se non è complicato non riesce bene

Se non è complicato, non riesce bene, eppure la semplicità è a un passo, chiara come un navigatore appena tarato. Invece scartafascio portolani, cerco mappe
rosicchiate, rifiuto per indole e saturazione e non appartengo, non più, mi dico. Davanti ci sono passi e strada, pensieri, sensazioni, colori, frasi sottolineate, linee diritte e sghembe, architettura interiore che diventa segno e tempo.

Dichiarato l’ambito e la direzione, il necessario preventivamente va detto, perchè ci fu molto tempo diversamente confuso, le ferite sanguinavano e s’infettavano. Per quanto vale a sanificare ho solo seguito la passione, il
desiderio, la necessità d’essere amato. Può bastare?

Ora molto è più chiaro, non ho più alibi di
peso da sciorinare e sono un pessimo individuo, anche se non basta dirlo per tenere a bada i danni allegri che si compiono leggendo e camminando. E neppure ad evitare gli scroscio di chi scuote il capo comparendo. No, non basta, perchè posso essere redento, cambiato, fatto innamorare: si pensa mai che chi cambiamo forse poi non ci piacerà ancora e che era la differenza, tenue o forte, la ragione dell’attrarre che interrogava e si trasformava in similitudine tra eguali?

Ho vissuto dentro romanzi scritti malamente, non credevo ai miei occhi, ai miei pensieri, mi affidava alla volontà vana che non piega il corso delle cose, , tutto sembrava ricondursi a pochi fatti semplici. E tali erano, come ciò che sorprende ed è accanto, quello che ad occhi chiusi persiste, l’infinita varietà del vivere che non chiede consenso, che non è al nostro servizio, ma dona bellezza e intuizione fino a diventare altro e anche noi.

E’ vero, ma quanto male fa la semplicità che riduce tutto a un’equazione, in fondo complico ancora le cose per fuggire dal dolore. Almeno un poco. E dar spazio alla vita, che vorrà pur darsi da fare nella sua evoluzione positiva, per indicare la strada.
Voler bene e prendersi cura, bastare solo agli amici: hai idee chiare amico mio, hai capito molto della vita, a me non è accaduto e ogni volta mi sono detto che non bastava rispondere alle domande, dare ciò che si può, si doveva mettere in conto che ci verrà chiesto ciò che non è possibile dare. E li inizierà la sofferenza. Sono appartenuto, mi sono sostituito, ora non più e lascio entrare solo chi voglio, dico le regole della casa, indico con cortesia, la porta agli intrusi. Sono regole larghe, ma rispettose e non è da poco accogliere e stare al proprio posto, ma che dire oltre la verità?
In questi giorni d’incertezza, si scomplicheranno le cose, tutto diverrà semplice.

Lo spero e vorrei. Molto.

immaginare

S’immagina ciò che fa comodo, con l’innesco di qualche desiderio a mezzo, d’una fantasia perduta chissà quando. E il tutto tra paletti di ferro. Convenienza, necessità, spesso l’una e l’altra assieme.

Educazione. Parola magica per dire: non è colpa mia, mi hanno piegato il libero arbitrio.

E quel chiavistello di cui pare ci si liberi, ovvero la colpa, chi l’ha messo nelle nostre mani? E chi davvero ci costringe a tenerlo?

Dico una parola: re-spon-sa-bi-li-tà.

Prova a ripeterla: re-spon-sa-bi-li-tà.

Se hai usato gli accenti giusti, sei già mezzo giustificato. Mezza giustificazione, due terzi di colpa eliminata, il resto lo inglobi nell’immaginazione. È quasi niente, non si sente e pare di volare.

Basta realtà, puoi accedere all’immaginazione e con i dovuti limiti, volare.

Apri la porta di sicurezza del tuo cuore e vola.

primo maggio

Dovrei cominciare con un “ti ricordi”, ma forse non ricordi affatto e tutto si è sovrapposto nell’urgenza di un presente che si racchiude nella triade, desiderio, soddisfazione, tempo. Domani è il primo maggio, una data che da quando è stata conquistata si è privata dell’anno ed è diventata un’icona da vivere come il 25 aprile è l’8 marzo, in libertà.

