Willyco

in alto, senza parere

Willyco

ragazzo

Mentre fatica a trovare forma di libro un pensiero scarruffato si agita, percorre, muta e le follie maggiori lo guardano sornione. Più misericordiose quelle minori, in forma di nuance malinconiche, raccontano. Ed è un arrivare e ritrarsi di cose non finite, di slanci, di immagini, di cieli che si sono detti e poi raccontati, di parole apparentemente dimenticate che corrispondevano a cose perdute. Tornano.

Madamina il catalogo è questo, perché tutti siamo don Giovanni nella vita e a volte Bovary. O almeno lo sono stati con noi quelli che si sono scelti. I sodali, i compagni di interminabili parentesi, le inutilità personificate e vissute sino a diventare essenziali. Così gli anni non compiuti dovrebbero essere di piombo, ma non è vero: sono piume disperse che gli occhi della mente segue e ritrova mutate. E il meglio non è mai diventato basalto, al più granito che si sfalda in minuscoli semi lucenti o arenaria che vola col vento, buona per clessidre che nessuno volta più, buona per scorrere l’impalpabile dentro. Buona per essere l’essenza del tempo che si respira, che è un noi che torna, che oscura il sole e ricorda i deserti che non sono mai tali per davvero.  Molte delle cose scritte sono vere. basterebbe questo per dire che noi siamo il dubbio ed è solo il tono che toglie aria e accorcia l’orizzonte. Forse oggi fare il bagno nell’acqua gelata rinvigorisce, ma ormai è più semplice raccontarlo e restare al piacere del nuoto.

Penso ed è già una vere delle scelte, penso e si pone il tema di come combinare pensiero con il corpo. Penso e condivido poco o molto, dipende. Più spesso poco, con gli anni, si imparano trucchi che disseminano più che rendere evidente, è la sindrome di Pollicino che in realtà non vuole tornare ma avere la sicurezza di un luogo dietro di sé.  Il fatto è che è inutile tornare se non c’è ciò che si pensa e si inizia a morire quando si torna alla stessa delusione ogni sera, quando rarefà l’attesa, il nuovo e diventa abitudine. Solo abitudine. 

I sessantottini ed emuli seguenti, non vogliono invecchiare. Faccio parte della prima generazione che rifiuta il declino, che ha visto più cose cambiare nelle abitudini e nella società di molte altre generazioni precedenti. Eppure non c’è stanchezza, disillusione casomai nel confrontarmi con gli altri, per capire se esiste differenza nel sentire e trattare il sentire e l’età. Mi dico che siamo solo patetici, a volte, ma senza capirlo, con l’ostentazione di una diversità presunta e intrinseca. Come se il dna si fosse modificato apposta per noi.

Questo aver vissuto intensamente pone davanti al bivio se vivere di ricordi o avere progetti, speranze, passioni. Alla fine mi parlo da solo e concludo che bisogna solo capire ciò che fa star bene. Ed è una fatica, ammettere, che ciò che fa star bene, limita, che non sfasciarsi nel corpo, è fatica, che usare e spiegare ciò che si è appreso, impazientisce. Continuare a impegnarsi, ad essere anche d’altri, per necessità, perché certifica che si esiste, soprattutto a noi stessi, ed è  più importante dal punto di vista personale di molte altre possibilità.

Ho paura del troppo tempo dopo una vita così piena, mi piace ancora mettermi alla prova, crescere, capire. Però i 100 metri non li corro, se non per gioco e se faccio a braccio di ferro con mio figlio, è per allegria. Ed entrambi, rossi in viso, ridiamo, felici. Io perchè ho ancora forza, lui perchè rinnova una complicità e non gli dispiace.

Capisco da poco, che esiste una via personale agli anni, che il passo deve essere misurato sulla felicità del camminare. Per conservare la gioia dell’andare, non per altro. Torna il pensiero che non si dev’essere il vecchio Casanova di Fellini, ma restare se stessi senza la pateticità dell’essere ciò che non si è. Desiderando, indagando, approssimando e non trovando, mentre si riprende a cercare quel pezzo che manca e che deve esistere da qualche parte. Deve esistere.

