foto di gruppo d’inizio secolo

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La conclusione è un epitaffio: “il terrificante inizio del ventunesimo secolo, un tempo senza dio, contaminato da arrivisti e corrotti, nel quale il capitalismo finanziario, con la complicità dei governi conservatori e la passività dei socialdemocratici, ha soppresso il welfare state” (Fernando Valls, El Pais). Dovremmo aggiungere i diritti, e a volte la dignità, e poco importa che queste parole siano nella recensione di un libro, io le vedo come la fotografia di un gruppo infelice e succube. Sono gli abitanti di questo occidente mediterraneo ora globalizzati? Siamo noi? Anche può essere, la fotografia è precisa, ma include sentire e chissà quanti si riconosceranno, magari pochi, non per tutti è uguale.

Si celebrano gli sconfitti? Solo nei romanzi, nella vita diventano naufraghi senza patria, non c’è salvazione senza un sogno, senza una terra a cui tornare. Si accatastano le vite nell’inverno del nostro scontento. Servirebbe un incipit, un vessillo, un orifiamma che indichi il senso del vento, e poi la corsa in direzione contraria e ostinata a riprendere ciò che è nostro. Nel sole, nel sole mediterraneo, dove le navi portano rifugiati e noi non sappiamo dove andare, trovare un senso, perché ciò che s’è smarrito è il senso. Del fare, dell’essere, dello stare assieme.

In fondo il necessario c’è, ma la grande contraffazione immiserisce, poco a poco, tutti, e nel cedere un metro, cento, un campo, un paese, si consuma la voglia di lottare. Il grande paradosso è poi questo difendersi, anche da se stessi, dalle proprie paure e miserie, dalla incapacità di ritrovare un noi comune che rovesci le regole imposte dal profitto sfrenato. Come non ci fosse più un limite a cosa toccherà perdere ancora. Solo il tempo. 

Una fotografia in cui guardarsi a lungo, decidendo se riconoscersi o meno, ora e in futuro, seguendo col dito le pieghe del sorriso del momento , che poi nasconde il divenire. Riconoscersi è essere consapevoli, affrontare la sofferenza per uscirne.

Ma insieme, perché da soli non c’è storia. 

Una tenerezza infinita

DSC04253Una tenerezza infinita per quello che eravamo stati, per le nostre difficoltà superate, per quelle messe da parte. Un perdonarsi l’insufficienza, l’inadeguatezza a ciò che era nostro e che era stato seppellito sotto cumuli di dover essere. Forse era tardi perché emergesse davvero, perché avesse quella funzione di cambiamento delle vite forte e radicale, ma già sapere che eravamo stati, mettendo in fila i giorni, le molte felicità che avevano fatto la differenza, ci diceva che era bello aver vissuto assieme.

C’era una lunga sequela di piccoli errori da perdonare con la tenerezza infinita di chi si è padre e madre, e se ci riconoscevamo in ciò che eravamo adesso era solo per questo riconoscersi negli errori, nella difficoltà, nel quotidiano così nostro, in una crescita che non era mai finita. Era un quieto parlare al soffitto, alla notte, al buio che dentro aveva una luce piccola e forte. E questo raccontarsi come si era stati davvero, e come non c’era mai venuto di raccontarci prima, veniva fuori come un flusso di vita che raccontavamo a noi stessi. Ci bastava ed era nuovo, no?

 

