en attendant

Prenotazione tre mesi prima, fare coda allo sportello per la riconferma dell’esame il giorno fissato, spostarsi e fare coda per il pagamento del ticket, 47.15 euro, ritornare all’altro sportello per consegnare la ricevuta di pagamento. Coda. Tra la cassa e lo sportello ci sono 50 metri. Tre code, 150 metri, per fortuna ho le gambe buone e una discreta pazienza. Eppure questa è la migliore sanità italiana, così dicono. Ma la burocrazia e la logica sono allineate al livello di efficienza e di irrazionalità più basso. Non c’è logica , ne buon utilizzo del personale, perché?

Adesso pazientemente attendo che un’ora tassativa per me diventi reale per il medico.

Penso e questo fa compagnia.

verde

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Di un fazzoletto di prato ben tenuto, colgo la felice anarchia delle margherite. Non molto distante, sul clivo dell’argine, radi papaveri si mescolano alle erbe e diluiscono la dolcezza del verde. Sono passati greggi di pecore e hanno lasciato il superfluo, eppure è bastevole e ricco. Giù dell’argine, nella corrente rapida, che un tempo muoveva macine, alimentava fortune di paese, sfamava alcuni mentre altrove si moriva di fame, ci sono lunghe erbe verdi sommerse che muovono sinuose. Anch’esse verdi, accarezzano pesci ormai destinati alla battaglia con le esche dei moldavi e dei rumeni  che popolano allegramente gli argini nei giorni di festa. Il verde è qui, appena fuori d’ una porta, d’una strada di città. Necessario quanto mai alla vista e difficile come le parole che lo circoscrivono. Troppe, inutili, inefficaci oltre quell’etimo: verde, che già lo racchiude e tiene dentro di sé. Ed è profumo d’erba tagliata che già muta colore come se il verde pervadesse l’aria e la lasciasse più povera. E’ menta selvatica, rosmarino, basilico, timo che accarezzati cedono il verde all’olfatto. E’ lo scostare di foglie, l’umido alito del sottobosco, la luce che investe. O ancora è il mare che copre senza apparente soluzione di continuità un latifondo. Oppure un miracolo che risponde a leggi rigorose, una percentuale da piano regolatore, il bilancio di un degradare economico dell’uomo verso ciò che, apparentemente,  è inesauribile e può essere tolto con facilità. Il verde delle carte è la misura del corrompimento dell’idea di progresso, il suo abortire in un numero che non è misura di benessere, ma di guadagno. E quel numero stabilisce se esista o meno la corruzione delle menti prima che quella del denaro, se ci sia o meno sopraffazione. Oggetto del desiderio di chi lo distrugge, se esso è di tutti, viene dal suo carnefice ricreato nella propria casa. Il successo d’una carriera si misura più sul verde che attornia la casa che nelle stanze che essa mostra.

Eppure il verde è fratello di quell’aria, di quell’acqua, che parimenti mutate, eradicate dal sensibile, tolte dalla percezione usuale, diventano oggetto di meraviglia quando si manifestano senza aggettivi. L’aria è l’aria, l’acqua è l’acqua, poi interviene ciò che la muta e la fa giudicare per differenza. Così il verde che da colore diviene punto d’equilibrio interiore a tal punto che la sua assenza  inaridisce il sentire, depriva, spinge alla ricerca di succedanei. Nella forza apparentemente anarchica  delle margherite, trovo la vitalità di aceri, pioppi salici, bagolari, cresciuti per loro conto sui clivi, nelle incolte isole di eredità contese, nelle custodie giudiziali dei fallimenti, negli espropri eccessivi, nell’incuria di opere pubbliche senza manutenzione. In questo anarchico fiorire di boschetti, di abbarbicature a ciò che per l’uomo è residuale, si compiono trasformazioni che risanano, riportano equilibri a un pregresso che deve pur stare nella memoria di Gea vista la pervicacia con cui lo rincorre. E nei mucchi di tronchi abbattuti dall’intenzione di dare una regola al mondo, vedo sia il prodigio dell’energia gratuita che essi offrono, ma anche l’insensatezza di voler governare a colpi di mannaia ciò che un cervello poco malato, ben distinguerebbe, ossia che c’è ciò che ci fa bene e ciò che ci è nocivo. E che di quello che ci fa bene ciò effettivamente usiamo non può essere un’astrazione, ma una concretezza data alla parola che lo identifica. Così verde, albero, erba, papavero, margherita, ecc. ecc. designano un contenuto per noi, per il nostro spirito, per una composizione di esso con l’ansia di prevedere il futuro, di determinarlo. E di tale contenuto, a volte, teniamo conto e inspiegabilmente proviamo una piccola felicità a cui non sappiamo dare un nome. 

