dialoghi con la mezzaluna

La sua mano era piccola, le mie di più, correggeva il prendere e il tenere, raccontava calma il pericolo. Stava attenta. Ero su una sedia per arrivare alla stufa, mi lasciava apparentemente fare. In realtà soddisfaceva una curiosità sapendo che presto mi sarei stancato e sarei tornato ai miei giochi poco lontani. La vita d’inverno avveniva in cucina, tra vapori e profumi di cibi forti, giocattoli sul pavimento, libri e quaderni sulla tavola. Mia nonna aveva ironia e pazienza, accettava dal nipote discorsi sconclusionati, canzoni allegre, silenzi e caparbietà. E siccome lei cucinava spesso, accettava anche le curiosità e la voglia di provare. Se sto volentieri in cucina credo dipenda da quel suo rendere piacevoli e poco costrittive le cose, ma anche dalla magia del soffiare sui mestoli di legno a cui accostare le labbra per assaggiare. Credo dipenda dai sapori intensi e dal ruvido profumo delle tradizioni che soffriggevano e si consumavano in interminabili cotture, dal senso di casa che tutto questo generava come anticipo dello stare assieme a tavola.

Il gusto del cibo e del farne per altri e per sé, senza volerlo e per naturale affetto, questo mi è stato insegnato, con una libertà inusitata, ovvero quella del poter avere il poco e il molto, senza altra regola che non sia il piacere. Penso a come è nata una piccola attenzione alle dosi dopo molti intrugli sperimentati assieme, al senso dell’accordo tra il mio gusto e quelli che avrebbero condiviso. Ci è voluto molto tempo e doveva avere uno stomaco d’acciaio, mia nonna. Forse le guerre e le difficoltà l’avevano temprata, o era quel bene immenso di cui mi avvolgeva che la faceva pazientemente provare le cose che mettevo assieme. Quello che ho appreso è nato lì, con quelle mani che guidavano e dicevano che bisogna girare in senso orario la polenta, restando attenti agli spruzzi (i sbiansi) e tenendo fermo il caliero; il paiolo inadatto ormai ai nostri piatti fuochi, ma incomparabile per fare di una farina grossolana, dopo 50 minuti, una crema morbida. E penso all’uso dei pochi strumenti che erano nel cassetto e facevano tutto senza ausilio di macchine: anche oggi quando adopero la mezzaluna è con quel movimento strano che ho imparato allora, fatto di squilibri e forza, con il ritmo che bisogna trovare per non stancarsi e fare di un insieme di verdure riottose, un battuto.

Erano cose semplici e dense, che spesso avevano una naturale prossimità di produzione, destinate a essere consumate presto, fatte con misura ampia e semplicità, per saziare e aiutare a crescere. Non c’era la pornografia del cibo, il mostrare senza fare, l’esaurirsi nel vedere, esisteva una connessione profonda tra bisogno e soddisfazione, tra desiderio e stagione, per cui l’eccezionale restava tale, perché era parte di una cultura antichissima dove qualcosa avveniva solo in alcuni momenti dell’anno. Di tutto questo veniva dato insegnamento a chi c’era, ed io che ero maschio tra le donne, imparavo il poco necessario a sopravvivere quando sarei stato autosufficiente. La mezzaluna insegnava l’autosufficienza quanto il coltello affilato con cui prima tagliare la cipolla. Insegnava una misura che magari ora non conta nulla, ma che, per chi l’ha avuta, ha fornito un senso di famiglia al cibo, al farne a volte per altri, al chiedersi se basta o meno. La mezzaluna mi ha dato certezze, le spezie e il sale mi hanno regalato il dubbio. E così lo zucchero. Ma tutto aveva, e ha, una forza che nessuna rappresentazione riuscirà a dare ovvero quella del dono di chi cucina ed è la rappresentazione del condividere, ovvero dello sperperato amore. L’unica forma che conosco del sentire.

p.s. lascio la ricetta di un biscotto invernale che ancora faccio e che continua a piacermi. Ruvido il giusto e sincero di gusto.

Zaeti

250 gr. di fioretto di mais
250 gr. di farina 00
150gr.di burro sciolto a bagnomaria
200 gr. di zucchero
2 uova
100 gr. di uvetta
50 gr. di pinoli o mandorle a pezzetti (meglio i pinoli)
latte per ammollare l’uvetta.
1 bustina di lievito
un pizzico di sale
Si monta lo zucchero con le uova e si aggiunge alle farine continuando a mescolare, il pizzico di sale, poi il burro e i pinoli e l’uvetta. Infine il lievito. La pasta dovrebbe essere abbastanza consistente, si regola la morbidezza con il latte che ha ammollato l’uvetta.
Si mettono su una carta da forno, la dose è un cucchiaio per biscotto. Si inforna a mezza altezza in forno a 160° per 20 minuti. Se il forno scalda solo da sotto, si girano dopo 15 minuti.
Spolverare con zucchero a velo.