Lo facevamo anche noi quando ai cortei si sono sovrapposte altre necessità, di amore, di svago, di vacanza prima delle vacanze. Qualsiasi urgenza “vitale” poteva essere spesa in giorni che già avevano il calore del giugno, la sabbia da mettere nelle scarpe, il primo falò e le grigliate notturne con i racconti, i motti di spirito, tutto il teatro dell’assurdo che si consumava in gruppo. Il primo maggio in piazza, con la banda e l’inno dei lavoratori, i discorsi dei sindacalisti poteva essere un preparare la partenza o il sancire il ritorno, spesso il secondo, dopo aver preparato con cura certosina e ilare il ponte al mare che lo precedeva.

Tu nonl ricordi di nulla, hai scelto di vivere altrove e in quella parte di mondo dove si radunano i vecchi ancora desiderosi di essere giovani. Anche lì si festeggia il primo maggio ma sono sicuro che non ci a drai, sceglierai il vestito da mettere alla festa della sera, il ristorante e la compagnia sarà sempre la stessa però priva di ricordi comuni e con un presente pieno di ammiccamenti da vivere.

Non sono invidioso, le vite hanno portato benessere a noi fortunati che possiamo parlarne, non ai nostri nipoti che ancora non si pongono il problema di cosa sia il lavoro e del perché debba avere una festa vista la precarietà che lo circonda. C’è un tempo per ogni cosa, per noi è stato così e il tempo della festa entrava nel calendario come una eccezione che lo muoveva, lo faceva folleggiare, esprimeva passioni che si comunicavano nel privato. Tu la ricordi quell’energia allegra che rendeva possibile ogni cosa, che faceva sognare e toccare con mano il futuro unendolo lieta ente al presente?

Credo che ormai per te queste cose siano mutate in questi gerontocomi dove il mondo è bello, i servizi a disposizione, purché si abbia una rendita sufficiente a pagare la nuova giovinezza. Hanno un effetto annichilente per la memoria ed è giusto che sia così perché gli altri i rimasti, i sopravvissuti, i coetanei a basso reddito si dibattono ancora in problemi e ideali più grandi di loro. Pensano ai figli e ai nipoti, all’ambiente e alla follia della guerra, pensano ai pericoli della tecnologia sen, a etica e all’inflazione che alleggerisce la spesa. Hanno ricordi di cui sono contenti e passioni che non si sono spente, parlano con persone che non conoscono chiedendo della loro vita. Con allegra delicatezza, vivono cercando di capire dove hanno sbagliato perché il mondo non sia migliore. Festeggiano anche se la parola lavoro ha oggi un significato diverso, vanno in piazza, cercano di capire e ancora festeggiano assieme Con i compagni di una vita di battaglie perdute a mezzo.

Fanno cose che ora giudicheresti strane, e ridono con le protesi pagate a rate, ridono perché sperano e non si sono stancati di stare dalla parte che perde ma è quella giusta e così ogni tanto, con fatica vince. C’è un tempo per ogni cosa, verrà il tempo buono che abbiamo preparato anche in quei lontani giorni felici.

apolidi in patria


Alcuni di noi, io ad esempio, abbiamo una Patria, un paese che amiamo, una cultura comune. Sappiamo cose, magari non tutte così precise, e non tutti le stesse. Ci formiamo idee, un’analisi della realtà, pensiamo soluzioni. Di sicuro non abbiamo, da molto tempo, verità assolute e il relativo ci sembra un buon modo per accogliere differenza e ragionamento contrario, ma pretendiamo rispetto. Per i principi fondanti, ad esempio, che se tali non sono il palazzo sociale barcolla, non è più casa comune e a che serve un paese se non ha principi, rispetto e solidarietà? Ciò vale per noi e per chiunque. E nel rispetto sono comprese le regole che devono valere per tutti, prima tra tutte la verità dei comportamenti. Per questo e per altro, non ci piacciono i furbi, quelli che dicono una cosa e ne pensano un’altra, quelli che cercano di fregarti dicendo e ritrattando. E neppure gli arroganti ci piacciono perché usano la forza per imporre verità non vere. Non ci piacciono gli irresponsabili che dicono cose che non faranno, oppure fanno guai e li attribuiscono ad altri. Non ci piace chi la racconta pressapoco, chi imbonisce, chi prende in giro la speranza comune di star meglio.

Sappiamo che la colpa di ciò che accade non è sempre altrove, che un motivo per tutto non giustifica niente, e quindi facciamo autocritica. Spesso. L’onestà ci sembra una precondizione in ogni rapporto, e non è un fine. Bisogna essere onesti, anche con se stessi. Vediamo i nostri limiti, sappiamo che sono importanti, però abbiamo sogni grandi e piccoli, vecchi e nuovi. Sappiamo che il mondo è complesso, che bisogna semplificare le cose per capirlo, ma nessuno di noi banalizza la realtà e sappiamo che semplificare è difficile e non lo si fa a colpi di slogan e tanto meno con l’accetta. Pensiamo che ci sia un primato del capire e dell’intelligenza nel fare, e che quest’ultimo abbia bisogno, almeno, di essere pensato.

