diteci la verità e anche che non la sapete

Questa abitudine che ha sedotto gli italiani, partita con Berlusconi, trionfante con Renzi e poi esaltata attraverso i governi Conte uno e due, deve avere più fascino della realtà tanto che siamo passati da una narrazione alla successiva senza che la verità o almeno una sua rappresentazione fedele prendesse tutti per “incantamento”.

Non ce l’ho con Conte, starà facendo quel che può, e ognuno ha i suoi limiti, ce l’ho con il sistema che esprime questo Paese che non solo non prevede, ma continua a mascherare inefficienza con impossibilità. Ce l’ho con le piccole guerre quotidiane della politica che durano da troppo tempo e hanno rotto il patto di delega con i cittadini. Non mi importa dell’opposizione, dice una cosa e il suo contrario a seconda del momento e lo spettacolo quotidiano ci dice che avrebbero fatto molto peggio e ci avrebbero raccontato che era il meglio. Proprio come è accaduto in Lombardia con l’ospedale in fiera costato 21 milioni di euro, usato contro il governo (ma perché mai, a che fine?), con convocazione di Bertolaso e fatto in tempi rapidi. Solo che non serve e ospita qualche paziente anziché i 500 previsti iniziali ed è meglio così, dice seraficamente l’assessore regionale, perché significa che non ce n’è bisogno. Magari dimentica che alla fine dovranno essere spesi soldi anche per smantellarlo e buttarlo via perché è nel posto sbagliato, dentro una fiera che serve ad altro e non l’appendice di un ospedale, che magari poteva riutilizzarlo. Allora si usano malamente 21 milioni di donazioni mentre a tutt’oggi mancano i tamponi e mascherine per non ammalarsi.

Se tutto ciò che è di primaria importanza manca in quantità sufficiente significa che c’è un problema enorme che ci ostiniamo a non vedere e che non usciremo facilmente da questo disastro. Se si continuano a fare ordinanze che dovrebbero avere un senso comune correlato alla malattia e invece si contraddicono l’un l’altra a seconda della fantasia del legislatore centrale a cui si aggiungono per non essere da meno le volontà dei singoli presidenti di regione si ottiene che in luogo si va a lavorare ma non si entra in libreria, in un’altro non si può correre da soli ma si può stare in fila dal tabaccaio. Se a questo bailamme di norme si aggiunge che tra la proclamazione dello stato di emergenza e il primo paziente riconosciuto passano 20 giorni, un problema ci sarà stato. E quel problema è peggio del virus, lo sostiene e non è stato risolto. E’ annidato nello Stato, nei veti reciproci tra uffici, ministeri e partiti, trova il suo trionfo nella burocrazia che vuole il potere senza responsabilità, nel circuito parallelo dello spreco che favorisce la parte nera del sistema.

Sono arrabbiato perché la consapevolezza si fa strada e capisco che non solo non finirà presto ma non ne usciremo bene. A tutt’oggi il piano per affrontare ciò che già sappiamo ovvero disoccupazione e povertà saranno crescenti, si concentra sulle riaperture dei luoghi di lavoro e sul distanziamento sociale. E se il virus non si suicida da solo come si andrà avanti, a picchi e avvallamenti per tornare a come eravamo prima, solo diminuiti di numero e più poveri? È questo che ci insegna il virus? È così che ci cambia? ovvero tutto inalterato ma più larghi? Certo non sono i 600 euro a risolvere il problema, ma sono l’indice che vivremo di carità statale per sostenere quei consumi che sono calati del 37%.

Sono sconcertato di sapere che nel nominare un’ ulteriore task force l’enfasi è sul fatto che questi esperti lavoreranno gratis, ma non hanno una indicazione del modello su cui assestarsi e che la prima riunione viene dedicata a capire come proteggersi da eventuali accuse di responsabilità. Lo sconcerto prosegue perché pare che il sovrapporsi di poteri e di esperti sul governo e sui singoli ministri pare non preoccupi nessuno. Non almeno quanto il MES senza condizioni, come fossimo ritornati alla capacità di stampare moneta e non comunque a doverla chiederla a prestito.