vicolo dell’anima

Avevo diverse cose da dire, pensieri che si rincorrevano seguendosi e poi tornando daccapo. Nel mio scrivere circolare in fondo torno sempre sui miei passi, come faccio in città cercando vicoli e percorrendoli fino in fondo. Abiti in un vicolo, direte, allora sarà per questo, e invece no, è la tangibilità del limite che m’interessa, la costrizione a guardarsi attorno, in alto perché avanti non si può andare. I vicoli nascono per qualche abuso perpetrato chissà quando: qualcuno ha deciso di mettere una casa dopo un giardino, di chiudere una strada. E qualcun altro gliel’ha lasciato fare. La città ne ha molti, alcuni dopo portoni altosonanti, altri anonimi e solitari. Quella del vicolo è una bella metafora di ciò che sta accadendo attorno a noi: si chiudono strade che prima portavano pensieri, diversità, saperi e chi potè (o può), vi installò la sua casa. È l’arteriosclerosi della società che mentre rende facile il viaggiare rende difficili i cammini individuali e interiori. Guardavo il vicolo dove abitava mia zia, neppure quello era un vicolo perché prima era una strada: strada vecchia. La vecchia toponomastica  ancora affissa lo dice: vicolo vecchio, già strada vecchia. Adesso c’è un cancello di ferro e il vicolo non si può più percorrere. In fondo a quel vicolo c’è una villa e un altro cancello impermeabile alla vista. Lo so per averci passato i pomeriggi vicino. Poi ci fu un fatto terribile, che accadde quando ero ragazzino, il proprietario della casa durante una gita in montagna, uccise i figli e la moglie e poi si suicidò. Dissesti finanziari, dissero in casa, ma c’era molto pudore nel parlarne. Non credo che quanti abitano nel vicolo, ora un cortile, sappiano di queste cose. Arrivano, aprono un cancello col telecomando, aprono un garage con un altro telecomando e salgono nelle case: prigionieri e protetti. Un tempo in quella strada giocavamo in parecchi, in tutti questi anni in cui guardo sotto il volto di accesso, non ho mai visto un bambino che gioca oltre l’inferriata. Tutti prigionieri.

Per rifarmi la vista, allora, ho percorso un altro vicolo vicino. Misterioso come il suo nome, tabacco, però stretto e corto come quelli del monopoli. In fondo ha il solito cancello di lamiera banale e gli alberi che spuntano oltre i muri con i cocci di bottiglia. La strada scivola tra muri e usci che danno sull’acciottolato antico, fatto di sassi della Piave, come si diceva un tempo, e le case s’inerpicano a cercar aria. Questo è un vicolo, talmente stretto da rendere inutili i cartelli di divieto di sosta, però il guardar alto rivela un ponte tra case, pietra traforata e una stanza di passaggio: hanno tentato di chiudere il cielo e non ci sono riusciti e così ne è venuta una continuazione del portico sul corso. Una finta, insomma, e pure riuscita a mezzo. Ovunque giardini pensili in queste minime strade, e subito la sensazione di essere arrivati al fondo dell’orizzontale.

Stamattina camminavo con intenzione curiosa e mi accorgevo che la città che avevo in testa non era la città reale. La mia è una città di fatti, di relazioni, di presenze che si conoscono, scambiano, confrontano e quella che vedevo era una città che fuggiva da sé. Non la città dei futuristi, neppure quella della storia, così presente in queste strade, ma una città che si chiudeva, che girava il capo e non ascoltava.

Ora serve l’eccezionale per smuovere le spalle, far girare i passi, mentre è il quotidiano, così pregno di realtà, che dovrebbe portarci in un vicolo dell’anima, costruito con pazienza e aperto dentro di noi per riflettere su dove si sta andando, guardare in alto e attorno, riconoscendo con meraviglia che non sappiamo dove siamo. E in fondo, nel giardino segreto, coltivare le piante che fanno bene, un orto dei semplici da aprire a chi bussa, un condividere per aprire una strada oltre noi che abbiamo capito il concetto del limite. E allora anche un vicolo avrebbe un senso e uno scorrere.

vicolo cigolo

Vicolo cigolo è un procedere di case vive e morte. Allineate e ordinate nella fatiscenza o nel rifarsi dei fortunati che le hanno avute, stanno, immerse nell’aria annoiata dall’attesa. Mostrano finestre antiche e recenti, muri senza intonaco e spatolati. Finezze d’architetti, anticamere, ingressi tirati a lucido e porte murate. Una casa, apparentemente senza uscio, ha finestre con tendine in pizzo bianco. Segni d’una vita che accede altrove e guarda il vicolo. Come gli alberi che piegano i rami a guardare, superando le alte mura che occludono lo sguardo. Sembra di percorrere un pezzo di tempo che non ha ancora scelto dov’essere, eppure la grande piazza è l’accesso vicino. Là ci sono i mercati, il simbolo della città, le statue, gli spazi enormi e la corona dei palazzi, ma qui il secolo s’è appisolato in un meditare su ciò che verrà.Un ristorante ch’era famoso ha chiuso ormai molti anni fa, nessuno ha riaperto e la palestra che s’ è insediata in un altro edificio è discreta, ostenta il bianco d’un intonaco che le altre case non hanno, ma anch’essa si adatta. Ogni tanto gli abitanti protestano perché nelle molte feste del Prato questo pezzo di strada viene usato come vespasiano, hanno ragione ma la città ormai ignora che i bisogni umani hanno lati urgenti e poco redditizi da regolare pubblicamente. In compenso il suo essere vicolo, e stretto, l’ha sottratto alla sosta delle auto. E chi ha voglia di bighellonare lo deve percorrere apposta e sapere che c’è una fine che poi riporterà indietro. Sembra non ci sia nulla da vedere e invece è l’insieme che ha un suo borbottare, come un resistere a ciò che corre e che il nome evoca: un lento girare di ruota dove l’asse resiste e il mozzo non collabora. Un cigolare, per l’appunto.

