contro l’utile

Mi piacciono quelli che dilapidano i talenti ricevuti, gli intelligenti inutili, i flaneur, i perditempo di talento.

Mi piace chi esercita ciò che ha senza vederne il valore, solo per il gusto d’essere.

Mi piace l’intelligenza che si applica nelle piccole cose, che acquisisce abilità, che fa compagnia a sé ed ha bisogno degli altri.

Mi piacciono quelli che non si vantano mai, e sono i primi a meravigliarsi se un loro ragionamento fila davvero, che sono contenti di una scoperta, che hanno marinato la scuola e continuano a marinarla nella vita. Mi piacciono quelli che durante le lezioni ascoltavano con un orecchio, quelli che erano curiosi e facevano altro che non serviva per l’esame, quelli che se hanno un dubbio controllano e gli pare di star meglio.

Mi piacciono quelli che coltivano il dubbio come fosse valeriana, che lo tagliano e lo mangiano e poi passano ad altro con il sorriso sulle labbra.

Mi piacciono quelli che stanno zitti e scuotono la testa, quando gli dicono: ho ragione io, e quelli che controbattono, e si appassionano solo per il gusto di far emergere la ragione, non di averla.

Mi piacciono quelli che sanno di avere tempo, che sono generosi e non tengono per sé ciò che hanno in testa. 

Mi piace chi ha una passione inutile per chi si chiede quanto vale, mi piace il luccicare degli occhi quando viene raccontata, mi piace il sorriso di chi la tiene per sé, perché i segreti si condividono in silenzio.

Mi piace quello che risolve un problema e non se vanta, quello che cerca corrispondenze tra ciò che sente e ciò che ha attorno, mi piace chi si mette al servizio e poi, quando ha finito, se va.

Mi piace chi confina in un lavoro ciò che deve fare, chi pretende la giusta retribuzione e il giusto ruolo, ma pensa che avere un ruolo sia una fatica ed un servizio per chi dovrà guidare. Mi piace chi non capirà mai bene la forza del potere, ma ne avrà sempre un po’ paura, perché si sente inadeguato.

Mi piace tutto quello che non è costrizione, che segue un indole, che fa crescere un talento, ciò che rallegra e si ripete mai eguale. 

In fondo prima dei vestiti e dell’apparenza c’era l’uomo, no?

è ora di mettere lane e colori per l’anima

Il pensiero del freddo, prende lento il campo. A pennellate larghe d’azzurro, oggi nel cielo terso con il sole.  Stanotte era una luna nitida, dai contorni stagliati tra stelle. Morbida luce bianca di bellezza algida ed indifferente. Poi il giorno ed il sole, caldo e senza promesse: scalda a termine, fino al ciglio della notte.

Lascio definitivamente il pensiero dell’estate, in fondo è stato un regalo cullato nella consapevolezza della ciclicità del tempo. Lo so che il tempo lineare ferisce, mentre quello circolare è solido, lenitivo, con speranze certe e concrete. Ci racconta che si ritroverà la bellezza se la cogliamo ogni giorno in quello che ci viene offerto. Anche in ciò che non si ama. M’affeziono al tempo circolare che fa irrompere la natura in noi, che promette ciò che manterrà, che tornerà il caldo, il nuovo che ha piedi sull’antico solido che si ripete, ma non è mai eguale.

Ora è il tempo dei colori dell’aria, delle pennellate dense che trascolorano nel blù, ma non disdegnano il grigio. Ier sera un rosa giallo colorava nubi grigie, poi le nuvole se ne sono andate ed il nero della notte è sembrato annullare ciò che stava attorno. Sembrava il predominio dell’artificiale, degli stop rossi delle auto, delle luci gialle al sodio per pozze di luce nei marciapiedi, delle lampade inutili in strade deserte, ma è bastato attendere la calma della cena e poi della notte piena perché la luna rifulgesse e rendesse tutto meno importante.