 

cursus

Parlavano greco e latino ed almeno altre tre lingue. Non tutti, i migliori o i curiosi. Prima di 20 anni si erano presi in mano la vita e la usavano. Con forza, violenza, dolcezza. Amavano e odiavano. Avevano cominciato più o meno alla nostra età scolare, verso i cinque anni a studiare grammatica, retorica, geometria, filosofia, musica, le lingue. Su libri illeggibili, con carta e penne impossibili. Imparavano, eccome se imparavano. E l’applicazione dell’apprendere era il mondo, campo d’azione e conoscenza. fatto di luoghi e persone per generare formazione e interesse e naturalmente per trarne vantaggio. La sessualità viene esercitata dentro e fuori il matrimonio, più spesso fuori, con figli a seguire. I bastardi che potevano essere re o servi, quasi sempre il secondo destino. L’apparire è importante, la coscienza dell’essere altrettanto. La salute assisteva a tratti e la morte faceva parte della gestione della vita. C’era fretta di vivere e di capire. Le due cose andavano assieme. Il cambiamento era repentino, devastante, si sperimentavano sogni e speranze in diretta. L’io e il noi si confondevano, per necessità. Non era un bel vivere, non aveva sicurezze né agi. Non c’era giustizia ma arbitrio e conseguentemente ci si difendeva secondo possibilità e torto. Verrebbe da dire barbarie ma i barbari una loro etica la possedevano e anche in questo vivere c’era non poca etica. Moltissima superstizione e l’uomo era precario più della natura che in fondo era l’elemento più stabile che avesse a disposizione.  Esisteva l’umanità, ma anche no, dipendeva. C’era molta paura di ciò che poteva accadere e non poca rassegnazione.

Quello che mi chiedo è perché di quell’epoca così forte, ricca, pagata con infinite sofferenze non sia rimasta traccia del meglio. Perché le conquiste si siano affievolite. E non parlo della tecnologia, ma dell’ansia di capire, di essere e insieme di appartenere a qualcosa di più grande. Di quella febbre che ha attraversato l’umanità e consente i nostri agi, le case calde, l’acqua potabile, l’umanità a basso costo perché non serve tagliare in due un mantello per coprire un ignudo come fece San Martino, non capisco cosa sia rimasto. Perché dovremmo essere cresciuti, dovremmo conoscere di più, dovrebbe essere più facile con tutta l’etica nata dalle stragi e dai genocidi capire l’uomo e trovarne il senso comune. Dovremmo avere un amore più semplice e vicino ai sentimenti, con una educazione al rispetto e alla condivisione più forti. E invece è’ difficile capire dove stiamo andando

seconda decade di ottobre

Le due Donne di casa compivano gli anni nella seconda decade di ottobre. Lo stesso giorno probabilmente. O almeno così diceva mia Madre. Era nata in casa, il nonno era andato all’anagrafe qualche giorno dopo, perché si usava così e gli uomini avevano altro per la testa, poi l’impiegato dell’anagrafe ci aveva messo di suo, magari avevano discusso su giorno e ora, così ne era nato un compromesso sulla data, sbagliata, e una doppia versione. Una casalinga e una dell’atto di nascita. Probabilmente lo stesso percorso aveva riguardato anche l’altra donna di casa, ovvero mia Nonna paterna, ma il bisnonno era impiegato del comune e forse una qualche accuratezza nella data c’era stata. Si potrebbe pensare che queste precarietà infastidissero la precisione, ma in realtà le date contavano fino a un certo punto, gli oroscopi erano sul rosa, colore difficile in quegli anni,  importante era la coscienza di essere nate e di costruire la propria vita. Entrambe erano molto coscienti della vita, avevano filosofie diverse, ma complementari, molta autonomia e un senso della cura che convergeva su di noi. Sui maschi.

Però si festeggiava, pur senza grandi celebrazioni che all’età mica ci tenevano se non per vezzo. La domenica successiva compravo le paste, il pranzo era leggermente più ricco, si restava di più a tavola e si parlava di qualche ricordo, tutti attendevano il dolce. Le paste non venivano tagliate a mezzo, quello è un uso goloso e finto dietetico che è venuto dopo, ma erano frutto di scelta preventiva e successiva. La mia era preventiva perché eccedevo in ciò che piaceva a me nell’acquistarle, successiva perché nel giro l’ultimo sperava sempre rimanesse la sua preferita. A volte mia Mamma si imponeva e se si voleva  festeggiare prevaleva la sua scelta: la millefoglie di Graziati. A voi non dirà nulla, ma è una millefoglie di riferimento in questa città, dovrebbero metterla all’ufficio pesi e misure di Sèvres, magari vicino alla definizione di caloria e tra parentesi di golosità, come standard di millefoglie per friabilità della sfoglia, per il suono croccante degli strati che si frangono e sciolgono, per la ricchezza equilibrata della crema e come esaustiva di ogni desiderio goloso. Mia Mamma la frequentava non solo per festeggiare, ma nel suo giro mattutino per le piazze non mancava di sostare e di prenderne un quadrato col cappuccino. Era una attenzione a sé che faceva parte della filosofia di vita, dove non doveva mancare lo spazio per il buono e il bello e il tempo era subordinato al vivere non viceversa. Mia Nonna aveva attenzioni antiche per i dolci, quelli che le ricordavano l’infanzia, più scabri e austeri, oppure fantasiosi di colori come le favette di questi giorni, avevano gusto e fascino inusuale. Li consumavamo come una cosa nostra per confermare una simbiosi che sin dalla mia nascita ci aveva messi assieme. E faceva parte del curarsi di chi era amato. In questo noi maschi sentivamo queste presenze forti e discrete, che non mollavano il punto sulla libertà, ma volevano incondizionatamente bene. 

