il giorno dopo

Si è consumata un’occasione di riflessione sul perché ci sia il desiderio di fine. Lo thanatos che accompagna la razza umana, che gira in negativo gli impulsi, le opportunità.

A parte i giulivi, il rimettere in ordine le cose, eguagliando e spianando il passato, che significa? Tutti abbiamo molto da perdere,  eppure questo desiderio occulto, scacciato, è presente nel profondo. Forse è l’esorcizzare la paura di ciò che è accaduto un tempo e di cui portano memoria i geni, o forse un senso di colpa atavico che vira verso l’oscuro, oppure ancora l’infanzia dell’umanità che è  giovane e pur parlandone molto, non conosce bene il valore della vita. Forse.

In realtà ogni giorno il nostro mondo finisce un po’, demolito da noi con costanza e leggerezza degna di ben altre imprese. Eppure è bello dire ai bambini: oggi hai un giorno tutto nuovo da vivere, vivilo, non curarti troppo del ieri. E’ bello questo pensiero e incompleto, perché ogni giorno realizziamo una piccola fine  di un pezzetto del nostro mondo, quello che serve a noi umani e a qualche altra decina di migliaia di specie mute.

Perché lo si faccia con sistematicità, smemoratezza e fiducia infinita di farla franca, non so, però accade e continua ad accadere.  E se lo si insegna ai bambini, un qualche divertimento ci dovrà pur essere. Credo sia per questo che ci si preoccupa di una fine del mondo subitanea: ci serve tempo per distruggere tutti i giocattoli che ci hanno regalato.

mi piace non mi piace

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Sembra si risolva tutto nel mi piace o non mi piace. Fellini, una palla, non mi piace, anche Dante, buono quando lo fa Benigni o Neri Marcorè, ma poi… e Visconti, mi ricordo solo il Gattopardo, quello che tutto cambia perché nulla cambi. Morte a Venezia? ancora con queste storie e basta… E gli scrittori che ci facevano studiare a scuola? per fortuna è finita. Musica classica? un mortorio, ma anche i Beatles hanno fatto da tempo il loro tempo: due ere fa.  Meglio… Mi piace.

E’ necessario avere preferenze, buttare per aria quello che ha polvere, ma cosa resta dopo quel mi piace o non mi piace? Non è forse un passare ad un successivo giudizio senza appello in una logica di consumo dove, alla fine, non resta nulla di solido, di durevole?

La mia impressione è che dalla società liquida si stia passando alla società gassosa, che il riconoscimento di valore comune si dilegui mentre subentra la logica del movimento, del consumo, del passare sempre al nuovo, all’odierno. Chi leggerà i classici, chi farà fatica su uno scrittore ostico, su un filosofo, chi si occuperà di musica passata oltre la curiosità? Andraas Schiff ha sintetizzato bene il concetto dicendo che non ci si preoccupa se le discoteche non hanno anziani, ma ci si preoccupa se non ci sono giovani all’opera o ai concerti. Doveva aggiungere che amare la musica classica o leggere Dante sembra più uno sfizio da spostati e che il non saper ascoltare o leggere modificherà la musica e la lettura rendendole sempre più un patrimonio individuale, privo di rigore o senso critico comune. Magari non è un male, però ho l’impressione di vivere in una pioggia permanente di lustrini, coriandoli, immagini che scompaiono, film di cui non si ricorda il nome, note soverchiate da altre note. Insomma un diluvio di mi piace e non mi piace che non fa una cultura comune, che non distingue ciò che è solido da ciò che è transitorio. Una sorta di percorso in cui è bandita la fatica, si soddisfa il desiderio, si passa al successivo.

Confesso che questa sensazione mi confonde, magari non è vera, magari non riesco a leggere bene ciò che sta accadendo, però una domanda si materializza: cosa sta rimanendo di questo secolo, di queste vite, cosa resta del precedente passato, cosa viene trasmesso, e soprattutto come questo influenza il futuro e il vivere ? Perché cultura comune è questo, è memoria condivisa, avere una direzione, un paradigma da demolire e da sostituire con un altro altrettanto solido, ma se manca la conoscenza comune, a chi resterà il compito di cambiare, di mandare innanzi il tutto, tenendo ciò che è bagaglio da portare?

12.12.12

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Con molta allegria mi hanno detto che non vedrò più una sequenza di numeri uguali nelle date che vivrò. Ho fatto un rapido calcolo e ho concluso che è vero, nel prossimo 01.01.01 avrei 153 anni, e anche se ci arrivassi non so se capirei che giorno è. Mi è anche venuto in mente che questa cosa delle date è una bubola che riguarda una parte del mondo, questa, perchè nulla di più illusorio del calendario, che al più misura stagioni e cicli astronomici, ma sui numeri è davvero un’ opinione.