komorebi

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Prima cominciavano i pioppi, e le “barbe” invadevano gli angoli, si associavano in nuvole, volavano e si infilavano ovunque. Poi arrivavano i tigli, con semi giallo oro che formavano tappeti e profumavano le sere ancora fresche e le prime ore della notte. A scuola raccontavo di inesistenti allergie, sfregavo molto gli occhi: il giorno dopo sparivo e andavo a pescare. Oltre la periferia, c’erano i campi e le anse larghe del fiume. Conoscevo un posto dove la riva era franata e gli alberi arrivavano al limite della sponda. Un paio di metri sotto il livello dei terreni coltivati s’era formata una sorta di spiaggetta. Più una balconata di terra e ghiaia che un posto da bagnanti, ma nessuno ti vedeva. Si poteva nascondere la bici e mettersi a prendere il sole nudi. Qualche volta lo facevo, ma in questa stagione andavo per pescare. Montavo le due canne, gettavo la lenza in mezzo al fiume, senza galleggiante, e lasciavo il filo in tiro. Le canne erano nei sostegni ed io mi mettevo con le spalle appoggiate alla riva ad attendere. C’era silenzio, qualche richiamo lontano, gli uccelli che volavano a pelo d’acqua. A volte grossi pesci, barbi, temoli, cavedani, saltavano per prendere al volo i batuffoli di aria e di spuma che cadevano dai pioppi. Ma era un saltare rado, fatto di un frullo e poi di un tonfo, poi il silenzio e cerchi d’onda che s’allargavano.

Non mi interessava molto pescare credo, perché non ero mai deluso dal risultato, mi piaceva il posto, la solitudine, il volteggiare dei semi in aria, la vita che si muoveva sopra e sotto l’acqua. Eppoi quella pace immersa nella luce, portava il pensiero in un grande senso di quiete. Le preoccupazioni tardive per i cattivi esiti scolastici si allontanavano assieme ai doveri e ai rimproveri, tutto sfumava in un indefinito futuro. E mi pareva di avere infiniti futuri a disposizione, e quelli negativi magari non sarebbero accaduti, ma sopratutto non riguardavano il presente. Appoggiato a quella parete di terra tiepida pensavo alle cose lette, all’inesauribile mondo da vedere, alle cose che avrei voluto fare e che certamente avrei fatto, alle scelte da compiere E tutto sembrava ancora lucente e nuovo. Erano pensieri senza tempo e urgenza. Loro scorrevano le ore come rosari, ma la realtà era essere lì, con quell’acqua che scorreva lenta, i pioppi e i tigli che la riempivano di isole di semi galleggianti, e i pesci che saltavano controluce. Quella luce che filtrava tra foglie nuove e già fitte, si chiama Komorebi in giapponese, e anche allora non aveva un equivalente lessicale italiano, ma teneva tutto dentro quella simbiosi generata dallo sguardo, dal pensiero lento, dal luogo. Guardavo, sentivo e non sapevo dare un nome al benessere, mi bastava stare bene. 

pronunciation | “kO-mO-’re-bEsubmitted by | julieyumi submit words | here
p.s. nel primo ideogramma ho visto il pesce che salta, nel secondo il mio andarmene dalla complicazione della città e delle mie faccende, nel terzo, me appoggiato alla riva, nel quarto le mie due canne che puntavano come una scala verso il cielo. Ma questo l’ho pensato davvero molto, e molto dopo.

spiegel

Ho messo le vesti l’una sull’altra,

con cura preziosa allo sguardo,

che voglioso ha stropicciato i ricordi,

come il brivido dei momenti d’assenza.

Così fino alla pelle,

al corpo nudo ora riflesso.

Con stupore seguo segni,

la mappa del tempo che scrive,

di ciò che mai si legge nel giorno.

Il corpo da dentro si scava,

nell’ora che muta distratta,

e con dolce carezza toglie il superfluo,

di questo ora tengo misura.