Chissà per quale congiunzione d’astri il caso avesse messo assieme queste due Donne, così diverse, ricche di umanità e tenerezze, gelose delle libertà possibili, sempre attente alla concretezza e rispettose dei sogni propri e altrui. Di certo mia Madre sognava di più, ma senza rimpianti sceglieva e costruiva la sua idea di crescita e di famiglia. Mia Nonna gestiva il presente con una filosofia di continuità che si occupava poco del futuro. Conosceva gli scherzi terribili del caso e lo lasciava fuori dalle sue paure, o almeno così sembrava a me che le facevo domande strane sulla vita.

La seconda decade di ottobre c’era il riassunto di un passato che diventava palese nei racconti, ma apriva sul futuro. I compleanni più o meno coincidenti e presunti erano una sosta dolce e breve nel vivere e questo si sarebbe ripetuto con le sue continuità affettive e le novità da accogliere e distillare: questo è buono e questo non mi serve a star bene. Era un crivello semplice, una saggezza intrinseca che le faceva incontrare e scambiare ciò che era comune, magari ad iniziare col caffè del mattino, ma poi ciascuna seguiva il suo estro e la sua vita ed era un buon modo per essere se stesse. Anche questo era un dono che facevano a chi le era vicino, a me che cercavo di capire come vivere, a mio Padre e a mio Fratello,  ben più certi delle strade da percorrere. Ciascuno prendeva ciò che gli assomigliava da queste due Donne, ciò che gli faceva bene, per cui penso che loro ci hanno sempre festeggiato e noi lo facevamo ogni tanto, ma l’amore non mancava mai e che l’educazione all’affettività sia partita da loro. Qualcuno si doveva preoccupare di come si insegna ad amare e loro lo facevano, con semplicità e continuità. L’hanno fatto sempre finché sono vissute e lo fanno ancora.

 

mi chiedevi

Mi chiedevi di scriverti le lettere su carte intestate. Ti assecondavo e usavo la carta e le buste degli alberghi, a volte quelle delle aziende che si premuravano di lasciarmi la loro presenza. Preferivo le carte degli alberghi, c’era una traccia del mio muoversi che forse ti incuriosiva, oppure, come succedeva a me, ti piaceva tenere tra le mani quella  carta che non aveva la banalità del bianco, che spesso portava il nome scritto in alto con lettere sottili e corsive. Altri esercitavano fantasia e design sulla posizione e la forma dell’intestazione, ma tutti avevano una cura particolare nel distinguersi. Spesso erano avorio quelle carte, oppure di un azzurro o giallo appena percepibile. Più grosse e ruvide del normale mostravano come si tenesse alla propria immagine e di ciò che ne sarebbe rimasto. Mi sembravano una estensione del concierge e della hall dell’albergo, dei divani, delle boiserie, del casellario delle stanze, delle divise, del modo di porsi alle richieste. Si entrava da una strada e il luogo che accoglieva doveva essere simile a una diversa casa. Chi era indifferente lo si sentiva subito, nell’odore di vecchio, nelle moquette, nella finta pulizia dei luoghi comuni, negli arredi e nei soprammobili e cambiava il giudizio. Faceva voglia di non tornare e di provare altro. Anche di questo ti parlavo.

A volte riprendevo qualcosa che ci eravamo detti al telefono, più spesso ti raccontavo del posto dove mi trovavo, di ciò che vedevo dalla finestra di quelle camere che sembravano sempre un po’ sprecate per le poche ore di sonno. Ti raccontavo i pensieri, ed erano davvero balzani, completamente slegati da come si sarebbero svolti i fatti. Erano riflessioni, cioè mi guardavo allo specchio e ti raccontavo particolari di com’ero. Mi piacciono i particolari, sono rivelatori, aggiungono qualcosa che rafforza l’idea di completezza, l’opinione si può confrontare con il vero e il falso e tenere da parte un dubbio. Un dubbio serve sempre, fuorché in amore, serve a capire che c’è un dopo che sarà differente. L’evoluzione e la storia sono fatte così. Quando ti parlavo di Eraclito questo volevo dirti, che anche ciò che ha un nome non è mai lo stesso a seconda di come e quando lo si guardi. E tutto sembra allora un po’ traballante e aiuta a dare una misura senza troppe certezze. L’autoironia insomma. L’impressione non mi è passata perché essa coincide con il vivere, con il mutare e il capirsi. Per questo ti chiedevo di pensare a cosa muoveva le idee di chi, nel costruire e progettare, metteva indizi di perfezione per completare. Erano tracce di un percorso, grafismi della mente oppure rivelavano ciò che veniva risolto con una grandezza o una sciatteria. Penso che entrambe le ipotesi fossero vere, ma di sicuro ciò che era grande dava la pace della compiutezza e l’emozione del capire nei particolari.