Non usciremo da questa pandemia con gli annunci e le commissioni, non ne usciremo neppure con i soli esperti che, come giusto, da scienziati dubitano e discutono tra loro, ma soprattutto non ne usciremo con questa burocrazia e senza prendere esempio da chi sta facendo meglio di noi. Siamo diventati un grande esperimento per il mondo, per la scienza, per gli esperti ma non sappiamo quanti sono davvero i contagiati, chi può infettare altri, per quanto tempo, neppure sappiamo perché qui si muore molto di più che altrove. Non si capisce perché ai sanitari, ai medici non vengano fatti tutti i tamponi necessari e si preferisce chiamarli eroi anziché fornire loro gli strumenti per fare il loro mestiere in sicurezza. Neppure si sa perché l’iva sulle mascherine sia quella di un bene voluttuario e perché costino in modo diverso a seconda del posto in cui ci si trova, ammesso che si trovino e siano quelle giuste e non quelle fabbricate nel sottoscala di qualche laboratorio improvvisato.

Magari una risposta c’è e qualcosa si può cambiare in corso d’opera perché chi fa sbaglia ma non sempre e magari impara da quello che fa. Ad una condizione: che cambi se stesso. Questo mi preoccupa perché è difficile ma se non cambierà questo sistema decisionale non mi si venga a dire che la pandemia cambierà la mia vita, perché lo farà in peggio e questa non è una narrazione è la realtà generata da chi aveva -e ha- gli elementi per prevedere e provvedere e non lo fa. 

Non voglio essere inutilmente rassicurato, diteci la verità e anche che non la sapete.

vorrei parlar d’amore

Vorrei parlar d’amore,
di quello quieto, ma anche dell’altro che ustiona e brucia.
Vorrei dire che un passo, non uno qualsiasi ma quello,
nell’indefinibile infinito, s’è compiuto,
e che l’amore al tempo della paura è più maturo e dolce.
Vorrei dirlo, e tra le mani rigiro il vaso del fragile sentire,
porcellana esile e fine, trasparente quanto le è concesso.
Se piano l’agiti s’odono le parole pronunciate,
quelle trattenute, quelle pensate e poi svanite,
e suonano del tintinnio dolce degli amanti,
sperando come nulla mai potrà
mentre si lamentano d’ogni assenza,
termometri veritieri di noi, del tempo.
Nulla dice che qualcosa sia mutato nell’amore,
ch’esso si sia unito e quel passo sia compiuto,
ma come in ogni giorno di bufera i corpi si stringono,
cercando il definitivo vivere, in un bisogno che non muta.

sabato di vigilia

Nel sabato pomeriggio è già accaduto tutto, una parabola conosciuta è stata consumata e conclusa. Questo riguarda la vita. Ovvero riguarda la parte biologica di ciò che è senziente, che interpreta e interagisce per volontà. Che sceglie e in questo caso ha ripetutamente scelto e non si è sottratto. Altra cosa riguarda ciò che è presente in chi lo ha conosciuto, sentito, amato, condiviso, rifiutato. Chi ha un ricordo. Questo accadere che sembra ineluttabile è davvero così? È naturale sia così? Sembra non ci siano alternative se non quell’elaborazione personale che rifiuta il perdersi e che usa quello strumento potente che riallinea, elabora, rimette in ordine il non compreso. Che elimina ciò che non torna nel conto, compreso il rapporto con le sue infingardaggini, le paure, i nascosti atti di coraggio, i sacrifici silenti a deità distratte. Tutto questo e molto altro è il ricordo e il suo farsi motore accanto alla realtà di un presente che è sempre slancio verso qualcosa. Un motore appaiato che consiglia, accelera, fornisce ciò che sempre manca a una guida: la direzione. Che il presente sia avanti o indietro dipende da noi, ma i suoi consumatori in realtà trasformano il desiderio in polvere e lo aspirano e se ne inebriano scordando di essere parte di qualcosa che muta e insieme resta. Dimenticano come fossero in una eternità che non chiede il conto.

Allora, il sabato pomeriggio, tutto era accaduto e intorno c’erano parole stentate, silenzi, impressioni di un annuncio disatteso, dolore per alcuni. Neppure tanti, oltre i familiari e i discepoli, e chi aveva avuto vincoli di amicizia e amore. Nessuno dei miracolati si era opposto, aveva mostrato alla folla il dono ricevuto. Per timore di essere essi stessi accusati. Le prove che temevano di essere reità. E così tutto si era compiuto in un succedersi di eventi che era un linciaggio con la connivenza di un giudice e con l’esecuzione della forza pubblica.