Basti pensare che il nostro calendario (sottolineo nostro, perché ne esistono davvero tanti di attivi per miliardi di persone)  si è “fumato” 10 giorni tra il 5 e il 15 ottobre 1582 e per non farsi mancare nulla, stabilì pure che siccome il 4 era giovedì il 15 fosse venerdì. Tra le tante cose curiose, cosa accadde per i nati inesistenti  nei 10 giorni abrogati, visto che molti preferirono a lungo il calendario giuliano, non è dato sapere, ma in quei tempi si era di manica larga. Quindi il calendario (gli uomini) si trovò a dover cancellare pezzi di se stesso per far coincidere con le stagioni con se stesso, e i numeri (e la pasqua) con le stagioni.

Il calendario non è che un segno sul muro, come ben sanno i carcerati e i coscritti, e come tutti i segni va interpretato: gli si vuole assegnare il compito di rappresentare la nostra attuale voglia di tra/scorrere e vivere oppure, nella nostra insicurezza, abbiamo bisogno di fargli assumere il ruolo di rappresentare punti solidi e incontrovertibili per perimetrare le vite?

In altri tempi la meraviglia trovava un segno in alcuni giorni, soppiantava la monotonia e la pesantezza del reale, era portata fuori dai palazzi e dalle chiese in processione, la si racchiudeva in teche per farne vanto, distinzione e mostrarla ai propri pari. Ma la meraviglia d’oggi si corrompe tra le mani che la stringono, non ha ancora brillato ed è soppiantata dalla meraviglia successiva, che già è spinta da un altra che chiede il suo posto in un incessante succedersi di segni e di eventi. Tanto che per noi è fatica capire dove siamo collocati in questo fiume di simboli, ed è difficile distinguere ciò che ci bagna e ciò che ci lascia asciutti. Così il segno decade a rumore e la meraviglia non assolve al suo compito di aprire alla speranza che l’inconosciuto possa accadere. E noi desideriamo il nuovo senza aver sentito davvero il sapore dell’appena passato.

Anche questa data scivolerà via tra le tante curiosità che si accumulano come le fini del mondo che si attendono e si derubricano in attesa della prossima. Altra storia nell’anno mille.

i migliori anni della nostra vita

La pioggia cade a gocce fredde e rade, il ritorno è sempre meglio del prima dopo una cena ufficiale. Mi piace andare in auto nella notte verso casa, c’è in sottofondo la musica di radio tre, i pensieri si svolgono pieni e liquidi, con una direzione e senza tempo. Le nostre storie sono ricche, ma è passato, ce lo portiamo dietro in ciò che siamo, in come ci siamo costruiti. Per questo le occasioni e le ricorrenze canoniche le sopporto malamente. In quei tavoli ricchi di cristalli, décolleté, abiti scuri, camicie bianche e cravatte serie, non si parla di nulla che scavi un poco. Qualche notizia, osservazioni che già conosciamo, le vacanze prossime e passate, quel minimo di ostentazione derivante dal ruolo.  Bisogna essere brillanti per passare la serata, anche per bilanciare qualche piccola perla che ci vien buttata qua e là a ricordare lo status. Sembra ci sia la necessità di fare il punto su chi si è, in queste occasioni, di complimentarsi con se stessi per dove si è giunti. Un vecchio vizio della borghesia sapere chi è, dopo che non adorna più di ritratti le proprie case. Un modo per chiudere i cerchi di chi conta: poco, molto, davvero.

Conta molto la cortesia. Come sempre, ma qui non si mostra nulla che ci riguardi davvero, perché non è richiesto e sarebbe comunque fuori posto. E’ così, ogni volta mi chiedo perché ci vado, anche se ora le occasioni sono per fortuna ben ridotte, la risposta è: lavoro. Inizia, finisce, si torna.

