non tutto è buono

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Non è tutto buono. Le strade sono ben lastricate, tortuose dove il medioevo ha soppiantato l’impianto romano, i palazzi hanno finestre fitte e alte. Come vi fosse bisogno di luce, in realtà mostrano sfavillanti lampadari, schienali di poltrone e sofà firmati, angoli di colore che sfuggono da doppie tende leggere. Far vedere, vedere e non essere visti. Qui i garage si inabissano quel tanto che la sovraintendenza ha permesso. Qualcuno ha restituito, stizzito, steli romane a decine, le ossa s’erano ormai sciolte. Dormiva su un cimitero e finché non ha scavato per mettere l’auto nella pancia della casa, non lo sapeva. Ha speso un patrimonio, ma aveva qualcosa da raccontare. Un problema della ricchezza è avere qualcosa da raccontare che attragga e resti, che porti fuori dall’ostentazione. E questo è maggiore se le fortune sono davvero tali perché c’è un che di melmoso nel denaro che produce denaro, un sudato che s’appiccica agli abiti, che trasuda dal luccicore delle carrozzerie, che parla filippino o moldavo per bocca di ignari, vestiti di giacche in rigatino rosso nero o in abitini mezzo polpaccio, attillati e neri. S’accomodi, la signora o il signore arrivano subito. Si accavallano le gambe, si prende in mano una rivista esclusiva d’arredo o d’orologi e si guardano i dorsi dei volumi allineati, gli intellettuali mostrano Einaudi e Adelphi, i bibliofili e i millantatori il marocchino impresso in oro. Un pianoforte s’intravvede nella stanza a fianco. Chissà perché lo slancio d’una borghesia ricca di possibilità si è poi ritratto di fronte al cambiamento. Cavalcare la tigre, non è questione di censo ma di coraggio. Nella città un animale divora gli interni e restaura le facciate. Il libro d’oro di chi conta è sempre aperto e pieno di lamenti. E pensare che i facoltosi officianti della ricchezza rintanati negli studi di libere professioni sono ancora considerati servant, pur essendo loro i veri rivali dei committenti in ricchezza. Nelle città borghesi di pianura il denaro oscilla nelle fasce più basse dei parvenu, in alto è una costante che al più si dissipa. I nomi dei palazzi lo testimoniano, doppi nomi spesso, quello del proprietario attuale e quello originale, l’architetto si perde nei rifacimenti, resta l’epoca, non di rado retro datata come facevano le schiatte nobili, su su fino a Roma e alle gens perché andava bene essere stati pecorai, ma di genio e nel posto giusto. Qui anche nelle case che furono dei poveri ci sono mattoni romani, pezzi di marmo, rocchi di colonne annegate tra intonaci e tracce d’affresco.Tutto antico? Più o meno, si recuperava tutto, dalle rovine e non molti anni fa, dai bombardamenti. Andando a scuola, facevo la prima elementare, una mattina d’inverno vidi che davanti alla latteria c’era un grosso buco e sotto, tre o quattro metri, un mosaico. A me pareva identico a quello sotto il portico del palazzo nuovo vicino a casa. Adesso è al museo,  grandissimo e ricco di volute di code d’uccello, grottesche, sprazzi di antico rosso e d’azzurro. Li sotto c’è l’intera villa, ne hanno tratto il possibile, ma era una piccolissima parte, forse un boudoir o un camera, il resto dorme sotto le case. Per fortuna.
Aria bassa, alito di pianura, non tutto è buono. Dopo aver dormito per secoli si è entrati nel rifacimento ( che alcuni, i più, hanno interpretato come rinascimento) ma la cultura vivacchia tra i blasoni dell’università gloriosa, i master all’estero, non c’è nessun premio nobel che allieti una storia, un’epoca, un sapere. Il denaro antico dura sepolto nelle abitudini, in cento anni le famiglie che contano davvero sono ancora le stesse, bisognerebbe seguire i dna per capire che, oltre i fallimenti e le rovine, si trasmettono geni e ricchezza in ambiti ristretti. C’è sole, suoni inediti eppure le finestre, sempre aperte, non si aprono al nuovo, al più plaudono al potente di turno. Qualche ritratto nuovo arriva nei salotti, ma le ville in montagna e al mare che restano sempre più chiuse. I giovani hanno altre abitudini, si muovono molto, i parvenu si adeguano al vecchio e se rappresentavano il nuovo, la rabbia, la voglia, ne hanno perso memoria. Non tutto è buono, c’è poca aria, digestioni lunghe e malmestosità.  Si vive di più in mezzo alle piazze. Troppi ricordi e poca storia, è un vizio del denaro che fa denaro, non pensa in grande e chiude forzieri. I caveau delle banche custodiscono collezioni uniche e preziose, ma da troppo tempo nessuno regala più nulla al museo o all’università, è questa micragnosità che impedisce la gloria, la grandezza, il nuovo che sarebbe possibile.
Non tutto è buono e anche se lo conosco ogni volta me ne stupisco.

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