non tutto è buono

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Non è tutto buono. Le strade sono ben lastricate, tortuose dove il medioevo ha soppiantato l’impianto romano, i palazzi hanno finestre fitte e alte. Come vi fosse bisogno di luce, in realtà mostrano sfavillanti lampadari, schienali di poltrone e sofà firmati, angoli di colore che sfuggono da doppie tende leggere. Far vedere, vedere e non essere visti. Qui i garage si inabissano quel tanto che la sovraintendenza ha permesso. Qualcuno ha restituito, stizzito, steli romane a decine, le ossa s’erano ormai sciolte. Dormiva su un cimitero e finché non ha scavato per mettere l’auto nella pancia della casa, non lo sapeva. Ha speso un patrimonio, ma aveva qualcosa da raccontare. Un problema della ricchezza è avere qualcosa da raccontare che attragga e resti, che porti fuori dall’ostentazione. E questo è maggiore se le fortune sono davvero tali perché c’è un che di melmoso nel denaro che produce denaro, un sudato che s’appiccica agli abiti, che trasuda dal luccicore delle carrozzerie, che parla filippino o moldavo per bocca di ignari, vestiti di giacche in rigatino rosso nero o in abitini mezzo polpaccio, attillati e neri. S’accomodi, la signora o il signore arrivano subito. Si accavallano le gambe, si prende in mano una rivista esclusiva d’arredo o d’orologi e si guardano i dorsi dei volumi allineati, gli intellettuali mostrano Einaudi e Adelphi, i bibliofili e i millantatori il marocchino impresso in oro. Un pianoforte s’intravvede nella stanza a fianco. Chissà perché lo slancio d’una borghesia ricca di possibilità si è poi ritratto di fronte al cambiamento. Cavalcare la tigre, non è questione di censo ma di coraggio. Nella città un animale divora gli interni e restaura le facciate. Il libro d’oro di chi conta è sempre aperto e pieno di lamenti. E pensare che i facoltosi officianti della ricchezza rintanati negli studi di libere professioni sono ancora considerati servant, pur essendo loro i veri rivali dei committenti in ricchezza. Nelle città borghesi di pianura il denaro oscilla nelle fasce più basse dei parvenu, in alto è una costante che al più si dissipa. I nomi dei palazzi lo testimoniano, doppi nomi spesso, quello del proprietario attuale e quello originale, l’architetto si perde nei rifacimenti, resta l’epoca, non di rado retro datata come facevano le schiatte nobili, su su fino a Roma e alle gens perché andava bene essere stati pecorai, ma di genio e nel posto giusto. Qui anche nelle case che furono dei poveri ci sono mattoni romani, pezzi di marmo, rocchi di colonne annegate tra intonaci e tracce d’affresco.Tutto antico? Più o meno, si recuperava tutto, dalle rovine e non molti anni fa, dai bombardamenti. Andando a scuola, facevo la prima elementare, una mattina d’inverno vidi che davanti alla latteria c’era un grosso buco e sotto, tre o quattro metri, un mosaico. A me pareva identico a quello sotto il portico del palazzo nuovo vicino a casa. Adesso è al museo,  grandissimo e ricco di volute di code d’uccello, grottesche, sprazzi di antico rosso e d’azzurro. Li sotto c’è l’intera villa, ne hanno tratto il possibile, ma era una piccolissima parte, forse un boudoir o un camera, il resto dorme sotto le case. Per fortuna.
Aria bassa, alito di pianura, non tutto è buono. Dopo aver dormito per secoli si è entrati nel rifacimento ( che alcuni, i più, hanno interpretato come rinascimento) ma la cultura vivacchia tra i blasoni dell’università gloriosa, i master all’estero, non c’è nessun premio nobel che allieti una storia, un’epoca, un sapere. Il denaro antico dura sepolto nelle abitudini, in cento anni le famiglie che contano davvero sono ancora le stesse, bisognerebbe seguire i dna per capire che, oltre i fallimenti e le rovine, si trasmettono geni e ricchezza in ambiti ristretti. C’è sole, suoni inediti eppure le finestre, sempre aperte, non si aprono al nuovo, al più plaudono al potente di turno. Qualche ritratto nuovo arriva nei salotti, ma le ville in montagna e al mare che restano sempre più chiuse. I giovani hanno altre abitudini, si muovono molto, i parvenu si adeguano al vecchio e se rappresentavano il nuovo, la rabbia, la voglia, ne hanno perso memoria. Non tutto è buono, c’è poca aria, digestioni lunghe e malmestosità.  Si vive di più in mezzo alle piazze. Troppi ricordi e poca storia, è un vizio del denaro che fa denaro, non pensa in grande e chiude forzieri. I caveau delle banche custodiscono collezioni uniche e preziose, ma da troppo tempo nessuno regala più nulla al museo o all’università, è questa micragnosità che impedisce la gloria, la grandezza, il nuovo che sarebbe possibile.
Non tutto è buono e anche se lo conosco ogni volta me ne stupisco.