Del vibrare screziato di sogno,

di passioni frangiate di brina,

dell’indifferenza che accompagna la quiete,

di questo ora tengo coscienza,

ma c’è ancora uno slancio impossibile,

tra scatti di luce nel vuoto?

Perché lì, cieco a me, colgo il segno del giorno,

la traccia oltre il sopor d’abitudine .

Eppure sembra impalpabile il tutto,

oltre il tenero della pelle che vedo,

che è seta prima d’essere tessuta,

un colore di bava tenace,

da posare su morbide labbra,

un filo,

gettato oltre ciò ch’è sembrato d’essere,

oltre ciò che s’è conosciuto.

la dote

Alla fine bevi sempre con gli stessi bicchieri, mangi negli stessi piatti, cucini con le stesse pentole. Cambia il cibo e cambiamo noi, ma poco o nulla i mezzi. Impariamo a degustare, mettere i vini nei bicchieri giusti, ma accade ogni tanto e così la fraterna tirannia delle cose d’abitudine c’accompagna. Sembra che queste siano fatte per accompagnarci, per avere un rapporto particolare con noi, e non ci stupiamo che corrispondano nei risultati. Conosciamo una pentola e ciò che è in grado di fare e lei ci ricambia. 

Da piccoli magari avevamo una tazza, o un cucchiaio, o una forchetta che erano solo nostri. Era un elemento di proprietà che ci dava una differenza, un posto particolare a tavola, un inizio di identità. E abbiamo continuato ad avere cose solo nostre, anche se le credenze e i cassetti intanto si riempivano di stoviglie che sono invecchiate con noi. Servizi che passeranno ai nostri figli e che spesso non vorranno. Il modernariato è una grande assemblea di desideri realizzati da altri, di occhiate alle vetrine, di regali tenuti con cura prima e con indifferenza poi.

Guardando i ripiani ricolmi si capisce la ridondanza, la sua gentilezza che contiene una mancanza, un ordine interiore naufragato sugli scogli dell’utile. I dono e il desiderio hanno accumulato un bello destinato a non raccontarsi quasi mai. E questa è la mancanza, ovvero quello che si è mostrato come sicurezza e possesso non ci ha allietato. Così tra gli scaffali che rivelano piccoli ricordi dimenticati emerge il bisogno di semplicità, un tributo all’innocenza possibile, un’altra possibilità di vita.

Avevo una forchetta d’argento. Era la mia, forse residuo di qualche dote sciupata. Con tre rebbi, da frutta, andava benissimo per le dita bambine. Decoro San Marco. Molto evocativo e veneto. Chissà dove è finita. Mia madre diceva: no la ghe xe? la sarà ‘ndà a san Lazaro. A san Lazzaro c’era la discarica. Dava la giusta importanza alle cose, mia Madre. 

70 anni dopo

Oggi si celebra molto. Si discute altrettanto. Si smarrisce parecchio. Ciò che si strumentalizza in fondo lo si giudica di poco valore, accade anche con la festa della Liberazione, vista la scarsa attenzione che ha ormai la carta costituzionale, rispetto ad allora. Sembra un passato vecchio, inattuale, ma allora è meglio questa broda?

Intendiamoci, partiamo da condizioni assolutamente diverse. Oggi c’è la libertà, allora non c’era, c’è un benessere che pure nella crisi non è confrontabile con quello anteguerra, c’è un dibattito politico, la critica, la possibilità di muoversi, una eguaglianza difficile, ma perseguibile senza giudizi di razza, religione, genere., tutto questo e molto d’altro nel fascismo non c’era. Però oggi c’è una minore considerazione sul valore di tutto questo, tutto si confonde e diventa uguale, o almeno si vorrebbe fosse eguale.

