tornare a casa

Tornare a casa, a me stesso, dopo molto girovagare. Saggiare la superficie degli oggetti, ascoltare le vecchie e le nuove sensazioni. Decidere cosa buttare, perchè non ci può accompagnare nel nuovo. Accettare che molto di ciò che dico, evochi pensieri diversi dai miei. Mi piace ascoltare e incantarmi nel sentire il pensiero altrui.

Si torna per ritrovarsi, per mettere in ordine in ciò che non ha avuto tempo di essere capito. E ancora non si capirà ma al ricordo e alle sensazioni provate si permette di agire, di tracciare legami che resteranno misteriosi.

Si torna per deporre le armi, per un poco, per una tregua con se stessi perché di certo abbiamo sbagliato molto ma il giusto e il buono si sono celati sotto una patina di reazioni, di giudizi sommari ricevuti e restituiti. E bisogna ritrovare il buono e il giusto, fosse solo perché ci fanno bene.

Si torna perché non abbiamo più passi e giriamo in tondo. I passi si rinnovano ma hanno bisogno di tempo per formarsi, per vedersi come si è davvero. I passi devono dare il tempo agli entusiasmi perché aprano un pertugio sul futuro e creino nuove volontà e desideri, hanno bisogno di amori che scrivono la loro storia con le nostre mani. I passi ci portano ovunque e intanto indagano dentro di noi con l’affetto di chi ci conosce e capisce, oltre ogni maschera e superficie. I passi hanno una direzione che ci porta verso qualcosa che non siamo ancora, ma possiamo essere e fa parte della nostra bellezza. Ci assomiglia.

Si torna per ripartire. Con la luce e con occhi nuovi, quieti e forti.

si vive tra un sì e un no

Alcune cose importanti e belle le vedi nascere, crescere, compiersi. Ne siamo parte, le possiamo, con rispetto, custodire in noi. Sentire intero il privilegio e la fortuna di conoscerle, di partecipare ad esse. 

Altre cose le troviamo già fatte, sono apparentemente immutabili, come se la bellezza lo fosse davvero e non mutasse incessabilmente dipendendo da ciascuno di noi, dalla nostra attenzione per essa, dall’amore grato che le riconosciamo. Se l’amore nascente sgorga apparentemente senza motivo, e ci prende con assoluti prima sconosciuti, se evolve con noi, con il nostro accoglierlo e fidarsi di lui oppure si deprime nelle negazioni, nel mettere limiti, fino a estinguersi lasciando quel senso di assoluto perduto che segna le vite, ciò che già esiste ha bisogno d’essere riconosciuto.

Per questo quando torniamo nello stesso luogo amato, lo troviamo mutato, le cose non sono al loro posto, qualcosa è cresciuto, altro è cambiato di posto, attorno cose che prima non c’erano, si sono aggiunte. Ciò che si è negato allora forse era un’attenzione particolare e a quella non c’è rimedio.

L’armonia del ricordo si è rotta, sappiamo che i ricordi non raccontano mai la verità, i rimorsi invece si. Allora bisogna decidere se ripetere diversamente l’errore oppure costruire qualcosa di nuovo che generi una bellezza sconosciuta. In fondo le scelte hanno sempre una grammatica binaria, eppure si cercano compromessi nella zona grigia. Si vive a volte pienamente e spesso a mezzo, basterebbe avere coscienza dell’importanza dei no.

 

 

 

settembre

Anche i giorni pieni, guardati in filigrana mentre stai steso sul divano e osservi quella crepa sul soffitto, hanno un senso strano, un essere coperti di qualcosa dove sotto l’apparenza si nasconde un’irrequietezza, un pezzo che manca e che non ha nome. Ci sono giorni vuoti e giorni pieni che stranamente s’assomigliano, ci sono tempi in cui ciò che ti spinge non è mai abbastanza e sono quelli in cui esce un equilibrio inusitato fatto di corse e di arresti improvvisi, e scopri che entrambi sono felici. Dovremmo lavorare in noi per costruire quei tempi, così imprevedibili eppure vivi , lì come settembre che è una stagione e il suo contrario, un ritorno che è già desiderio di partire e cosi la vita si moltiplica e risplende.