una tesi sulla decadenza

C’è uno stupore morboso con cui l’intelligenza contempla la decadenza e l’associa a categorie morali, così Berg è affascinato dal cammino di Lulu in quello che, per essere accettato dalla morale prevalente, deve aggettivare con il termine degrado. Il degrado morale come conformità all’ordine comune, all’appartenenza e soprattutto alla sessualità che rispetta canoni. Tra la felicità, il piacere e l’ordine la scelta è il terzo, se la prima è priva di regole, il piacere dev’essere anch’esso regolato. In questo consiste la superficie della morale, la crosta che sotto aspira ad altro. Alda Merini con l’aiuto di una follia temperata e quieta, nella poesie e nel comportamento, salda la felicità al contemplare se stessa, ne trova ragioni che non contraddicono, in questo c’è non poca parte dell’amore che la circonda oggi, non prima , quando era viva. Perché la follia, nelle sue accezioni di rottura dell’ordine non consente tutto. Ad esempio non consente la felicità come esibizione di tranquilla pienezza, dev’essere sguaiata, esibita, oscena per il suo imporsi come libera e assoluta, folle e priva cioè della regola che ne consente il controllo sociale. Nel fascino della decadenza si trova non solo il vecchio che non ha percorso pienamente la vita, non ha avuto, ma ogni persona regimentata e insoddisfatta, segretamente colpita dal fatto che ciò che sembrava assicurare felicità in realtà non abbia mantenuto la promessa. Così l’ordine esteriore ed interiore più che un modo di vivere che sia compimento di sé diviene abito che occulta e dissimula, viene favoleggiata un’innocenza innata che è prima della morale e quindi libera di essere, la si colloca in un tempo di cui non c’è ricordo ma dev’essere esistito. Finzioni dell’intelligenza e contraddizioni non ricomposte. Anche oggi che il decadere è fuori moda: non si decade più e nell’ esaltazione del giovanilismo come condizione permanente in cui tutto è permesso, non viene colto il nesso tra una condizione di ricerca della felicità e il suo materiale farsi. C’è sempre un giudizio morale che deve riportare l’ordine. La libertà sessuale così indagata in tanta morbosità pseudoscientifica da rotocalchi, dovrebbe rivelare un passaggio innanzi nella felicità e nell’appagamento, essere una felicità 4.0 e invece emerge una confusione, un disorientamento che fa oscillare tra giudizio morale e desiderio d’essere differenti. Non si evidenzia ciò che già nell’età precedente era il bivio in cui aspettava il demone: le vite scelgono tra la tranquillità e il rifiuto dell’eccesso di piacere oppure la libertà di essere, pena il decadere. Il resto è materia di follia e di corrosione e l’unico elemento nuovo, oltre al giovanilismo, è lo spostamento del limite della percezione, ossia possiamo includere più comportamenti evidenti nel catalogo della non decadenza. Il tema può sembrare astratto, ma le civiltà decadono a partire dai comportamenti collettivi e dalla loro relazione con la giustizia distributiva, ovvero se è l’individuo a prevalere e il suo essere felice non è tensione collettiva il tessuto si rompe, le persone perseguono secondo i loro mezzi il loro destino e non lo rendono partecipato. Subentra il privato, quello che Berg spia e Merini esibisce, ma così ognuno ha una felicità, un piacere e un evolvere, ciò che non viene accettato come comune diviene degrado o follia.

lontano vicino

Al centro della piazza c’era una grande vasca circolare col bordo arrotondato, era vuota d’acqua anche se al centro c’era una chiazza d’umido che la calura forte non riusciva a prosciugare e veniva da una canna per lo zampillo di rame ossidato con un color ramarro umido dove l’acqua non si vedeva ma da qualche parte ancora arrivava e perdeva. Il bordo veniva usato come panchina, sin dalla prima mattina, da chi riusciva a conquistarne un pezzetto su cui sedere e davanti c’erano quelli in piedi, che conversavano con uno di quelli seduti e attendevano che si liberasse un posto sotto il sole. Si alternavano, seduti e in piedi diversi, perché c’erano quelli che andavano altrove verso incombenze misteriose, però le conversazioni non finivano e non parlavano tutti della stessa cosa. Si capiva dall’animazione di alcuni e dalla calma di altri, dai silenzi asincroni, dai gesti che animavano diversamente le mani e i corpi. L’insieme generava un ronzare forte di voci, di sillabe e consonanti aspirate e si protraeva sino al mezzogiorno, quando la piazza si vuotava per il pranzo.

Su un lato della piazza c’era un armadio di metallo per i contatti telefonici. Era sempre aperto e ogni mattina, davanti, c’erano due operai in tuta che discutevano animatamente. Uno di questi aveva una grossa cornetta telefonica nera, di gomma, in cui parlava e contemporaneamente dava ordini all’altro operaio, che metteva pinzette e tranciava fili da grosse trecce colorate che spuntavano dal terreno. Spesso discutevano tra loro e con qualcuno che stava all’altro capo del telefono. A volte sembrava arrivassero al limite della lite e l’operaio che aveva il tronchese e le pinzette, tagliava dei fili che facevano imbestialire l’altro operaio. Allora tutto si fermava e la discussione assumeva toni concitati, sinché trovavano un accordo e la conversazione attraverso la cornetta riprendeva. Anche loro sparivano a mezzogiorno  e lasciavano per terra una miriade di pezzetti di fili di colori diversi che i ragazzini provvedevano a far sparire. In 20 giorni di passaggi per quella piazza ho sempre visto la stessa scena e a casa il telefono e la connessione funzionavano secondo algoritmi misteriosi, quasi mai di giorno e a volte verso sera e di notte, come se l’accordo tra loro fosse per una tregua notturna. 

