Sullo schermo scorrono le immagini che riempiono buona parte della memoria del mio pc. Scatto con una frequenza di cui non mi rendo conto, lo vedo ora che mi fermo a guardare, curioso della prossima immagine. Intanto un programma random mette assieme immagini secondo proprie logiche, scatti, situazioni, pensieri connessi: da quanto tempo intrappolo istanti che possono ricollegarsi ad un pensiero? Ci sono immagini passate e non solo solo pixel e colore.
Immagini. Immagini il procedere dei pensieri della mia giornata? Non ti chiedo se ti interessano. Avrei paura di una risposta non adeguata. Una risposta positiva non lo è, sarebbe meglio una dubitativa. Tu cosa immagini? Mi interesserebbe saperlo, ma non lo dici e quando lo si chiede l’immagine è già scomparsa. C’è una abitudine a dare un nome a ciò che s’immagina, a formularli in parole, a legarli a ciò che si vede e dove si è. Quando si dice ti penso, si dicono cose molto complesse perché in realtà significa che tu ci sei dove io sono, in ciò che ho attorno, in quello che vedo e che in qualche modo condivido con te perché mi sei venuta in mente.
Ho capito la natura del disordine che mi attornia. Le centinaia di taccuini, appunti, foto mie e d’altri, appese, sparse, raggruppate in cartelle, seppellite dove solo io so. Oppure non so, ma è bello lo stesso perché so che esistono. E poesie pudiche appese, e irriverenti, ed erotiche, perché la poesia è sempre erotica quando entra in ciò che vede, mescola sentire e possedere. Si dovrebbe dire pudiche poesie e già si sospenderebbe la voce perché i versi veri sono altre cose e invece per me la parola è un modo di vedere, di cogliere, annodare un pensiero a ciò che sembra reale e quando lo vede e lo scrive o lo fotografa lo cambia, lo rende più simile a sé e meno all’impalpabile equilibrio di atomi, energie, forze deboli, casualità, che vediamo. È un coincidere di pensieri virtualmente staccati in un unico luogo e punto dell’universo in cui noi siamo in quel preciso momento. Che resta. In qualche modo resta ed entra con noi in ciò che accade poi.
Immagini. Cosa accade attorno quando il kairos permette che accada ciò che vedo e sento, permette che io accada? A nessuno si può chiedere l’eroismo di capire cosa ci passa per la testa. A nessuno si può chiedere più di un racconto del vedere. E invece la sensazione che viene chiesta riguarda chi la chiede, è un mi ami? ed è parte di quella gelosia del possedere ciò che, in qualche modo, pensiamo di amare.
Immagini. Può essere imperativo, una richiesta che non ammette alternative e che chiede all’altro di entrare nel proprio mondo, che chiede di essere nei pensieri. Rifiutalo, questo immagini, sono i perfidi indovinelli degli innamorati che chiedono di vaticinare ciò che più si desidera. Si sbaglia sempre e non per mancato amore ma per impossibilità dell’accadere. Se mi chiedi di interpretare un tuo desiderio, quel desiderio non si può immaginare, semplicemente è. Dovrei essere te, coincidere. Questa è una interpretazione dell’amore, essere uno totalmente. E invece se ti chiedo di immaginare, ti chiedo una libertà assoluta, un correre liberi a fianco. Ti porgo la mia interpretazione dell’amore, quella che ho dentro, ed è parziale ma è amore. Quello che so dare con attenzione. Il disamore è mancanza di attenzione, l’amore non è cosa da indovini, ma attenzione, cura e un correre assieme.
Immagini e scorrono le immagini. Davvero siamo così tante parole, tanti sguardi, tanti pensieri pensati? C’è una ricchezza felice nel pensare e nel vedere. Possiamo sempre essere tante emozioni ancora, tanto amore, tanta gioia di esistere ed essere anche quando ci annoiamo, quando il cielo è scuro, quando c’è il vuoto. C’è una possibilità infinita di raccogliere ed annodare e quindi una speranza infinita, un futuro infinito perché c’è ancora tutto a disposizione. tutto il kairos che ci riguarda.
Immagini cosa ti porti dentro e cosa sei ora? Davvero lo immagini e te ne rendi conto? Lo senti, almeno in piccola parte, tutto quello che ancora possiedi e che non hai esplorato, quello che emerge nei pensieri, nei sentimenti, nel nuovo che continua a generarsi ed urgere per connettersi al mondo e farti meravigliare di te?
Prima è apparsa l’immagine di un ristorante di Aleppo, si chiamava Martini e incuriosiva quel nome che testimoniava che gli uomini si muovevano in continuazione. Ed erano ovunque se stessi. Come adesso. L’immagine mostra il patio coperto, che era di una bellezza quieta e forte: da 400 anni un luogo in cui si comunicavano, sovrapponevano pensieri, modi di vedere e cura. Perché l’attenzione è cura. Magari ora è un cumulo di rovine, le persone dell’immagine saranno disperse, speriamo vive, posso immaginarle, posso riconnetterle con la realtà per un momento, vedere un futuro desiderato che le riguarda. Quel luogo oltre che per la bellezza mi aveva colpito per le persone e perché era un generatore di immagini. Ti diceva quello che era possibile e quello che lui era stato continuando ad essere. Assieme. E il processo non finiva pagando un conto, si imprimeva dentro, generava nuovi pensieri. Facciamo così con ciò che amiamo, immaginiamo ciò che potrebbe essere e non siamo prigionieri di ciò che è. Immagini cosa sarebbe l’amore senza un progetto, senza una speranza, senza l’attesa? Lo immagini? Sei davvero in grado di pensare una cosa così? Ebbene se si riesce ad immaginare, quello chissà cos’è, chissà che specie di amore è.


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