 

sempre i chierici tradiscono

Tiepidume d’intelletto e fuga
come calor d’alcova di domande irto,
solo dopo il piacere ottenuto e consumato.
Non c’è forse molta superbia nel pensare,
nella convinzione d’esser soli nel suo adeguato farsi,
nel sentire il momento che urge e il suo lavorare in punta di coltello.
Consci di momenti che saranno storia o ricordo,
poco importa, ma per questo inani
o persi nel caldo futile del bastarsi
di propria ragione che non ascolta,
non tace, non parla abbastanza per paura di non esser compresa,
e si chiude,
in attesa che qualcuno, o qualcosa, liberi,
lo spirito che ha paura.
Mentre è paura di fare ciò che è giusto, solo paura

Inchiostri che sbiadiscono

 

Scrivo con inchiostri che sbiadiscono. Come i ricordi, i pensieri che non si tengono, le amicizie stinte dalla lontananza. È stato naturale farlo, cioè senza ricerca o fatica. Cosa conserviamo di ciò che siamo, cosa raccontiamo agli altri che dica ciò che conta? Assomigliarsi sempre, rispettare l’avversario che ci accompagna, capire ciò che oggi conta e conterà domani. Il passato e le parole per dirlo sbiadiscono ma non se ne vanno, lievitano e germinano nuovi fiori.

buon ferragosto

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Non c’è un momento per la nostalgia, è una dolce traditrice che ti assale quando sei più inerme, forse perché qualcosa manca e andando ad allora ti sembra ci fosse, magari molto diverso e non necessariamente migliore di quanto c’è oggi. Anzi non è mai così, ma una tela s’è smagliata ed ora il bisogno di riannodare ti sembra che metterebbe a posto. Non può accadere ma la presunzione lo suppone. Dei molti ferragosto passati, alcuni ci vedevano assieme. Io ero sufficientemente piccolo per non avere tutte le libertà, ma le curiosità c’erano, e forti, così la voglia che una festa fosse comunque piena di contenuti e non solo di cibo e chiacchiere di grandi. Eravamo sempre nel mare selvaggio fatto di fine sterminate e acqua salatissima della mia infanzia. La sera prima i pescatori avevano tratto a riva le reti e tutti i pochi villeggianti, comprese le suore e i preti dei misteriosi stabilimenti elioterapici e colonie, avevano aiutato a tirare i canapi, mettendo le gambe bianchissime in acqua e ridendo forte. Poi il grosso della rete s’era gonfiato in una delle secche e i pescatori avevano tratto i pesci più grandi. C’erano un paio di razze, dei tonnarelli, cefali e orate, una tartaruga media. Avevano fatto il loro lavoro, evitando i pericoli delle code acuminate come lance e subito tagliate, divisi i pesci per specie e per dimensione, coslparsi di ghiaccio e sale nelle cassette e infine avevano offerto, come sempre, il pesce piccolo per somme irrisorie a chi li aveva aiutato, così tutti, villeggianti, preti e suore erano tornati a casa con cassette o grossi sacchetti di pesce ancora saltellante. Mia madre ne aveva preso ben più di quanto ne avremmo mangiato ma il giorno successivo, ferragosto, se non si mangiava assieme ad altri si offriva ai vicini.
Nell’ombra della casa di legno e sabbia,veniva allestita una lunga tavola fatta con le tavole dei piccoli locali di vacanza e poi ricoperta di tovaglie che andavano dai quadrettati ai fiori, dai cotoni alle cerate, in un tripudio di colori e allegra confusione. Ciascuno mangiava e scambiava, poi chi restava senza essere vinto dal sonno, continuava chiacchierando, fumando, bevendo caffè e grappa con la ruta. I dolci erano semplici, arraffati da noi ragazzi, già ben sazi di fritti, impanature, polente e smaniosi di tornare a scalare e correre sulle creste franose delle dune.
Sapevamo che tornando, a sera, tutto sarebbe tornato al suo posto. I tavoli, le tovaglie, le persone, ciascuna tornata nelle stanze in affitto, a chiudere il giorno con quella stanchezza strana che è solo del dì di festa. Ma per noi, ignari, era diverso perché se un giorno si toglieva alla vacanza c’era stato qualcosa di incompreso, oltre al nome, che aveva celebrato un rito. Quale esso fosse e il perché, ancora mi sfugge oltre la comprensione dell’origine, dei significati apotropaici o religiosi. Era qualcosa di cui ogni generazione diventava depositaria senza un motivo per metterla in discussione che sanciva un’unione, una sosta comune, un ritorno. Così anche oggi guardando i fuochi che rosolano le carni e i pesci, il cibo scambiato, le corse dei bambini, penso che dietro ci sia un desiderio insoddisfatto di essere assieme, di raccogliersi per dirsi cos’è accaduto mentre eravamo distanti e che il non condividere pesi, faccia sentire soli.