La bellezza ha una sua ragione interiore, non ha bisogno d’essere riconosciuta, si offre e trova in sé la sua spiegazione. Questa è l’indifferenza della bellezza della natura, forse la stessa che nel nostro profondo non vogliamo indagare, paurosi che un suo riconoscimento ci renda soli, autosufficienti, mentre vogliamo il calore dell’essere riconosciuti, amati per quello che vediamo di noi e per quello che intuiamo, ma vediamo solo attraverso gli occhi degli altri. Debolezza? Non credo, probabilmente, direbbero gli analisti, quel legame tagliato alla nascita ci impedisce di vedere, più che di sentire. Com’era nell’utero materno? Si udiva e sentiva attraverso in un calore animato. E’ qui che il freddo ha acquisito una sua realtà negativa di vita che sfugge, da allora lo associamo alla solitudine, all’assenza di contatto, e quindi al bisogno d’amore insoddisfatto.

Torna il freddo, lo sapevo e non lo volevo, con esso le luci al neon dei bar di periferia virano verso lo sfacciato, cerco luoghi gialli di calore, luoghi da cui vedere passanti radi e frettolosi scorrere verso case. C’è già un indeciso preannuncio di festa, dobbiamo collocare scadenze allegre in tempi che consentano di valicare il colle del freddo, ma lo sappiamo che le feste imploderanno nelle nostre teste d’adulti lasciando il vuoto, un tempo era la meraviglia e l’attesa a riempire quel vuoto. Basta saperlo e sapere la ciclicità del tempo della bellezza, non attaccarsi al nostro povero tempo lineare. Quanti anni ho? Sto invecchiando, sono già vecchio, ho bisogno di parole dense per commiserarmi della fatica di vivere? Tempo buttato nella ricerca di un retrocedere del tempo lineare, solo il tempo circolare contiene la bellezza e la sua sussistenza in sé, nel suo ripetersi mai eguale c’è l’indifferenza rispetto alle povere cose del momento, la certezza che la bellezza esiste e si mostra ai nostri occhi. Sentire e vedere, ecco il nascere.  

Di tutto questo, confondermi, avere sottili refoli di sensazione, tenerli stretti, farne sostanza e sguardo che fa scorrere la sabbia tra le dita e intanto guarda oltre, attendendo.

E’ ora di mettere lane per il corpo e colori per l’anima.

invisibile

Collegato al vedere senza essere visti, il gioco dell’invisibilità lo portiamo con noi. Da bambini guardare tra le dita semi aperte ci mette in una capsula di protezione, un luogo dove noi spiamo senz’essere veduti. Invisibilità bambine, come il gioco dell’apparire e scomparire, il cucù-ciàa che tanto fa ridere i piccoli. Questo gioco prosegue anche da adulti, tra uno scomparire e riapparire fatto di fughe, supposizioni fasulle, impressioni.

Ma c’è uno scomparire  che non si tollera, che mortifica, ovvero quello in cui ci pare d’essere diventati trasparenti. Chi vorremmo ci vedesse, ci ascoltasse, si accorgesse di noi in realtà guarda attraverso, attorno, sopra o sotto, comunque non noi. La sensazione è quella del non esserci più e la considerazione che abbiamo di noi se ne va. Semplicemente sparisce, tanto che non si strepita o si batte i piedi per far capire che ci siamo. Piano piano le parole si spengono sulle labbra, l’atteggiamento diventa remissivo e si vorrebbe davvero sparire, o meglio non esserci stati.

Passa, ci si dimentica e si riprova ad esserci, ma ogni volta si sbiadisce un poco e ci si chiude un po’ di più. Così quando mi fanno sparire, faccio sparire. Lo so che non va bene, che è infantile, ma mi serve per recuperare consistenza.

Bisogna ricordarsene, foss’altro per le nostre invisibilità patite, che l’attenzione dovuta a chi si rivolge a noi dovrebbe essere quella di vederlo, di scrutarlo per la sua importanza e corporeità. Non è questione di gentilezza o sensibilità, non solo, ma il modo di restare noi e di esserlo di più proprio perché non si fa sparire la prova che noi esistiamo, siamo importanti, amati, cercati: l’altro che abbiamo davanti. 

p.s. alleggeriamo un po’ con una lezione di tecnica sull’interesse

e buon dì di festa 🙂

le vanità oggettive

In quell’attività dell’anima,

ch’è guardarsi nel mio specchio,

vedo segni del tempo,

un lampeggiare d’occhi,

tratti che riconosco,

e allora indugio nei pensieri,

che resistenti, han modellato solchi, tracciato mappe:

segni ch’io seguo e ricordo.

