un bovolo

Un immenso, infinito toboga. Un bovolo, un vorticein cui siamo scivolati, ridendo e vivendo mentre tutto roteava sempre più veloce. Gli anni delle città ancora da bere, i ruggenti ’70 pieni di musica, pelle al sole, di gioia di scoprire e del distrarsi infinito mentre i cortei si formavano. La testa in piazza della Repubblica pronta con gli striscioni, le ragazze, le parole sorridenti e gli slogan mentre piazza dei ‘500 si ingrossava di arrivi, di tamburi di latta, di bandiere, di megafoni Geloso. Garrule al sole romano, grida e bandiere miste assieme. Cosa garrulassero non è ben chiaro, ma era un grido di speranza contro il grigio del quotidiano senza alternative. Muoveva sinuoso nel vento delle vite che s’avvitavano come gli amori, della politica che ancora cantava e sostava per attendere gli altri, presidiava i luoghi del bene comune: una scuola, una fabbrica, un ospedale. Era il tempo in cui c’erano agguati e compagni (?) che sbagliavano. Eccome se sbagliavano. E neppure erano compagni. Era il tempo in cui la destra diventava tenebra circondata da scoppi di bombe, quando un viaggio in treno era uno scendere e un salire sperando che non fosse quello l’obbiettivo. Era il tempo dei rapimenti, quelli sardi e al nord, per denaro e del rapimento per eccellenza: quello di Aldo Moro che avrebbe generato una disgrazia di cui ancora non c’è fine.

Noi intanto precipitavamo verso un blu che sapeva di mare, di arditezze, di nudità nuove, di racconti intimi mai così sfacciati. Eravamo in un giro che risucchiava e mostrava quelli che restavano indietro, le paure di chi non si schiodava dal passato che non esisteva già più ed era assieme agli strafatti, ai persi per strada, agli insoddisfatti che riottosi non si muovevano dalle speranze già offuscate. Mentre la nostra testa girava e tutto era possibile, e nessuna notte era meno lunga del giorno, c’era chi correva in avanti e chi a ritroso, e si leggeva, il giornale da stritolare tra mani, il libro appena uscito, le frasi ripetute per rafforzare una convinzione, i dubbi da lanciare verso il sole o da sussurrare piano ai capelli che si baciavano con devozione desiderosa di tutto. Di tutto quel confluire, quel giudicare e correre verso qualcosa che non era chiaro, non profumava di ginestra e di olivo selvatico, non aveva solo l’odore della pietra dei ghiaioni al sole, il fresco del tuffo nell’acqua d’una baia senza persone, senza vento e senza barche. Non era il sentiero che si gettava verso la costa dei barbari e neppure la dolina in cui sostare in attesa che il sudore ghiacciasse. Non era che un gorgo infinito, caldo di promesse e di vita che inghiottiva senza chiedere da che parte tu venissi, ma noi eravamo noi, ipertrofici con piccoli ego e tanto noi, noi che scambiavamo pensieri, e abitudini, e modi di dire ripetuti per includere ciò che non era chiaro ma nel contesto doveva pur dire qualcosa.

Noi che leggevamo libri, che correvamo imbambolati al lavoro, che vedevamo nascere i nostri figli e non sapevamo ben che fare con loro perché tutto doveva essere nuovo. Noi che diventavamo pian piano borghesi comprando divani e tavole su cui mangiare assieme. Noi che ci perdevamo in quel correre attorno, nell’ascoltarci, nel guardarci, mentre il mondo esplodeva verso la caduta dei sogni, dei muri, delle certezze. In quel gorgo c’era un buco blu che ci avrebbe gettato in un altro universo, non il nostro, non quello da cui eravamo venuti gioiosamente distaccandoci, ma un universo speculare dove il sapere, il progresso, si chiamava tecnologia. Un bovolo che si originava da un bovolo, una clessidra piena di inesorabile passaggio verso un nuovo vortice colorato e rovescio dove noi che eravamo stretti gli uni agli altri saremmo stati pian piano distaccati. Dispersi, in tante piccole monadi che giravano e si allontanavano.

Prima si parlava, si discuteva, si viveva ammucchiati e distanti, poi saremmo stati sgranati, distaccati definitivamente. Una palata di grano e pula lanciata verso il sole che ricadeva con un suono secco di pensieri ormai solitari. Oro e paglia, ecco quello che eravamo e per questo degli anni sgranati non è rimasto nulla se non l’accumulare. Siamo pietre e intonaci, stanchezze infinite di vedere ciò che allora ancora non capivamo. Siamo usciti dal vortice per sederci su panchine che attendono la luce mutare e la luce muta, mentre sembra distaccare i particolari dal tutto e non ricompone più. Non più.

Ma che lo dico a fare, sai già tutto, lo senti e lo vedi, ed è per questo che mi racconti più stanchezze che corse felici.

vi ho pensato

Vi ho pensato, voi che siete nel cuore. Ciascuno è arrivato vicino, come per caso, e ho sentito che ci mancava tanto, le parole non dette, i gesti mancati e quelli eccessivi, gli egoismi che non erano tali ma solo voglia di non perdere il poco che teneva assieme l’essere speciali. Vi ho pensato nelle vostre solitudini che sono la dimensione di ciò che davvero siamo. Vi ho pensato senza gelosie per chi vi amava, per chi condivideva la vostra unicità. Vi ho pensato concreti, con le paure che tutti abbiamo, con i dubbi su ciò che si è fatto e che ancora sembra dirigere la vita. Alcune di voi le ho pensate con i differenti amori, vi ho volute felici perché la felicità è vostra come di ciascuno. Vi ho pensato nelle scelte che non condivido, confesso che ho accettato e capito che davvero siamo differenti. Ho discusso silenziosamente con voi del corpo e dell’ immateriale, ho trovato le mie ragioni che scadono ma intanto, ho pensato, sono ottime per vivere. Vi ho pensato dopo i pranzi comandati quando il cibo rarefa le parole e si vorrebbero mettere sogni e stanchezza assieme, vi ho pensato discutere o correre tra l’erba, vi ho pensato sorridenti e rabbuiati dall’ improvvisa pioggia sul prato. Vi ho pensati in compagnia, circondati d’affetto. Ma ciò che ho sentito in voi è la solitudine di qualcosa che sfugge e manca, ho amato la vostra solitudine. L’ ho profondamente amata e sentita simile alla mia, anche se ciascuno è per suo conto felice e solo.