Se lo inquadriamo nel tempo e nella vastità di quello che accadeva nel mondo conosciuto, era un fatto locale, una delle tante esecuzioni che si susseguivano ovunque. Non poche anche senza avallo dell’autorità, le lapidazioni ad esempio erano prassi comune, ma accettate in forza di consuetudine. Nel caso in specie c’era stato un di più, il procedere della legge che riguardava un perturbatore delle regole locali. Non della legge romana, ma di quelle norme che venivano guardate con sufficienza e tollerate purché amministrate con il riconoscimento dell’autorità. Fare giustizia sulla perturbazione dell’ordine religioso, della credenza comune non su un reato contro la persona era sufficiente. Oppure la convinzione comune quando si scagliava contro l’evidenza dell’assenza di un male verso l’altro, era un reato collettivo? La domanda del Procuratore di Giudea, se mai fu formulata, aveva una risposta molto attuale: la real politik implicava che venisse accettato anche l’abbaglio collettivo, l’abuso, purché questo non mettesse in discussione l’autorità. Meglio Barabba, l’evidenza della colpa, se questa serviva a tacitare la folla.

Non so se quella frase sia mai stata pronunciata: ricada il suo sangue su noi e sui nostri figli. Non credo si sia arrivati a tanto anche perché quanti lo conoscevano per davvero? Sembra un antisemitismo ante litteram, la scissione di un’identità mai perseguita dal Cristo, che era e rimase ebreo sino alla fine, ma essa divenne giustificazione di infinite malvagità seguenti, di uccisioni senza colpa, di pogrom, di stermini. Un delitto originario che investe un popolo. Inaudito per qualsiasi ragione attuale, consuetudine per secoli indipendentemente da credenza e fede. Quindi nell’uomo questo male c’è ed è con questo che bisogna lottare appena esso s’affaccia.

Torniamo a quei giorni, tutto avviene in un regno dappoco, quello di Giudea, vassallo di Roma e utile solo per le tasse e per tenere a bada i riottosi popoli che si mescolavano in esso. Senza Flavio Giuseppe le cronache dell’Impero avrebbero ignorato ogni traccia dell’accaduto. Un fatto come tanti che accadevano quotidianamente nelle Province e che neppure i fatti naturali descritti dai, molto posteriori, vangeli lasciano traccia nel ricordo comune. Il velo del tempio squarciato, il pomeriggio che diventa notte, il cielo percorso da lampi. Cose che non sono così gravi da diventare racconto scritto successivo, e nel momento, da influenzare il sabato che precede il Pesach. Quindi tutto finisce in burocrazia, in ordinarietà perché viene chiesto un permesso, c’è un sepolcro, mai usato prima. Curiosa ed esplicativa questa nota posta ad evidenziare che la morte nuova non si mescola con una precedente, prassi invece usata per molte altre morti. Quasi una nota stonata perché il mescolarsi con l’umanità era ben presente nell’ordinarietà della vita del Cristo: mangiava, dormiva, era ospite, camminava, con e assieme ad altri uomini. Ottenuto il permesso, lasciato spazio al dolore attonito, immediato, subentra il rito, la preparazione del corpo, la deposizione e la chiusura del sepolcro con una pietra che ne impedisca l’accesso. Quindi la parabola della vita si chiude nel sabato, e ora resta chi l’ha conosciuto e il dolore di chi l’ha amato. È tutto così umano, terribile per ciò che è accaduto e per la morte che ha chiuso quella vita, che senza la resurrezione, l’atto di fede successivo e fondativo per chi crede, quel morire si riassume in un grido troppe volte ripetuto nella storia dell’uomo. La storia del Cristo è la storia dell’ingiustizia subita e dell’incapacità di chi non si oppone, di vedere la sofferenza degli altri.

Mi rendo conto che è davvero poco quello che scrivo e inutile per chi crede: non è questo il messaggio che è stato lasciato all’uomo. Il messaggio del Cristo non ha alternative perché distingue ciò che è giusto da ciò che non lo è. Ma mi fermo sulla soglia di quello che segue quel sabato. Mi fermo nel silenzio che circonda il dolore dei pochi che l’hanno amato. Mi fermo e penso che se la resurrezione è la speranza donata ad alcuni, la consapevolezza della necessità di giustizia, di eguaglianza, di amore e di pace, è stata donata a tutti, indipendentemente da ciò che si crede o meno. E capire perché è accaduto e accade in continuazione che quest’ordine di pace e giustizia sia così alterato, esige che ci sia il silenzio, la risposta personale, il rispetto di ciò che è giusto e il suo attuarsi.

E mi accorgo che nulla ho da dire se non che il dolore sparso nel mondo non è tutto determinato da ciò che deve accadere, ma che viene fatto accadere e che non posso pensare che questa sia la natura dell’uomo perché allora quel silenzio non si solleverebbe mai e non ci sarebbe riscatto per questa umanità ma solo la disperazione.