Chi mi vede, scivola su tutto questo,

chissà che cerca,

ma anch’io mostro la vanità d’esser un po’ sopra il ripiegar la schiena,

e tengo per me, e per pochi altri davvero,

il senso di quelle strade che anch’io costante indago.

Di tanti anni, ed errori, m’è riuscito il riconoscermi

(il ricordo è così mutevole e creativo),

mentre a dire ciò ch’è accaduto, solo i segni restano oggettivi ,

forse ciò rende contento, d’improvviso, il sapere

che una mano ancora lasci impronte di calore sulla mia.

Andare, mentre mi guardo,

andare in scelta compagnia,

andare restando qui,

in cerca di me stesso.

il senso delle ferite ricevute

Con la distanza le ferite non fanno più male, ma non si dimentica, l’indifferenza non è possibile. Se qualcosa colpisce chi ha ferito, si generano sentimenti ambivalenti, una triste soddisfazione ed una comprensione, altrettanto triste. E’ la misura dell’imperfezione, ci hanno raccontato storie sulla perfezione, credo che solo accettando ciò si è, sia possibile cambiare. Un’altra storia a doppia faccia che è comodo credere, è che si possa cambiare sempre oppure che ormai non si cambia più. Già l’esigenza di porre il problema, in realtà pone una questione che riguarda non la necessità di cambiare, ma come affrontiamo la cosa, ovvero se si vogliono mettere le mani in ciò che ci fa male, che non ci piace, oppure se ci si rassegni a tenerci, non la parte migliore di noi, ma quella meno faticosa. Credo che questa sia la scelta e che l’una o l’altra opzione non abbia un valore morale, che visto che il dolore è una faccenda personale alla fine ognuno avrà vissuto come voleva vivere.

Nei rapporti tra persone ci si può scambiare, e fare, molto bene, ma anche ferire in profondità. Non di rado entrambe le cose. Se il rapporto è stretto, forzato o meno, una strada si trova, magari molto costretta e fatta di necessità. Se il rapporto è una scelta, allora le conseguenze delle ferite hanno un aspetto che dovrebbe essere valutato guardando dentro e fuori: ricevere una ferita è un bagno di verità, aiuta a vedere l’altro nella sua realtà, quella che abbiamo accuratamente evitato di vedere perché ci faceva comodo fosse come noi lo volevamo. Si pensa fino a prova contraria: sei come io ti voglio. Quindi una ferita aiuta a vedere, ma aiuta anche a distaccarsi, sia fisicamente che mentalmente, perciò ha una sua positività di cui faremmo volentieri a meno. Infatti l’essere feriti è comunque un tradimento di fiducia in sé, anzitutto, e questo provoca un secondo effetto, ovvero ci mette davanti alla scelta: andiamo avanti, teniamo il rapporto anche se non sarà più come prima perché il velo è caduto, oppure rompiamo il rapporto e senza vivere in ciò che non sarà, si procede, ritornando a noi? Credo che in entrambi i casi ci sia un cambiamento, il che significa che si può cambiare sempre, e che accade anche attraverso la gioia e non solo la tristezza, ma quanto profondo sia il cambiamento dipende da noi. L’errore, in chi lo riconosce, è il più potente motore dell’apprendimento.