fontane senz’acqua

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Camminare per quei viali mi fa sempre impressione. Oggi è altro, anche se un servizio di igiene mentale c’è ancora. Tutto diverso dai luoghi della follia d’un tempo, però gli edifici ridipinti, gli spazi verdi, le alte mura e i cancelli, sono gli stessi. Ancor oggi ci sono le sedie e panche messe a fronte. Non c’è nessuno, fa già freddo in questo settembre senza estate, ma sono gli oggetti che definiscono, nella loro posizione, il giudizio, la soluzione mentale di chi ha potere all’ordine delle vite. Se vale nelle nostre case per le disposizioni delle piccole cose, dei libri, di quello che ci sembra utile e pare essere un prolungamento di noi, a maggior ragione lo si vede qui, dove la follia è sempre stata intesa come un disordine. Allineare le sedie lungo il vialetto, mettere i piccoli gesti di riferimento e controllo nella giusta posizione, ha uno scopo, pensano che questo rassicuri, faccia parte della terapia assieme agli psicofarmaci e all’analisi. Sopire, smussare, ordinare. Questa è l’impressione.

Vedo fontane che non hanno mai dato sollievo, secche d’acqua chissà da quanto. Involucri e metafore d’altre condizioni. Gli alberi enormi, i laghi di foglie gialle a terra, tutto vuoto di passi e di grida. Per fortuna, mi dico, questo significa che Basaglia comunque ha avuto successo, c’è stato un passo innanzi, ma poi sembra che tutto abbia rallentato e pian piano si sia fermato. Accade dopo ogni rivoluzione, fuoco, passione e poi si derubrica, si pensa altro. L’edilizia manicomiale del primo ‘900, forse inconsciamente si ispirava a caserme. Un corpo centrale e poi tanti edifici bassi che ospitavano camerate e luoghi di cura. Qui è così. Per questo l’impronta è rimasta. E’ la disposizione dei luoghi, degli spazi che riporta ai percorsi mentali di chi interpretò l’architettura come parte funzionale della cura. Nei corridoi imbiancati di fresco, ora c’è altro, sempre sanità, ma quella normale, da piccolo cabotaggio, poliambulatori, punti di prelievo, sale raggi. Però le panche di lamiera verniciata di bianco, i mobili dello stesso colore tradiscono ciò che un tempo era il maggiore male dell’uomo: l’attesa. Oggi si attende poco, un tempo l’attesa durava l’intera vita. Si usciva poco da questi luoghi, quasi mai, eppure le persone attendevano. La follia era una galera senza redenzione, però attendevano. A modo loro, attendevano. E’ difficile non pensare alla diversità della percezione del tempo, il tempo dei sani e il tempo dei folli non era, e non è, il medesimo. Mancando una gestione della quotidianità, chissà come si accumulava il ricordo e l’esperienza nella memoria. 

Percorro i viali che mascherano l’uso antico della separazione tra un mondo maggiore ed uno minore, c’è molto verde preservato. Mi sembra inutile, senza scopo, senza grida di bambini, confusione di giochi, corse. Nella riforma non è stato previsto che aprendo i cancelli il verde potesse essere ricondotto ad un uso comune, come se il mondo di fuori si sia comunque fermato alle soglie delle barriere, ora aperte. Salvo in un piccolo padiglione, qui non c’è più chi era l’oggetto della contenzione. Le parole hanno un senso, contenzione, tenere a bada, oggetto, qualcosa di cui si può disporre per un ordine. Tenere ed evitare che si potessero fare del male o farne, fino a dimenticare che ci potesse essere un limite o una soluzione. La follia si è razionalizzata e diffusa, è normale, e così in gran parte è guarita, oppure si nasconde in recessi impensabili e tende agguati al proprio vivere che si manifestano in altro modo da quello di un tempo. Se la grande industria farmaceutica continua a investire somme enormi nella ricerca di panacee a tempo, qualche motivo ci dovrà pur essere. In fondo la ricerca della felicità è qualcosa di talmente articolato nelle risposte e nella personalizzazione che si è allargata la normalità per contenerla, piuttosto che farsi domande sulle cause della sua assenza. 