 

tentativi di riordino

Nel tentativo di riordinare quanto ho scritto in passato in questo blog, ne uso un altro per trasferirvi cose che avevo dimenticato. Una parte degli scritti sui giorni che precedono la Pasqua li ho trascritti in questo luogo della memoria. Si chiama cafèoulivre.wordpress.com.

Una riflessione su queste giornate la farò domani, intanto cerchiamo nella musica il sentire che oltrepassa la parola.

 

stupidità progressive

Luciano di Samosata, scrive che la città di Abdera, in Tracia, era considerata la “madre di ogni ingenuità e stupidità”. Pare dipendesse dalle frequenti malattie che imperversavano nella zona, mentre Giovenale, fedele ai precetti di Galeno, parlava di arie cattive, miasmi che avevano effetto sulle capacità mentali degli abitanti che improvvisamente s’erano messi tutti a recitare versi di tragedie, per strada e durante le occupazioni abituali. Qualcosa di simile nel mutare dell’intelletto, riguardava gli abitanti di Cuma, in Asia Minore, anch’essi non considerati particolarmente perspicaci e oggetto di motti di spirito e barzellette e anche in questo caso sembrava ci fossero state cause esterne e arie malsane. Quindi in questi luoghi, non funzionava la gaussiana per cui in ogni comunità ci sono i geni, pochi, gli intelligenti, parecchi, quelli che si credono tali, moltissimi e infine una ridotta percentuale di stupidi veri, ma non per loro colpa. Ebbene se pensiamo a come abbiamo vissuto e a come vogliamo, forse, tornare a vivere, non è che la progenie degli Abderiti o dei Cumani abbia avuto poco successo. I miasmi li creiamo noi senza particolari sensi di colpa, anzi considerandoli un simbolo del progresso. In questi giorni di forzata cattività, l’aria è migliorata, cioè il virus ha costretto gli abitanti a diventare intelligenti. Non saggi perché sarebbe pretendere troppo, vista la quantità di prodotti monouso che si abbandonano per le strade. Uscire dalla stupidità dell’onnipotenza, perché tale è quella che ci ha accompagnato significa riconoscere un limite, personale e collettivo. Non tutto si può fare impunemente e neppure la scienza, che per sua natura frequenta il dubbio, attende prove, confronta risultati e pareri diversi, ci può fornire quell’assoluto che si chiede ad essa, ovvero fare ciò che ci pare, distruggere il distruggibile per produrre beni che tali non sono visto che saranno a loro volta distrutti,  depredare ciò che può assicurare un equilibrio tra aria, terra e specie per creare ricchezze futili, fatte di denaro che non può essere speso per star bene. Ammassare in enormi fattorie animali da macello, alimentarli di mangimi provenienti da altre specie per consumi di carne incompatibili con la vita che facciamo, alterare i cicli di riproduzione, non consentire che la natura stessa abbia il tempo di risanarsi. Insomma si chiede alla scienza di tappare i buchi e di renderci artificiali, ovvero non conformi a ciò che siamo. Ma la scienza non è onnipotente e se non mutano le condizioni di questo enorme brodo di cultura per le mutazioni, ci sarà sempre un virus da inseguire, un deteriorarsi indotto nel corpo da aggiustare, una deviazione da rendere compatibile con la vita. Credo non stiamo imparando nulla perché non ci rendiamo conto e la stupidità è proprio il non capire dove si è e cosa si sta facendo. Uscire da questo tubo Venturi dove la velocità dell’inutile al vivere e utile al profitto accelera indefinitamente esige che ci sia uno sforzo di comprensione e di cambiamento. Questo sinora è stata l’intelligenza ovvero capire e mutare di conseguenza. Se lo saprà fare meglio di noi un’altra specie significherà che è più intelligente di noi. Cambierà nulla, tutto come prima? Allora l’equazione del futuro sarà negativa e semplice come la differenza tra ciò che è stupido e ciò che non lo è.