Non c’è nessuna idea di perfezione in quanto penso, gli errori insegnano molto, ma non a non farne e neppure l’accettazione di sé, se non vogliamo diventi una mortificazione, è un fatto statico, è tutto dinamico e riportato a noi che esaminiamo, comprendiamo, viviamo anche le emozioni negative, magari cercando di non permettere che queste aggiungano male al vivere. Quello che non è utile, penso, è non capire che il dolore può cambiarci, renderci migliori a noi e che per questo è un fatto personale. Tornare sui propri passi, rifugiarsi nei porti tranquilli, pensando che sia sempre tutto come prima, è chiudere gli occhi,  raccontarci una storia che testimonia tutta la nostra debolezza e la non volontà di utilizzare il dolore della ferita per vederci davvero come siamo. E cambiare.

p.s. voglio spiegare la scelta del filmato: Farinelli è un castrato, credo che poche violenze per il piacere altrui abbiano avuto, per secoli, meno riprovazione morale. Quindi ferita doppia, non sanabile e in più giustificata. Persone costrette a soffrire, accettare la sorte e cambiare. Ma lo stesso si potrebbe dire per molto d’altro che conculca l’espressione del sé, la costringe e mortifica. Fino al quotidiano più piccolo, che si vive, nelle nostre piccoli, grandi ferite.

Lascia ch’io pianga

mia cruda sorte,

e che sospiri la libertà.

Il duolo infranga queste ritorte

de’ mei martiri sol per pietà.

prevista pioggia, ma il cielo non lo sa

Fino a poco fa le parole si sono mescolate al pranzo, colleghi, forse, comunque cose di lavoro, ed essendoci le ragazze, anche gli abiti rallegravano l’aria. Chissà chi si è ricordata la nebbiolina di stamattina, oppure il cielo coperto di ieri, il grigio ferro delle nubi che trascolorava a sera in squarci d’azzurro. Ma poi è piovuto e di mattina l’aria era fresca d’autunno e del primo vapore dei riscaldamenti anticipati. Attorno al tavolo si sono incrociati cinque pensieri leggeri, cinque discorsi che non lasciavano traccia. Sono andati meglio cinque paia di sguardi spaiati, con qualche maliziosità rubata. Infine lo spegnersi improvviso dell’allegria: è tardi, non c’è altro tempo per restare. Peccato, il dolce era buono.

Così, come una frotta di passeri, sono usciti, sciamando verso le auto al sole. Nella sala in ombra è sceso il silenzio, e ci siamo guardati, ciascuno cercando ragione per il discorso sospeso, impigliato da qualche parte che non si sbrogliava. Era in attesa di quel suono di fondo fatto di voci di donna, risate maschili, silenzi sorridenti, improvvisamente sparito. 

Poi, superato il silenzio, tutto è ripreso, e mentre i ragionamenti si contrapponevano quietamente – non si è amici per nulla- un raggio di sole ha illuminato la stanza.

La terra continua a girare per suo conto, a dispetto di chi tutto prevede e controlla, forse per quello la luce s’è messa a giocare con i bicchieri vuoti, riempiendoli di colore: prima c’era stato donato il senso di un’allegria inconsapevole e non ce n’eravamo accorti.

p.s. anche stavolta devo spiegare il video: premesso che sono un innamorato di Shostakovich, il secondo walzer è splendido, in questa edizione è quanto di più squinternato e folle posso immaginare in una sala da concerto (la Royal Albert Hall in questo caso) e mi mette allegria

crocchiare tra luce pallida e compresa

Parlerò poco di foglie, forse solo questa volta. In autunno bisogna pur trattenersi, anche perché la consistenza della foglia secca sulle dita non interessa a nessuno e quindi in realtà si parla del colore e del calpestare. Per il primo sarebbe più semplice parlare del pantone, ne avremmo per tutta la vita e anche di più. Quindi trionfi di gialli, rossi, aranciati (che bella questa parola da bere) stagliati contro un verde che brunisce e s’impacca, insomma una gioia transeunte per gli occhi che se la bevono felici, ma oltre al colore che sfuma, muta e vira inevitabilmente al marrone come punto finale ( che sia per questo che il marrone è colore da vecchi ? ), un classico è il rapporto tra piedi e foglia, un misto di udito e tatto dove il tatto è pur sempre mediato da una scarpa, eppure si sente una sensazione positiva oltre la suola. Potrebbe essere una pubblicità di scarpe: il benessere oltre la suola. La parola che definisce questo suono di calpestio spesso è crocchiare, le foglie bagnate sono molto meno interessanti, afone e pure scivolose. Crocchiare evoca qualcosa da mettere sotto i denti, qualcosa che risuona nel cervello e nel carnivoro che ci portiamo dietro da sempre, quello che si mangiava tutto, ossi compresi. Magari in testa si associa  il crocchiare al croccante ed una dolcezza autunnale trova il suo corrispondente di stagione nella natura, tutto un consonare piacevole, acqualinoso che fa dell’autunno una stagione saporosa e odorosa.