No, non riesco ad essere indifferente in questo luogo, posso rimuoverlo quando ci passo davanti, ma quando per mestiere, ci entravo, aveva persone vere che camminavano per i viali, stazionavano al bar, costruivano con la vita gli aneddoti e le barzellette sui matti. Già, anche le barzellette era un antidoto, un tentare di togliere il dolore e portarlo in una dimensione che mettesse assieme interno ed esterno, ma nel riso c’è una crudeltà che rivendica la propria differente normalità oltre al moto affettuoso. Ubbie, pensieri sull’ordine e il disordine. Ho l’impressione che quella rivoluzione (rivoluzione è il cambiamento del modo di vedere le cose e le vite) si sia fermata, che il disordine  sia diventato non fonte di vita, ma una nuova contenzione. Come avessero allungato il guinzaglio. Ma chi lo tiene, chi?

 

pedemontana

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Potrebbe essere un film di Germi, la partenza è da un centro commerciale. Quelli che si mettono fuori dei caselli autostradali e che hanno tanti negozi dentro oltre al supermercato. Negozi che aprono e chiudono, perché, prima che merce, contengono speranze e illusioni. Chi apre s’indebita, tenta e poi se sbaglia prodotto o c’è la crisi, si mangia tutto e chiude. Così nel centro commerciale le serrande sembrano chiuse per ferie, ma in realtà sono chiuse e basta. Una bocca cariata, ecco cos’è diventato il ventre opimo del nord est. Seduto su una panca, aspetto. E guardo. Entrano uomini con i calzoni corti e i sandali, le donne hanno vestiti leggeri e trasparenti, caricano i carrelli di offerte. Si avvicinano alla cassa, tolgono qualcosa, poi dell’altro, tacitano i bambini che protestano. Promettono. Poi escono. Dietro alla mia panca c’è un bar pizza e coca cola, ma nessuno mangia e le ragazze puliscono i tavolini per ingannare il tempo. Fuori fa finalmente caldo. L’autostrada era meno affollata del solito, il parcheggio è quasi mezzo pieno. Fa speranza dirlo, ma con gli occhi bisogna pur vedere che c’è ripresa. Di cosa? Cosa riprenderà? Conosco bene le zone industriali che non si fermavano mai, qui ci sono ancora molte imprese, tra qualche capannone vuoto, ma adesso sono ferme. E’ agosto. Speriamo su settembre, così m’hanno detto. Quando cala il lavoro, spariscono i sogni. Era un sogno, abbiamo sognato tutti, ma poi ci siamo svegliati. Qui c’era benessere e piena occupazione, adesso no e allora comprano il necessario al supermercato e scelgono le marche e i costi più bassi.

Attraverso il piazzale, entro in un altro edificio commerciale, qui c’è anche una palestra per fare free climbing, ci sono ragazzi che arrivano con la loro borsa, si mettono la tuta, e cominciano ad arrampicare. Ci sono anche ragazze che arrampicano, snelle nelle loro tutine, si parlano finché sono in parete, scherzano, ridono. Sotto c’è un bar, ma siamo solo noi a consumare. I ragazzi vengono, arrampicano, si rivestono e ripartono. A fianco del bar c’è un negozio specializzato in attrezzature e alimenti dietetici da palestra. Qualcuno entra, guarda i bottiglioni, poi saluta ed esce. E’ importante essere educati sempre. Noi intanto parliamo, diciamo, prevediamo. Troviamo un accordo, ci salutiamo. Ognuno va verso un punto cardinale diverso. Punto ad ovest. Fa caldo e me lo godo, apro il finestrino. E’ mezzo pomeriggio, il piazzale è ancora mezzo pieno. Comincio una sequenza di strade statali e provinciali. Sullo fondo c’è l’azzurro delle prealpi. Azzurri tenui, nostalgia. Quando cammino a lungo in montagna, mi sorprende sempre la distanza che si riesce a fare a piedi:. Si vede una montagna lontana e si comincia a camminare. Poi pian piano si sale e si arriva in cima, si guarda e si vede lontana la pianura, il posto da cui siamo partiti, neppure si scorge. Poi si ridiscende e si torna dov’era rimasta l’auto o la casa, e in mezzo alla stanchezza ogni volta capisco la percezione fasulla che ci portiamo dietro. Distanze, luoghi, oggetti, tutto alterato. Non credo sia solo un mio problema, è proprio che non sappiamo dove saremo, come fa un corpo che porta se stesso a spostarsi così tanto e restare se stesso. A me meraviglia sempre, magari per gli altri è normale.