Valeva anche per le persone, per questo mi soffermavo a descriverle per tratti, un naso troppo lungo, il muovere eccessivo delle mani, gli occhi che guardavano oppure erano sfuggenti e attendevano la preda. L’odore. Quello buono del corpo e degli abiti puliti oppure quello sovrapposto di profumi che mascheravano, che dicevano quello che si nascondeva. Perché i profumi nascondono o mostrano, ma quelli che mostrano sono rari e sono un tratto di quella perfezione che completa e genera attrazione e sono parte di noi o delle cose, per cui essi stessi diventano identità. Per questo ti dicevo che mi piacevano le piante più nel profumo che nel resto del loro portarsi, mi piacevano le spezie, le essenze. Era l’identità profonda che si rivelava e si scomponeva in ricordi di altro. Era come per i particolari, una modanatura di marmo, una bocca, un modo di parlare, portavano ad altro che si era fuso in una nuova identità. Non mi piaceva la parola sentore, credo di avertelo detto. Sentore è come una scia negativa, è qualcosa che non è. Mi facevano sorridere quei degustatori di vini alla moda che trovavano profumi e rimandi ad altro. Cos’è il sentore di pietra focaia, ti scrivevo sorridendo, cos’è il sentore di fragola matura detto da chi non ha mai annusato una fragola vera e al più ha mangiato quelle di serra. Le persone avevano un odore che era il sovrapporsi di pensieri e di apparire, dicevano molto anche quando l’odore era cattivo e apparivano le solitudini non cercate, le bulimie disperate che poi si traducevano nella cattiveria o nell’apatia degli interventi, delle trattative.

Già allora scappavo dai giudizi, quelli li riservavo a me. Mi piaceva raccontarti le impennate delle idee che si facevano realtà, le cose che volevo costruire. Sentivo che c’era un’ attesa impellente e già lieta che mi spingeva nel molto da apprendere, investigare, capire. Era una stanza dei giocattoli dove il desiderio si appagava e si rinnovava incessante. E assieme a queste gioie improvvise raccontavo la coscienza del limite, la misura di ciò che vedevo di me. Questo era il riflettere che riguardava assieme il corpo e la mente. Non ero tenero con me, te lo dicevo come a mettere le mani avanti: attenta che graffio perché mi conosco, sono l’una e l’altra cosa assieme. Credo fosse anche il modo per dirti le malinconie senza evocarle. Una risposta al come stai. Parlavo di me e di te, scivolavo spesso nel descriverti come ti intuivo. Pensando alla mia esperienza, mi sembravi così nuova, ed ero felice di sentire che c’era una urgenza che avevi dentro di essere davvero te stessa. Ti raccontavo come ti sentivo e vedevo. Non so se mi credevi, ma ti dicevo la verità e mi sentivo un po’ un portatore di capacità occulte, ossia quell’andare oltre l’apparenza che è un po’ telepatia e insieme l’accogliere la diversità considerandola una espressione meravigliosa della vita. Anche per questo ti parlavo di ciò che vedevo dalla finestra, c’era un mondo oltre quei vetri che era fatto di persone che pensavano e si muovevano e che io vedevo andare verso i loro pensieri, ed era una grafia di intenzioni forti o deboli, di passioni o noia, di interessi e obblighi. Erano collocati tra cose nuove, alberi, case, grattacieli, auto. Avevano regole che non conoscevo quindi mi potevo limitare a osservarli, spesso si realizzava un equilibrio inatteso: quelle persone e quelle cose facevano parte di un tutto più grande ma dal particolare, pensavo, si può risalire a una idea del generale. Ma non erano te, per questo te ne parlavo. Volevo condividere il luogo, l’emozione, l’impressione perché magari ci sarebbe stato un giorno in cui tu ci saresti stata, assieme o meno, e avresti attinto a qualcosa che ti era stato detto per confermarlo o negarlo.

Mi piace di più quando il racconto viene negato perché significa che una nuova emozione si è fatta strada e si aggiunge a quella già stata. Chi la prova ha un ricordo e un presente, capisce il senso dello scorrere. E quel nuovo che si annida dietro ai nomi che diamo alle cose, alla persistenza che viene negata, al dubbio che deve accompagnare il vero e che (te lo ripeto) vale per tutto, fuorché per l’amore.