Siamo stanchi degli annunci, vogliamo partecipare e l’abbiamo sempre fatto. Oggi siamo coscienti che i problemi sono la pace subito in Ucraina e altrove, prima che deflagri il disastro. Vediamo il pianeta che degrada rapidamente e crea nuove povertà oltre al pericolo di annientare la specie. Cogliamo nella realtà la società che non rispetta i principi, che pochi sono molto voracità e generano diseguaglianza, affievolirsi della solidarietà, corruzione, malaffare. Pochi che interpretano la legalità e il rispetto delle regole solo a loro favore e tolgono a tutti parti importanti del bene comune. Essere umani, vivere assieme in libertà ed eguaglianza non sono parole devono valore ovunque e comunque.

Per noi le istituzioni non sono immutabili, ma sono il nostro patrimonio e baluardo democratico comune e quindi pensiamo si debba agire partendo dal rispetto del futuro e del presente nel modificarle, che ogni fascismo debba essere bandito dalla concezione individuale e collettiva, che ciò che è stato conquistato a duro prezzo di sangue e sofferenza, libertà e democrazia, eguaglianza ed equità, legalità e dignità umana siano fondamenta intangibili della casa comune.

Abbiamo un Paese che amiamo, una cultura e volontà comuni e non siamo pochi eredi di quella che non a caso si chiama lotta di Liberazionema, non abbiamo più una parte sociale e politica forte che riconosca che le fondamenta comuni vanno sempre difese. Temiamo di non avere più un partito in cui riconoscerci e pur essendo tanti, ci sentiamo soli in questa lotta dove resistere è la condizione per non sentirci apolidi in Patria.

my way

Mi ricordo bene quando l’ansia di provare era forte, quando tutto era a disposizione e tutto meritava d’essere assaggiato. Allora il tempo non bastava mai e mi sembrava che essere coincidesse con esserci. E sentire fosse qualcosa di fugace come la felicità, anzi che sentire spesso coincidesse con l’essere felice. È durata molto a lungo questa sensazione e motivava un correre senza fine, tanto che, a volte, mi trovavo stremato da continue sensazioni. Il tempo era una creatura che vivera libera in me e non trovava soddisfazione, suggeriva che ciò che non provavo sarebbe stato definitivamente perduto.

Qui ci si può aspettare una conclusione che arriva a una nuova consapevolezza, svolta e continua in altro modo la vita cambiando tutto ciò. In realtà questo sentire è mutato per suo conto e quando non lo so dire perché non mi sento di essere diverso, ossia lo sono ma non per qualche motivo che non sia la naturale evoluzione del mio percorso. Non sono particolarmente stanco di una vita che desidera e neppure ho smesso di sentire, anzi direi che ho raffinato questa capacità. Quello che è mutato è il rapporto con il tempo. Ho sempre pensato che c’era tempo e non poteva essere diversamente nella spinta a fare che non esauriva i desideri ed era incapace di escludere ciò che non era possibile in quel momento, però era un aver tempo ansioso mentre ora c’è calma e il tempo è cosa mia. Se mi guardo attorno, la mia vita è così, con le persone che hanno sempre da dirmi molto più di quanto dicano, con l’interesse per il profondo che fa coincidere quello che provo con quello che mi porto dietro. Non è una collezione di sensazioni, ma un cammino dell’essere a cui regalano molto alcune persone, altre in misura minore, con una graduatoria, non del sentire, ma del condividere. E condivido senza mettere limiti di tempo. Non uso volentieri gli avverbi di tempo assoluti, i mai, i sempre, forse perché so che, molto spesso, questi rassicurano chi li pronuncia. Rinuncio a questa sicurezza perché ho fiducia in ciò che accadrà, ormai mi conosco un po’ e so che il mio essere fedele a ciò che sento è una costante della mia vita. Anche nel mutare, nel pensare diversamente, ciò che conta non viene scartato e resta ben radicato per tenere solida la mia casa.

