andare e poi tornare

Nell’istmo stretto tra speranza e delusione,
collochiamo la nostra realtà:
quella vela tessuta
con pazienza e azione caparbia
e il cui il colore è pensiero,
Conosciamo la fragilità di ciò che facciamo,
ma il nostro guscio ha attinto ai grandi,
ascolta il lamento di chi non ha difesa,
la fatica del tirare avanti:
non è forse speranza questa
che sente in sé il mutare e lo agisce?
Ogni giorno, è a rischio l’integrità del vascello
ma un piccolo passo consolida la metà.
Attorno e dentro noi, la bellezza di una storia
si mescola col nuovo che non distoglie lo sguardo,
non viviamo di ricordi
ne sentiamo la responsabilità per il futuro
e se nel mondo cala il buio dell’ingiustizia
ad ogni uomo deve essere resa speranza
e tempo
perché finisca la notte e vi sia luce di pace.
Facciamo ciò che possiamo,
senza deflettere, senza timore,
I nostri errori sono sempre pagati
ma ogni conquista dev’ essere difesa.
Chiediamo con la forza umile di chi mette sé a disposizione,
aiuto,
chiediamo perché venga visto il giusto
e la sua necessità,
Chiediamo nuova condivisione
e trasparente intento,
per ogni giorno che a tutti è donato
e atti di umanità, pietà grande che tolga l’ingiustizia,
Chiediamo vita, dignità e onore agli uomini e alla terra,
eguali, finalmente eguali.
Questo il nostro navigare ad Itaca
e il tornare per dare equità
e pace al nostro vivere.

notti magiche

Nella notte cadono
gocce grosse, forano il caldo e il buio,
è acqua piena di terra
che inzuppa subito I vestiti leggeri
ma non accelera il passo,
cade, riga la pelle e s’asciuga.
Le pizzerie sono ovunque sguaiate,
di più nelle periferie,
ostentano e si vergognano,
cambiano nome: restorant, osterie.
Sono piene di persone che attendono cibo,
di bambini che piangono il sonno e la fame,
e ancora non capiscono
la differenza tra sazietà e desiderio.
La pioggia li incuriosisce ma non possono giocare,
insofferenti e tristi in una gioia che non viene.
La notte si perde fra pini e buie case,
l’ingresso del vecchio forte
ha la luce malata del risparmio,
poi una galleria dipana
un intrico di tunnel
e I corpi s’addensano
in spazi zeppi di banchetti
di disegni, di tatuaggi, incisioni.
Tecniche miste, sui tavoli,
sui muri, colla che gocciola,
ritratti e fatiche che s’accumulano in pile.
Ragazzi poco vestiti nel vapore dei corpi
accalcano un viscere,
gigantesco animale di pensieri
di bisogni pressati,
fatto d’inchiostro di notte e di birra.
Fuori un complesso suona scintille iridescenti e scivolose,
come scaglie di biscia.
La birra scorre, diventa sudore dolciastro,
sulla pelle si mescola a pioggia
Emana alle nubi sfatte,
al riflesso lanciato nel cielo.
Racconta dell’adesso
di sogni, piercing, libertà,
speranze informi e risate.
Il cotto sconnesso da innumeri stivali
ora è percorso da ciabatte,
piedi nudi, glitterplastica cinese, rimasticata.
Tutto si muove e tutto è fermo
in un motore immoto che non esce,
percorre il fango con indifferenza
e torna nelle gallerie
perché i corpi danno sostanza
è vita che pulsa, respira come un unico fiato.
Rivolta di un sottosuolo elettrico
che non adora lo sguardo
che cerca il tatto
l’odorato.
Si chiede del gusto,
delle labbra, della posa e dell’essere.
Tutto è finzione, tutto è vero,
nulla è posa.
E tutto si avvolge in un bozzolo che ricostruisce, sì lascia e ritrova,
protegge, da un mondo fatto di lampi.

nell’ora buia

Quando nella notte il sonno si ritrae,
il sogno è fatica,
l’oscurità prende la ragione,
è forte il desiderio della luce,
unica salvezza per discernere,
per capire se vi sia tempo alla vita.
Se le dita della bellezza
potranno scorrere
meditando ciò che avvicina gli uomini,
nell’unità che trabocca dal bisogno. Sappiamo troppo del mondo
e solo l’apparenza
per sentirne il dolore vero,
la tenebra che avvolge le coscienze.
Parole terribili vengono pronunciate: ricada su di noi il sangue.
Baratri d’odio vengono aperti,
male che s’accumula ovunque,
e d’umanita fa spazzatura buttata.
Odio che toglie luce ben oltre la tragedia,
odio che vorrebbe essere ragione,
odio che corrode,
che giustifica ogni crimine,
odio senza amore che redime.
Sappiamo per provare la pietà,
per capire che tutto questo ci riguarda
ed qualcosa che esige da noi un risveglio,
un accendere la luce dentro,
guardarsi attorno,
vedere gli affetti che respirano nei sogni, sentire che il giorno porta tempo e luce
ed energia da spendere,
per fermare l’abisso,
per conservare la capacità di ridere,
per amare e fare e disperdere,
ma vivere,
vivere e far vivere,
amare e insieme vivere.

la piuma e il volo

Qualcosa l’avrò pur fatto
inutile a me e buono ad altri,
così metto tra righe di memoria
briciole per I passeri.
E ciò che resta dovrebbe essere pietra,
ma penso alla piuma,
al suo essere parte del volo,
e la pena è l’aria che non è più la stessa
l’azzurro e il verde differenti
Ora è ricordo e via di cielo.