Ti parlavo di cose che evolvevano attraverso immagini fisse, come in una fotografia, perché capissi che il come eravamo ci doveva accompagnare anche quando eravamo lontani e cambiare assieme, diventare un muoversi libero che non finiva. Come accade a certi film che non raccontano una storia circolare ma qualcosa che si prende al volo e ci porta innanzi verso un futuro che è la somma di tanti presenti e di desideri e passioni che li accompagnano. Un vivere che aveva lettere, parole troppo strette e vita da scambiare.

Così scrivevo e scrivo ancora.

notturno rap blues 2

Molto è un po’ malato, e non ci sono verità.
Fan confusione le sirene: crisi, quiete e sicurezza,
ma non c’è luogo e direzione in mezzo alla stanchezza.
E’ tutto un po’ malato, nulla è preciso a sé,
nuotan dubbi nella notte, ci son rumori sotto casa,
tace il cane, chi sarà ?
E’ fatica esser un po’ sani, s’aspetta e poi si corre,
da chissà chi si scapperà?
Vorremmo che qualcuno ci mettesse poi una pezza,
ma è tutto un po’ malato, non ci sono verità.
servirebbe un po’ sparire, lasciarsi andare, naufragare,
finché tutto si rinnova, non è tempo di star qua.
D’un piccolo disegno ci sarebbe poi bisogno,
bello, nuovo e colorato,
tappezzeria per questa notte di rumore soffocato,
la mattina verrà presto, e del necessario poco si combinerà,
Bisognerà darla un po’ a vedere, evitare verità,
oggi piaccion gli animali che leccano a comando
ma non la raccontan giusta e il bisogno resterà.
Vorremmo essere tranquilli senza false povertà,
ma ci son sirene compiacenti dai rumori senza nome
e riposar non si potrà .
Domattina non combinerà poi molto, però questo silenzio dormirà,
c’interroga da troppo, nel rumore, tacerà.
Vorremmo poi qualcuno che ci mettesse un po’ una pezza,
noi spariremmo quanto ci basta, solo a far sentir l’assenza.
E’ tutto un po’ malato e non ci sono verità
abbiam chiamato il medico, ha detto che ci pensa,
ma forse non verrà.

 

Questa è una nuova versione di un rap che ho pubblicato 4 anni fa, purtroppo non è cambiato molto né in meglio.

c’è un’ora ma potrebbe essere di più

C’è un’ora della malinconia. Coincide con la fine annunciata della luce. E così c’è un mese che, senza farlo intendere, ha in sé la malinconia della sua fine. È settembre quando svuota le spiagge, quando smonta  le cabanes colorate di righe pastello. È settembre quando accompagna i pensieri lungo le spiagge bagnate. È settembre che vuota i luoghi della vacanza e lascia tutto lo spazio agli spaesati abitanti.  È settembre che un tempo annunciava il passaggio dall’infinito spazio dei giochi a quello rigoroso della scuola. È settembre che la sera, aggiunge cotoni sui corpi ancora scoperti. È la luce che affievolisce tra i tavolini, che cambia il tono delle voci, che sorridendo dell’estate ha già fatto ricordo e guarda alla nuova stagione sospendendo l’attesa. È settembre che rende più solo chi non ha compromessi, chi è timido, chi ha smarrito speranza d’esser capito.

Sono quei 23° di inclinazione dell’asse di rotazione terrestre che contengono umore e stagioni, e hanno molte ragioni dello sciogliersi, del suo rimpiangere, di ciò che verrà e di ciò che si smarrisce.

l’inutile, alla fine

cof

Avevo cominciato con quel tono di voce basso che mi viene naturale quando voglio dire qualcosa che è riservato a chi mi sta davanti. Spesso è una riflessione, o un’acquisizione faticosa, oppure un piccolo segreto che prima era stato una paura silente. Attorno c’erano le persone distratte dei bar, il tintinnare del ghiaccio nei bicchieri, le voci dei baristi che parlavano tra loro di ordinazioni e con i clienti. Noi non abbiamo le atmosfere di Carver e neppure le solitudini di Hooper, quelle le riserviamo alle chiese o ai musei di periferia. Nei bar c’è sempre un motivo per essere in parecchi, perché sono un composito rispondere alle solitudini, credo, comunque il tono della voce era basso e parlava di solitudini, di impossibilità di comunicare per davvero quello che sta sotto il primo strato di sentimenti.