non ho imparato niente

Non ho imparato niente. Di quello che serve, intendo. Ho coltivato l’inutile e considerato necessario il superfluo. So fare il pane e un caffè discreto, qualche tipo di biscotto, ma non ho la capacità del barista di capire chi mi sta di fronte, di avere la distanza necessaria che sconfina nell’indifferenza, di ascoltare chiunque senza lasciarmi coinvolgere, se non quando davvero serve. Non ho l’occhio del netturbino che pensa ad altro mentre scova i fiori di tiglio che si nascondono negli angoli e nel suo accumulare sporcizia, carte, plastica e cicche screanzate. non si lascia travolgere dal giudizio e dallo schifo. Non ho l’ordine dei finti antiquari, quelli che sono il porto delle case disfatte e accolgono riviste, libri e cristalleria spaiata, mettendo tutto in stretti passaggi dove vetrinette e ripiani si rincorrono pieni di scelte antiche, ricordi di bocche e cure consumate nei salotti che odoravano di sigaro. Non ho la capacità creativa degli amministratori che attendono ciò che dovrà accadere e non accade, e ne spiegano le ragioni come le avessero sempre sapute. Non ho il talento del pasticcere che ripetendo sempre le stesse cose trova spazio per aggiungere un gusto che nessuno ancora conosce sapendo che da tempo lo desideravamo. Non ho l’intuito dell’orologiaio che osserva un moto piccolo di ruota e ne coglie la diversità nel tempo e correggendo con piccoli tocchi, fa scorrere le cose. Non ho imparato la sapienza del legno, ma lo so accarezzare. Colgo il colore e l’assaggio con i polpastrelli per sentirne la sapidità, mentre il disegno sotto i miei occhi si scompone. Sento la notte, sogno quando viene l’ora e penso che a Trieste, ma anche altrove, ci sono posti in cui è possibile sedersi a un tavolo di bar e osservare le persone con sguardo leggero e senza saper nulla inventare vite, cogliere moti della mano, il passo troppo veloce rispetto ai pensieri e la piega che, indecisa, socchiude la bocca in un sorriso, a volte. Quando vede il mio.

la fuga

Se pensassimo a quanti dolori evita una fuga non ne avremmo un giudizio così negativo. E ci sono molti modi di fuggire. C’è chi fugge sempre e chi lo fa quando non può farne a meno. Ad esempio è più coraggioso colui che affronta un dolore ed una vergogna immediata o colui che la posticipa e ne vede il limite e la porta alla luce del sole ma anche alla reale misura? Nei rapporti tra persone il tema si piega verso la sincerità: chi è sincero non ha bisogno di fuggire. Affronta se stesso prima che l’ altro e non si nasconde la propria verità. Ma forse è da capire meglio cosa significhi sincerità perché la sincerità di chi dice non coincide con quella di chi ascolta ed un rapporto biunivoco non è quasi mai vero. La stessa sincerità diventa un’arma se usata per accusare chi è più debole. Così un’osservazione è il modo per ribadire una superiorità, una dipendenza. Oggi che la paura circola liberamente tra le case, che i dilemmi scendono dalla filosofia del vivere e acquistano la consistenza del quotidiano, si può omettere, prevaricare, usare l’arroganza del giudicare. Chi si rinchiude per difendersi sta fuggendo oppure ha capito che non è ancora l’ora del coraggio? La fuga è sempre questo: un passare da uno stato di serenità e di pace a uno di paura. Si fugge con le proprie gambe quando si può, oppure ci si rifugia nel silenzio sottomesso di fronte ad un attacco di parole. O ancora si fugge facendo cose che non hanno alcun senso se non quello del ripetersi. Queste sono le fughe sterili che rendono deboli di fronte all’ignoto, che non lo capiscono e non lo cambiano. C’è un altro senso della fuga, quello dell’evitare un dolore ignoto e insopportabile, come nel profondo dna dei comportamenti è scritto da tempi immemori, perché fuggendo si preserva la vita e l’essere se stessi, e però nella fuga c’è la possibilità di costruire la forza per contrapporsi alla minaccia. Quindi la fuga è un processo attivo nell’uomo, quando esso si esercita per non fuggire più di fronte a chi è avversario. A questo serve la fuga, a sviluppare le difese che nascono dalla consapevolezza, non a ridursi in schiavitù di qualcosa o qualcuno. Scappiamo se non sappiamo affrontare chi ci minaccia, ma ritorniamo più forti, anche per andarcene poi a testa alta, per nostra scelta: questa è la costruzione del coraggio e del procedere delle vite.

 

 

passioni

Ci sono passioni che diventano vita e, in un certo senso, lavoro. Esse prendono e in un dipanarsi continuo di scelte successive, rendono chi le prova, conoscitore dei infiniti cammini. La peculiarità ai queste passioni, perché altre ve ne sono e di altra natura, ed effetto, è il loro inesauribile prendere, accumulare nozioni, particolari, che a loro volta si combinano in conoscenza totalmente nuova.