Si torna nella notte, dopo le molte, troppe luci. Lo spettacolo musicale ha evocato, canzoni erano dell’età di chi festeggiava, ben cantate, le solite sempre belle, e si vedeva negli occhi che riportavano ad altro. Le donne mormoravano le parole, qualche piccola frase le interrompeva, poi riprendevano. Il pensiero scivola, in questi casi, ad un allora, ad un’ occasione, un ricordo, una persona, un momento d’altri anni. Emerge il baco che i migliori anni della vita siano già passati, che ora è il tempo dell’attesa, dello lasciar scorrere. Forse per questo i racconti di ciò che accade ora, sono punteggiati di eccezionale, di memorabile, come se ci dovesse essere qualcosa a cui aggrapparsi perché gli anni pieni di vita sono già trascorsi. Rassegnazione e realtà. In queste occasioni si misurano le abbronzature, il grigio e la quantità dei capelli, la linea che tiene o si corrompe. C’è un allora in cui questo non accadeva, oppure era diverso, era una competizione allegra e tragica, c’era possibilità di mutare anche se ti sentivi un cesso, bastava uno sguardo per rimettere in ordine l’autostima. Adesso invece emerge l’assoluto, ciò che l’occhio non può negare. Rispetto a cosa? Rispetto a qualcosa che non c’è più, che forse non c’è mai stato?

Di notte i pensieri sono morbidi, non hanno concitazione, mi piacerebbe fissarli, ma so che in altro modo torneranno. Non questi, con queste parole, ma torneranno. Non sono forse il prodotto di ciò che sono stato, di come mi sono, con pazienza e rabbia, costruito? Per questo non ci credo che i migliori anni della nostra vita siano alle spalle, che galleggino, già vissuti e relitti,  in attesa di chissà quale terra. Sono in un’età in cui i rimpianti potrebbero uccidere e i ricordi avvelenare i pozzi da cui bevo. Per questo è necessario muoversi in avanti, sentire il buono che verrà, ciò che non si conosce, ciò che si vivrà. No, i migliori anni della vita attendono pazienti di essere vissuti ed essere messi assieme agli altri. Non c’è mai stata un’età dell’oro che non fosse davanti a noi, che non si potesse fare, costruire. Questa è la direzione giusta in cui la vita mette assieme il momento, ciò che piace e ciò che si rifiuta, mette assieme l’incontro inatteso, la meraviglia non vista, con quello che si vive, con quello che non vorremmo, che pesa. I migliori anni sono qui davanti, hanno solo bisogno d’essere riconosciuti. Con l’esperienza accumulata, con gli errori fatti. E dovrei avere la consapevolezza che serve a riconoscerli, a viverli, soprattutto. Così penso e arrivo alle luci della città che sparano la notte verso l’alto, non ci sono molti in giro a quest’ora, chissà chi deve rassicurare tutta questa luce.

Il caldo, ciò che conosco mi attende, nell’allegria dei naufraghi anche ciò che non conosco fa parte di me, chiede di diventare il mio tempo, il mio tempo circolare, il tempo delle stagioni che si rinnova e rinnoverà. Il tempo che promette sempre una buona annata, un’altra che poi andrà nel ricordo assieme alle precedenti.

http://http://www.youtube.com/watch?v=qy0QABfXJoY

le grandi specializzazioni: il Kipferl alle mandorle

Uno dice, parlando al bar: devi specializzarti, trovare una tua strada, solo così puoi vivere in un mondo dove conta la differenza. Così ho pensato a lungo, valutato le mie capacità con onestà e intransigenza, e mi sono specializzato nella degustazione della sfoglia alle mandorle, il kipferl come lo chiamano nel lessico dolce. Allo scopo ho esplorato, e continuo sistematicamente a farlo, tutte le pasticcerie con servizio bar. Anche quelle senza servizio bar esploro, ma qui le brioches sono rade ed appena tollerate, spesso striminzite, messe di malagrazia, inverecondamente esposte sul ripiano all’aria, ancelle dell’impero della pasta, del dolce, delle mignon.

Con studio e sistematica applicazione, ora sono in grado di indicare la graduatoria delle pasticcerie eccellenti, indicare le primazie, interpretare e seguire l’umore dei pasticceri, la variazione atmosferica, l’andamento delle materie prime sui mercati. Tutte cose non frequenti nella pratica di settore, spesso consegnata all’improvvisazione e alla frettolosa, distratta rincorsa dell’attimo fuggente. 

L’umore si sente dalla delicatezza degli strati di sfoglia, dalla tostatura del ricoperto di mandorle (basta un attimo per perdere la sintesi tra il croccante del tostato e il molle proporsi del crudo della mandorla scaldata), dalla pennellata del caramello sulla superficie che indurisce in un velo uniforme oppure, distratta, si raddensa in piccoli grumi incongrui. L’analisi dell’umore del pasticcere, penetra nel profondo, si legge nella ricchezza del ripieno di pasta di mandorle, oppure si ravvisa nella sua ristrettezza, quasi piccola dimenticata scia di presenza, più per dovere e rispetto alla ricetta che per sontuosa elargizione di bontà d’animo, buonumore e dolcezza. Si legge nel contrasto tra la croccantezza della superficie, il sovrapporsi della sfoglia appena addensata, il trionfo della vena di dolcezza morbida del ripieno, che testimonia l’equilibrio interiore di chi compie l’opera, il suo umore/amore per la vita altrui, la sua disponibilità al mondo.