le sei e mezza della sera

Le sei e mezza, l’ora in cui non bisogna chiedere troppo al caso,
e lasciare che la sera accada con il suo carico di malinconie verticali
che s’inerpicano nella notte plastica,
a generare il caos dentro sé.
Consci che è ben più facile l’ordine,
e il compensare anziché sottrarre il tempo
per generare vuoto da riempire di nuovo.
E su tutto spargere silenzio e rumore bianco
come fosse sale per tacitare il cuore,
con un bruciore che non è dolore,
non ancora, almeno
a zittire Il non fatto, il perduto, lo scordato recente e quello antico
che emerge come un conàto di passato,
di delusione,
di speranza prima smussata e poi spezzata,
ed ora cos’è questo brulicare? Un nulla che s’avvolge,
molla carica che minaccia e non lascia spazio al nuovo.
 Un nulla che non è natura,
obesa di meraviglie e sorprese,
che rasserena e mette un dito verticale sulle tue labbra
intimando la notte, il sonno, i sogni e il risveglio poi, nel giorno nuovo.

tout les matins (du monde)

Stamattina passavano rade persone con l’ombrello e procedevano a passi misurati lungo la salita che porta  al paese. Le vedevo dalle finestre, nel caldo pigro della casa che si riempiva di profumi mattutini. Il caffè, il pane che tostava si mescolava ai tempi lenti del risveglio, del rimettere in ordine le priorità e i piccoli piaceri che accompagnano l’assenza di un programma che non sia lo star bene con sé.
Da fuori veniva il profumo di bagnato dell’erba del prato. La finestra era aperta quel tanto che bastava a cambiar l’aria della notte, far uscire i sogni grevi, e sferzare piacevolmente la pigrizia del ridare dei tempi alle azioni, alle cose. Lo sguardo, in quel vedere senza intenzione era attratto dalle nubi indaffarate dal vento, ma con compiacenza, come se il loro andare piacevole avesse bisogno del mio permesso. È sciocco, me ne rendo conto, ma quante volte pensiamo che la natura ci ascolti e dialoghi con noi con le nostre parole. Avevo un gesto della mano, me ne sono accorto, che accompagnava il moto, ritmando una melodia ed esitando per la loro bellezza. Era il trattenere che ci prende quando si ha timore di carezzare ciò che ci piace troppo, erano mutevoli e belle nel loro incrociarsi, cambiare sfumatura, aprire squarci improvvisi. Mi sarebbe piaciuto le avessi viste con me.
Qui il cielo riserva sorprese, non sta mai fermo. Neppure quando è totalmente azzurro il cielo smette di parlare, perché accompagna lo sguardo su cose e colori che prima erano nascosti per loro conto. È strana questa vita delle cose che si animano solo a volte, e allora hanno una loro presenza, come attendessero un’attenzione non distratta da altro. Chiedono uno sguardo che ne veda la singolare identità. Sembrano dire che nulla si confonde davvero, lo sfondo è solo un limite dell’occhio, mentre tutto vive in una distesa che non finisce e sono i particolari che contano, che costruiscono, con certosina pazienza, l’insieme. Le cose sono vite apparentemente inanimate dentro una vita più grande, come le nostre quando mettiamo assieme un progetto che comprende molto d’altro oltre noi, ma qual’è il progetto delle cose che mescolano ciò che fa l’uomo con ciò che esiste e ne ricavano un senso nuovo?
Credo ci sia una sorta di superiorità, di indifferenza di ciò che consideriamo oggetti e che qualsiasi cosa facciamo loro, poi loro saranno ancora presenti, vantando un dominio del tempo che non ci appartiene.