Il cremisi di un francobollo si sposa con la misura della dentellatura e il particolare
carattere e la disposizione usata per la scritta. In fondo, a destra, si nota appena il nome dell’incisore e in trasparenza la filigrana definisce una validità e insieme la singolarità di quel pezzo che, sebben descritto ad altri appassionati, diventerà oggetto di desiderio per la poca tiratura, il timbro che l’ha annullato, la busta che è stata affrancata e spedita.
Sparisce totalmente il contenuto che quell’oggetto ha accompagnato a destinazione, esso è di fatto inutile alla passione, segno che le vite possono divergere anche
nell’accompagnarsi. Come per un francobollo, può essere una moneta, oppure un
pigmento particolare descritto assieme alla tecnica che l’ha generato.

Ho conosciuto, e sono rimasto affascinato, da esperti di araldica che con le loro parole strane e scelte, erano in grado di descrivere vite, narrare storie ed evoluzioni di casati, che a loro volta avevano costruito piccoli domini, generato figli e patrimoni, li avevano sposati e dissipati in altrettante vite che via via modificavano l’arme, aggiungevano bande, arricchivano o anche perdevano il blasone.

E ancora ho conosciuto esperti di colori antichi e moderni, buoni chimici, in grado di dare nome alla sfumatura. In grado di riconoscere granulosità, connubio e trasformazione dei materiali differenti messi assieme dopo accurate proporzioni e macinature nel mortaio, di riconoscere diluizioni con olio di lino o di altre erbe e l’intervento di componenti inusitati messi per prova o per antica conoscenza trasmessa. Colori che magari non disdegnavano l’uovo scomposto tra albume e tuorlo e che venivano poi stesi sul fondo preparato di una tavola ben lisciata e pronta a tenere il colore e farlo poi sfavillare e mutare per anni teoricamente infiniti.
Di sculture in legno per esempio trovai a Lvov un esperto, di un artista di cui non si sapeva nulla o quasi. Forse proveniente dal Sud Tirolo o dal Trentino che aveva fatto molte pale d’altare e decorazioni a figura piena o ad alto rilievo di altari nella città di Lvov e nei paesi vicini. Di queste sculture che sembravano la concreta raffigurazione della pittura di El Greco, non era rimasta che una parte e di questa, la persona che conobbi, era in gradi di illustrare l’umore che aveva accompagnato la sgorbia, il mazzuolo o lo scalpello, l’errore intenzionalmente voluto, quello riparato con segatura accuratamente incollata e ricoperta di foglia d’oro.
Poteva parlarmi dell’occhio restante di una testa che al tempo non era orba e aveva per sé riservato il lapislazzuli, scavando poi le guance in un moto di sofferenza che si rifletteva nell’occhio rimasto. Una gran parte di queste sculture era stata ammassata in una chiesa divenuta magazzino, accatastate, messe le une sulle altre oppure disposte in un nuovo ordine per creare crocchi e conversazioni tra santi e donatori, forse per irridere ciò che un tempo le aveva prodotte, nel nuovo clima areligioso post rivoluzionario. Forse per lo stesso motivo e per ignoranza, non poche di queste sculture erano state usate per scaldare le case vicine e un posto di ritrovo militare dove sostava la pattuglia di turno per la notte.
Della passione che questo professore (tale egli era nella locale importante scuola d’arte), aveva messo per rintracciare, ricomporre opere di cui si aveva labile traccia, era rimasta una piccola mostra organizzata nella città, dopo la separazione dell’Ucraina dalla Russia, e in due, ma forse erano di più, pubblicazioni malfatte che avevano preceduto la mostra e che con essa avevano avuto la pretesa di essere vendute, mentre si erano accumulate
nell’appartamento del professore e nei magazzini dell’editore.