fragilità nuove

Penso che la fragilità interiore, ed esteriore, aumenti. Che si copra, a volte, di aggressività, mentre in altre occasioni sia infermità che piega l’anima in sé e le impedisce di volare, di sorridere, anzi le fa sentire il peso di un mondo che s’abbuia.
Penso che tutto questo avvenga senza comunicare e che a cresca la solitudine, la difficoltà di avere una comunicazione profonda. Forse non è così ma è la sensazione che leggo nella violenza insita nelle immagini, apparentemente innocenti, nelle parole che vengono ritrattate o relativizzate e poi ripetute sino a non distinguere più la realtà. Non la verità che è un processo che si svela ma la realtà, ossia ciò che percepiscono i nostri sensi e la nostra mente interpreta. Nel digerire ogni cosa aumenta la fragilità e la violenza e non c’è bisogno di repressione ma di condivisione etica, di sentirsi nella stessa condizione precaria, di lottare per lo stesso cambiamento sociale. Leggevo oggi la percentuale di anidride carbonica in atmosfera, siamo a valori che superano di molto le 400 ppm, questo indica una irreversibilità progressiva del degrado ambientale che per noi sarà un dato statistico, per i nostri figli e nipoti, una realtà che renderà più fragili le esistenze.
A questo si somma una tensione crescente tra i popoli indotta dalle volontà di potenza, dalla mancanza della percezione che proprio le armi rendono più necessaria la tolleranza e la comprensione della differenza. Un mondo di eguali parte dalla giustizia e dall’equita per stabilire rapporti profondi tra modi diversi di sentire. Tutto questo evidenzia l’umano prima delle idee e rende compatibili le diversità, così si può stare assieme, meno fragili, diversi, sicuri che saremo orientati ad affrontare assieme i problemi di sussistenza della specie. Il contrario di questo è violenza, sull’ambiente, sugli uomini, sulla bellezza, sui deboli, sulla crescita comune interiore ed esteriore. Siamo diventati vecchia plastica, apparenza che si decompone e si disfa alla luce, questa è la fragilità che percepisco e siamo ancora a tempo per mutare, ma non è possibile farlo senza pagare un prezzo che non tocca le esistenze, anzi le rende migliori, è la volontà di dominio che deve pagare il prezzo, l’economia di rapina, la glorificazione della diseguaglianza. In cambio c’è vita e bellezza, rispetto, futuro, questa è l’alternativa che vedo dinanzi.

silenzi per fare la differenza

Avremmo bisogno di una giornata di silenzio della cultura, della musica, del teatro, delle analisi e delle discussioni sulla realtà,. Privati dalla lettura, dal racconto, dalla filosofia, dei commenti su quanto è spirito, bellezza, occasione di pensiero. Tutto questo per un giorno intero, per far capire quanto conta la cultura nelle nostre vite. Sarebbe un silenzio terribile, infarcito di notiziari, di commenti su una realtà priva di analisi che non sia il proprio evolvere, un listino di borsa che non finisce ed è privo di sogni, di aspirazioni, di difficoltà. L’uomo sarebbe solo nella sua condizione di non poter comunicare il pensiero che devia, la bellezza che solo lui nota, il sentimento che cerca conferma in altro sentire. Una condizione di solitudine assoluta, perché anche chi non legge, non ascolta musica, non va a teatro o a vedere un museo è protetto dalla cultura che lo circonda e gli parla e il suo silenzio lo lascerebbe privo di ogni protezione da questo mondo che egli stesso ha reso muto. Una proposta difficile ma necessaria e rivoluzionaria per far capire quanto davvero conti la cultura per vivere, per far emergere la verità e la libertà, per sconfiggere il nero del relativo che toglie la luce e costruire una società più giusta.

il senso della cura

Il senso della cura è in quel chiamare, pensare, scrivere: ci sono e ti penso.

È nei piccoli gesti che si arrendono all’evidenza delle molte specie d’amore e che solo chi ne conosce la grafia sa interpretare e tenere cari. La cura è colmare un silenzio intuito, sorprendere con un gesto inatteso.
La cura è l’attesa e la sua risposta nell’esserci. La cura toglie il calcolo dai gesti, dalle cose, è un accucciarsi caldo, una carezza inventata e lieve, un sentire che nell’aria c’è il profumo della presenza.

La cura è togliere dalla solitudine quando questa fa male e lasciarla quando è necessità del ritrovarsi.

La cura non ha tempo, non ha ora, è fatta di codici segreti, di piccole abitudini che tengono assieme la luce e il buio, è un dire con parole giuste e sbagliate, un eccedere che coglie l’inespresso, un tenere per mano quando la mano ha freddo.