Comunque sia le foglie crocchiano perché sono secche, non perché abbiano un’attitudine al crocchiare, loro preferivano trasudare fotosintesi, ma tant’è, si adattano anche ai nostri piedi calpestanti, trituranti, scalcianti. Ecco tre azioni che ci riportano al bambino che abbiamo dentro, quello che sente i piedini solleticati dalle foglie, che ha un oggetto soffice e rumoroso che può essere preso a calci e scatenare energia, è per questo che ride, modifica il mondo, lo frantuma ed al tempo stesso lo sente alla sua portata. Un senso di dominio delle cose che non può che rendere allegri. Ecco, quel bambino che si nutre di suoni e di colori in autunno può ancora espandersi, correre, sentire che il mondo muta eppure è sempre bello. Il senso dell’autunno e delle foglie non è forse questo? Il mondo muta e ci stupisce e ci consente di vivere nel giorno. Il bambino che abbiamo dentro non pensa alla primavera, alla prossima estate, ogni sera, quando va a dormire, ha una sottile paura del buio perché ha paura che la luce non torni ai suoi occhi, per questo ha bisogno di vivere ciò che ha, di consumarlo.

Così adesso mi godo assieme al bambino che m’accompagna, il colore e il suono delle foglie, lascio che entrino dentro, provochino felicità di esistere. Sapete da dove deriva la felicità di esistere, dalla meraviglia, dall’inatteso, le foglie che mutano sono inattese, il bambino ci trasmette il sorriso e l’autunno comincia a promettere nuove meraviglie.

la poesia diffusa

A volte una frase, una parola, risplende: è il tassello che s’incastra nel nostro puzzle di pensieri. Sono parole semplici, apparentemente prive di forza, il rosa di questa luce, e si sente che quel rosa è l’astrazione del rosa e la realtà del colore che coincidono, che la parola è sapida di significato. La sensazione è che questo accada quando c’è una sospensione del tempo,  che genera un equilibrio che ha una dinamica interna e non ha bisogno di moto.

Coincidere con noi e dare un nome alle cose fermandosi ad assaporarne il sapore, come fosse un’onomatopea che non ha bisogno di rifare un verso. A volte le parole proseguono, acquistano ritmo, suonano di vibrazione esterna e diventano definitive. In quei momenti le parole scandiscono blocchi di emozione, di significato, sono importanti per noi. Ci pare diventino importanti anche per gli altri e il bisogno di dirle è urgente a qualcuno che può capire. C’è un entusiasmo della parola, ma non so cosa sia davvero la poesia diffusa. Non quella dei poeti veri, quelli in cui si trovano i pezzi di noi, del nostro mondo, che ci fanno sentire disvelati e  nudi e parte di un tutto improvvisamente chiaro. Parlo della poesia diffusa, quella che ci permette di leggere una realtà come libro comune a tutti, quella che ci si porta appresso, quella che affolla non poco i blog e sembra corrispondere a qualcosa di più alto e comune, tanto che la posseggono, senza dirlo, anche a quelli che dichiarano che non amano la poesia. Ebbene se non ho opinioni precise di questo sentire, so però che i poeti fanno compagnia, che ci mostrano verità comuni, non importa se allegre o tristi, e che così rispondono affermativamente alle nostre domande. Forse a loro, ciò che a noi accade di rado, ovvero sentire che il pensiero e le parole sono un tutt’uno di significato, accade più spesso ed è con semplicità che fanno alzare il sole mentre l’aurora ha lunghe dita di rosa per toccare le cose, e noi vediamo questo rosa nei palazzi, sulle pietre, sull’acqua improvvisamente simile al nostro. E questo regala un attimo di comunione e d’improvvisa felicità.

luci rosse a destra, bianche a sinistra

Inzuppo la sera incipiente dentro uno spritz. Campari senz’acqua per favore. Attorno rumori di blu elettrico: mettendo assieme tutte le speranze verticali delle tre lauree che festeggiano si raggiungerebbe il cielo.