Ma la vera perizia sta nel mettere assieme l’esteriore e l’interiore, l’umore e il mondo, sintesi alchemica della natura e dello spirito. Se fuori la pressione è bassa, se c’è pioggia, o peggio nebbia, le paste lievitano con difficoltà (anche i lieviti impigriscono e dormono al calduccio nei giorni impervi), se gli sbalzi di temperatura alitano sui vassoi, il kipferl s’ammoscia. Amante deluso si ritira in una malinconia che ammataffa sul palato, ovvero s’appiccica, s’impalla, rifiuta il rapporto con il gusto, risentito vorrebbe star per suo conto e non ingollarsi in stomaci voraci di quantità senza discernimento e amore. E’ la cosa peggiore, evito infatti le giornate a rischio se non per dovere, oppure scelgo la mia pasticceria preferita dove, in una teca a temperatura controllata, il kipferl guarda il mondo in una eterna primavera. Ma anche in questa situazione d’ amorevole cura, il tempo, la distratta affezione, l’abitudine, possono insinuarsi e toccare la fragile natura del kipferl, che pur senza ritrarsi, si mostra incline alla malinconia, pervaso da un un senso della caducità che lo porta a farsi fretta, lui, che per sua natura amerebbe il rapporto senza tempo, la dolcezza delle labbra, lo sbocconcellare attento e lieto, il raccogliere goloso delle briciole, che nella sua esuberanza dissemina, come prova della sazietà che non si sazia. Il non lasciare nulla perché tutto soddisfa, ma ancora chiede, a lui, proprio lui, che permette che il rapporto frettoloso mantenga l’intesa, che si rimandi ad altro più tenero ed intimo momento una  rinnovata intensa storia. Perché l’abilità dell’amante goloso e mai sazio, in questo si vede, ovvero nel mettere un ulteriore, un dopo che apre e non chiude, un promettere che sarà un mantenere ed ancora un aprire a nuove possibilità e dolcezze.

Ma se il tempo atmosferico irrompe nel giorno, come in ogni rapporto l’economia irrompe tra le cose. L’andamento dei mercati, il prezzo delle materie prime, si riflette nel prodotto e sente nella generosità, certo anch’essa ben governata dal pasticcere che può elargire, anche nei momenti difficili, ma la crisi a volte s’insinua, attacca il numero di mandorle presenti in superficie, il loro spessore, ché l’eccellenza le vuole sfogliate, ma consistenti per non arricciarsi in pose sguaiate (van bene a mezzo), deprime il ripieno, la stessa sfoglia risente della minor presenza di burro e ripiega su consistenze troppo secche per essere equilibrata. Che fare allora, se non sperare che il momento di crisi passi, che le mandorle arrivino copiose, che casomai si rarefaccia l’offerta, ma che piuttosto di deprimere il mercato almeno alcuni fortunati possano avere l’eccellenza.

Fin qui la mia specializzazione per sommi capi e ora queste brevi note introduttive vorrei tradurle nel curriculum in formato europeo che manderò ai miei futuri, possibili, datori di lavoro. Vorrei che fosse colta l’apertura al mondo, l’interesse che, pur nella specializzazione specifica, sono in grado di esprimere, la mia capacità di adattarmi a prove anche difficili (quante degustazioni si sono trasformate in pena…), la disponibilità a viaggiare perché degusto e confronto ovunque, l’uso creativo delle lingue, sia nel cercare nuovi, più consoni, significati al prodotto (cosa necessaria quantomai in un mondo in cui il marketing è parte integrante del processo produttivo), come pure nel mettere la lingua stessa a servizio dell’apprendere, del gustare, del valutare, insomma l’uso del corpo a servizio dell’azienda. Vorrei anche emergesse il processo progressivo, la disciplina, che ha portato a sviluppare competenza. Non solo studio e titoli accademici, ma applicazione sul campo, pratica dispendiosa, che non ha evitato gli errori, che ha sopportato notevoli fatiche ed impegni nel definire il campo d’azione, il range in cui effettivamente potersi esercitare secondo l’inclinazione, il talento, ma senza dar nulla per scontato. Quindi la capacità di rischio, di riflessione, il feedback sono qualità che già hanno avuto modo di esprimersi ed applicarsi. Prima di passare ad altra specializzazione e per non accumulare titoli e capacità senza mercato, adesso vorrei una offerta adeguata per uscire da questa condizione di precarietà in cui il talento si deprime. Non voglio essere eccessivamente choosy, ma per cortesia non mandatemi ad assaggiare brioche confezionate al supermercato.

tutti son buoni

Tutti son buoni a parlare della poesia della nebbia oppure  a parlar male di politica.