La cura è essere se stessi e porgerlo quando si può, è attendere che arrivi un segnale e capire che esso ha le difficoltà che ogni vita contiene. La cura siamo noi in ogni movimento verso un amore, in ogni attesa di esso, in ogni contingenza che non ci distoglie dalla certezza di ciò che conta. E che sappiamo ci sarà adesso, stasera, domattina, fin quando sarà bello che esso sia perché viene accolto e sentito e restituito.

Questo, e molto altro, è la cura.

Di te, di me resteranno i vuoti lasciati negli abbracci,

saranno loro a parlare con il tempo,

e nessuno si preoccuperà del pulviscolo d’amore che alimenta l’universo,

come non si cruccia troppo del gas di scarico delle auto,

ma guarda il semaforo o la coda d’auto che lo precede.

Il pensiero di noi si racchiude in naturali gentilezze,

in presenze che qualcuno ha notato:

una mano nella mano, un sorriso senza apparente oggetto,

il pensiero lieto che non fa rumore,

dobbiamo credere che questo levi un vento d’onde che rimane

e con altro amore si mescoli e confonda

per dar senso all’universo

che d’indifferenza per suo conto è pieno.

un mandala fatto di silenzi, di gesti, di parole

Le parole giuste sono quelle che hai dentro, quelle che non dici per timore che vengano fraintese e quel tacere costretto è educazione appresa, inculcata senza possibilità di replica, non libertà d’essere.
Allora scegli di scrivere anziché parlare, ma le parole si piegano alla sintassi e diventano altre. Così generano insoddisfazione e non corrispondono a quelle che hai dentro. Sono irte di significati spuri e devono essere levigate, con pazienza, come fa il mare con la pietra e il legno, con le sue creature fino a ridurle in pulviscolo d’anima. Questo è il sentire del mare e tu il mare lo possiedi e ne hai la pazienza operosa. E se a volte sei stanco e tutto sembra inutile, parla dopo il silenzio che osserva. Taci e prendi appunti sulla carta, guarda il segno e la parola, rendila morbida nel tracciare, per non snaturare quel che provi. Questo sarà il tuo ormare un nuovo lessico per quando deciderai di parlare. Un dire che parla con i gesti, che fa quello che più t’assomiglia, anche in silenzio perché basta l’alzare di sopracciglia o il morbido posare della mano aperta, per dire ciò che è stato pensato.

Guarda i gesti gentili, consueti, del vestirsi con cura e leggerezza. Pensa che sono stati prima appresi e poi cambiati e fatti propri, sono parte di una meditazione, di un verseggiare muto che si modifica per sovrapposizione, sino al risultato. Un mandala composto su di sé per portarlo tra altri, o solo per sé, e come sempre da disfare e ricomporre all’infinito.

Scrivilo questo mantra aperto alla tua anima, fa che rappresenti te stesso e che aggiunga parole e gesti, secondo i giorni. Che sia un poema che non finisce e che reciti sottovoce quando la solitudine prende il posto della leggerezza.

Scrivi con tutto te stesso, con la parola, il gesto, l’abitudine consapevole, vesti la tua anima di te.

il poco, quasi niente, che per me è molto


Sai, volevo fare altro, usare il mio tempo per costruirmi piano. Divagare. Stendermi sulla spiaggia nel tardo pomeriggio, quando la sabbia non è più così calda e la sera viene in fretta. Dopo l’acqua genera una luce fioca e ancora si vedono i pesciolini guizzare. Se entri nell’acqua ti girano attorno alle gambe, fiduciosi. Mi sarebbe piaciuto scalare più montagne, leggere molti libri che erano utili solo a me. Perdere tempo senza sentir colpa e amare di più le persone che m’hanno riempito d’amore. Mi sarebbe piaciuta l’inutilità operosa, quella che porta fuori la stranezza e la fa restare al passo come i cani addestrati bene. A Caccioppoli venne l’idea di portare a spasso un gallo e lo fece, perché il regime fascista considerava poco virili gli uomini che uscivano con un cane. Ma lui, il grande matematico, la stranezza l’aveva sempre con sé, solo che era come una ferita che non rimarginava e gli toglieva qualcosa che forse nemmeno lui sapeva.

A me fa aggio la memoria, le sensazioni, gli errori che hanno più evidenza delle cose buone fatte, la stessa melancholia che s’acquieta nel ricordo dei luoghi, nei sentimenti suscitati, negli amori.
Può essere strano chi è silente anche quando parla, chi ha familiarità con i luoghi che per lui riacquistano evidenza, per i sensi che rammentano, per chi ricorda e il passato torna ad essere il preparatore del futuro, una caldaia che ribolle molecole alla ricerca della loro combinazione e quindi del senso delle cose, dell’attenzione, dell’attrarre le proprie passioni a riva come in una pesca fortunata.