Sul lato della piazza si apriva un grande viale alberato di palme altissime, con tende bianche per proteggere i tavolini dal sole a picco nei bar migliori; negli altri le persone e i tavolini si assiepavano sul lato in ombra e spostavano sedie di ferro e tavolini tondi seguendo l’andamento del sole. Finché potevano, poi si trasferivano all’interno in sale piene di polvere e di vecchi tavoli di legno. Nell’angolo c’era il bancone con poche bottiglie alle spalle e una vasca piena di pezzi di ghiaccio in cui galleggiavano i colli delle bottiglie di birra. Di prima mattina, quando la calura era accettabile, giravano dei carretti coperti con un cofano di lamiera zincata, da cui venivano estratte delle stecche di ghiaccio lunghe e pesanti. Le prendevano in due uomini, con degli uncini molto appuntiti, uno dei due aveva un sacco di juta sulla schiena, e con un movimento morbido si piegava a fianco del carretto, si metteva sotto la stecca di ghiaccio, e la ruotava  posandola sulla juta tenendo l’uncino piantato. Veniva scambiata una parola e l’altro toglieva da sotto il proprio uncino, così la stecca gocciolante cominciava a muoversi con piccoli passi verso le ghiacciaie dei bar o dei macellai. Vista controluce, lanciava dei bagliori che la infuocavano e con l’uomo piegato quasi a novanta gradi, formava un misterioso carattere cinese che nella mia immaginazione mescolava gli opposti fuochi del sole e del gelo in un unico sentire. Per terra una scia di gocce segnava i percorsi sulla polvere gialla e sottile e guardando il corso si poteva scorgere una sorta di spina enorme d’ un pesce misterioso che aveva propaggini nei negozi dell’una e dell’altra parte.

In uno di questi negozi stava un uomo di età matura e non riuscivo a definire come, del resto, mi accadeva per gran parte di quelli che vedevo. Stava sempre appoggiato con i gomiti sul bancone di legno, che credo fosse eucalipto perché il negozio aveva sempre un profumo pungente e gradevole, e leggeva un giornale aperto con una foto sulla destra. Le volte che entrai per acquistare qualcuna delle poche cose che vendeva, mi sembrò sempre la stessa pagina e lo stesso giornale. Alle spalle c’erano su due scaffali, dei barattoli con delle polveri colorate, gialli e rossi accesi, ma anche ocra, blu intensi, verdi di varie tonalità. Poi delle matite, delle bottiglie d’inchiostro Pessi, fasci di canotti di legno per pennini, pennelli sottili e qualche risma di carta di varie pesantezze. Era una cartoleria che vendeva anche giornali. Andavo da lui per avere notizie dall’Italia, ma i giornali erano talmente pochi e vecchi di almeno 15 giorni che spesso mi sforzavo di comprare qualcos’altro per giustificare la conversazione che seguiva l’entrata. Parlava un italiano vecchio, con parole e costruzioni sintattiche che riportavano a molti anni prima. Qualcuna di quelle parole le avevo sentite usare da mia nonna quando usciva dal dialetto e voleva affermare qualcosa con l’autorità della lingua, in lui, invece, c’era tutto il discorso. Parlava lentamente, faceva domande discrete sulla provenienza. Restavo sul vago e lui capiva che non era un argomento di curiosità, allora mi mostrava le cartoline che aveva, i francobolli. Mi sembrava tutto fuori corso, ma mi fidavo e le cartoline sono arrivate. Sostavo per curiosità e per quella nozione di lontano che emanava la situazione. Non avevo giornali, il telefono era praticamente inutilizzabile per i fusi differenti e tutto, a parte gli affetti, sembrava così distante da apparire piccolo e in un mondo parallelo. Mi chiedevo cosa avessero provato gli italiani che erano rimasti lì a lungo. Non quelli che conoscevo e che insegnavano alla scuola italiana o lavoravano all’ambasciata, ma quelli che erano venuti per restarci e che non potevano essere poveri perché il regime non permetteva che i conquistatori fossero poveri, che non potevano mescolarsi con i nativi perché c’era la segregazione razziale, che dovevano vivere come in Italia ed erano distanti tre settimane di navigazione dall’Italia. Naturalmente non parlavo con lui di queste cose però un giorno cercò dentro delle cartelle molto malmesse dei piccoli manifesti, ed erano degli alfabeti per scuole elementari, che mettevano in corrispondenza i caratteri di due lingue diverse con le lettere latine. Ne acquistai due perché le lingue a confronto non erano solo quelle principali, ma ce n’erano altre che si riferivano ad altri conquistatori.

Confusamente gli parlai della nozione di lontano e vicino e lui mi chiese, sempre con quella sintassi strana: ma voi a cosa siete vicino? A qualcosa che è dentro di voi o a qualcosa che dovete per forza vedere fuori? Qualcosa imbastii come risposta e gli dissi quello che mi mancava. E, come non avesse capito, lui ripetè la domanda, poi senza attendere la risposta, arrotolò i manifesti e disse: domani, forse, arrivano notizie nuove, ma saranno già vecchie. Ci impiega tempo, il tempo a raggiungerci.

Ci furono visite successive, dei canotti di bachelite e dei pennini Fila, per identificare un vicino nel lontano, ma non era quel giorno. Fuori c’era un sole a picco e uscendo vidi che tornava con i gomiti sul bancone, al suo giornale e il carretto del ghiaccio non c’era più. Prima della piazza mi fermai a bere una birra ghiacciata e seduto mi misi a guardare gli operai che riparavano i telefoni e litigavano: cos’era lontano e cos’era vicino?

venti lettere mai spedite

Questa lettera, che qualcuno leggerà, fa parte del progetto di libro che sto scrivendo. e questa premessa comparirà solo questa volta. Da tempo sento che i miei interessi nello scrivere hanno bisogno di mutare e tra la carta e il blog c’è certamente un’altra via da capire e percorrere.