Revisionismi storici, relativizzazione del contributo dei Partigiani, ma essere stati dalla parte del giusto, aver lottato, cambiato il Paese, riscattata la dignità dei singoli e di un popolo, lottato per la pace, contro le stragi, le sopraffazioni, la fame avrà pure avuto una differenza sostanziale, o no? C’è da chiedersi, nella diminuita percezione del valore della democrazia, quali domande non vengono più poste a chi si occupa della cosa pubblica, quali germi crescono intanto. La Resistenza allora dette molte risposte, ai singoli e alla comunità, pose domande nuove e soprattutto ridiede la speranza a una nazione. Per molti anni abbiamo vissuto di quella speranza, anche chi si aspettava altro dalla Resistenza e si sentì tradito nel sacrificio, comunque ebbe speranza: le cose sarebbero mutate. E mutarono. Ma oggi il Paese vive una crisi che non è solo economica, manca di valori condivisi, questo genera un grande pericolo che il passato sotto altre forme, possa ritornare e che l’Italia, l’Europa ridiventino incubatori di ineguaglianza assunta a sistema, di razzismo, di xenofobia, di caduta di libertà individuali e collettive. Senza valori comuni, senza una religione della libertà, dove possiamo andare? Come potremo cogliere l’ingiustizia, l’illegalità, là dove nascono se non c’è una comune percezione del futuro che oltrepassi il benessere? La grande risposta dell’Italia liberata dalla Resistenza era in questo coniugare: giustizia, libertà individuali e collettive, benessere economico, eguaglianza. Se oggi sono ancora queste le risposte, gli obbiettivi che mettiamo alla domanda di futuro, possiamo celebrare, altrimenti quegli ideali incompiuti sono da compiere, e questo ci riguarda oggi e nel futuro. 70 anni dopo i valori, le prassi, le realtà non compiono gli anni, nascono ogni giorno e hanno bisogno dello sforzo, dell’attenzione, della passione per inverarsi nella vita quotidiana.

Per questo la Resistenza non finisce, ma continua per una società più giusta, eguale e libera.

Buona festa della Liberazione a tutti.

bar sport mediterraneo

Per onestà e chiarezza bisognerebbe porsi le domande vere che stanno sotto i problemi: cosa vuol fare l’occidente di questi uomini che fuggono da guerre e fame, non di rado indotte dallo stesso occidente? E se non vuole fare nulla, come pensa di respingerli? E’ meglio porsele queste domande, perché ora sono un milione in attesa, ma se il mondo continua a generare profughi e affamati, i milioni cresceranno. Le soluzioni evocate in questi giorni vanno dall’affondare i barconi con i profughi a bordo all’affondare i barconi nei porti. Lascio perdere la prima soluzione perché solo un nazista può pensare una cosa del genere, ma anche la seconda non risponde in realtà a nulla di concreto perché basta ricordare, e ce lo dice la cronaca datata di oggi, che i droni o i cannoni non distinguono tra amici e nemici, tra prigionieri e aguzzini. Inoltre il milione di profughi che ha attraversato il deserto o è fuggito dalla guerra in Siria o in Iraq, che fine farà? Possiamo dichiararci irresponsabili di queste persone? Diciamo che il problema lo deve risolvere la Libia, un paese nel caos in cui non manca la responsabilità dell’occidente?

Per questo le soluzioni evocate sono da bar sport, in realtà si sta scatenando una guerra per il cibo, l’acqua e la vita. E l’occidente non potrà chiudersi pensando di salvarsi. Non ci riuscirà perché il costo sarà talmente alto da non poterlo sopportare. né democraticamente, né economicamente e solo se rinuncia a depredare i territori, come ha fatto per secoli, ma al contrario, investendo e creando condizioni di pace e di lavoro potrà uscire dall’assedio.

Salvare se stessi significa, affrontare un’emergenza umanitaria, e contemporaneamente disinnescarne le cause: guerra e fame. Per questo emergenza e progetto vanno assieme: se i soldi che vengono spesi per arginare l’inarginabile verranno portati e spesi nei Paesi d’origine si invertirà il percorso dei profughi. Nessuno ha voglia di morire per strada se non fugge da una morte certa o quasi, ma questo sembra che i governi occidentali non siano in grado di capirlo. Serve un piano di aiuti per l’Africa e il medio oriente che consenta l’autosufficienza alimentare ed economica, con il contemporaneo embargo delle armi e l’imposizione della pace. Ma questo ha dei costi, forse per questo si preferisce l’emergenza e il dibattito sterile che genera: perché svia dalla soluzione reale del problema. Ma non perderemo il benessere raggiunto se si forniscono le condizioni di autosufficienza ai popoli, semplicemente evitiamo una guerra che già è in atto, anche se non dichiarata, e che, fosse solo per il numero, ci vedrà comunque perdenti. Quindi un calcolo di perequazione di risorse, di riduzione dei conflitti, la stessa diminuzione della diseguaglianza è oggi un calcolo logico, basato sul male minore: l’occidente cambia il mondo rendendolo più vivibile ovunque e conserva il suo benessere. Anzi lo può addirittura accrescere perché crea  capacità economica, nuovi mercati non più basati solo sull’assistenza. E tutto questo non ha nulla di buono o santo è semplicemente l’alternativa all’uccidiamoli tutti. 