Tutti son buoni pure a capire gli amori che finiscono, se non sono i loro.

Tutti son buoni a indicare una soluzione spiacevole, se non li riguarda.

Vi lascio procedere da soli sulla capacità di starne fuori e di dare una mano alla comprensione, ma qualche volta il guardare e il vivere si saldano, diventano partecipazione, perché accade di rado?

Perché rinunciare ad essere poeti, se serve, incazzati e fattivi, se le cose non van bene (e pure quando van bene), educati ai sentimenti (questo è difficile davvero) quel tanto che dia senso alla sofferenza propria, se capita e la renda apprendimento per capire, per uscirne e non per annegare nel dolore senza sbocchi.

Non credo sia solo nostra responsabilità se ciò non accade. Possibile che il mondo proceda a sussulti e che solo talvolta, tutti escono convinti nella piazza, la speranza comune viene riaccesa, si capisce di essere in tanti simili e sopratutto, la sensazione di solitudine, scompare? Possibile che la normalità sia questa lunga sonnolenza sofferente, dove la sensazione d’essere soli predomina e la dimensione personale diviene l’angusta prigione del futuro?

Certo anche quando sembra che tutto debba cambiare, le storie personali restano, i destini si svolgono con le solite gioie e sofferenze, però è diverso. L’epicità di ciò che sta attorno invade il personale, vi faccio un esempio, ricordate la storia di Lara e del dottor Zivago? fuori dalla rivoluzione sarebbe stata non meno sofferta, ma più banale, meno importante per le stesse vite, in quel contesto, invece, spinte innanzi nella storia collettiva oltreché personale.

Quindi vivere in un contesto grande, usare la comprensione di quanto ci sta attorno e partecipare porta a vivere diversamente le vite. Non importa come, ma il sentirsi parte di qualcosa di più grande ci rende poeti per le nostre storie, induce il bello ad entrare. E il bello, con la sua luce, aiuta a trovare la dimensione di ciò che accade. Di ciò che ci accade.

Un detto cinese, nato in una società immota, augurava ai nemici di vivere in tempi interessanti, di subirne la durezza del cambiamento. Oggi, rovesciando l’augurio, ci si può augurare di vivere, partecipando, ai tempi interessanti, di esserne parte attiva, di mutare con essi in positivo.

Anna è andata via

Anna è andata via. Ha scritto: buone vacanze, ci vediamo al ritorno. Era una bugia, non è tornata e lo sapeva.

Anna non si sa dov’è, ovvero si sa, è il segreto di Pulcinella, ma le città grandi sono così confuse che è come non saperlo. La immagino in qualche posto pieno di voci e di persone, magari dimentica e non pentita.

Nel bar chiuso han fatto gl’ inventari: poca cosa, è bastata mezza giornata per bottiglie e mobili, ora addossati in gruppetti polverosi. C’è qualcosa di più triste del rimasuglio di bottiglia in un bar chiuso? Da Anna sì, ed è la libreria divisorio, piena di libri da scambiare gratuitamente. Credo, non l’abbiano neppure considerata. Sono merce a perdere il libri, come le idee che ci siamo scambiati la sera, tra uno spritz ed un crostino, come la musica delle serate affollate tra versi recitati e qualcuno che suonava jazz o Bach, indifferentemente, come i discorsi di mattina facendo freddare il macchiatone, come gli appuntamenti muti e gli arrivederci.

Inseguiva un sogno, Anna, quello di un posto dove ci fossero amici che si ritrovavano a bere, chiaccherare e sperimentare un tempo diverso.

Ha lasciato creditori insoddisfatti e fornitori desolati, Anna. Il suo sogno aveva un costo che noi, amici, non potevamo condividere oltre il limite del bere e del consumare. Aveva un sogno Anna, e ciascuno a suo modo, l’ha sognato con lei. Pensavamo di chiamarlo Jung bar, perché esplorava meandri rosso fuoco e distese di profondo blu. E’ rimasto uno psico bar chiuso che di notte fa tristezza.

Anche di giorno fa tristezza.