Mancano le parole giuste, dicevo, perché la comunicazione si è fermata più in superficie e sotto, non aveva bisogno di avere un tramite tra realtà interiore e la sua rappresentazione. Questo, dicevo, motivava il fatto che spesso anche tra persone che si vogliono bene non si riesce a trovare il modo di dirsi la ragione dello scontento o della contentezza profonda, forse perché questa sembra non spiegabile o banale. E comunque quando si cerca di dirla le parole hanno contorni poco netti, si sente il bisogno di aggiungere parole e si fa peggio. Insomma, a bassa voce, cercavo di spiegare quello che chi scava e si cerca dentro, sa, ossia che dopo un po’ ci si ritrova con qualcuno che non si conosce appieno, ed è familiare quel tanto da tenerlo in casa, ma si capisce che è lui che comanda l’umore, che assicura le continuità, che decide se un sentimento può essere adeguato o meno al desiderio.

Parlavo di pulsioni che non si soddisfano, ma capivo che la parola sembrava più uno spintone in una direzione che un accompagnare verso un piacere o un essere più pieno. Ed era questa la consapevolezza in cui incespicavo da tempo ossia quella dell’assomigliarsi. Da lungo tempo avevo concluso che il senso della vita era un cercare di essere simili a ciò che si è davvero, e nonostante i condizionamenti, l’educazione, le regole e la necessità, l’io si contemperasse con un noi. Mi sembrava una buona strada, aveva il pregio di non finire e prometteva di stare sempre meglio con gli anni,  nonostante la memoria accumulasse esperienze, gioie finite e fallimenti, insomma quello che chiamiamo occasioni perdute. C’era sempre abbastanza novità da scoprire nel daimon che rendeva utile ma mai definitivo il passato. Questo assomigliarsi sembrava un’opera che sgorgasse per suo conto: bisognava approfondire la conoscenza ed essa veniva fuori un po’ per volta.

Questo fino a non molto tempo fa, poi mi ero accorto che bisognava partire da una domanda imperfetta con risposte parziali, ma che esigeva una risposta altrettanto parziale e imperfetta: cosa volevo per davvero e chi ero. E là sotto, passato lo strato superficiale, seguendo i meandri di qualcosa che aveva poche parole per essere definito, trovavo contraddizioni apparenti: c’era la realtà percepita da un cieco sensibile e attento che rifiutava ogni scusa o risposta inadeguata. Con lui non si poteva fingere; si poteva fare quello che conveniva, quello che era necessario, e lui, semplicemente sarebbe stato insoddisfatto, avrebbe un po’ mutato l’umore, ma non avrebbe accettato scuse. Insomma era un  motore incessante di cambiamento non di adeguamento. Non gli potevi descrivere la realtà come la vedevi, perché immediatamente ti chiedeva dov’eri in questa realtà, perché la pulsione, lo spintone di cui parlavo, era per lui un motore incessante, ricco di energia che spingeva e chiedeva dimostrazioni tangibili per i desideri.

Dicevo, a voce sempre più bassa, che in fondo noi siamo i nostri desideri per chi ci vede e che la soddisfazione o meno di essi, oltre al nostro scontento, determinava l’idea del fallire qualcosa che ci riguardava. Andava bene sublimare, ma qualche sbocco poi doveva essere trovato. Insomma facevo queste considerazioni e capivo che mi mancavano pezzi e parole, che comunicare è fatica, che muoversi in terreni che riguardavano l’intimità di noi stessi, oltre che essere riservato, diventava complicato per l’attenzione. Perché in fondo tutti vorremmo uscire dalla piscina e dire Eureka, come Archimede, e pensare che tutti capiscano subito la profondità di ciò che si è scoperto, ma in realtà altri daimon stanno stesi al sole o nuotano distrattamente, e sono compresi neri loro pensieri nell’attesa di un aperitivo o di una sera che soddisfi un desiderio.

Poi allineare tanto sentire non è mai cosa facile e per quasi tutti, credo, un’attività inutile.

 

 

cannelle

Associare un’insalata greca ricca di feta con degli spaghetti al pesto, non è una buona idea. Provoca una sete che non è sete di conoscenza o verità, ma quella sete bambina che induce a bere direttamente in bocca da una cannella. Cosa che contraddice ogni norma di buona creanza ma da una soddisfazione che accresce il potere dissetante dell’acqua. L’acqua è un archetipo con cui facciamo subito i conti nelle nostre vite. Evolviamo i rapporti col bere, ma l’acqua fresca resta una base su cui si costruisce la sensazione di benessere. E l’acqua direttamente in gola è un sottrarsi alla misura, un oltrepassare la soddisfazione in un dilagare di senso.