La pianura è un susseguirsi di alberi ai lati delle strade, case, capannoni, e più dietro campi. La pioggia insistente ha reso tutto verde. Inopinatamente così verde d’agosto quando il giallo e il marrone erano ben presenti. Alla radio, Molesini parla del suo ultimo libro. E’ ambientato al Lido, allo scoppio della prima guerra mondiale, al grand Hotel Excelsior. Mi torna a mente il gran ballo con lo stesso nome, il positivismo, la nascita di tutto quello che oggi conosciamo. Einstein con quattro articoli cambiava la fisica e la percezione del tempo e dello spazio e così ci consegnava in luoghi che ancor oggi non capiamo bene per le loro conseguenze. Freud cercava di dare ordine logico alla mente e alle sue manifestazioni, la pittura, l’arte faceva esplodere la percezione e tutto prendeva il volo o velocità. Su terra, mare, aria. Facile dire adesso, piroscafo, transatlantico, ma allora c’erano ancora navi di legno e vele. Tutto ribolliva e il mondo sembrava un’ immensa femminilità feconda che forniva piacere e nuovi figli. Poi i padri avrebbero sacrificato i figli in un immenso massacro. Ben presenti da queste parti le tracce di allora. Ogni uomo contiene una meraviglia: i suoi anni, bisognerebbe dargli modo di viverli, sia quelli passati che quelli futuri, ma pare sia difficile viverli davvero bene. Anche da giovani. Forse di più da giovani adesso.

Strade, rotatorie, pubblicità, altri centri commerciali, città piccole che per chi ci abita sembrano grandi e minuscole allo stesso tempo. L’attività umana non è solo cose, oggetti costruiti, simboli, denaro, successo con tutti i loro opposti. Attività umana sono anche questi campi di grano ceroso che alimentano la più grande pianura per animali da carne d’Europa, sono questi fossati mal tenuti, i canali, la gora di un mulino che gira una ruota di un ristorante, gli infiniti filari di prosecco che rigano le colline. Attività è il dubbio, l’indecisione tra un amore per il proprio lavoro, la terra, il guadagno, la contraddizione di tutte queste case, villette, giardini e aree industriali che sono ingresso e arrivederci dei paesi.

La strada è quasi una schioppettata e sino a Bassano non ha dubbi. Lì poi dovrà scegliere, o puntare su Trento inerpicandosi per la Valsugana, oppure continuare a lambire i monti per andare a Vicenza e poi a Verona. Altrimenti si sale sull’altopiano, ma questa è un’altra storia. Quelle montagne che erano azzurre ora sono verdi e grigie di rocce, schermano la luce, la ricevono dalle nubi che riflettono. Tutto si corruga, si semplifica e si addensa. I prati, le case, i capitelli, le strade che perdono le intersezioni. Nella mappa dell’andare in quest’arco sotto le prealpi, emana pensiero, cura dell’esistente, stravolgimento, ferita, violenza, riordino, ipotesi mal riuscite e slanci d’ingegno. Poi qualcuno si ricorderà il nome di un ristorante famoso, ma non saprà nulla della gipsoteca del Canova a Possagno, né della bellezza di Feltre, però calzerà scarponi iper tecnologici, senza dolersi di non sapere che da queste parti è nata la stampa a caratteri mobili. Ci saranno evidenze che lo colpiscono, ci passo in mezzo, qui si vende la cultura di un fare antico, sia esso un formaggio o una ceramica, un vino, un assale, un liquore, che qui è nato, anche se poi non sempre viene fatto qui. Però spesso lo è, ci provano. Andrea Molesini parla di un tempo sospeso: è il 28 luglio 1914 e in un grande albergo, la notizia che il mondo entra in guerra dev’essere filtrata, ricondotta alla normalità. Anche qui il tempo è sospeso, pare anche normale lo sia, ma per fortuna non c’è nessuna guerra, solo che non si sa più dove andare. Cosa accadrà. Per questo rallento e guardo attorno, come per apprendere risposte da ciò che mi circonda. E che non dev’essere muto. Sono io che non capisco. Deve pur significare qualcosa tutto questo dimostrare d’essere, costruire, fare, mutare. Ascolto e cerco di recuperare un senso, ricucire uno strappo, trovare un nuovo futuro, ché quello vecchio ormai non ha più risposte. Così penso mentre vado e viene sera.

