piccola patria

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Molti, quasi tutti, vanno in bicicletta o a piedi: studenti, avvocati, professori universitari, professionisti, artigiani e massaie. Altri in suv. Ma quelli sono commercianti, persone in cerca di evidenza facile, nobili più o meno decaduti con palazzo in centro,  personaggi con capitali strani, foresti. La città storica è piccola, si percorre in mezz’ora, ed è un gusto andarci tra portici, piazzette, caffetterie e tavoli all’aperto, monumenti e palazzi. Molti palazzi e monumenti, che si sovrappongono come nei dipinti del ‘300, che trovi nella basilica o nel Salone, ce n’è uno di Altichieri da Zevio, bellissimo, nella cappella del beato Luca Belludi, che mostra il Santo e la città zeppa di case, con quella prospettiva piatta che dà un senso di folla curiosa e un po’ meravigliata, solo che non ci sono persone ma palazzi, strade, piazze e torri che si accalcano entro mura turrite. Una sorta d’isola in mezzo a una campagna che accoglie e converge come un abbraccio. Dentro le mura del ‘500 è un addensarsi di case e se si vedono dall’alto, a malapena si indovina il cardum e il decumanum romano, perché la città c’era prima di Roma e perché non fu mai un accampamento, e così le strade si muovono a raggiera, a ellissi larghe, ristrette dai portici, ma anche allargate da essi per chi cammina. Ci sono strade in cui pedoni e biciclette si mischiano allegramente, altre in cui c’è un caotico flusso che dipende dalle ore e dagli spostamenti, le auto sembrano in più, servono per tornare a casa quando si è andati distanti, ma poi il piacere è muoversi con la fretta che consente un corpo. Non sono mai sufficienti le rastrelliere per le bici e le piste ciclabili stanno decadendo da quando è arrivato un sindaco che non capisce perché foresto, che sente le ragioni dei commercianti e molto meno quelle di chi non vota, come gli studenti. Qualche anno fa proposi al rettore di fare un campus per la facoltà di medicina fuori città, mi rispose che non era il caso e che l’università era un campus urbano come accade ad Oxford o Cambridge. Aveva ragione lui sul campus, del resto quasi 70.000 studenti non sono pochi in una città che ha 200.000 abitanti, ma aveva torto pensando che fosse come nelle città inglesi dove è l’università la principale struttura urbana e il centro di pensiero anche economico. Qui, come a Bologna, ci si vanta dell’università, ma poi si pensa ad altro, spesso la si sfrutta. L’alma mater è al più matrigna per l’ industria e indifferente alla tradizione commerciale millenaria. Una economia miope e spesso arrogante oltre che lagnosa, fatta di parole e poca generosità. Non è un caso che gli ultimi benefattori si siano estinti nei primi anni del secolo scorso, questo ci dice che dopo lo splendore degli anni della repubblica e del principato, la lunga dominazione veneziana non ha generato una stirpe di munifici ricchi, ma circoli chiusi e gelosie. Eppure c’è un’aria che altrove non si trova. Non quella inquinata che si respira, ma l’idea che possa accadere qualcosa di grande, di bello, di adeguato a un destino che punta in alto. Questo non vedere l’alto è tipico di chi guarda con troppa attenzione ciò che vende e più per il guadagno che per la sostanza, ma mi ostino a pensare che in un qualche momento ci sia chi comincia a guardare innanzi e vede che la civitas è un insieme unico se ne facciamo parte non se si vive di rendita. E’ chiaro che sono di parte, amo troppo questa città, ne ho la sensazione tangibile quando ci cammino, quando vedo luoghi in cui sono cresciuto e che hanno acquistato la giusta dimensione capendo col tempo, cosa si è pensato e cosa c’è stato tra queste mura, ma non è solo un amore fatto di appartenenza, è il piacere di tornarci, unito alla capacità di vedere difetti e limiti. Da molto tempo l’industria delle lapidi per gli uomini illustri langue, con fatica si trovano qualità importanti per dedicare una strada, le stesse glorie accademiche si sono rarefatte. Come per gli uomini, le città vivono se si aprono, se guardano lontano, ora il periodo è indeciso tra una micragnosità di piccole ricchezze tenute strette e il volo di chi vorrebbe un respiro possente che indichi al mondo che di cultura, di ricerca, di saperi, di scoperte ci si alimenta e vive. Quando ci penso mi dico che finché ci saranno biciclette e persone che vanno a piedi c’è speranza che questo vedere prenda il sopravvento. Lo so che è così, perché chi cammina ha tempo per pensare e chi pensa riesce a vedere oltre, ha una meta, che è non solo la strada su cui cammina.

la giornata del cronista

La città è contornata da mura, ammassi ordinati di pietre, mattoni e calce. Il rosso delle mura è un orizzonte e un porto sicuro per chi giunge attraverso le strade antiche e quelle nuove, appena accennate nel fango. La via Annia, la via Popillia verso Altino, le strade di un impero morto 800 anni prima continuano ad essere usate. Dentro le mura, case basse in legno addossate le une alle altre, quasi tutte le strade sono in terra battuta, vicino alla reggia e al castello del vescovo, svettano le case a torre, sono più di 50 e testimoniano un benessere raggiunto dalla nobiltà di campagna scesa in città dai feudi. I palazzi veri e propri, non sono molti oltre a quello del signore. C’è molto legno nelle case e la pietra riempie i muri portanti, non si fa molta strada per trovarla, i marmi e i laterizi romani, affiorano ovunque. I veri palazzi importanti sono quelli civili e rivaleggiano, spesso vincendo, con le chiese, entrambi testimoniano la solidità economica della città e i suoi commerci. Le case dei nobili, dei mercanti, dei notabili, hanno una loro relativa bellezza e comodità, le facciate sono decorate a fresco, ma il rinascimento si sente appena e gli spazi testimoniano più l’uso che l’apparenza.