Ma aveva un sogno Anna, chi più chi meno l’abbiamo condiviso, per questo spero lei sogni ancora.

entusiasmi professionali

La giovane psicologa mi conduce nei laboratori dell’interrato della facoltà. Mi spiega che sta facendo il dottorato, ma che vorrebbe fare la terapeuta. La guardo con attenzione come potessi misurarne la capacità d’introspezione. Faccio qualche domanda sulla scuola analitica che l’ attrae, sulle preferenze. Le chiedo se davvero pensa che si possa guarire da se stessi, oppure se questi lunghi percorsi di scavo non siano altro che un tirar fuori continuo  di materiale e che fare il minatore sia, alla fine, lo scopo. Consapevolezza, introspezione, analisi, tutto gestito con una mano che accompagna, ma davvero servirà per camminare da soli, per essere felici, oppure s’impara un “mestiere”?

Mi spiega i limiti, i ruoli, s’infervora, poi s’interrompe, non sono un suo paziente, sono qui per fare la cavia, non domande.  Già, faccio la cavia: ho visto un foglio appiccicato ad una bacheca in strada e ho telefonato. Come volontario mi sottoporrò ad alcune batterie di test. Devo dire che la cosa mi diverte, di analisti e psicologi di varie scuole ne ho conosciuti in vita mia, e m’ ha sempre impressionato che nel colloquio terapeutico si trasformavano, non erano più uomini, ma contenitori pensanti ed era bello duellare d’intelligenza con loro. Ma non è questo il caso, qui niente confronti umani. Mi viene spiegato il fine dei test, firmo qualche liberatoria, inizio. La cosa è rapida, pensavo peggio, ma l’impressione è che i test non siano congrui all’obbiettivo enunciato. Osservo alla giovane psicologa che i test sono incompleti, che trascurano cose importanti, che dalla pratica clinica chi li ha fatti dovrebbe sapere che …

Non sono fatti miei, finisco e taccio.

La giovane psicologa, ribadisce che vuole fare la terapeuta, che la parte di ricerca è un complemento che le è stato imposto, qui, sottoterra, tra cemento e bocche di lupo che guardano tubi e grate. Osservo che qui dovrebbe nascere il rapporto armonico tra l’uomo che apprende, capisce, studia la testa e le motivazioni delle opere dei suoi simili. Invece questo posto è alienante, castigante, inadatto, pur essendo stato partorito dall’ufficio di progettazione dell’università, ovvero da chi doveva ben sapere cosa serviva per insegnare, imparare e trovare il nuovo. L’impressione che ho, è che ci sia un che di punitivo nello studiare, che qualcuno voglia fargliela pagare agli studenti. Anche i docenti non scherzano, non manca la spocchia, il pregiudizio d’ignoranza ed incapacità, e si respirano in battute tagliente, risate velenose, nella scortesia del superiore. Un sistema malato dove si pratica la vendetta della condizione precaria, spesso insoddisfacente.

Le chiedo se vuol fare carriera universitaria oltre che la terapeuta. Mi guarda giustamente come un deficiente: all’università? impossibile, dovrei attendere una vita, fuori avviene tutto più in fretta. E’ compatibile fuori …

Già, è compatibile.

l’educazione al tempo del 4G

Cambia l’educazione o il confine della maleducazione? Si è in riunione o si sta parlando con altri, arriva il suono di un messaggio, una telefonata, comunque l’istinto è quello di andare a vedere. Altrimenti bisogna spegnere. Qualunque sia la risposta allo stimolo, l’attenzione è influenzata dalla presenza del cellulare, anche quando è spento, e quindi dalla connessione costante con gli altri che diventano presenti, partecipi. La qualità della comunicazione cambia, tenderei a dire che diventa più superficiale, però non è possibile fare un vero confronto tra un prima e un dopo, perché il prima era totalmente differente, con regole di privacy e di educazione diverse.  Non pochi diranno, per me non è cambiato nulla, l’educazione, il rispetto, è lo stesso. Non credo sia così, certo il rispetto per gli altri è un pilastro delle relazioni, ma credo che anche questo sia meno rigido, che ormai abbiamo una compresenza di un terzo, esigente, incomodo, che rappresenta tutti quelli che ci possono raggiungere e che vogliono dirci qualcosa. E tutti questi, se troveranno una comunicazione chiusa trarranno delle conseguenze, faranno delle considerazioni, non di rado significative, se la cosa si reitera. Altrimenti bisogna che la cosa sia conclamata, non si risponda mai, oppure che si sia talmente importanti da avere comunque un filtro. Ma anche in questi casi, per i potenti, c’è un numero particolare, un canale riservato, che delimita una cerchia, non la possibilità di essere raggiunti.