Che ci siano i pensieri buoni, le risate, le persone che volete con voi, che la bellezza che si rinnova vi accompagni e  che di ogni consapevolezza ci sia l’antidoto felice che la rende solo un passo, non il cammino.

ti sbagli

Ti sbagli. Ogni volta che credi di aver capito, ti sbagli. E poi ritenti, e scendi, e non tocchi il fondo, e ancora scendi come non ci fosse fine, forse credi che sarà nuovo? Ti sbagli. E fatichi, ti disperi, hai il senso del fallimento. Lo sai cos’è il fallire, è la sensazione che un errore lontano abbia incrinato tutto un percorso e l’abbia distrutto quando doveva compiersi. Fallire è la colpa, è la dimostrazione della tua piccolezza nonostante tu pretenda un cuore grande, un sogno che vola, un agire visionario, la colpa è la realtà che si incarica di dimostrare che il poco è più grande del molto. Ti sbagli. Ogni volta è così, tornare a un daccapo che non è mai lo stesso, tornare e trovare tutto cambiato. Tornare e sapere che non è questo il posto. Ti sbagli. Non c’è alternativa ad essere come si è, non c’è alternativa, te lo ripeto. E per questo non c’è una colpa nel piccolo bene che persegui in te, non c’è una colpa nella misura dell’amore, non c’è una colpa nel vuoto che segue ogni partenza, non c’è una colpa nell’assenza di un futuro immediato, in una negazione, nel tenere la barra dritta verso la tempesta. E nel cercare ore strane per il tuo vivere, non c’è colpa. Lo sai che non parlo di me. E neppure di te, ma di quello spazio che sta a mezzo tra un desiderio e un bisogno, tra l’essere e il dover essere, tra tutto ciò che non ci siamo detti e quello che resta da dire. Però ti sbagli. E sbagli ogni volta che pensi aver capito, sbagli quando pensi che sia finita, che non rifarai più la stessa strada. È vero a mezzo, perché la direzione è quella e il deserto di notte congela le tracce ma di giorno le cancella, e tu lo sai e cammini di notte. E ti sbagli, perché non finisce, non può finire. Il sogno non finisce e neppure il giorno, sono compenetrati in un mescolarsi che non li distingue. Non troppo, non abbastanza. Non quanto vorresti ed è questo in cui sbagli ancora, volere ciò che è attesa, voler raggiungere mentre è solo la direzione che è certa. Ti sbagli e gloriosamente sei felice, a volte. Ma non sei tu, non sono io, è quell’essere a mezzo verso cui corriamo, che paziente attende e non ha freddo né fatica, attende e sorride. Oh sì che sorride, di te, di me, di noi, e sa che ti sbagli.

dire ti voglio bene

In fondo non ci obbliga nessuno ad aggiungere parole al ringraziare. Forse l’insicurezza di non essere creduti. Oppure la misura che percepiamo insufficiente e che vorrebbe trovare il giusto aggettivo, quello assoluto che corrisponde al sentire. Ma se abbiamo un briciolo di sensibilità, se riusciamo a vederci per come siamo, dobbiamo ringraziare.

Con molta consapevolezza del limite, penso alle passioni che sono nate da una donna e che senza di essa non sarebbero nate. Il limite è proprio questo, non è possibile fare a meno della generazione primigenia, del parto che poi evolve e cambia facendo finta di essere tutto nostro. Se tutto nelle vite, alla fine, si riduce all’assenza o presenza di amore, se il bisogno, anche in chi cerca la solitudine, ha sempre elementi femminili ci deve essere qualcosa che non è scritto solo nei cromosomi e questo non può prescindere da un confronto: esisto, penso, vivo perché qualcosa di femminile mi ha generato e accompagnato. Questo femminile mi accompagna pur non capendolo appieno, mi aggiunge perché mi mette dentro alla dolcezza della vita. Ma come si fa a ringraziare dell’impalpabile che ci avvolge, come si può ringraziare di una necessità, di gesti che hanno il vero della natura anche quando sembrano frutto di ragionamento. Nella parte femminile che abbiamo ricevuto non c’è solo la materialità di un dolore condiviso nel nascere, non c’è solo la ricerca di un dialogo col mistero che genera l’amore, non c’è  solo l’impossibile coincidere che alimenta la meraviglia e il timore di non capire mai davvero, c’è qualcosa di grande che si riferisce a un aver ricevuto e ricevere inatteso, senza contropartita. È per questo che il ringraziare diventa insufficiente e il discorso dovrebbe essere sostituito dal gesto quasi muto, dal dire quell’amore che si declina in poche parole e dentro un abbraccio più lungo, più sentito e abbandonato a Lei. A Lei che si abbraccia e ci accoglie e ha bisogno di bene e di amore come noi, eppure ne ha sempre più di noi. Ogni giorno in cui si sta assieme. Comunque. Finché dura la nostra intelligenza e il ricordo di ciò che siamo e di come saremmo infinitamente più poveri e disperati senza quell’amore che continuiamo a ricevere. Da una donna, dalle donne della nostra vita.