la mia città e la bellezza

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Camminando per strade e piazze, riconoscendo luoghi, storie, godendo della bellezza che si è accumulata in quella che chiamo la mia città, sento che non è questione di merito e che nessuno di noi si merita ciò che gli riempie gli occhi e il cuore. Al più è stata fortuna d’essere in un luogo in un certo tempo, ma cosa abbiamo fatto per meritarcelo semplicemente non esiste. Quindi tutto questo non è dipeso da me o dai miei concittadini che vedo attorno. Neppure questa lingua bella e dolce è dipesa da noi, al più possiamo parlarla, trasmetterne la bellezza, ma non è un merito. E’ stato il caso unito a una serie infinita di fare e non fare che ha generato e mantenuto palazzi, strade, persone. Sono stati moti d’orgoglio, potenza, pietà, munificenza, paura, stupidità, insipienza, desiderio d’immortalità che hanno generato e tolto, ma basta seguire i passaggi di proprietà, testimoniati dai nomi delle case, per capire che chi ora possiede, al più è un custode. Ci sono 641 dimore storiche in città, gran parte sono gelose di sé e non si mostrano, ma questo poco importa perché c’è sempre un’evidenza che non si può nascondere, una curiosità che viene sollevata, e poi, col tempo, le porte si apriranno, perché se la bellezza non si rivela lentamente si banalizza, se non costa fatica non è preziosa, se non si indaga diventa apparenza.

La chiamo la mia città ma in realtà sono io che le appartengo ed è lei che dona a me affetto e bellezza. Al più posso un po’ amarla e se, con pazienza e attenzione, potrei tracciare la mappa di ciò che mi attrae, delle vie che conosco, delle sue opportunità, delle coincidenze, se potrei raccontare quello che so, e soffermarmi nel mistero di quello che ignoro, capisco che comunque sarebbe la mia interpretazione della sua bellezza, solo una piccola parte della sua. In questi luoghi si sono concentrate forze e ignavie immani, come dappertutto, ma ognuna ha avuto una storia propria e solo messe assieme hanno generato una bellezza specifica, non generica. Una identità. Se dicessi di ogni luogo amato sarebbe il mio modo di vedere, la mia concatenazione dei fatti, ma non cambierebbe di molto la percezione di gratuità del godere ciò che ho attorno. La fortuna è vedere ciò che c’è e lasciarsi prendere, senza ritegno e senza merito. 

lavoro povero e senza domani

Il fenomeno del lavoro povero non è tale. Da sempre esiste lavoro sottopagato, malpagato, non pagato, tanto che della giustezza del retribuire il lavoro, il vangelo ne fa una condizione etica del rapporto. Dare la giusta mercede agli operai, è il sintomo di una prevaricazione che ha radici antiche. Chi più ha può togliere il giusto se non ha giustizia in sé.