Si crede, e fa comodo crederlo ma non è vero, che il tradimento sia il perseguire un altro da sé, una sorta di perversione dell’io che violenta la propria natura per perseguire qualcosa che lo muta in peggio, mentre spesso, esso è il comporre il desiderio con una diversa concezione della vita che ci riguarda così tanto da essere alternativa a quella posseduta. Non sto per tessere un elogio del tradimento e neppure voglio negarne la valenza distruttiva, la tesi che vorrei discutere con te è che ci sia comunque una fuga nel tradimento e che chi tradisce stia cercando qualcosa che non trova nel suo vivere. In subordine, ma ne parleremo un’altra volta sostengo che la fuga sia una delle tre sostanziali condizioni in cui le vite si esprimono.

Ricerca e fuga spesso si sovrappongono, poi nell’essere interpretate risentono dalla natura e dall’educazione di chi le compie. Chi sfarfalla è differente dall’introspettivo, chi si pone domande e dubbi, è differente da chi si aggrappa a certezze immanenti e da queste trae giustificazione. Anche l’età pesa nelle scelte e quante volte il tradire è una fuga dalla responsabilità acquisita, l’illusorio ritorno a una condizione in cui il possibile non è così determinato e solido, e comunque molto viene perdonato. Con l’accumularsi degli anni le scelte si ossificano in percorsi che hanno canoni più sociali che personali: da una persona ci si aspetta che si comporti in un certo modo e solo quello comporta un giudizio positivo, un’approvazione sociale. 

È il lemma tradire che fuorvia e che si dovrebbe applicare dopo aver conosciuto fatti e circostanze, invece è semplice usarlo e già contiene un giudizio inappellabile. Ma la considerazione sembra ormai restringersi ad ambiti più ristretti di un tempo, quello sentimentale e quello intellettuale, ad esempio.  È scomparso il nemico della patria, così caro fino a quando ci sono state guerre e patrie definite, non c’è più il tradimento commerciale e sta impallidendo la proprietà intellettuale perché con i nuovi mezzi, copiare e rielaborare sembra diventato più facile che esprimere la propria originalità. Che ne dici, ad esempio, del continuo espungere citazioni da contesti, vantare associazioni di testi o altri pezzi di media che diventano un collage indistinguibile e che oltre a essere apparentemente nuovi tradiscono l’originale eclissandolo ad altro? Non parliamo della politica dove il cambio di casacca testimonia l’assenza di ideali e di progetti che non siano quello personale e ogni qualvolta sento dire che solo gli stupidi non cambiano mai idea penso che ancora una volta la citazione è tradita e usata per giustificare altro. Mi convinceva molto di più Berlinguer quando affermava che non aveva tradito gli ideali della giovinezza, e lo diceva pur leggendo un mondo che mutava, aveva cioè enucleato il sé che coincideva con l’identità e da questo non derogava perché non sarebbe stato più se stesso. Però se pensi alla scarsa consistenza e coerenza tra programmi e azione che oggi circola in ambito partitico allora capisci che non Lui, ma un’intera generazione ha derubricato gli ideali a parti negoziabili o semplici ubbie giovanili.

Insomma il tradimento sembra si sia ridotto a una questione sentimentale e a qualche giuramento con relativo impegno, o poco più, che ha rilevanza penale, ma il resto fa parte di altri ambiti che si sanano con facilità e non comportano particolari cambiamenti di vita. Il mutare azienda ad esempio, viene considerato un commercio lecito di competenza anche quando si portano appresso segreti industriali che è ben difficile arginare in un nuovo contesto. Pensa che quando dicevo di essere aziendalista, ovvero fedele all’azienda pubblica prima che a un mandato politico di un socio, venivo prima guardato con sospetto e poi messo da parte come inaffidabile. Eppure a me sembrava che questo fosse l’ambito del lecito e che l’illecito, ovvero il tradire, fosse nel fare qualcosa che potesse impedire la crescita o addirittura nuocere all’azienda in cui ero amministratore per acconsentire a una pressione politica.

Ma questo era solo un inciso personale, ti dicevo invece, che a mio avviso, il cosiddetto tradimento è in realtà assimilabile a una fuga verso un sé e che in questo contesto andrebbe analizzato. Quello che penso è che la condizione abituale in cui ci muoviamo sia quella tra l’immagine che l’individuo offre e quella che viene proposta come paradigma di felicità individuale. Il sentire sociale (e commerciale) vorrebbe che ci fosse coincidenza tra un ordine che garantisca la prevedibilità delle persone e la loro completa realizzazione con quanto dall’esterno viene loro offerto. Molte cose si fanno per comodità e non per convinzione, altrettante sono soggette a valutazioni di tipo economico/sociale e diventano difficili da mantenere, in quanto generano precarietà individuale o familiare. Anche dal punto di vista delle idee, la cosiddetta libertà è spesso ossequio a circuiti di convenienza in grado di determinare se una novità sia o meno “produttiva” e quindi accettabile. Non si spiegherebbe altrimenti il perché lo star system si applichi dall’arte sino ai modi di vita e si accetti supinamente il teorema della crescita infinita che non si cura di quanto lascia in termini di macerie e di vite piegate al profitto. In val di Susa chi protesta contro l’alta velocità ferroviaria viene considerato dal resto del Paese, fatta salva una minoranza militante, un ottuso che si oppone al progresso, che “tradisce” la crescita, mentre la stessa persona pensa di tradire il luogo in cui abita se permette che passi senza protesta una infrastruttura che violenta luoghi e modalità del vivere.