lettera della domenica sera

C’è un po’ di malinconia in ciò che scrivi, anzi è proprio malinconico. Poi mi ha parlato del suo libro, che sta andando bene e che ristamperanno. Tu sai che il mio non verrà ristampato ed è vero che è malinconico, anche se mi pareva, scrivendolo, la malinconia gioiosa di chi racconta un po’ di sé e un po’ quello che è stato, senza rimpianti veri e con la speranza di un futuro che continui la sua storia. Noi non siamo mai cosa, ed è vero che l’ ultima passione offusca le precedenti. Purché sia vera. Con l’età abbiamo bisogno di non raccontarci più balle per non scivolare nell’apatia del tutto uguale.
Così in questa domenica sera, anziché di me e dei miei sogni, ti racconterei la compatta forza del ciliegio che fuori stringe le sue gemme e oscilla alle folate del burian. Ti racconterei il sommesso scorrere del fuoco nel camino, la sua richiesta di attenzione senza fretta, la musica di Bach che non è mai la stessa e che si sposa con l’umore mutandolo. Ti racconterei le mie letture che saltano tra curiosità e passioni e così evidenziano il tempo e la necessità di non subirne la tirannia. Il tempo non può scegliere per noi, è questione di dignità e bisogna ricordarlo.
Forse lo pensava Katherine Anne Porter che guardo in una fotografia in cui è evidente la sua notorietà. Così ti racconto di lei e di come la vedo in una di quelle pose da terza di copertina che usavano gli editori e i fotografi di Life, negli anni ’50, con la luce davanti, il fondo scuro nel bianco e nero che accenna a libri e quadri. C’è un paralume plissettato di color ecrù, le tre luci sono spente, eppure la Porter legge seduta alla scrivania, controluce. Si intuisce una macchina da scrivere nascosta dal foglio che tiene in mano. Altri fogli sono sparsi sul piano, il messaggio che il fotografo vuole trasmettere è quello di un nuovo libro nel suo farsi. Ma è lei che vorrei descriverti. Ha sopracciglia curate e sottili, un viso bello, la fronte troppo ampia per un bianco e nero che la confonde nei capelli biondi. Al collo porta un filo che presumo d’oro, e finisce in un pendaglio. È il triangolo che lascia vedere della sua pelle, il tener per sè e per chi sceglie ciò che la riguarda. Il resto. Oggi si usa meno. Però lei molto dice nei suoi libri, è già famosa e sa di essere brava, si è prestata a questa foto come si presta ai cocktail, alle presentazioni, alle cene ufficiali. È bravissima, tra le grandi scrittrici americane, eppure non può sapere che la sua scrittura sbiadirà sovrastata dal clamore di troppe parole di altre e altri. Posso immaginare un suo sogno che è quello di poter essere normale pur restando ciò che è, ossia una persona che ha un dono speciale: quello di raccontare le vite che non si raccontano. La piega della bocca, appena piccola, rivela un intento senza allegria. È perplessa, adesso deve fare questa foto, ma il pensiero è lontano, incerto tra un futuro che dev’essere creato e un presente a cui non è possibile abbandonarsi. C’è fatica nel dire, e dubbio, e perplessità perché chi scrive è giudicato.
Fuori della posa e della fotografia continuerà a scrivere mettendo un molto di sé, e qui sbaglia chi pensa che ci sia solo ricordo nello scrivere, no, ci sono molte delle vite possibili, quelle che sono state precluse o vissute in parte. E così in ogni grande scrittore, c’è moltissimo di sé, ma sparso ovunque, con la dote di essere più d’uno e mai intero.

Fuori il vento scuote gli alberi con violenza, si infila sotto le porte, i prossimi giorni ci racconteranno i danni e li attribuiranno all’eccezione, mentre sappiamo che non è cosi, ma mutare, come scrivere, costa fatica. Meglio farsi raccontare la realtà che viverla. Anche questo porta malinconia quando ci si rende conto d’essere inermi e volutamente muti. Ignavi, insomma.
Comunque questa storia della malinconia è vera, tienne conto. Che sia una serata buona per entrambi e che i sogni spingano il giorno.

apolidismo spicciolo

 

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Camminare, ancora camminare, per percorsi circolari perché sempre si torna, perché sempre c’è un’ora in cui le cose si invertono, perché perdersi è l’orlo della follia, l’emergere dell’insicurezza di sé. E noi abbiamo bisogno di sapere chi siamo, che poi è dove siamo e che ora è del giorno, in che mondo viviamo. A questo servono i notiziari, i giornali, a dare conto della sicurezza che il nostro mondo esiste, che ha nefandezze evidenti ed eroismi nascosti. Abbiamo bisogno di concludere che la realtà è quasi fuori dalla nostra portata decisionale ma non del tutto e che muta con noi. Guardiamo il mondo dietro una vetrina e pensiamo che qualcosa passi con lo sguardo dall’altra parte. Almeno finché sappiamo dove siamo. Sapersi è confinare il pericolo e la sua paura, dare un posto tranquillo a noi e una possibilità all’amore e al suo bisogno.

Le vite, penso, sono un ancestrale controllo dell’insicurezza ed è così rara la libertà di perdersi perché in essa c’è la follia oppure un fidarsi estremo di sé.
Cammino in fretta tra le luci di un san Valentino municipale, luci in attesa d’essere smontate. Mai come quest’ anno l’amministrazione cittadina è stata prodiga di luce, forse a raccontare che è cambiato qualcosa di profondo, che una nuova stagione viene e muta la città, e con essa i rapporti tra le persone. Più luce e più festa, più condivisione e maggiore crescita assieme. Naturalmente non è così, ma sembra il messaggio che i nuovi amministratori ci provano e pur mettendo assieme desideri e pregiudizi diversi, molte parole ripetute e fatti incipienti, mescolano la volontà con il tempo che corre per suo conto. Una sorta di esorcismo e così flussi negativi devieranno fuori da questo territorio che vuole star meglio. Come in una città medievale ci si chiude in una realtà ristretta, la città è cinta da lunghe mura e ciò che minaccia scivolerà all’esterno. In quella luce di festa residua si può guardare con fiducia al presente e al futuro. E creare il nuovo nella luce dove non c’ è nulla da nascondere non è forse la cosa più bella che si può regalare alla consapevolezza? Oppure non è così (penso) e tutta quella luce serve a distrarre da ciò che si annida nell’ombra?
Segni ovunque, incuria e comunicazione, leggo simboli e li rivesto di significati impropri. Che m’assomigliano (penso), sono loro che si sono assunti il compito di parlare ben oltre l’ evidenza.

Mi viene da ridere perché ciò che pensavo non era la realtà ma un desiderio e se con i desideri si costruisce il mondo, io di desideri ne ho pochi, poche passioni e molta stanchezza. Non fisica, o almeno non cosi pronunciata da impedire di fare ciò che voglio, ma stanchezza di una lotta infinita. Penso al lottatore cosparso d’ olio che a metà incontro vede sia l’ avversario che il tempo senza limite che sta innanzi e viene preso dal dubbio su di sé, sulla sua forza, sulla capacità di resistere. E si chiede ragione di tutto quello sforzo, della fatica immane che l’aspetta. La vittoria si allontana e la sconfitta si aggettiva nell’ onorevolezza. Perdere con onore, sì va bene, ma vincere ha un altro significato. Combattiamo per una causa giusta e vinceremo. Parole ormai antiche a cui bisogna aggiungere il tempo: non importa quanto ci metteremo, cambieremo il mondo in meglio, lo renderemo più giusto, più eguale, più umano.