Questo pensavo, assieme ai sogni strani della notte, all’emergere di quell’inconscio così ricco di scritture arcane, di simboli e nessi che per pudore e timore il giorno cancella, ma che resta in attesa, come il diavolo al crocicchio del sonno. Meglio non pensarci, dicevo tra me, e intanto guardavo.
Avresti dovuto vedere come le nubi si rincorrevano in alto, mentre quelle basse eran ferme e si confondevano giocando col suolo. I monti esalavano vapore, con un respiro profondo di terra e di roccia, d’acqua, di licheni, di felci, di bosco ed era una fitta cortina di nebbia che a banchi saliva, ricca di squarci improvvisi. Così il bianco diventava finestra sul verde, sulla roccia e mutava in continuazione, confondendosi con le nubi, avvolgendo e mostrando le cose e gli alberi secondo una distratta voglia d’ essere sipario e spettacolo.
Ci sono momenti in cui s’ avverte intera la propria limitata dimensione, il procedere delle cose secondo leggi che sono a noi sconosciute, l’essere senza importanza quando il contesto diventa grande più dello sguardo. E allora si deve tornare a sé, a quell’identità fatta di troppe abitudini, alterigie inutili e debolezze inconfessabili che ci siamo con fatica costruiti e di cui abbiamo perso precisa nozione. Siamo il gesto del momento, il sentimento che dura, la voglia che avvampa e quello stratificare di cose apprese e poi collegate in una percezione d’esserci davvero, ma davvero chi siamo e quale sia il nostro posto felice possiamo solo approssimarlo. Di questo ti avrei parlato, che era insieme consapevolezza, desiderio e paura, perché il non lasciarsi andare al tutto e all’amore che esso promette, comprende una volontà di dominio, che è presunzione. E come tutte le presunzioni sbaglia, capisce ciò che vuole ma soprattutto chiede. La sicurezza di un abbraccio, l’amore che non dubita, la sensazione che non si è soli. Anche dopo la notte, i sogni segreti, il giorno che inizia e per suo conto procede coinvolgendoci, non si sa né come né quanto, nella gloria e fatica del fare, si vorrebbe non essere soli.

schiuma d’onda

S’arrivava a sera senza sapere il nome del giorno,
e il successivo sarebbe stato migliore, diverso, mai eguale,
con i sensi sempre irti a captare
ogni umore, pensiero o stanchezza.
Tornar presto era esser sconfitti,
perché qualcosa di meglio si sarebbe perduto,
non noi noi, certo,
non interi, ma un pezzo del nostro unico tempo.
Una notte, scoprii per caso,
è crudele il caso perché mai mente
e non copre di glassa e parole la realtà,
quella notte il caso era in forma,
così mise in fila ordinate parole innocenti,
nessuna tagliava ciò che sembrava essere stato,
eppure alla fine il risultato era quello.
D’improvviso l’estate sfumava,
restava il sole, il bruno corpo, le letture furiose,
e anche il giorno tornava ad avere un nome,
ma il resto era evaporato
in quella striscia di luce
dove l’acqua confondeva l’orizzonte
ed io ero schiuma d’onda
che sulla riva si stende.

via da noi con noi

Un caffè di troppo,
l’ultimo sempre eccede,
così il passo s’allunga,
e la mano stringe troppo il volante.
Nell’impazienza del semaforo,
chi ci precede nella coda, rallenta,
non si capisce il motivo,
forse un pensiero, qualcosa che vorrebbe tornare,
e i secondi s’accorciano nella nostra impazienza,
nell’essere già altrove..
Perché ci lasciamo accadere tutto questo,
vivendo vite senza traccia,
la fretta non lascia, né sugo né ricordo.
C’è stato un tempo bambino
in cui lenta e pensata era la vita,
e così bella,
eppure non ce ne siamo accorti,
anche ora accade, mentre fugge
via da noi con noi.