Chi giustifica e chi no

Chi giustifica e chi no

Una morte resta una morte, un evento tragico illimitato, ma c’è una differenza tra la morte di un bambino, di un civile, di una persona ignara con quella di un soldato? Anche il soldato è un insieme di possibilità positive, di cose che non accadranno più con la sua morte. E allora, tutto eguale? No, c’è un ciclo della vita, la morte fa parte di questo, se non ci si mette di mezzo il caso, la fatalità, la morte è continuità verso se stessi, verso i propri affetti. La morte tranquilla perché il proprio ciclo si è esaurito. Ma questo cosa c’entra con tutto il morire inutile che è solamente dimostrazione di violenza, di discontinuità con la vita? E cosa devo pensare di me, se avverto una differenza del sentire sulle morti, se i numeri mi colpiscono assieme alla loro appartenenza, se distinguo tra l’una e l’altra parte? Stare dalla parte del più debole non ha ragioni critiche oltre ad una conclamata estraneità, alla disparità di mezzi e forze in campo, il debole è oggetto di ingiustizia evidente, non può difendersi e allora come faccio a capire le ragioni dell’altra parte e ciò che sarebbe giusto?
Devo procedere a rovescio, partire dall’ingiusto. È ingiusto che muoiano i bambini, la donne, i civili. È ingiusto che chi non può difendersi venga annientato. Per i governanti, i capi militari le morti civili contano solo se dimostrano altro. Si usa una espressione bruttissima: il tributo di sangue, come ci fosse un moloch esterno a cui rispondere e la morte innocente ( perché qui non c’è colpa ) diventa così un passaggio asettico, necessario, privo di volti, pensieri che non ci saranno più. La politica e i militari usano i morti, li negano o li enfatizzano secondo convenienza e così che diventano numero. Il numero è fungibile, gli uomini no. Ogni militare ucciso, 50 civili, è atroce quanto sta accadendo a Gaza, e lo è ancor più se le ragioni di questa carneficina hanno le loro radici nell’odio. L’odio nasce da qualcosa? Quel qualcosa può essere rimosso? Viene fatto ciò che serve per rimuoverlo? I governatori del mondo non si curano di queste ragioni, per questi demiurghi la contabilità dell’ingiustizia, delle morti serve per altri fini, per mantenere lo status quo, per perseguire logiche di crescita d’influenza. Quanti civili devono essere uccisi perché venga fermata una guerra ? Dipende dalla convenienza. Questo è atroce. L’orrore deve diventare tanto evidente da imporre una fine, ma in certi luoghi questo orrore non ha un numero, un limite: la Siria, il Sudan, l’Afghanistan, ecc. ecc. Altrove si interviene prima, in Ucraina e in Egitto, in Iraq ad esempio. Perché? Si capisce che non c’è correlazione tra giusto e ingiusto, che l’ordine mondiale c’entra poco con le morti innocenti, con la democrazia e con la vita. Ma quanto vale la vita di un bambino? Nulla se diventa numero, la contabilità dell’odio si alimenta nell’antica abitudine al massacro. Pensavamo che dopo l’orrore del nazismo, dei fascismi, dello stalinismo si fosse eradicata dalle menti, invece si è sempre trovata una giustificazione all’odio e alla strage. Ebbene questa giustificazione non c’è se non pensando a un mondo di oggetti, dove gli uomini sono cose, un mondo cieco e inanimato. E il discrimine tra gli uomini diventa questo: tra chi giustifica e chi no. Io no.

5 pensieri su “Chi giustifica e chi no

  1. Non è uguale la morte di un bambino, perché vanno difesi e tutelati, perché non hanno colpa di niente e hanno il diritto di vivere la loro vita. Niente di tutto quello che sta accadendo è giustificabile, prescindendo dalla colpa di uno o dell’altro, la colpa è di entrambi e di quelli che stanno a guardare questo massacro mentre potrebbero fermarli!

    Date: Wed, 23 Jul 2014 09:20:24 +0000 To: silvia-1959@live.it

  2. Il problema è che una giustificazione c’è e si chiama potere economico. Fa schifo, ma tant’è. La differenza è tra chi questo lo giustifica e chi no. Io no. Ma credo sia importante la consapevolezza perché da questa possiamo ripartire a fare le nostre considerare e a costruire nuovi modelli di vita comunitaria. Non possiamo davvero più vivere così come siamo stati abituati a fare, spingendo tutte le tragedie sotto il tappeto della nostra coscienza o della nostra impotenza. Dobbiamo assumerci l’impegno dieducarci e educare in prospettiva del rispetto viscerale per la vita.

  3. Il denaro e il potere, entrambi hanno un problema di limite e di etica e questo limite deve nascere dall’uomo e deve precedere i disastri non seguirli. Tu adombri, una soluzione, Dorotea, che percorre la storia dell’umanità ovvero una soluzione dal basso, le piccole o grandi comunità che rifiutano la dittatura del potere economico e ritagliano il mondo più giusto che vogliono. È una possibilità, pensa che funziona persino dal punto di vista virtuale cioè comportamenti che fanno riconoscere tra loro e all’esterno, persone che praticano e pensano in termini non violenti e sopraffattori. Credo che tutto questo muoversi, non nuovo, sia necessario ed efficace nel suo crescere perché in grado di condizionare. I primi nemici del cambiamento sono l’indifferenza e il cinismo. Guardare, vedere, non ignorare, avere un opinione, agire in conseguenza, questo lo dobbiamo a noi stessi e alla giustizia. Questo è una delle cose che ciascuno può fare senza stancarsi, facendolo diventare un modo di sentire e di vivere.

  4. @Silvia: la morte di un innocente non ha giustificazioni e innocente è colui che non ha colpa. In questo sta l’atrocità della guerra, che somma ingiustizia su chi già ha difficoltà nel vivere e gli toglie pure la vita.

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