E vincere è tirare una linea che distacca dal passato, che diventa definitiva perché poi si può anche cadere. Le acquisizioni non sono per sempre, però è la vittoria che porta avanti. E nel momento della stanchezza bisogna attingere a risorse nascoste, credere nelle proprie capacità di influenzare il corso degli eventi. Questo è il mio stato (penso), ma sono stanco.
Camminando i pensieri si quietano, si ordinano. Come il respiro hanno un ritmo. Dickens, ha raccontato bene la solitudine e in più, preveggendo, ha capito anche la solitudine del possesso e del lavoro che rapina su chi ha bisogno. Quando parla sullo spirito degli anni già stati legge il peso del non fatto. Il passato è ciò che non siamo stati, anche, soprattutto, ma c’è la possibile speranza dell’uscirne vedendo gli altri come sono, non come avversari o ombre. Quante solitudini ho confrontato con la mia, e sapevo che non erano confrontabili perché nessuno sente allo stesso modo ma al tempo stesso c’è sempre la speranza di mettere assieme un desiderio, un ideale, un modo di vedere sé e il mondo. Ero giovane e vedevo che attorno si disseminavano donne e uomini che la società espelleva come disturbanti, persone che si ubriacavano per dimenticare, che usavano tutto quello che avevano a disposizione per accentuare una differenza, come a dire: se non ce la faccio a essere come voi, guardatemi pure come posso peggiorare.

Quelli che nascondevano sotto patine di normalità e perbenismo questo stordirsi di percezione erano i peggiori, facevano finta e stavano mentendo a se stessi oltreché agli altri. L’ ho fatto anch’ io (penso), con moderazione, ma l’ho fatto. Mi sono stordito di speranza, di possibilità di mutare me stesso e il mondo e poi col tempo ho capito che cambiarsi era una faccenda lenta e complicata che includeva molto di più che l’accogliersi e l’evolvere assieme. Era più facile essere qualcosa di adeguato subito, ma se non ti viene che fai? L’adeguatezza è un criterio che viene esaltato, che premia immediatamente e per essere tale deve includere anche la diversità, ma compatibile. Non è questione di educazione, di regole di convivenza ma proprio di conformità. Anche l’individuale deve essere ricompreso in un infinito bon ton dove solo ai geni è consentita la diversità più accentuata, ma bisogna essere geni.

Funziona così in politica, nell’economia, nei rapporti sociali e mi chiedo che fine abbiano fatto i devianti conosciuti. Quelli che si ubriacavano per solitudine le notti di tutte le vigilie d’una festa, quelli che studiavano con me ed erano scappati via, chi avanti, chi nella droga, chi nella follia, ma anche quelli fuggiti dall’Italia perché già allora non c’era una buona aria per i diversi. E di quelli che non ce l’avevano fatta ho ricordo? Si erano persi, scegliendolo, qualcuno l’avevo pure incontrato nel lavoro, dopo anni, ricoverato in luoghi che assicuravano la sicurezza che dentro non erano riusciti a mettere assieme.

Si scrive una lettera mettendoti alla fine? Perché questa è una lettera e tu lo sai. Tu che hai collezionato una bella serie di sconfitte diverse e simili alle mie non me le racconterai mai. Sei distante, magari giudichi inutile il ricordare e forse pure il vedere questa realtà che costruiamo noi pian piano in posti diversi. La realtà siamo noi, mi ha detto un’amica, ed è vero, siamo una casa sull’acqua. Una palafitta. Sotto scorre il mondo che ci riguarda solo quando esonda, quando trasuda dal pavimento su cui camminiamo e la realtà è questo attorno che è fatto di difese. Un tempo, prima di partire, hai abbassato le armi: mi hai detto che la vita era altrove e sorridevi di questa avventura che si apriva. Poi il buio tra notizie frammentarie, una cartolina, le mie respinte per il mittente sconosciuto. Diventiamo sconosciuti per scelta, per arroganza, per autosufficienza o per incuria. Meglio l’ultima anche se non fa bene e fa capire chi è passato sotto nel crivello dell’importanza.

Ci stai ancora con qualcuna? Oppure sei un solitario, che inquieto cerca giovinezze impossibili? Sei stanco di praterie e di città, di campus e di conversazioni al bordo dei barbeque?  Magari nelle conversazioni usi ancora i luoghi comuni che abbiamo condiviso, stupirai e spiegherai, traducendoli nella tua lingua, che sarà pur matrigna ma che in fondo ti ha dato molto di più di quello che trovavi qui. E sei ancora diverso o ti sei bruciato il cervello in qualche solitudine nuova dal sapore antico? Ieri sera ho visto un programma che ha fatto mio figlio su San Remo, c’erano canzoni che abbiamo vissuto assieme. Ho pensato che le canzoni parlano molto di noi e che non avere più coscienze critiche e canzoni che narrano la realtà ci costringe a confrontarci solo con la nostra. Le tue canzoni, dopo, sono state diverse e le mie sono scivolate nella musica antica. Lo sai che la nostra epoca assomiglia al 1600 per insicurezze, false notizie ed efferatezze? Ma in fondo è solo un modo per cercare similitudini a quello che non assomiglia e quando ci si trova dopo tanto tempo, non si sa di che parlare oltre la curiosità di capire dove sta l’altro. Questo è un paese per vecchi, ma tu lo sapevi già da giovane, questa era la tua diversità che si accettava con fatica.