Si è parlato a lungo di caporalato in Italia, e lo si confinava al sud, come questa fosse una scusante. Ma non risolvere il problema della legalità, lo ha propagato e portato ovunque. Nel nord, magari oggi un po’ meno ricco, è la condizione per mantenere e incrementare una ricchezza in alcuni settori. Però un effetto del lavoro povero è che uccide il lavoro giusto, che rende nero il lavoro bianco, che elimina la sicurezza come condizione del lavorare, che toglie le condizioni della concorrenza vera tra le aziende e la consegna all’illegalità. Nella logistica, nei servizi, nell’edilizia, nelle professioni, nelle fabbriche esistono percentuali importanti di lavoro terziarizzato in cui il committente non si cura di chi lavora, ma solo della quantità e qualità del lavoro. Come mi dire: non mi interessa come e con chi lo fai, basta che tu lo faccia. Non sono tutti così, ma il “fenomeno” si estende e così il lavoro diventa grigio e viene sottratto a due condizioni essenziali per qualsiasi attività umana: la legalità e la dignità. In queste aziende senza diritti, una parte dei lavoratori è regolare, ma è costretta a restituire parte della busta paga al caporale e con questa provvista di denaro si crea utile indebito e si utilizza per pagare i lavoratori completamente in nero. Spesso il ricatto è la sussistenza, e vale per tutti, italiani o meno, oppure la permanenza in Italia per i clandestini, un permesso di soggiorno, oppure ancora un tetto e un piatto di minestra, comunque le retribuzioni sono largamente inferiori a un livello di vita decente. Vita dignitosa come si dice in maniera più forbita. 400 euro al mese, o anche meno, per 50 e più ore di lavoro disagiato, spesso notturno, festivo, al freddo o al caldo, senza nessuna protezione, senza servizi, mensa o altro. Il problema è evidente, ma sembra esista solo per qualche sindacato, per qualche associazione che lo vede nelle sue espressioni estreme, cioè la miseria. In questo caso le soluzioni sono da emergenza: un piatto di minestra, un ricovero per qualche giorno, una bolletta pagata. Quello che fino a un certo punto stupisce è che non ci sono comuni, regioni o stato che intervengano perché vedono il problema. E neppure vedono il fatto che il problema genera problemi, in quanto è l’ultimo stadio prima della marginalità, prima dell’indigenza assoluta. La marginalità toglie la percezione della legalità e chi è stato oggetto di illegalità quando gli viene tolto il minimo, derubato, cacciato, precipita nel livello della sopravvivenza, lì dove la necessità è vivere, non arricchirsi o prosperare nel delinquere, solo vivere.  Non giustifico nulla, ma se non si previene e non si affronta, le regole comuni diventano a rischio.

Questo è il mio modo, un modo, per ricordare che chi non muore nel canale di Sicilia, non ha un grande destino in Italia, che quasi tutti accetteranno uno sfruttamento che arricchirà qualcuno che appartiene a questo Paese, che i numeri delle tragedie devono farci riflettere sulla loro origine e conseguenze, che i morti non sono solo notizia.

campi di periferia

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Il portiere mette il pallone a terra, con cura, su un punto preciso che solo lui conosce. Arretra, prende la rincorsa e calcia. Il pallone manda un suono acuto, quasi un grido, mentre vola. Gli occhi seguono la traiettoria mentre le bocche già commentano. E’ così, ogni domenica pomeriggio, nei campi da calcio di periferia o di paese, c’è sempre una squadra che gioca e ci sono sempre persone che guardano. E grida, fischi, risate di scherno o di divertimento, improperi, gioia, bestemmie. C’è sempre un allenatore che s’arrabbia e prende a calci una panchina, dei giocatori che si rivolgono, al cielo, all’arbitro, al pubblico. C’è un portiere che incita e che dà ordini, c’è una palla che vola, che si scontra, ribatte, corre veloce e raramente finisce in fondo a una rete. Poi tutto finisce e resta l’odore di erba tagliata di fresco, le margherite ai bordi del campo, le persone che si riprendono le biciclette, i motorini, le auto e parlando s’allontanano. C’è sempre un momento in cui si deposita la luce, mentre l’ultimo della squadra di casa raccatta il pallone più lontano e cammina piano lungo il bordo, attento a non pestare la linea tracciata di gesso. Poi il silenzio. 

La luce tagliava di sguincio, allora mio padre, mi metteva sulla canna della Legnano nera e tornavamo verso casa. Poi si sarebbe sciolto l’incanto per la sua vicinanza, per il ricordo che lo riportava ragazzo a dare calci ad una palla di stracci, alla sua reticenza nel dire ch’era pure bravo, e che la vita avrebbe potuto essere diversa, ma erano altri tempi. Nelle partite di periferia, pochi erano in tribuna, si guardava tra i rami di una siepe, dall’alto di un monticello di cantiere, nelle maglie d’una rete. E c’era chi arrivava per caso e si fermava, chi arrivava prima del tempo e chi, per partito preso, sempre se ne andava  prima che la partita finisse. Ma c’era anche chi restava e cercava con chi dire la penultima parola, perché a casa proprio non ci voleva tornare. 

Nei campi di periferia o di paese, adesso è come allora, si parla dialetto, si impreca, grida, si gioisce o ci si dispera, ma è sempre per poco, perché ogni volta sarà nuova. L’unica differenza è che ieri, in squadra, c’erano un africano, due magrebini e un cinese, e correvano e chiamavano la palla, con quel pasha pasha che era il passa passa di una volta ed esultavano o si disperavano esattamente come tutti e alla fine la loro stanchezza e felicità era davvero la stessa, mentre andavano verso gli spogliatoi.