che s’è accoccolata. E dorme. Le persone s’aggirano curiose al calduccio, prendono in mano, stropicciano, guardano in trasparenza, vanno altrove con la testa, annusano la polvere, il sentore di tempo. Lo vedono sulle cartoline, sui libri, sui bicchierini da rosolio, sui pizzi che li hanno accompagnati. Svevo, Slataper, Joyce, Saba e via andare in questi angoli incrostati sono oggetti preziosi caduti in acqua, visti in controluce rilucono di ciò che è stato immaginato e vissuto.
Ma non m’interessa la libreria, non questa notte. Appena dopo le sue vetrine, c’è un ristorante che ho sempre visto troppo tardi. O s’era appena mangiato, o non c’era tempo, oppure era chiuso ed io, ogni volta, mi ripromettevo di andarci a pranzo. In un giorno di bora. Sedermi, passare le mani sulla bella tovaglia bianca, un po’ inamidata come adesso non s’usa, e attendere che il vecchio cameriere, con la giacca nera e la camicia bianca, arrivasse. Mi sono visto prendere il menù dalle sue mani, guardare, alzare gli occhi mentre aspettava che decidessi, parlare quel tanto che superava un nome sconosciuto, evocare un ingrediente, trascinare un giudizio (qui si va sul pesante), con un sorriso. Poi scegliere e attendere il cibo caldo e lento, sperando che la bora, nel frattempo, dimenticasse dove siamo. Ché quando s’uscirà, il pensiero non sia il che fare fino a sera, sennò si passa da un caffè all’altro, da un piccolo desiderio di vetrina al successivo, così senza meta né luogo vero. E invece il protagonista di questo andare, che poi è essere e raccontarsi, è la solitudine che sta meglio se ha un luogo.
Difficile parlarne davvero, chi la conosce non ne ha bisogno, gli altri ti sollecitano a metterci buona volontà. E invece la solitudine è quella sensazione che ti impedisce di lasciarti andare completamente, di dire una sciocchezza in più, di pensare così leggero che neppure pare, di fermarsi su una sedia lasciando scorrere le parole, o i silenzi, che tanto fa lo stesso, di frequentare il limite della veglia come un vedere senza guardare. E’ tutto questo e altro, insomma le sensazioni che ciascuno porta dietro come sa, e che nel mio pensiero erano il protagonista di una strada, di un luogo preciso, di un andare che essere lì perché non si sa come rapprendersi altrove. Perché la solitudine rende solidi come blocchi di ferro e insieme gassosi. Se guardi un parallelepipedo di ferro ti sembra leggero, ti chini per provarlo e il suo peso ti sorprende, fai fatica a prenderlo con le mani, alla fine, con fatica, lo sollevi e ti sembra già inutile averlo fatto. Non è quel che sembra, ma è ciò che è, eppure tu non sei quel blocco di ferro, però ora ne senti il peso. Anche se ti pare di essere un gas rappreso in una nuvola, qualcosa che sta in aria, che non afferra e non è afferrata. Questa è la solitudine. E quella stradina di Trieste con la sua libreria e il ristorante e il cameriere, è il racconto di tutte le domeniche pomeriggio senza amici, di tutte le letture senza comunicazione, di tutto il cibo mangiato per abitudine, di tutte le ore che hanno atteso qualcosa che si compisse e quel qualcosa non si è poi compiuto. Potrebbe essere una sala d’aspetto di piccola stazione il luogo, ma ormai non ci sono più, potrebbe essere un vicolo che conosci bene a Mantova, o un piccolo angolo di Roma, potrebbe essere ovunque. Ieri sera mi veniva in mente Kiev e la tristezza che vi ho visto. La tristezza è oltre la solitudine, si conoscono, ma non sempre vanno assieme, a Kiev c’erano entrambe. Perché Trieste? Forse per il suo essere sempre passato, altro che è avvenuto, eppure presente. O forse solo perché mi piace, è una città in cui vivrei perché c’è il mare e i triestini sono allegri per combattere la solitudine che hanno dentro.
La solitudine è una turista provetta, una buona compagnia che ti segue ovunque, se a volte parla più forte è per attirare la tua attenzione. Come quella sera in una latteria di Alfama, a Lisbona, a mangiare baccalà tra mattonelle bianche e due signore anziane che canticchiavano il fado e alla fine s’è parlato in due lingue e si sorrideva. Oppure potrebbe essere quella strada di Buenos Aires, dove ti avevano detto di non andare, vicino a La Boca, e finché parlavi con il tassista hai scoperto che erano tutti genovesi e veneti rimasti poveri. Mi ha regalato un coltello, il tassista, e non ha voluto che gli pagassi la corsa, però l’ho ascoltato che cantava un tango di Carlos Gardel e alla fine ci siamo abbracciati.
Potrebbe essere ovunque, basta che la porti con te, l’importante è parlarle, stabilire i desideri reciproci, strapparle una sensazione positiva o almeno la promessa che qualcosa si proverà assieme e che da questa condizione per un poco, oppure per sempre, si uscirà. Chissà che significa non provare più solitudine, chissà come si vive semplicemente vivendo. Chissà. Non riesco ad immaginare una vita senza questa presenza, non so neppure se mi piacerebbe sempre. Quello che capisco è che questa vita potrebbe esistere, che altri la vivono, ma io non so che cosa sia. E così convivo, mi tengo l’ironia per sorridere, uno scuotere del capo per non dare troppa importanza e capisco che questa presenza spinge a trovare qualcosa che manca, che è un motore, allora mi pare che non ci sia un’età dell’innocenza in cui essa non c’era, ma che ci sia sempre stata e che l’importante è viverci bene assieme. Ecco perché una jota bella calda stasera spazzerebbe via la bora, allungherebbe le gambe sotto il tavolo, alzerebbe un bicchiere di refosco in più, fino al sonno. Poi domani si comincia.