Non sapere nulla mette tutto il possibile, ma mi hanno parlato di te, dell’agiatezza e della precarietà, dell’ultima volta in cui, per caso, hai parlato di te e di noi. Era tempo fa, in un luogo che non è luogo. In italiano apolide.

non ho mai smesso di occuparmi di politica

Non ho mai smesso di occuparmi di politica, e tu lo sai, ho semplicemente taciuto su quello che facevo, come occupavo il mio tempo libero. Ho sorvolato anche sui contrasti che sentivo come ferite a un pensare maturato negli anni, fin da giovane. Sapessi quanto radicato è in me questo pensare e come faccia parte del mio modo di vedere il mondo. Si tratta del non estraniarsi, dell’essere parte di qualcosa che non sono solo io, ma si divide e nasce con altri. Però tacevo mentre partecipavo, come faccio ora, perché mi è impossibile non farlo, anche senz’altro ruolo che quello di avere una speranza da irrobustire con le azioni. Credo che questa necessità nasca molto presto in me, perché m’infastidisce il lamento continuo, l’invettiva gratuita e priva di azione, mi respinge il noi e il loro. Questo popolo, che siamo noi, è fatto di tutto quello che c’è, compresa l’anima nera, compresi quelli che denunciavano gli ebrei per avere la taglia e i loro beni. Qui i santi e gli eroi, che pure esistono,  non fanno la massa, sono silenti e non aspettano che le cose cambino ma provano a cambiarle. Berlinguer ha detto con una bellissima frase, che era rimasto fedele agli ideali della sua gionezza, in questo luogo in cui le giovinezze vengono indefinitamente protratte, gli ideali si sono lasciati perdere.

Hai notato che sempre più spesso trasmettono serie televisive in prima serata che parlano di persone comuni, di sessanta/settantenni che parlano di loro. Quelli che le producono hanno semplicemente capito che chi guarda la tv a quell’ora non sono né i giovani né i quarantenni, ma quelli che andavano a letto con carosello e che adesso sono diventati tanti e potenzialmente spendibili in questo paese. Guarda le pubblicità e vedrai che cambiano per mettersi in comunicazione con loro. E sono questi che dovrebbero aver conservato e trasmesso, gli ideali della giovinezza, sono gli immersi e i salvati dal ’68, quelli a cui è stata graziata un’ esistenza grigia, fatta prevalentemente di divieti. Invece sono tra i brontolanti, i teorici del loro e del noi che si sentono giustamente vessati ma non fanno nulla perché le cose cambino. Così, dopo aver pensato che toccava ad altri, che avevo già fatto troppo in vita mia, anche in errori, tentativi, abbagli, ho capito che non ce la facevo a ritirarmi solo con i miei libri. Non potevo guardare la realtà così come la interpretavo senza esprimere un’opinione e sommessamente ho ripreso a fare politica, come posso e mi sento, ma lo faccio, perché non è giusto lamentarsi se non si è almeno feriti da una lotta.

Vedi, si pensa che ci siano compiti precisi nella società, che chi si è assunto il compito di fare le leggi, di amministrare, ha responsabilità più grandi di quelle di chi viene amministrato. In buona parte è vero, però se non eleggo qualcuno che sia meglio di me, se non ho un’idea di futuro, se gli ideali sono definitivamente perduti, chi mi governa dovrebbe essere un illuminato dal ruolo che risolve i problemi con la bacchetta magica facendo contenti tutti e vedendo contemporaneamente il presente e il futuro. E tutto questo avendo i miei stessi limiti e magari qualche principio in meno. Insomma una sorta di mago Otelma, ma senza trucco. Ti pare possibile?No, e infatti non lo è, perché fare politica è esprimere una preferenza e un’analisi del presente e dire quale futuro si vorrebbe, ma non nel paese dei balocchi e neppure a costo zero, perché qualcuno alla fine deve pagare quello che viene dato e prima non c’era.

Sono stanco di chiacchiere, di rarrazione, cioè che mi dicano cosa dovrei vedere quando vedo altro e come molti, per questo, oltre a votare controllo quello che viene fatto in corso d’opera, se mi era stata promessa una cosa e se ne fa un’altra, chiedo ragione. Questo è il mio modo di fare politica che non si esaurisce nei dieci minuti in cui metto una croce. Ho applicato il concetto giuridico che mi vuole attivo e controllo chi riceve il voto, quello che la legge dice passivo ma invece ne fa di cose e ne promette di più. Visto poi che mi fanno scegliere sempre meno chi vorrei votare mi accanisco di più a sorvegliare chi mi è stato imposto e protesto perché voglio scegliere. Non mi convincono più i giochetti, e non perché sia diventato particolarmente furbo, ma perché se qualcuno tradisce la mia fiducia mi va sotto i tacchi.

Non scelgo dappertutto, non potrei mai ritrovarmi a destra e neppure al centro, ma quando tre anni fa ho cominciato ad allontanarmi da quello che era il mio partito, era perché esso non era più quello che meritava la mia fatica. C’ho fatto persino un blog allora, per chiarirmi le idee e l’ho chiamato essilio, perché da qualcosa mi sentivo allontanato. Pensavo di scrivere un diario delle mie difficoltà, poi mi sono accorto che diventava inutile perché era la passione che veniva messa in discussione, perché improvvisamente, io, con le mie idee, i miei ideali ero diventato vecchio.

Questo è un luogo in cui il lamento è facile ma a me piace capire perché le cose non mi andavano bene e se se n’era andata la speranza. Esigente lo sono sempre stato, però qualche ragione, un futuro comune, una lotta forte e con risultati, mi convincevano, ma il partito in cui ero allora, e pure con ruoli dirigenti, era diventato un posto in cui era difficile discutere, fare la minoranza. Tante, troppe parole e troppi cambiamenti senza analisi di ciò che accadeva, insomma due anni fa ho scritto la mia lettera di dimissioni, e senza nessun clamore me ne sono andato. Perché essere di parte è una scelta , e quella ormai non era più la mia parte, ma restava il partecipare, che è un dovere. Mi sono fatto tante domande e molte me ne faccio ancora, però capivo che stava mutando il modo di fare politica in maniera così radicale da impedire che gli errori si sanassero e anzi si accumulavano uno dietro l’altro, scavando una voragine tra gli elettori e gli eletti. C’era supponenza e arroganza, le peggiori facce del potere, e la vicenda della Costituzione me l’ha confermato. Non mi piace una politica in cui uno comanda e gli altri ubbidiscono, per questo è necessario partecipare.