Quest’ultimo le aveva mandate al macero dopo non molto tempo dalla pubblicazione, per cui di tanta passione, analisi e scrivere erano rimaste le copie possedute dal professore.
Questi continuava i suoi studi quando lo conobbi, ormai la passione per questo quasi
ignoto scultore, aveva assorbito ogni altra attrazione e davanti ad un caffè e a un dolce pieno di miele e noci, in una caffetteria del centro, con arredi vecchi e lampade basse ricoperte di pergamena, egli mi raccontava dei particolari dei volti, del significato del tanto scavare i corpi e torcerne le posture, di colori apposti sul legno con qualche segreto intento, mentre la figura vicina veniva solo lisciata e trata con olio di noce.
Mi parlava con un italiano parlato sui libri, che si mescolava con parole tirolesi che dovevo farmi tradurre oppure lasciavo fluire il discorso intuendone il significato.
Il suo sogno era che a quell’ignoto geniale artista fosse dedicata una mostra in Italia, che gli fossero accostati maestri coevi, che da essa venisse il percorso di idee e di forze che si erano scontrate nel passare le alpi e poi raddolcita nell’impero, ma senza rinunciare ai significati. Ecco perché quella postura poteva essere eretica a Roma, mentre lì non lo era, e quel mettere insieme santi particolari, insistere su Giacomo e sulla Maddalena, apriva uno spiraglio su una contesa che da sempre era circolata in modo sotterraneo o esplicito nella Chiesa e aveva ricongiunto arte e credere passando dai Bogomili sino ai Catari ma ancor prima radicandosi nella Camargue e nel Cammino di Santiago e ancora avanti era scesa verso il sud della Spagna, ancora moresca e risalita verso il nord della Francia.
Tutto questo era rintracciabile in opere diverse, così diceva, ed enumerava, come vi fosse stato un confluire in quella passione che lo aveva preso scoprendo e salvando sculture sino ad assorbire ogni altro interesse e farne in lui la storia di secoli e di radici che affondavano in un bujo indeterminato, ma ben orientato da cui ricevevano senso e nutrimento.
Delle passioni si dovrebbe dire il rispetto che esse meritano, dell’infinito catalogo di
conoscenza che esse generano e che viene tenuto, conservato o dissipato, per poi
riapparire in altre teste o in altre vite. E’ l’inutilità che rende grande la passione, non
arricchisce di danaro chi la prova e nel particolare scavato, scoperto, fatto proprio, rende onnipotente chi lo possiede.
Di questo parlavo con un venditore di bastoni animati di Buenos Aires, mentre mi illustrava la forma e le impugnature lavorate in avorio, in metallo o in legno di ebano o di cirmolo, che dovevano servire alla doppia funzione ovvero quella del sorreggere e quella della difesa, nel caso fosse stata estratta la lama nascosta nel bastone. Chi era con me ne comprò due e credo siano ancora nel portaombrelli vicino alla porta d’ingresso di casa sua. Poi si spostò ad osservare un finto spettacolo di tango. Io non ne presi nessuno e chiesi al venditore se potevo offrirgli un caffè nel bar d’angolo della piazza. Accettò ed entrando mi disse che in quel caffè spesso sostava Borges e che più di una volta avevano parlato assieme. Mi accompagnò al tavolo di marmo ove il grande scrittore sedeva e restava a conversare a lungo con gli amici o con la moglie che da quando ci vedeva poco lo accompagnava e mi disse il venditore di bastoni, che il poeta con la mano voleva sentire il pomello di ciò che egli vendeva, i pezzi migliori che venivano dai patrimoni disfatti nelle successive “rivoluzioni” che si erano susseguite negli anni che avevano preceduto Peron e tastava, percorreva con le dita, decifrava incisioni e intagli, descrivendo con voce bassa ciò che apprezzava.
Io guardavo dalle alte finestre, con le tende di lino ecru, aperte il necessario per far da barriera al sole, vedevo la strada che poi sbucava nella piazza, i vetri colorati di una casa d’angolo, l’albero che s’intravvedeva al centro del patio, dopo il volto d’entrata dal portone spalancato. E assentivo, chiedevo, ma la mente era in quel luogo vent’anni prima, e il lungo bancone di marmo e lo sbuffo di vapore della tonda macchina di caffè alla francese con l’aquila d’oro in cima, me lo confermava.

il corpo

Il corpo ci parla sempre, a volte sommessamente, spesso conversa e racconta, raramente urla. Anche il suo silenzio ci parla, i suoi rifiuti, la spinta che esso dà in una direzione anziché in un’altra. Ci parla la postura quando non rappresenta ciò che siamo per davvero, lo fa con la stanchezza di una sua parte, con la richiesta di quiete o di movimento. Ha scelte proprie, antipatie e immotivate simpatie, ci dice che una strada è conveniente anche se essa viene dubitata dalla mente, e spinge in quella direzione poi, contrariato, tace di fronte alla nostra scelta. Se lo strapazziamo troppo attende pazientemente che la smettiamo finché non ne può più e allora s’ammala. Dovrebbe dialogare con la mente, meno con la ragione. Pare dipenda da noi che questo scambiarsi di opinioni e il chiacchierare amabilmente tra corpo e mente, s’instauri. Anche se non è così naturale dopo una certa età, che è quella dell’istinto e dell’assenza di vincoli particolari, e allora cambiare poi costa silenzio e fatica. Quando non ci sono limiti, il corpo impara dagli errori, dal dolore che prova toccando ciò che è sconosciuto, ha paura e piacere, esprime emozioni native, semplici, non artefatte.