Liberaci dall’essere immersi nel brodo della colpa
sbagliare non è stato facile
e viverlo neppure.
Se abbiamo gioito dell’amore
e ancora lo facciamo,
è perché non è mai abbastanza.

la forma delle cose

La forma delle cose non è superficie,
colore o consistenza,
ma il succo che contengono,
veleno o nettare che sia. 
Occorre pazienza per una goccia,
coraggio e gusto
onesto a sé per l’assaporare,
con attenzione, silenzio
e tempo.

Il tempo comune è sempre poco,
così sembra, ma è una scelta,
il tuo non è così arrogante,
si stende lento,
si dipana secondo le tue mani.
Mani fatte di pensieri,
di gusto,
mani che accarezzano le cose,
le aprono,
ricordano gli occhi con sorpresa meraviglia.

Tutto rallenta nella carezza,
che percorre un oggetto,
c’è sapienza nel trattenere il tempo,
nel cogliere il pensiero a chi guarda.
Ho imparato per mio conto
le storie dei minuti
che s’allungano e s’accorciano,
ma è stato altrove,
e senza sentire dove fossero diretti.
Anche quello che ho imparato è poco,
quando mi piaceva distillare essenze,
e già c’era la pazienza
che è il gusto dell’attesa. 
Le cose restano in attesa,
allacciate al cuore che le ha colte
mormorano memorie
e leniscono con amarezze lievi.
Ma tu conosci la lingua delle cose?
Il loro parlare lieve
al tatto e al cuore,
mentre pazienti raccontano ciò che sanno.

esercizi di respiro

Dopo la pioggia vince il sole,
l’aria è ricca di fresco calore,
flusso di semi e di pollini
che estrae da profumi e colori
aiuta i voli delle impollinatrici.
Tenere gocce scivolano dalle foglie,
sono etere che sgrana e discioglie
il grumo che scordato pesava
e ora è molecola
respiro che parla col sangue.
Vivo, origlia umori,
li sparge nel profondo
con l’amore che cura
e ha pazienza di raccolto.
Ascolta,
c’è una consapevolezza che annuncia
ed è misura d’un nuovo
che accade
e vuol essere compreso.

adolescenza

In questa stagione la scuola era un misto di troppo e di colpa.
Andavo a pescare
dove la città diradava le case
e cedeva ai campi l’aria e il colore.
Le anse di fiume erano splendide acque lucenti,
acidulo e forte l’odore di riva,
come i pensieri che cercavano il senso
e la tregua.
Tutto era possibile,
l’esser d’altri, fatica,
così si sommavano ore
e risucchiava I pensieri, la luce:
ero cosa tra cose,
in un fervore di voli, di gridi e di tuffi.
L’attimo stirava la tela del tempo, era piena di vita,
e il futuro era immoto,
nella solitudine acerba,
allora capivo l’allegria del pesce
che balzava a catturare le barbe di pioppo,
della sua vita felice d’essere cosa.

epifanie senza pretesa

Dove ciò che si congiunge non è mai solo il nome,
né il momento,
e neppure il fatto.
Del piacere non resta memoria,
forse dell’aria, dell’ora, della luce,
e qualche dettaglio che emerge poi.
Il dispiacere si comporta male,
artiglia per sanare,
così dice, mentre toglie
ed è carne che non ricresce,
ferite che per loro conto evolvono.
Maestro è il sentire
di epifanie senza pretesa
e a lui ci si rivolge per un accordo,
dicendogli
giungi e racconta:
il giorno è specchio ed essenza
mostrami la vita che prometti.

fotografare non basta

Fotografare con le parole,
annotare,
e il pensiero liquefa, diventa nuvola,
piove, bagna, si disperde,
resta una leggero pulviscolo,
oro nella luce,
è polvere che danza.
Fotografare con le lenti dell’anima,
che non ha di sé prova né misura.
Eppure un fremito,
la pelle lo percepisce e scatta fotogrammi di sentire,
sgrana DNA impalpabile, somma del vissuto,
crivello del prescelto, desiderato e poi perduto.
Le storie falsano i momenti,
ma il passato crea e non si strappa,
è il futuro che si lacera,
che nega ciò che gli dà vita.
Questo nostro tempo è sensore, 
somma ciò che è con ciò che non è stato,
nel vibrare quantico che oscilla
e genera energia.
Le probabilità, come in ogni scelta,
si coagulano:
nell’apparenza della necessità
e poi tornano ad essere energia. Materia per nuove stelle,
e trasalire del cuore,
che è quando precede l’accadere.

quiete

Per vuotare la testa,
infrangi I circoli di oscure necessità,
ferma il passo sulla pietra,
ascoltala mentre racconta.
Lascia percorrere lo sguardo
c’è un portone graffiato dall’uso,
a cui forse gatti e cani
hanno chiesto udienza,
sopra una finestra
un numero inciso sulla chiave della volta
rende inutile il tempo dei pensieri urgenti:
1748 con una scritta che implorava misericordia e pace.

Noi così inutili e a noi stessi necessari,
sappiamo che nei particolari c’è la quiete del mistero,
trattiene anse d’ombra
e se i fatti s’assomigliano nel loro importunare,
ciò che cuce la loro trama
è l’infinito scorrere di pause
e di ripetersi:
cosi dall’inutile pensiero entra la silente assenza,
e una felicità che non pretende.
Mi perdo in questo nulla
che ogni stanchezza divora.
e s’arrende la ragione
lasciando che il bandolo si smarrisca.