Sai, non capisco gli indifferenti, quelli che tutto è uguale e tutto gli va bene. C’è quella bellissima pagina di Gramsci in cui dice che odia gli indifferenti e mai l’ho capita come in questi anni, prova a pensare: con il diffondersi delle notizie, con la possibilità di vedere il mondo e non solo ciò che accade ma che probabilmente accadrà, oggi le persone dispongono di una possibilità di mutare la loro condizione e il loro futuro come mai è accaduto prima nella storia dell’umanità. Eppure si depongono le armi della critica, si vede l’insorgere di nuovi separatismi, di minacce per la pace, l’eguaglianza sparisce , i giovani emigrano, il lavoro si precarizza e le persone si ritirano nel lamento. Pensano di non contare nulla nell’epoca in cui l’opinione pubblica non è mai stata tanto potenzialmente forte. Per questo odio gli indifferenti perché sanno ciò che accade e pensano solo al loro tornaconto, perché non vedono che il presente, perché s’imbastardiscono di soddisfazioni momentanee e attorno creano le premesse del deserto. Se tutti fossimo indifferenti saremmo meno di pecore, potrebbero toglierci e darci secondo convenienze di chi ha il potere e già lo fanno. E invece il potere odia quelli che si interessano, che lo controllano, perché questi forniscono ad esso un’alternativa, creano le premesse per scalzarlo.

Così senza dirtelo ho ripreso a fare politica, ma tu lo sapevi, l’hai sempre saputo. Sai cosa mi manca? Non i miei anni giovani, ma la forza del sentirsi assieme, di capire che una causa grande è parte dello sforzo di tutti. Sto bene da solo, però per fare politica servono molti consapevoli, serve che ci si senta di andare avanti, non solo di difendersi, ma di affrontare i problemi e di risolverli. Non tutti ma uno alla volta e posso assicurarti che è una grande soddisfazione perché hai la coscienza di aver fatto insieme un piccolo passo avanti e da lì si può fare altra strada. Questo è far politica, ma tu questo lo sai.

 

la sera era chiara

La sera era chiara. Sullo sfondo grigio del cielo si stagliava la grande chiesa e i fari, che l’avrebbero accompagnata sino all’alba, già erano accesi.

Sovente penso che sono cose che conosci. Le hai viste di giorno, e così non hai percepito il momento, il loro cambiare con la luce, che le rende differenti. Forse per questo ti racconto, perché il mutare e la sua percezione, in realtà sono io che muto, che mi accorgo e che vorrei condividere. Poi mi arrendo alla realtà, al goffo dire che vorrebbe evocare, far nascere nell’ascolto l’ologramma con gli odori, le sfumature e il sentire. Ho usato la parola sovente che contiene il ripetersi, come se per davvero ogni volta che sento, racconto o ricordo, fosse la stessa cosa. Lo sappiamo entrambi che non è così: sovente penso a te e sei al tempo stesso uguale e differente. Uguale sommariamente nelle abitudini che entrambi conosciamo, nel profondo che ci fa intuire l’altro, ma sempre differente nel percepire quante e quali sconosciute cose tu abbia in te. Ed è a queste che vorrei parlare. Farle conversare con me. Uscire dall’usuale per sconfinare nello straordinario.

Ci sono momenti di bellezza, alcuni, di sentire, altri, che vorrei condividere, ma magari non ci sei e quando ho un foglio bianco davanti mi accorgo della mia inadeguatezza. Qualche anno fa, guardando un maestro di calligrafia che tracciava ideogrammi, mi sono perso nei particolari. Lui era vestito nel costume tradizionale, ma contava poco, perché vedevo non l’uomo ma il tratto deciso, la forza dell’espressione che si mutava in larghezza d’inchiostro, i piccoli tratti ottenuti con una maestria che sembrava stupita di sé nel rappresentare piccole precisazioni del significato. La carta assorbiva e leggermente espandeva l’intenzione, ma pensavo che questo fosse contenuto nella mente del calligrafo. La lettera diventava viva e cercava la perfezione del concetto che rappresentava, un mondo che diceva di sé: sono. E in questo apriva il significato. Mi pareva che quella ricerca della perfezione fosse così rivoluzionaria, controcorrente e assoluta da uniformare ad essa la vita di chi era in grado di tracciare quel carattere e il suo significare. Una mano tesa verso di chi guardava che mostrava nel palmo una sfera di cristallo, ossia la solidità e la trasparenza della perfezione. Nello scrivere o in qualsiasi altra attività, si tocca il limite del pressappoco. Ho visto persone di buon talento ripiegarsi sul facile che offre la tecnologia, ridurre il loro sentire a piccoli sprazzi che affascinano e al tempo stesso scompaiono soverchiati dal vocio incessante della rete. Sempre in loro rimane la spinta a fare qualcosa di compiuto o di grande, ma ci si sente chiamati alla soddisfazione momentanea e il piccolo piacere maschera la fatica che viene sempre rimandata. Il mio calligrafo aveva fatto altre scelte, aveva alle spalle migliaia di caratteri tracciati, ognuno diverso e ognuno approssimante ciò che egli sentiva perfetto. Neppure quello che io vedevo era la fine del suo cercare l’assoluto nella semplicità, ma solo un avanzamento della coincidenza tra idea e rappresentazione. Ti ho parlato di questo perché stasera il grande edificio grigio che si stagliava contro il cielo era colto in un momento di sospensione e di grazia. Chi l’aveva edificato non aveva pensato al cielo che l’avrebbe avvolto. Aveva fatto crescere i volumi, curato le fondamenta, studiato i terreni e la loro portanza. aveva azzardato e usando un filo a piombo, verificato le pendenze, seguito uomini, cantiere, opera. Si narra che ci sia stato perfino un miracolo che ha accompagnato le fondazioni perché lì c’era troppa acqua e per fare muri possenti atti a sostenere cupole rivestite di piombo, serviva solidità. Era bastato un cordone di un frate di passaggio per riempire una voragine che pietre e terra e sabbia non riempivano e di questo, l’autore, aveva lasciato traccia sullo zoccolo di una colonna raffigurando il cordone miracoloso.