Finalmente

Dopo giorni d’inusuale freddo, la magia dell’aria sul corpo nudo al mattino, il leggero aggricciare della pelle prima della carezza del sole, il profumo del caffè appena fatto. C’è la sensazione d’essere vivo nel mondo. E il pensiero si conforma, segue il succedersi del giorno, finalmente libero da vincoli e pareti.

le non coppie

Una delle attività incoercibili dell’uomo è adeguarsi all’evidenza, ovvero guardare il dito e non la luna. L’ambiente lo evolve e se muta l’ambiente verrà cambiato da esso. È stato sempre così nell’evoluzione. E l’uomo ha portato il concetto, senza saperlo, nella sua società. Il condizionamento sociale muta l’uomo, lo condizione, lo rende sempre meno libero di espandersi perché lo spazio nuovo che occuperebbe romperebbe equilibri assegnati. Meglio affidarsi al pregiudizio, dice il pensiero medio, rassicura, non fa far fatica, non crea problemi.  Cosi se un uomo viene visto con una donna e viceversa, la tentazione ad accoppiare e scrivere la relativa storia, compreso il finale, è immediata è il modo sociale di tassonomizzare ciò che si vede. Non contano le persone ma ciò che viene scambiato per evidenza. E quindi verità.. Non poche donne sostengono che l’amicizia non esiste tra i generi, al massimo si scopa. I maschi, spesso pensano lo stesso, ma sostengono il contrario. Se le frequentazioni sono molto omologhe, il linguaggio non sufficientemente disinibito, gli accenni riservati l’omosessualità è in agguato. Come se i rapporti sessuali fossero insiti nel rapporto uomo donna e non esistesse la possibilità di amicizia. Ma se è così perché limitare il sesso, perché porre limiti ad esso se questo è il logico proseguire dell’amicizia? I ragazzi si pongono molti meno problemi dei loro genitori, ma cresceranno e la medietà diventerà il criterio normalizzatore. Perché non si sia sviluppato un pensiero autenticamente critico sugli assiomi sociali riguardanti i rapporti uomo donna, francamente non capisco. Al più si è confinato il tutto nella sfera degli artisti, dei diversi, come se l’arte fosse socialmente libera. Ma non è così e viene coperto ciò che lega il tutto e ne impedisce l’evoluzione, è il possesso che lega tutto e che blocca ogni discussione che prescinda davvero da esso.