L’educazione al comunicare è in evoluzione, il limes del pudore, dei fatti propri, si è abbassato, anche se gli eccessi del farsi notare non sono più così frequenti e plateali, come quelli di un tempo, nei limiti della bassa voce la comunicazione è tollerata anche nello scompartimento ferroviario e comunque abitudini nuove emergono. Il tema si è spostato su quanto dire in presenza d’altri, quando rispondere, quando spegnere, e se sì, farlo sempre e comunque, oppure stabilire graduatorie d’importanza: adesso si può lasciare acceso, no, qui bisogna spegnere. Comunque sia, così gli uomini non sono tutti eguali, e già questo farebbe pensare, ma soprattutto, la testa comunque viaggia con un flag sempre aperto verso qualcosa che non trillerà, vibrerà, od altro, però c’è ed è attivo.

Attivo anche quando è spento, tra segreterie, tracce di telefonate e quant’altro, la tecnologia ha fissato nuovi confini dell’educazione: devo richiamare, il messaggio esige una replica, ecc. ecc.

Se poi è attiva una situazione sentimentale “complicata”, come genialmente la definisce fb, allora le cose si complicano ancor più. Più cellulari, codici particolari di risposta, luoghi e comportamenti strani per comunicare, ecc. ecc. Anche in questo caso la facilità di raggiungere l’altra persona ha fatto fare un balzo alle regole ed alle possibilità, nel tempo forse ha solo abbassato il tono della voce nelle risposte.

Certo è che mai come ora angoli negletti degli edifici, delle città, trovano insperati frequentatori ed estimatori. Angoli di giardino abbandonati, bagni, sgabuzzini, sale deserte, corridoi, tutto portato a nuova vita e frequentazione. Ieri nel giardino davanti all’ufficio, c’erano tre persone che s’aggiravano, vicine senza vedersi, impegnate in tre conversazioni diverse. D’altronde in uffici sempre più densi di persone, senza privacy, la reazione, per chi può, è quella di farsi una micro passeggiata. Via dall’impicciona folla, eh sì perché in questo dire, spiattellare affari propri, è vero che si è abbassata la soglia della decenza e dell’intimità, ma è altrettanto vero che tutto quello che viene sentito viene riutilizzato ed amplificato in una catena infinita di rimandi.  I fatti propri ormai sono i fatti di molti e se il telefono è la tua voce, come diceva uno slogan particolarmente indovinato che faceva coincidere medium e messaggio, questa voce ormai è vox populi.

Direte che per voi non è così, che il cellulare lo sapete usare, che l’educazione non è mutata, per voi almeno. Me lo auguro, lo vorrei, ma è mutato il mondo e fatalmente muteranno gli uomini, divenuti corollario del cellulare, ovvero la comunicazione sempre e dovunque, ha già cambiato le modalità di esserci. Nel lavoro non di rado, viene chiesta una presenza totale, 24 ore su 24 (non mi piace l’acronimo h24, sembra un aereo e poi evoca eroismi lavorativi fuorvianti), ma soprattutto nella vita viene chiesta una presenza/disponibilità senza soluzione di continuità, tanto che una mancata risposta solleva l’ansia, induce ragionamenti che appiccicano le vite, come se il cellulare avesse la capacità di far procedere tutto in parallelo, tutto nel conosciuto condiviso.

L’educazione e la necessità sono sempre andate pari passo, il Galateo di Baldassar Castiglione e tutti quelli che l’hanno seguito altro non è che la formalizzazione dell’esistente, la definizione di un ambito, un riconoscersi tra pari, dove il gesto è comunicazione. Un ambitus, per l’appunto, dove il comportamento non conforme può essere sanzionato con la riprovazione oppure tollerato come snob, deviante, ma magari preannunciante di nuovi comportamenti comuni e nuovi. Un codice di classe, di ambito condivisi e differenzianti, al barbone non si chiede di rispettare le regole degli altri, dalla pulizia alla comunicazione, dalla relazione al posto sociale. Meglio essere consapevoli che l’educazione sta mutando e ben oltre alle varie netiquette virtuali, che la cosa diventa un fatto personale, una scelta. Il cellulare tiene costantemente aperte più attenzioni, se e come dare rilevanza a queste attenzioni, ci connota, ci rende diversi. Ma quanti vogliono coscientemente essere diversi, quanti vogliono stabile la differenza?