Storie, ma le case, gli edifici degli uomini quando sono compiuti sono abbracci, ci hai mai pensato? Si devono tenere assieme, una parete non può disgiungersi senza mettere in pericolo il tetto e come per l’abbraccio, le pareti fanno un patto di mutua assistenza, di penetrazione reciproca, di contiguità di pelle e spirito. Gli abbracci che non hanno questi contenuti non servono a nulla, sono formalità, come le lettere stampate sui libri che non verranno mai letti. Il costruttore, ti dicevo, non aveva pensato al cielo, ma alla bellezza in sé, come il calligrafo voleva esprimere un concetto, lasciare una traccia di perfezione, eppure senza quel cielo o quella carta, quell’approssimarsi della bellezza sarebbe stato incompleto, non avrebbe suscitato emozioni sempre differenti in chi aveva modo di vedere e di sentire. Oggi siamo distratti dal troppo che ci impedisce di soffermarci, il sovente diventa desueto, il nuovo si sovrappone al nuovo ma non genera la lucentezza della lacca, anzi opacizza il sentire e rende vano il dire. A chi si può raccontare che le cose hanno un mondo differente proprio quando esse passano per l’emozione e diventano significato? Non bellezza, ma segno, contenuto, parte di quel corrispondente che si eccita in noi e che ci fa pensare di essere parte di ciò che vediamo e sentiamo perché esso risuona dentro.

Vorrei dirtelo con una frase che tenga dentro parte di quella meraviglia che ho provato e so che sarà imperfetta, insoddisfacente, ma non dirlo mi sembrerebbe di tacerti qualcosa di importante in cui c’eri:

Il grigio del cielo aveva una tonalità appena differente che esaltava tutti i grigi di cui era stata rivestita la pietra. La basilica era contenuta nel cielo e diventava una forma leggera, ansiosa di volo, priva di un riferimento religioso che non fosse quello del tentare l’infinito. E chi la vedeva pensava agli amori, a ciò che era essenziale al vivere, ed era parte di quell’abbraccio che portava tutto assieme con sé. Per un attimo perfetto e definitivo. 

Poi è arrivata la sera e le luci hanno tracciato i contorni. Sotto la città si muoveva nelle luci rosse e gialle e si agitava come coda di sauro che di rado guarda il cielo.

 

non assomigli

Tu non sei come, non assomigli.
Tieni stretto il bacio, la carezza, il grido,
ciascuno dici, con silenti parole, mai prima consumate,
così distingue e poi confonde, la grana d’un piacere, la briciola di te donata,
e ciò che nel farsi disgrega e svela.
E svelare aggiunge domanda alla promessa del mai toccato e domo.
Di te sgorga la liscia pelle,
la piega, il desiderio prima dell’includere accogliendo,
così il tempo che raggruma e scatta
perde senso nell’incontro
s’annulla e già attende
da te insaziato, il dare.

curriculum aggiornato

Gentile Signora o Signore, le allego il mio curriculum aggiornato pensando a un suo possibile mutare d’ opinione nei miei confronti. Non penso ad una collaborazione lavorativa perché non vedo come potrei esserle utile, resto ancora un sognatore che pratica sport senza speranza d’olimpiade. Devo anche aggiungerle che pur mutando nel mio vivere modalità, credenze e abitudini, anche in conseguenza dell’ investigazione nei miei luoghi comuni, mi sono rimasti degli ideali fissi che mi rendono poco malleabile nei confronti di chi pratica l’ opposto.
Ho qualche passione, che magari le spiegherò meglio, ma purtroppo per lei, non potrebbero essere utilizzate per fini con qualche valore d’economia. Insomma se potessi sinteticamente definirmi, le parlerei di un uomo che pratica inutilità e che non pensa di trarne vantaggio. Però non costo poco e sono pure difficile. Quindi se non è interesse reciproco avere un rapporto di lavoro, ovvero una subordinazione, cosa può essere conveniente a entrambi?
Mah, può sembrare una bella domanda, ma se pensa che perseguire l’ arte della conoscenza possa essere in sé piacevole e sufficiente, una convenienza reciproca ci sarebbe. E non perché io pensi di poterla conoscere più di quanto lei voglia e quindi darle informazioni su di sé e neppure perché sia interessante in assoluto avere maggiore conoscenza della mia maniera di ragionare sul mondo o su come lo vedo, ma piuttosto perché si dovrebbero avere degli interessi che non rientrino negli schemi codificati del presunto buon vivere, e che questi, uscendo dalle cerchie e dalle abitudini, diventano importanti per rinnovare quell’ immateriale DNA dei pensieri che alla fine si fossilizza e ci impoverisce. Quindi non è semplice verificare un interesse, ma può essere conveniente e allora la cosa non si ferma perché l’ altro, nell’ ascoltare, diventa lo specchio di noi e ci mostra le nostre resistenze, le povertà accanto agli eroismi raccontati, i lati pieni di buio che accuratamente occultiamo sotto pennellate di luce. Pensi che potrei, raccontandole qualche mia bizzarria, far intuire alle dita dei suoi pensieri, lo strato di felicità sorgiva che lei occulta sotto innumeri doveri, oppure l’ infelicità che si annida nel non essere come si era sognato, o ancora la leggerezza che accompagna un colore se questo esprime un’ emozione. Potrei continuare parlandole dell’ amore che quando s’acqueta diventa tiepido e sicuro per stanchezza, oppure dire dei rifiuti che mascherano le convenienze sotto il dispiacere, ma non ho né capacità né meriti particolari che potrebbero farle prevedere un risultato. Sarebbe un caso se accadesse per calcolo, anzi dovremmo entrambi diffidarne come cosa poco vera e posso solo dirle che essendo lei una persona che suscita in me interesse, l’ ascolterei volentieri anche quando mi raccontasse qualche transitoria scarsa verità. Del resto ascoltare lo si fa sia ascoltando l’ interlocutore ma anche quando si parla e si giudicano come confacenti o meno le proprie parole. Le preciso che non ho soluzioni e neppure consigli, non sono un esempio e, come le dicevo, non ho neppure grandi qualità che possano servirle. Coltivando un sorridente dubbio anche l’ autostima non è un granché, però non ho molti confini e mi sono costruito la casa nella terra di nessuno dove si cerca di non appartenere, questo ha comportato che essa sia un luogo di passaggio, di riflessione, di consultazione e costruzione di mappe.
Dovrei parlarle di questo mio interesse per le mappe che non ha nulla di scientifico, tanto che non di rado mi esercito nel tracciare congiungimenti tra luoghi inesistenti, che magari un po’ esistono visto che sono nei miei pensieri, però inverificabili perché non hanno distanza, se non per prossimità o lontananza, insomma tracciano più una mappa dei desideri, dei sogni, delle pulsioni, piuttosto che un insieme definito, che sarebbe quello che di solito si chiama un progetto, ma non è così perché questo si svolge nel suo farsi e non si conclude. Quindi niente priorità, tempi, successi e fallimenti, tutte cose che lei conosce bene e che anch’io ho praticato e pratico, e che a un certo punto purtroppo mi sono sembrate insufficienti per descrivere davvero ciò che sono.
Mi sono chiesto a suo tempo, se esistevo per davvero nella soddisfazione di un consenso ricevuto considerato che solo io conoscevo sia la fatica che i limiti di ciò che era stato realizzato. E mi chiedevo se i fallimenti potevo attribuirli solo alla congiuntura, al convergere delle volontà negative che avevano altri interessi rispetto ai miei oppure se ero io che non essendo all’altezza non avevo vinto? Mi chiedevo questo eppure sentivo che non era davvero così determinante rispetto ai pensieri più profondi che si riassumevano nel domandarmi: era proprio quella la vita che volevo. In realtà penso che quando il mondo si è rivelato non adattabile ai miei sogni e alle cose che ritenevo davvero importanti in quella fase della vita, ho rallentato la passione e fatto subentrare il dovere.
Ora le pongo una domanda che sarà utile se vuole proseguire la lettura e manifestare interesse: si chieda se è più vitale e importante la passione rispetto al dovere. E cos’è per lei il dovere? Non occorre mi risponda, se è arrivato sin qui, adesso è davanti a un bivio, o continuare a leggere e vedere dove vuole andare a parare questo noioso interlocutore oppure smettere e pensare ad altro.
Vede, se non è disposto a “perdere” tempo con me non credo ci possa essere interesse reciproco, perché come le dicevo innanzi, nell’interesse ci si specchia reciprocamente e lo specchio ci mostra l’ altro che conteniamo con i segni che la vita (non il tempo) ha scritto sul corpo.