Ricordi quando andammo in Irpinia dopo il terremoto, ci raccontavano che dopo l’arrivo della Fiat a Grottaminarda, oltre a cambiare gli equilibri politici per le assunzioni, non c’era più un sarto che facesse un abito su misura o mettesse in ordine un vestito, mancava il fornaio, persino il barbiere era andato in fabbrica e per farsi i capelli bisognava prenotarlo, se ne aveva voglia, nei giorni di festa. Il tradimento del tessuto sociale lì c’era stato ed era stato mascherato da progresso, tanto che ora che la fabbrica è stata chiusa, mi chiedo cosa ne sia di quei luoghi rimasti senza capacità individuali e lavoro. L’ho visto ripetersi questo teorema, in molti luoghi in Italia, nelle cosiddette aree di sviluppo e lì il tradimento è stato collettivo, tanto che ora la spersonalizzazione è più forte e disperata. Il tradimento verso il sé implica un esercizio della libertà e un riconoscimento di ciò che si è. Non è cosa da poco, per questo mi spiace che la parola venga usata indifferentemente per chi si riconosce come non realizzato e cerca altro, e quindi fugge da una condizione di sofferenza cercandone una migliore, e con la stessa parola si definisca con molta meno frequenza chi viola, tradisce, principi individuali e collettivi. Insomma quello che volevo suggerirti è di non ridurre tutti a questioni facilmente risolvibili. L’apparenza inganna perché gli esempi che abbiamo sottomano portano all’individuo e ai suoi obblighi sociali, come se esso non esistesse come persona. Pensa a chi “tradisce” in un rapporto amoroso e fa la scelta di disfare un rapporto, un matrimonio. Se guardiamo i film o leggiamo i romanzi, l’amore sembra giustificare tutto. Quante eroine ed eroi vengono capiti, giustificati, suscitano approvazione e partecipazione, mentre nella vita comune verrebbero esecrati. Lo stesso vale in altri ambiti in cui la ricerca del sé è così evidente che la valutazione moralistica si ferma e guarda altrove. Non però nella vita comune dove il giudizio è più semplice della comprensione.

Credo si sia scelto di non investigare troppo su chi tradisce veramente e chi invece cerca la realizzazione di sé, mettendo tutto in una categoria sociale facilmente usabile, che consente di discriminare partendo dall’apparenza. Tu sai che non amo troppo chi si giustifica, mi pare più adeguato chi dice la verità, e questa può essere spiacevole, ma è la verità e allora si può capire. Non è necessario condividere, ma almeno capire che chi fugge non sempre è un vigliacco, che cercare di essere se stessi può risultare ben più complicato e doloroso che fingere. Quindi il tema che vorrei discutere con te è il tradimento come fuga verso sé, e quanto questo sia compatibile con le regole che la società ci fornisce, perché, e qui c’è una contraddizione, è la stessa società che predica la felicità individuale, a emanare regole che di fatto la rendono possibile solo se essa è conforme. Qui si apre un tema più largo e riguarda la libertà e la coercizione, ma questa era un’altra di quelle tre caratteristiche di cui ti parlavo. Ci sarà tempo per discuterne.

il concerto

Aveva il vestito delle occasioni importanti, la cravatta e la giacca. Attorno, a parte i maggiorenti cittadini e qualche altra persona attenta alle tradizioni, era tutto un fiorire di felpe, di camice a quadri, di abiti da mezza stagione e jeans. Molti i giovani che erano lì per la musica e non per salutarsi e farsi riconoscere, da una parte all’altra delle file di poltrone rosso fuoco. Lui era vestito bene, magari con un po’ di ferro da stiro la piega e la giacca sarebbero stati più freschi però era suo agio perché la sera meritava un vestito per l’occasione. Dopo alcune parole del direttore la musica era cominciata e il pensiero oscillava tra la vista di tutti quei musicisti sul palcoscenico e la musica che essi producevano. Gli sembrava strano che da quel muoversi, quel soffiare, battere a tempo venisse fuori qualcosa di così armonico che sembrava non avere relazione con chi lo produceva. Riconosceva gli strumenti, sentiva l’assonanza e la dissonanza, coglieva nella massa di note un flusso che lo trasportava dentro qualcosa che sembrava prescindere da quelle persone, eppure tutto era connaturato, legato: l’interpretazione, lo spartito, la direzione. C’erano stati momenti lunghi nella sua vita, in cui la musica era stata il luogo in cui sciogliere le tensioni e tenere assieme il bello col presente. La musica era stata un veicolo fortissimo di emozioni, poi le emozioni erano venute da altre parti, ma la musica aveva conservato una magia particolare che solo qualche libro aveva eguagliato. Era questione di sintonia, aveva pensato, di comprensione senza mediazione. Nessuno gli aveva spiegato nulla, le cose erano venute per loro conto, poi la ricerca, ma sempre in subordine perché troppa analisi sembrava sporcare ciò che le note provocavano. Si sorprese con gli occhi chiusi, lo faceva per lasciar entrare, per non distrarsi con il pensiero dei gesti che vedeva, per farsi sorprendere anche se conosceva la sinfonia che stavano eseguendo.