Ci fu un’estate in cui la ricerca di lavoretti, mi portò a frequentare una azienda che imbottigliava bibite gassate e acqua minerale. Le bottiglie, allora di vetro, correvano su un nastro, si fermavano a blocchi sotto le cannelle che le riempivano, prima d’essere tappate. Noi toglievamo le bottiglie e le mettevamo in casse di legno. Avevamo una pausa ogni tre ore e il lavoro fisico faceva sudare abbondantemente e ci si poteva dissetare. Nel reparto chinotto avveniva una sindrome singolare, che mi fu confermata dall’infermiere a cui ricorsi per un gonfiore intestinale notevole, tutti i nuovi bevevano dalla cannella nell’intervallo e l’associazione dolce/amaro/frizzante anziché togliere la sete l’aumentava, e spingeva a bere ancora fino a generare quel gonfiore associato ad altri disturbi immaginabili. Passava tutto in un giorno, anche la voglia di bere dalle cannelle per cui la direzione non si preoccupava più di tanto e lasciava che il corpo facesse il suo lavoro pedagogico.

Quell’esperienza, che durò poche settimane, mi fece riscoprire il potere dissetante dell’acqua. Meglio se era un po’ gassata, magari con le polverine di allora: Idrolitina e Alberani. Preferivo l’Alberani, che mi pareva avesse più gas e che assomigliasse appena all’acqua di seltz. Questa era un’altra cannella presente nei banconi dei bar del centro, da cui veniva estratta con maestria dal barista che aggiungeva un tumulto di bolle alla bibita confezionata per gli adulti. Li invidiavo tantissimo, come invidiavo i bottiglioni variopinti dei bar di periferia, anch’essi contenenti seltz che sognavo come una ricchezza per l’estate casalinga. I bottiglioni erano allegri, per gli esercizi meno tecnologici e alla buona, li vedevo usati con parsimonia, su sollecitazione di chi ci accompagnava, a volte, allungavano la spremuta che doveva farci bene. Erano quasi una cannella, col loro becco ricurvo e il rubinetto a leva, ed evocavano un erotismo da gole assetate. Tra noi, nei pomeriggi ricchi di polvere e di sudore, si favoleggiava l’effetto di quel getto da cui attingere a piena bocca. Fantasie. In realtà ci restavano le cannelle delle fontane e se si diceva uno schizzo di seltz per sottolinearne la preziosità e il diluire accurato, una ragione ci doveva essere.

Bere a cannella e a garganella, bere lasciando che l’acqua invadesse il viso, impastasse e togliesse la polvere. Bere lasciando che la bocca si riempisse, che l’eccesso corresse giù per la guancia e poi si perdesse bagnando di gocce tutt’attorno. Bere per dire al corpo che poteva essere dissetato finché voleva, che avrebbe avuto ciò che desiderava. E se i grandi ci dissuadevano dall’acqua troppo fredda d’estate, non erano le cannelle a darla quell’acqua ed era lui, il corpo, che stabiliva la misura della violenza. È andata bene, mai una congestione, ma in tempi in cui tutto faceva paura, anche l’eccesso aveva un limite: la soddisfazione. Ancor oggi se vedo una cannella mi viene da piegare la testa e bere, magari solo un sorso, ma libero. Credo sia rimasto quel piacere intatto e connesso all’acqua che sgorga e scorre con dolcezza. Quasi un atto d’amore.

improvviso

Fu come l’amore, qualcosa che non si poteva dire e neppure tacere. Fu una ventana che prese il cuore e il cervello, un segnale che ben altro doveva accadere. Quelli che vissero, partecipando, quei giorni, ne furono presi e segnati per anni. Manifestazioni, voglia di riscatto, speranza, ma anche sconfitte cocenti, arretramenti. E di questo bisognava parlare, bisognava partecipare perché accadesse il buono e non l’epilogo tragico.