Ma questa è una digressione, voglio tornare al tema del dovere e delle passioni, perché è essenziale per il mio curriculum: io ho seguito di più le passioni senza scordare il dovere, cercando un equilibrio tra loro. Questo a cose fatte mi ha fatto considerare che lì è la causa dei fallimenti perché le passioni dovrebbero prevalere in modo lampante, essere comunicate e mutare società e doveri. Ha fatto caso all’eclisse delle passioni nella nostra società? Non solo è palpabile ma ha portato con sé una denigrazione delle passioni collettive. Credo che questo giovi al predominio del mercato che propone passioni acquistabili e con una durata definita come il latte e le medicine, in modo da poterle sostituire con altre, egualmente acquistabili. Questo perseguire passioni senza scadenza mi ha collocato fuori dal moderno perché esse sono quella forma di inutile che non ha valore economico, che non è facilmente surrogabile e che è dialogo con se stessi, forma di compensazione, enfatizzazione delle domande e senso del tempo. Come capirà, queste sono passioni che non escono da una testa o da una casa, casomai cercano interlocutori particolari, ma ormai senz’ansia perché molto si consuma in solitudine.
Ora dovrei descriverle i miei tratti fisici. Sono entrato nell’età anagrafica degli anziani, anche se mi chiedo spesso cosa significhi questa parola. Forse la signora Fornero lo sa meglio di altri ma lei parla di numeri, mentre la mia età parla di un dialogo maggiore con il mio corpo, dice che avendo molto visto e provato ho una quantità non banale di ricordi. Se in questa anzianità c’è il senso di un rivedere, verificare e la curiosità che si accompagna alla necessità di meglio capire, allora è vero, sono anziano anagraficamente e mentalmente.
In compenso sono ancora alto 190 cm. Non c’entra ma è buona cosa, mi piace e credo mi sia sempre piaciuto anche se non mi ha mai dato particolari vantaggi, casomai qualche mal di testa accidentale, però mi ha regalato la consapevolezza positiva che gli altri non dipendevano dall’altezza, o dalla forza, ma da ciò che mostravano di essere un po’ oltre l’apparenza.
Mi piace trovare un equilibrio tra il mio stare con me e la necessità degli altri, non mi taglio del tutto la barba da quando questa ha cominciato a essere interessante, mi curo con qualche preferenza e piccola abitudine, ma credo che il fine sia lo star bene. E di questo vorrei parlarle per concludere l’ aggiornamento di questo curriculum. Star bene col proprio corpo, con ciò che si vede attorno, con tutti i propri sensi, con i pensieri che si fanno e non si dicono, non è cosa semplice perché c’è un grande ingarbugliare di stimoli, di priorità, addirittura di necessità, oltre ai desideri, che anziché puntare sullo stesso obbiettivo, divergono, affascinano cosicché alla fine si deve ricomporre la sensazione di benessere in piccole tappe. C’è insomma un accontentarsi. Lei si accontenta? Io no, perché ho scoperto che accontentarsi include una piccola infelicità e quindi il pensiero che questa sia la condizione del vivere. Certo, anche il non accontentarsi ha dentro l’ insuccesso e l’ infelicità, ma aspira alla pienezza e quindi, in fondo, persegue la felicità. Guardi che le parlo di un non accontentarsi che ha ben poco di materiale e che è riferito a sé; non ha relazione con i successi che vengono solitamente apprezzati. E neppure se ne cura, anche se oscuramente, in qualche modo li propizia. Insomma ciò che ci sta dietro è una diversità di sentire e di vivere che non si conforma. In questo vorrei davvero concludere il curriculum e lo faccio con due domande. Quanto di ciò che le viene proposto mescola la differenza con la rassicurazione della conformità a un modello, insomma quanto le lisciano il pelo. E la seconda domanda è su quanto nel tracciare vite e aspirazioni di altri ci sono le sue difficoltà. Provi a pensarci e mi sappia dire cosa e chi cerca, io non l’ avrò però la posso ascoltare e forse magari la capirò meglio, e questa sarebbe una comunicazione nuova.