Il tempo scorreva per suo conto, in quell’udire/sentire c’era il tempo musicale che aveva caratteristiche diverse dal tempo ordinario. Era un lasciarsi vivere, condurre. Si sorprese a coincidere con il palmo, le irruzioni degli attacchi, l’entrata dei timpani, il chiudere di un assolo. Si ricompose e aprì gli occhi, l’orchestra era lì davanti e affrontava l’ultimo movimento. Lì guardò con meraviglia, sapeva che si emozionavano anche loro, ma adesso sembravano coincidere nel fluire che si gonfiava e poi restava teso, staccando improvviso in silenzi senza tempo, come un trattenere il fiato per poi riprendere. Chiuse nuovamente gli occhi e si lasciò immergere nel suono che così sembrava più corposo. Era dentro un pensiero collettivo, ma con la sua individualità, con il suo essere se stesso nelle sensazioni che provava. Ormai la sinfonia volgeva alla fine e negli ultimi tre assoli che si smorzavano in un sempre più piano, sentiva la vita dell’autore che sfuggiva. Sentiva il suo sentire, ma anche il raccontare qualcosa che riguardava tutti. Parlava della vita e del suo mutare in altro, parlava del dialogo della vita con le passioni e con la morte che le aspirava in un silenzio così ricco di mistero e buio che nulla trapelava da esso. Una lacrima cadde sulla mano ora ferma, poi un’altra. Piangeva senza sapere perché e non voleva aprire gli occhi e neppure asciugarsi il viso: si sentiva estenuato dall’emozione, ma aveva timore del ridicolo. Il finale assorbì l’ultima nota, così leggera che tutta la sala tese l’orecchio per capire se ce ne sarebbe stata un’altra. Non c’era un’altra nota, lo sapeva, e ascoltò il silenzio lunghissimo, che sembrava non finire mai e assorbiva il fiato. Aprì gli occhi e vide la mano del direttore che piano scendeva verso il leggio, e nessuno si mosse sinché non fu posata. Poi, un timido battere di mani, poi altri si unirono, finché liberatorio, l’applauso riportò la realtà e il tempo. Applaudendo scorse i sorrisi soddisfatti, gli strumenti, ora staccati dal corpo, dei musicisti, e guardando con attenzione vide che sul viso di qualcuno la luce rifrangeva. Forse era sudore o forse una lacrima simile alle sue. Pensò che fossero lacrime d’emozione e che quelle parole, che si scrivono alla fine di un racconto del sentire, non concludevano nulla, ma riportavano all’eterna ruota della vita.   

piccoli segni

 

Piccoli segni. Il crepitare delle foglie troppo secche, un fruscio nel lavandino che preannuncia lo scivolare del piatto tra l’acqua saponata, L’orologio funziona come crede facendo le stesse cose. Dilatazioni e restringimenti d’anime di cose. Potrebbe essere la stagione che sciorina ottobrate senza pudore oppure il rumore di un bacio dietro l’angolo. Pulviscolo danzante nell’aria. Sole basso e rosso, che illumina foglie denudate dalla folla sui rami. Poche e meravigliose di connessioni sottili, di nervature che irradiano da una spina dorsale, poi il picciolo, già quasi legno e il ramo che s’aggrinza di strati verso un cuore tenero. Pensano al volo.

Nel bussare sui vetri la luce ha un fare sommesso e deciso, come avesse da fare altro se rifiutata. Lontano, lo so, dispongono e spingono persone dai pensieri antichi e bambini, ad accoglierla. Ma non è troppo lontano, è appena fuori le mura, nei giardini e sotto i portici. Ieri una signora ha levato il capo e sul ponte dove cadde la città e s’innalzò una tirannia, ha visto la luce danzare sull’acqua. Ti è tirata ritta sul carrettino della spesa e ha additato le scie delle anatre tra le case immerse nell’acqua: c’era un brillio di creste arrotondate, un segnare che si ricomponeva, ma intanto frangeva i riflessi e l’oro diventava verde e poi ancora oro. Bello, e immane come la natura, ha detto. Ed è rimasta a guardare verso la torre granda. Verso ovest, dove il sole racconta il meriggio e la realtà pensa d’ adagiarsi nel sogno. Attorno, s’è formata una piccola coda di attenzioni che cercavano di rubare l’attimo con un telefonino. Le scie si erano ricomposte ed ora, dietro a loro, ciottoli antichi rilucevano per attimi prima di ritornare color del ferro. Ma non le vedevano.

Il sangue ha il sapore del ferro, lo sapevi? ha detto uno dei due bambini che hanno proseguito parlando verso qualcosa che non s’intuiva. Liberi, come il pulviscolo, che parla felice e racconta, mentre attorno s’affollano piccoli segni.

 

due giorni a cent’anni

Due giorni e le date si sovrapporranno. Neppure il calendario giuliano e quello gregoriano riusciranno a separarle, cosicché destini differenti si presteranno a essere letti, per l’ennesima volta, attraverso le celebrazioni o l’indifferenza interiore. A poco conta quello che avviene fuori se esso non risuona dentro, se non trova corrispondenza, se il passato non rende attive due funzioni, quella della riflessione su di sé e quella del capire cosa accade del futuro.

Le celebrazioni sono la sublimazione delle speranze deluse. Il contenitore di ciò che avevamo capito e non si è compiuto. E in ogni compiersi c’è l’insufficienza della somma delle realtà, il confluire delle forze che piega i rami dell’albero della storia,ma non lo sradica, lo muta alla nostra vista e percezione e quindi in noi. Per questo, e per chi lo sente come evento della storia a cui appartiene, pensare a ciò che avveniva cent’anni fa allo Smolny, a san Pietroburgo, oppure meditare sulla pace apparente del 22 ottobre nella conca di Tolmino, è materia incandescente e viva. È un guardare dentro a un vulcano che generò passioni, un insieme di braccia che presero e trascinarono la storia altrove. Nulla nasce in un giorno esatto, persino le nascite degli uomini sono convenzioni legali, ma c’è un momento in cui il presente schiocca le dita e diventa lo scollinare delle forze che hanno creato l’evento, allora dilaga la realtà e coinvolge e travolge.