In queste sere, dopo la pioggia, è meno bagnato il fiume dell’aria che trattiene le risatine nervose, che spampana gli occhi  sul primo maglione leggero, portato con arroganza senza reggiseno. Nel tavolo a fianco, il venditore di pop corn, s’è seduto, stanco, con il dorso della mano ha spazzato le gocce di pioggia dal piano ed adesso si sta bevendo l’incasso. 

Delle sere di settembre bisognerebbe serbare memoria per i giorni in cui la luce scema, tenerne dentro l’equilibrio instabile, la tristezza non ancora sbocciata, le grida dei ragazzi, la sorpresa d’un caldo di scirocco che accarezza il viso. Bisognerebbe, ma non si fa scorta di medicinali utili e la malattia del vivere è furba, si nasconde in interstizi di stanchezza, fa stropicciare gli occhi tra una scossa di vita e la successiva, ma non si lascia prevedere.

Siamo bevitori all’osteria del vivere, gourmet sorseggiatori, queruli affabulatori che tessono ponti con il vuoto, silenziosi malati di sentimenti usi a bere a garganella, testimoni sapienti alle spalle dei giocatori. Se guardi attorno provi la sensazione della marmellata appena fatta che guarda il tappo che si chiude: quando ne uscirò? Per questo serve il cielo di settembre e la sensazione che il tempo mal usato sia uno sputo, solo maleducazione, ma che oltre ci sia ancora qualcosa.

Pensa, la speranza la chiamano fede e così si confondono le idee.

Verrà ottobre, il rosso invaderà i colli, ogni quadro nelle Gallerie dell’Accademia sarà smorto al confronto, eppure questa rincorsa del vero è servita a fermare un ricordo buono per un tramonto.

Tieni la rotta nel tempo, guarda le foglie che s’accartocciano in fretta, trai auspici, presagi e conseguenze, ma conserva un barlume del senso d’essere mondo prima che uomo.

Per questo e molto d’altro, tornando a casa, la sera cala in fretta. A destra le luci rosse, a sinistra le bianche. Ieri sera, dopo la pioggia violenta, c’erano scie di semaforo sull’asfalto e m’incantavo a guardare pennellate sgranate di luce finché ho alzato gli occhi ed uno spettacolo di rosa con nubi grigie riempiva il cielo. I piani alti dei palazzi, i colli azzurri e netti sullo sfondo, l’aria, erano tutti dipinti ed immobili nella luce rosata. Solo noi, nei canyon tra le case, eravamo nel primo buio d’asfalto e fumi. 

Luci rosse a destra, bianche a sinistra, lenti, quasi fermi verso casa.

Per questo bisognerebbe serbar memoria.

a proposito di abbandoni

L’amore è un’esperienza personale che a volte si condivide.

Cambia sempre profondamente e nella delusione, nell’abbandono, mette davanti al baratro del cinismo. Nel senso dell’assenza, scompaiono i voli, le felicità improvvise, l’acutezza dello sguardo, il sentire che trabocca e resta un senso di defraudato vivere. Poi non sarà solo il tempo che allevia, ma il dare nuova possibilità, mettendo una misura alla tristezza.

Il sogno e la realtà d’amare, quando si ricongiungono, annullano il passato, ma è difficile parlare di questo nel tempo dell’esperienza, della varietà, del numero. Ci sono amori finiti che s’alimentano d’altri consapevoli, ci sono amori che non si guardano mai allo specchio, amori che fuggono e, di converso, amori pazienti che attendono, amori silenziosi ed altri che hanno bisogno di urlare, amori allegri ed amori che vivono di dubbi. Tutti s’ingegnano nel mettere assieme il sentire con la realtà, sino a modificare ciò che sentono, come vi fosse un’educazione alla possibilità d’amare leggeri.

Così nell’abbandono è inclusa la speranza e la forza del nuovo, di ciò che verrà. Quasi impossibile vederla, bisogna lasciare che si faccia strada e cresca, poi la vita ricomincia.