Da queste parti il temporale si preannuncia passando dalla lietezza del sole a un cielo che si fa bianco di nubi, e poi grigio, ma sembra ancora tutto in forse e potrebbe accadere che il cielo si liberi lieto oppure che cessi il vento. E allora siamo a un attimo prima che la pioggia cominci violenta a spazzare tutto. Così allora, ed era lontano, in Cile, ci fu un prepararsi di eventi, un confluire di congiure che noi percepivamo da distante. C’arrivava un’ eco di fatti  banali, di situazioni contraddittorie. Il governo e il parlamento nazionalizzavano le miniere di rame e i grandi proprietari stranieri, americani, reagivano con gli embarghi. Si bloccavano i camionisti, nei negozi sparivano i generi di prima necessità, Salvador Allende ribadiva la via della democrazia alla nazione e parlava, come aveva sempre fatto nella sua vita, di socialismo. Non erano i proclami di Fidel, era un medico che aveva vissuto le miserie del suo popolo e le aveva capite, ora proponeva che un Paese con risorse e voglia di lavorare pensasse a se stesso. Credo che anche Berlinguer e altri leader comunisti, fossero poi colti di sorpresa da ciò che accadde l’11 settembre, perché è vero che s’era in epoca post coloniale, che le aree di influenza erano ancora ben salde nelle mani dei potenti, ma si era anche negli anni ’70, la guerra fredda era stata scaldata dai fatti del Viet Nam, c’era stata una sollevazione mondiale di giovani e di speranze che era partita proprio dagli Stati Uniti. Insomma c’era un cielo pieno di nubi ma tutti speravamo nel sole, anzi ne eravamo certi. Poi avvenne tutto in poche ore, certo ci fu una regia, due mesi prima il comandante in capo delle truppe, un vecchio generale fedele alla Costituzione, René Schneider, era stato ucciso in un tentativo di golpe, e il tentativo di coinvolgimento dei militari nel governo non era andato a buon fine. Anche la nomina di Pinochet a capo dell’esercito, ritenuto da Allende persona fedele alla democrazia fu un errore, l’11 settembre i militari attaccarono il palazzo presidenziale con gli aerei. Allende rimase a difendere ciò che aveva sempre affermato, la legittimità e il diritto e morì. Pinochet prese possesso del Cile in nome e per conto, non dei cileni, non della democrazia, ma degli interessi degli Stai Uniti, con la connivenza di gran parte di quello che allora era detto l’occidente democratico. Insomma non avevamo capito che il mondo non era quello che diceva di essere, che la democrazia non funzionava come libertà del popolo di scegliere, che non bastava la coerenza per mutare una nazione se questa era negli interessi geopolitici ed economici di altre ben più grandi, che arrivare per via democratica al cambiamento non aveva alternative, ma era una debolezza non una forza. Ciò che accadde in Cile scosse il mondo, ma non gli impedì di accadere. Berlinguer scrisse i suoi articoli sul compromesso storico partendo proprio dai fatti del Cile, trovò in Moro un ascoltatore attento e partecipe. Qualcosa di nuovo si delineava anche in Italia, poi ci fu il rapimento e la morte di Moro e venne altro.

Improvviso in politica è qualcosa che sembra una contraddizione e lo è se non si osservano bene le forze che si muovono sotto gli interessi contrapposti. Così mi viene da scuotere il capo quando si respingono i profughi economici mentre anche le nostre aziende depredano l’Africa, quando i piani di aiuti finiscono in minima parte a chi ne ha bisogno, quando si mantiene il sottosviluppo perché interessa la manodopera a basso costo. Certo poi qualcosa accade all’improvviso, ma se pensate bene, raramente mantiene la rotta verso una maggiore giustizia ed eguaglianza. E al contrario di allora, oggi c’è molta meno attenzione e passione, così l’indifferenza lascia passare tutto e nulla muta per davvero in meglio. Con tutto il nostro ragionare, con la convinzione del logico e del giusto, se non c’è passione e un noi che davvero prevalga, alla fine altri ci guidano e l’improvviso diviene solo il temporale.

il biglietto da visita

 

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Il biglietto da visita – che cosa antica da porgere sorridendo – ha un lato colorato (è il particolare di un acquerello di Paola, un’amica che sente le persone) con un’ immagine di un uomo in riva al mare assieme a un cane. Mi identifico molto in quell’uomo, penso rappresenti il mio presente e il futuro. Il cane e l’uomo sembra stiano andando, ciascuno seguendo un pensiero e parlando in quella lingua che è un impasto di affetto e libertà. Indicano uno stare e un voler essere che si ricombina con l’altro lato del biglietto dove il nome, il “mestiere” sono in caratteri piccoli. Pur in grassetto restano esili e dispersi in un bianco ruvido che si sente al tatto. I caratteri hanno preso, alla fine, una forma regolare, scacciando l’idea che le lettere avrebbero potuto liberarsi e anziché in file orizzontali avrebbero potuto correre sulla superficie, felici come il cane di tanto spazio e novità di cose.

Il cartoncino spesso del biglietto evoca un bisogno di solidità, così le misure contenute, senza ulteriori stravaganze, portano  una idea di sé che si muove sulla coscienza del limite proprio. È un biglietto che è quasi una figurina, di quelle che un tempo si collezionavano da bambini, ed è forse un inconscio rappresentarsi come persona. Per un po’ di tempo ho accarezzato l’idea di farne diversi di questi biglietti e magari lo faro per il piacere di un dare spazio alla fantasia. Qualcosa che sia libero e pensoso come una carezza sulla testa del cane che è solo piena d’affetto e cammina in riva al mare che tutto contiene e non ha bisogno di spiegarlo. Semplicemente è. Per questo e molto altro, quando lo porgo, non commento più il biglietto e sorrido.