Chi giustifica e chi no

Una morte resta una morte, un evento tragico illimitato, ma c’è una differenza tra la morte di un bambino, di un civile, di una persona ignara con quella di un soldato? Anche il soldato è un insieme di possibilità positive, di cose che non accadranno più con la sua morte. E allora, tutto eguale? No, c’è un ciclo della vita, la morte fa parte di questo, se non ci si mette di mezzo il caso, la fatalità, la morte è continuità verso se stessi, verso i propri affetti. La morte tranquilla perché il proprio ciclo si è esaurito. Ma questo cosa c’entra con tutto il morire inutile che è solamente dimostrazione di violenza, di discontinuità con la vita? E cosa devo pensare di me, se avverto una differenza del sentire sulle morti, se i numeri mi colpiscono assieme alla loro appartenenza, se distinguo tra l’una e l’altra parte? Stare dalla parte del più debole non ha ragioni critiche oltre ad una conclamata estraneità, alla disparità di mezzi e forze in campo, il debole è oggetto di ingiustizia evidente, non può difendersi e allora come faccio a capire le ragioni dell’altra parte e ciò che sarebbe giusto?
Devo procedere a rovescio, partire dall’ingiusto. È ingiusto che muoiano i bambini, la donne, i civili. È ingiusto che chi non può difendersi venga annientato. Per i governanti, i capi militari le morti civili contano solo se dimostrano altro. Si usa una espressione bruttissima: il tributo di sangue, come ci fosse un moloch esterno a cui rispondere e la morte innocente ( perché qui non c’è colpa ) diventa così un passaggio asettico, necessario, privo di volti, pensieri che non ci saranno più. La politica e i militari usano i morti, li negano o li enfatizzano secondo convenienza e così che diventano numero. Il numero è fungibile, gli uomini no. Ogni militare ucciso, 50 civili, è atroce quanto sta accadendo a Gaza, e lo è ancor più se le ragioni di questa carneficina hanno le loro radici nell’odio. L’odio nasce da qualcosa? Quel qualcosa può essere rimosso? Viene fatto ciò che serve per rimuoverlo? I governatori del mondo non si curano di queste ragioni, per questi demiurghi la contabilità dell’ingiustizia, delle morti serve per altri fini, per mantenere lo status quo, per perseguire logiche di crescita d’influenza. Quanti civili devono essere uccisi perché venga fermata una guerra ? Dipende dalla convenienza. Questo è atroce. L’orrore deve diventare tanto evidente da imporre una fine, ma in certi luoghi questo orrore non ha un numero, un limite: la Siria, il Sudan, l’Afghanistan, ecc. ecc. Altrove si interviene prima, in Ucraina e in Egitto, in Iraq ad esempio. Perché? Si capisce che non c’è correlazione tra giusto e ingiusto, che l’ordine mondiale c’entra poco con le morti innocenti, con la democrazia e con la vita. Ma quanto vale la vita di un bambino? Nulla se diventa numero, la contabilità dell’odio si alimenta nell’antica abitudine al massacro. Pensavamo che dopo l’orrore del nazismo, dei fascismi, dello stalinismo si fosse eradicata dalle menti, invece si è sempre trovata una giustificazione all’odio e alla strage. Ebbene questa giustificazione non c’è se non pensando a un mondo di oggetti, dove gli uomini sono cose, un mondo cieco e inanimato. E il discrimine tra gli uomini diventa questo: tra chi giustifica e chi no. Io no.

Salmo della saudade, ovvero questa casa non è un albergo

come posso tornare?

lascia sia convinto che questo luogo è un porto,

lasciami scegliere il dove e il quando,

senti la libertà dolce che porta con sé il lasciare.

Spingi al largo la mia scontentezza,

se davvero tieni a me,

e prega il mare per la mia assenza,

fa ch’io ti trovi in ogni nuovo approdo,

accoglimi perché possa essere

prima d’ogni nuovo andare.

Alle cose racconta che il tempo è stato nostro amico,

lascia sia la nostalgia a separare ciò che non è mai servito

e mentre pensi a dove mettere la vita

tieni con te la mia presenza che mai se n’è andata.

geografia

c’è un luogo della mente,

e a lui ritorno

dalle geografie del corpo,

dove tutto edifica e coincide.

E doline ed erba,

alberi e case,

mescolano il fumo di legna

con le nubi.

Così labbra, pelle, brividi

e piccole gocce di sudore,

s’uniscono con i pensieri radi,

e la sera non ha malinconie,

nel scegliere la notte che già vede il giorno.

Tutto non ha fretta

mentre cerca il suo luogo,

perché sentire è pensare

in altro modo,

e, fatto per noi strano,

mentre toglie un’abitudine,

aggiunge una strada

la curiosità d’andare

e diverso senso.