Da molto scrivo, ancora da più tempo leggo e cammino. Mi piacerebbe, ma solo un poco, esser letto fino alla comprensione però è più importante guardarsi attorno, attuare, toccare ciò che è scabroso e con pazienza diventa liscio. È più importante trovare ciò che è migliore di quello che si pensato e scritto, esercitare i sensi per dar forma alle cose, ai fatti che accadono. Tener nel giusto conto l’esperienza sino al limite del nuovo e come negli origami dar forma a ciò che pare altro e che per molti è solo carta.

Così si sono accumulate miriadi di rappresentazioni in forma di parola, sulla carta, in questi metaluoghi, su ciò che s’è poi disperso allegramente in onde elettromagnetiche e quanti di luce. Ma era solo voce e ogni parola, col tempo, cercava di precisare significato. C’è da esser contenti se con fatica ci si assomiglia. Almeno in parte, a volte piccola, a volte grande, perché ogni raccontare porta con sé un approssimarsi e un’attesa e trova un gemello, solo se si è oltremodo fortunati . Ma in fondo basta e avanza il comprendere e l’interlocuzione che prosegue un discorso.

Alcuni animali parlano alla luna oppure borbottano alle cose, per loro, i fatti sono narrati nel compiersi. Un delfino non racconta il nuoto e mentre vive l’esperienza la muta in emozione, nel timore del predatore oppure nel piacere di sentire l’acqua che gli scivola sul corpo e accelera la velocità sino a un balzo di gioia nell’aria. Quel balzo è la sua gioia e la nostra meraviglia, per noi resta un’emozione della singolarità, per lui un piacere senza tempo che si ripeterà secondo voglia. È più immerso il delfino nell’universo e nel suo scorrere, di noi che mettiamo un tempo alle cose. Cose che nulla sono se non un insieme probabilistico che si può scegliere se vivere e nutrire di sentimento oppure far solo accadere.


Uno degli scrittori di rete che sempre leggo volentieri, narra l’esperienza mescolando volontà, ricordo e presente, con un linguaggio che dà vita alle cose e mette in scena scogli, reti, vino e ciò che a tutti accade, ma filtrato nella sua sensibilità che aggiunge senso mutando i tempi e i significati comuni. La sua poesia è fatta di ricordo e di presente che premono sulla porta del futuro. E non è una semplice porta ma una barriera di legno spesso, scavato dalle intemperie che hanno scritto le loro storie da decifrare. Una porta rafforzata da borchie di ferro rugginoso, chiusa da grosse serrature, inventate da fabbri sapienti, allora aprire il varco significa scivolare nel nuovo che ha il sapore dell’antico vissuto e del pesce fresco appena cotto.
E il pesce e il vino portano a barche tirate a secco, dove la prua ha un antico colore che non si vergogna di mostrare a quello nuovo, così com’è, scrostato dal vento, dalle piogge, dal mare solcato, e tutto diviene protagonista e conosce la battuta e il tempo, allora la rappresentazione e il ricordo possono compiersi.


M’avvenne, durante l’ascolto d’un concerto, che la bravura del solista superasse la mia capacità di gioia interiore. Non sapevo come farla uscire costretto dall’immobilità del sedere, come si conviene nei concerti dove al più s’accarezza il mento o si stringono le mani. Eravamo distanti dalla conclusione del pezzo e volevo continuasse all’infinito ma anche che finisse perché la bellezza aveva bisogno di occupare tutto lo spazio sensibile. In questi casi, come nell’amore bisogna allargare l’anima, accogliere e non mettere difese e così ho lasciato entrare la musica come mai l’avevo sentita e lasciare che andasse dove voleva sino ad essere io stesso musica.
Lo stesso accade quando si vede un dipinto che ci illumina o si legge chi riesce a leggere il nostro animo senza conoscerci o, ancora, quando si mettono nel giusto ordine i significati e nasce ciò che assomiglia al sentire.
Questo fa pensare che la percezione profonda, la bellezza, siano un evento che raramente si può condividere, ma che è qualcosa che appartiene a chi la comprende e non oppone resistenza alla sua natura. O poco o tanto ci sarà ciò che viene generato e sarà dalla disponibilità ad accogliere che il tempo perderà significato e l’uno diverrà parte d’una continuità.