La casa del cronista non è dissimile da quella del grande poeta toscano, che fu canonico della cattedrale: due piani, uno spazio verde avanti e nel retro della casa. Al piano terra la cucina e una stanza ampia per ricevere e desinare, un uscio si apre su un piccolo orto, verdure, albero da frutto, qualche gallina e coniglio. Al primo piano le camere da letto, due, abbastanza piccole, lo studio con pochi libri e il tavolo e la sedia rivolti verso la finestra, un leggio molto alto riceve la luce. I domestici dormono o in cucina o in una piccola stanza dove si accatastano le poche cose in disuso: mobili tarlati e rotti, abiti smessi per consunzione, un baule dipinto.

Il cronista scrive spesso in piedi, sul leggio che porta il calamo e un lume. Il lume viene acceso di rado. Scrive con caratteri regolari in latino e in volgare. Le parole sono ordinate e fitte, l’inchiostro è solitamente il nero, i capitesto possono avere qualche nota di rosso. Scrive ogni giorno o quasi, la tarda mattina e il pomeriggio. i fatti gli vengono riportati e riguardano la città. Ogni giorno si reca a corte e raccoglie altri fatti notevoli. Racconta ciò che vede e vuol far vedere, il frutto delle sue peregrinazioni tra i luoghi della vita politica, economica e civile della città. Le piazze del mercato, il palazzo di giustizia ( che qui si chiama come in altre città vicine, della Ragione e il sottinteso è che nella città vi sia una giustizia giusta, che non si pratichi l’arbitrio, ed è questa una grande conquista di civiltà), frequenta lo Studio, in particolare l’università dei giuristi. Quella degli artisti è più impregnata del fare e meno interessante nel discettare. Le lezioni hanno grandi maestri, pagati dagli studenti che li possono licenziare, per questo sono stimolati a eccellere in persuasione, profondità di dottrina e retorica. Il pensiero è aristotelico, ma totalmente nuovo rispetto all’impostazione tomistica di Tommaso e appare qualche vena di platonismo e di attenzione al corpo e all’uomo pur governato dallo spirito. Dopo che un amico di Marco Polo, Pietro d’Abano, filosofo e medico, è stato arso dopo morto per la condanna come ateo ed eretico, lo Studio è meno ardito, però si discetta molto sull’immortalità dell’anima e un suo studente è diventato rettore della Sorbona e poi consigliere dell’imperatore. Si chiama Marsilio ed è riuscito a porre le basi del potere laico sottraendolo all’imperio religioso.

Il cronista conosce queste vicende, ascolta, parla, interviene. Chiede ai forestieri, e forestieri sono tutti i non villani, che entrano in città, raccoglie notizie sulle città vicine, sui principi e la loro potenza. E’ un giornalista ante litteram, ma non ha l’obbligo dello scoop e della notizia, così la sua cronaca punta più al quotidiano del potere e della città per fare in modo che resti traccia, non si consumi il ricordo. Nella sua pelosa oggettività evita le vicende che lo costringono a schierarsi contro qualche potere costituito. La chiesa è uno di questi ed è pericolosa. Ma la libertà ha concetti molto diversi da quelli attuali.  Scrive con continuità, è il suo mestiere e il signore lo ricompensa per questo, però scrive anche per sé, per questo m’interessa. Gli piace il racconto del vero, il succedersi dei fatti e delle stagioni. Ha un crivello del tempo che distingue ciò che è notevole da ciò che non lo è. Le cose di pietra, le feste, gli stemmi che poi sono narrazioni di famiglie, sono miniere di simboli, che vengono decifrati e collocati nella giusta ascendenza del potere, il suo è un percorso di gloria, non la sua ma quella di ciò che descrive attorno. Durante la sua vita succederà un rivolgimento assoluto, il signore decadrà, perdendo vita e potere, lui se ne fa rapidamente una ragione e continua a scrivere, ad annotare e il libro si riempie di caratteri e di nuovi fatti. Le persone sono sempre un contorno, premono sulla pagina per entrare, ma al più emergono dai particolari, le singole vite si mescolano nella rappresentazione della città. Anno dopo anno le annotazioni dipingono il luogo di una città non piccola e una grande storia. E’ la stessa storia che serve per far ascendere alcuni e ignorare altri, perché la sua cronaca è l’oggi, ma è rivolta al futuro. A futura memoria, il passato deve servire a qualcosa. A legittimare, lasciare traccia di un consenso presunto.

Lui sa che quasi nessuno è in grado di leggere quanto scrive, può farlo il potere o i professori dello studio, ma la sua cronaca è destinata alla città e al futuro, e attraverso la narrazione del potere, dei fatti, della meraviglia, narra per sé e per pochi che possono condividere. Con costanza allinea storie, fatti, interpretazioni, in un lavoro che percorre la sua vita ed in questo giornale che lui scrive ad memoriam, trova la sua felicità.