Il paradosso è che siamo in un mondo di uniformati (di eguali non coscienti e privi di veri diritti) che rivendicano la propria diversità, salvo poi buttarsi nella tranquilla protezione del comportamento comune.

un uomo dappoco

La dualità comunicativa che tutti abbiamo: vivere nella società, parteciparvi (chi più chi meno), e il tornare a sé, alle piccole grandi cose che fanno le vite, sono bene evidenti. Nell’esaminare ciò che si è fatto e non si rifarebbe, subentra un senso di socialità (può essere buona o cattiva la socialità), che può dire rivolto ad altri: non fare, ti brucerai. Oppure un piegare di labbra che testimonia il cinismo (se questo ha preso il sopravvento): devi provare, scottarti, poi anche tu, come me, finirai nella tristezza di ciò che non è stato.

I grandi (?) si dolgono di quello che hanno fatto ben più di quello che non hanno fatto. Ovvero di ciò che è stato e non di ciò che sarebbe potuto essere. Allora, capendolo, il mondo dell’impossibilità a fare adeguatamente si chiude (oppure si apre all’introspezione?) negli orizzonti delle piccole vite. Non ci sarà il sangue che circola veloce, che palpita nella sensazione che si è nel cambiamento e ribolle con esso, non più il vociare interiore ed esteriore che coincidono come fosse una corsa che arrossa le guance e fa luccicare gli occhi di futuro, non più il respiro lento e possente del mondo che muta e risuona nelle orecchie, ansito di bestia, che domata si offre. Non più e allora? Van bene le distratte notizie di giornale, artefatti anziché antefatti, cose che hanno l’agrodolce della mistificazione consapevole, come il piacere che nel farsi finisce, se non ha un suo destino. In questa vigilia di cambiamento del mondo, al più devo decidere cosa mettermi per apparire e non stracciarmi nel coinvolgimento, nella rivoluzione dell’essere dentro al mutare, nella battaglia, che vinta o persa che sia, è vitale. Sarà che le cose sono, e sembrano, piccole, un comico prenderà il posto di un barzellettiere, un giovane buon conoscitore delle strade del potere vuol prendere il posto di un maturo buon mediatore, un indistinto sovrapporsi di nomi che contano (e che contano mai?), configura il ventre grasso e molle del perbenismo che lascia a ciascuno fare ciò che vuole, basta non si veda. Il centro il peggior chakra ci sia. Cosa c’è di emozionante in tutto questo, se non che quest’arena è pur sempre il luogo in cui decidere se essere spettatori o gladiatori.

Un modo alto di alzare la schiena e il braccio ed armarli della forza di mutare è quello di avere un’idea grande di tutti e di sé, invece se è il sé che prevale, per quanto grande sia, al più stimola il sorriso, o il dileggio, nei tutti. E’ questo il senso micidiale del relativo che ci ha colpiti? E’ da qui che tutto sembra diventato eguale e quando qualcuno, anch’io, si ostina a dire che non è vero, che la diversità, il meglio, esiste, emergono quelle indistinte litanie di fatti, fatterelli, non importa se veri o verosimili, incontrovertibili per stanchezza di ribattere, e che puntano ad un’unica conclusione: sono tutti uguali. Non siamo tutti uguali. Se siamo tutti uguali, come distinguere lo scarico dal robinetto, l’acqua dal refluo. 

Sarà così, per stanchezza o ignavia o superficialità, che nascono le abitudini che invadono e chiudono le nostre vite nella ripetitività, nel pascolo dei pubblicitari e degli esperti di marketing, sarà così che il vicino che soffre diventa un dato statistico e nella testa nostra soffre meno, che chi può, sbarra la porta di casa, che conta quello che ha, ed aspetta. Ho un pensiero che apparentemente sembra incongruo, ovvero che senza rivoluzioni e socialità l’economia langue, si avvita nella povertà del ripetitivo, che se la difficoltà, la sofferenza si chiude nel privato e non diventa palingenesi partecipata, il cercare i piccoli equilibri dello stare meno peggio, condanna ad esistenze senza costrutto. Vuote di respiro.

Non osare subito, quello verrà in un dopo molto prossimo, ma iniziare respirando. Respirare l’aria che non è solo nostra, che ha dentro un po’ dello scambio cuore polmoni di chi abita la casa, il quartiere, la città, il mondo.

un uomo dappoco non vive in casa,

non gli basta il lavoro per sognare,

per questo siede sulla panchina,

studia i piccioni ed ama gli uomini,

i passi rumorosi nel ghiaino,

un volare silente d’aquiloni.

Lì, nell’aria, sono i fiori che non ha piantato,

i libri che non ha scritto,

e un canticchiare di melodie 

di lingue sconosciute,

nella luce che cala,  

un brivido di freddo lo percorre,

è la stagione, dirà,

la stessa di me e di te.