In questo periodo di cattività il tempo per pensare non manca e anche l’emergere dei fastidi che s’accantonano nei momenti in cui è facile mascherare le insofferenze diventa più naturale.  Tutto si riduce all’essenziale, ai bisogni, alla qualità e su questi e questa, si instaurano canoni di accettazione e di rifiuto. Leggevo un bell’articolo di Parise del 1974 che rifiutava il consumismo e la massificazione. La finta ricchezza degli stracci passati per moda e il mistificarsi dei significati nei rapporti, nella politica, nelle relazioni tra persone. Un elogio di una povertà fatta della capacità di distinguere, di dare un valore, di stabilire il buono e il necessario. Temi di quegli anni inascoltati, che riportano all’attualità di Berlinguer quando parlava di politica del rigore e di austerità. Ma oggi il corpo che riprende il suo posto non ci parla di questa essenzialità, non giudica la realtà e la vede per quello che è ovvero una grande finzione, in cui le persone devono per forza essere altro da sé, perché tutto si sostenga. Non è questa l’economia dei consumi che contraddice la conversazione dei corpi? Allora mi rendo sommessamente conto di quante cose vengano fatte senza lo spirito che inizialmente le aveva sostenute, di quanto vuoto ci sia nel tempo perché i legami si sono sciolti. Il senso dell’attendere una verifica da parte di qualcuno che non chiama o non scrive, non è forse la misura di un bisogno affievolito, di una decisione già presa e che il corpo già conosce ma che la mente, per le sue costruzioni sapienti d’artificio, fatica a cogliere. Non siamo solo istinto ma se c’è la necessità di semplificare, un significato profondo c’è : la complessità non solo non rende felici ma oscura ciò che è necessario ed è utile al piacere rispetto a ciò che è solo apparenza. Rimettere assieme e sciogliere alla fine porta a una nuova situazione in cui ciò che è importante ci muta e ciò che non lo era, più semplicemente, diviene ricordo. Importante per ciò che è stato ma che non sarà mai. Semplificare il futuro attraverso un presente che riscopra il corpo, i limiti che divengono opportunità, cambiamento, voglia di sperimentare e approfondire, perché il corpo non s’accontenta e non mente, al più porta pazienza, ma non per sempre.

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in fuga da sé

Si vuole andar via da un’insufficienza sentita come una colpa, da un giudizio, oppure seguendo una incoercibile curiosità, un bisogno di sapere chi si è. E il bisogno in qualche modo s’intreccia al giorno, genera insoddisfazione e poi rende meno vero ciò che si fa. lo rende inutile e non finisce finché non ci si trova, cosa che forse mai potrebbe accadere. Per questo molti se ne fanno una ragione e restano dove non stanno bene, dove non sono.
Quando si capisce che si fugge da sé, dalla radicalità delle domande e delle scelte che dovrebbero essere compiute, non si sa più dove andare e il sauro che è dentro di noi vorrebbe mimetizzarsi, sparire in uno sfondo dove nessuno ci veda come si è. Diventare erba, foglia, asfalto, folla. Diventare apparenza e basta restando ciò che da vita. Essere in un luogo e pensare di vivere altrove. La chiamano fantasia, ma è una dislocazione del sé, un trovarsi che segue un sentiero, una strada. Quale sia il percorso non è chiaro perché si inoltra dentro dove sembra regni l’oscurità e invece è il confronto con ciò che si poteva essere ma non si è stati e quindi, sembra, non si sarà mai. Questo confronto, questa accettazione del limite invece apre una finestra, una porta, induce ad andare oltre e trovare le ragioni della differenza tra ciò che si è diventati e tutte le scelte che l’hanno determinato. Non c’è una definitività in questo, è il bello della vita, il suo infinito procedere che lascia tutto il tempo necessario. Non è mai tardi anzi riconoscere ciò che ci approssima e il fare ciò che serve a diventarlo, spalanca il tempo. Nel flusso si segue una corrente che trasporta il mondo, il suo divenire, ma come si diventa in esso dipende da noi. Sembra il contrario, ma pensare di avere tempo consente di cominciare, infinitamente cominciare ad assomigliarci. Approfittiamo di questi giorni di silenzio forzato, di apparenza inutile per entrare in noi e capire cosa ci fa bene.