Allo Smolny in una presa di potere che passa attraverso milioni di menti e di braccia, vibra e incalza la certezza che il dopo sarà definitivo e migliore per l’uomo. A Caporetto, il Kobarid di adesso, l’attesa è silente, si muove attraverso gambe e menti che si chiedono cosa sia la guerra, che speranze essa contenga, per chi e per cosa, si muore. In entrambi i casi una rotta d’un argine di certezze con qualcuno che irrompe. A San Pietroburgo, chi irrompe è la speranza di un mutamento radicale della condizione dell’uomo, di una pace nella crescita degli -e dell’uomo- finalmente libero dal bisogno. A Caporetto irrompe la volontà di un esercito avversario che vuole chiudere la partita, ristabilire l’antico ordine violato e chiudere da questo fronte una guerra che sta affamando e dissanguando i popoli dell’impero Austro Ungarico e della Germania.

Mancano due giorni a cent’anni, e se si leggono le cronache di ciò che avviene nei soviet, di come si dispongono le coscienze, le parole determinate che infiammano, mi chiedo dove sarei stato, perché questa è la domanda che pone la storia: dove ci saremmo collocati? E a Kobarid, intruppato al posto di un nonno, l’altro era morto due mesi prima poco distante, come avrei reagito alle interminabili attese di un massacro che si consumavano nelle trincee. Le scelte che ci mettono in situazioni non vissute sono solo in parte ipotetiche perché sono le nostre vite che testimoniano dove saremmo stati. Quello in cui abbiamo creduto, il nostro leggere la storia ci colloca da una parte e la rendono cosa viva, ci fanno interrogare non sul dove ma sul quanto. E ancor oggi nel misurare le speranze deluse, pongono il tema del fallire. Ricordare, celebrare per evidenziare la caduta di un sogno non la sua vacuità. A San Pietroburgo si accendeva una speranza che sovvertiva il mondo, quanto di quella speranza, in altre forme, con altri nomi e parole è ancora presente nel nostro vissuto? Quanto vige la necessità di riconoscere nell’altro diritti eguali, trattamenti dignitosi nel lavoro, opportunità comparabili, vite prive dell’assillo del bisogno materiale? E a Caporetto, in quel disfarsi della grande macelleria e dell’Italia, che trovava se stessa nelle domande, nel perché combattere e per chi, non si faceva forse un’altra Italia che si metteva assieme e rifiutava il prima, ma poi trovava in una linea di difesa i modi per essere finalmente un Paese. Come per il Comunismo bisognerebbe capire quanto c’è di San Pietroburgo nella visione personale del mondo, per l’idea di essere popolo, sarebbe necessario capire dove sia la Caporetto in noi e come essa generi una linea di consapevolezza dell’essere uniti da un destino comune. I fatti non sono mai definitivi, ma la storia e gli uomini sono costruiti dai fatti, dietro ad essi ci sono le idee, e più in basso c’è quel fondo di identità dove l’io si confonde con il noi. Ci sono i bisogni innati, la giustizia che deriva da un processo naturale e da uno di civiltà, c’è tutto questo che viene riassunto nell’appartenere. A un’idea, a un sogno, a una forza comune che evolve e che diventa più grande.

Umanità è parola femminile e inclusiva, generante storia, feconda e inesauribile. Umanità era quella che assaltava i palazzi del potere, che dilagava e bivaccava tra ori e lussi inenarrabili pensando alla propria fame trasmessa nei secoli. Umanità era quella che si difendeva sino all’ultimo uomo, che veniva vilipesa da chi era incapace di vederla, che tornava verso valle, lacera, dopo aver lasciato amici, affetti profondi a marcire nel fango. Era la stessa umanità che si ricomponeva dinanzi a un pericolo e nuovamente si riconosceva. Non per la patria e per il re ma per le famiglie, per la possibilità di avere un futuro che non fosse di servaggio. A questo servono le ricorrenze, a misurare il fallimento ovvero ciò che manca al successo, a chiedersi dove siamo adesso perché lo sappiamo dove saremmo stati allora. Servono per capire cosa ci sia ancora dentro di noi del futuro che ci attende e di cui il passato è dimostrazione del suo farsi con gli uomini. Non a caso un centenario di come mutò il mondo viene ridotto a poca cosa, bisogna togliere le punte acuminate alla storia perché non rinascano domande; la manipolazione a cui siamo soggetti è questa: non l’esame dei fatti, delle idee, non lo schierarsi per l’una o per l’altra parte, ma l’indifferenza che renda tutto obsoleto, tutto cosabile ovvero ridotto ad avere e non avere. Quando saremo solo cosa, privi di umanità, cesserà la storia. Sarà indifferente e la passione scomparirà dalle vite. Ma sono sicuro che un’idea, una bandiera comune troverà sempre chi la alza e costringe a prendere coscienza, posizione, insomma essere.

 

Riporto due ignominie di allora, ovvero come l’alto comando italiano di Cadorna cercò di nascondere la propria incapacità e di come, altrettanto maldestramente, il governo Orlando, tentò di correggere. Come a dire che le vite valgono poco solo per chi non vede gli uomini e vale allora come adesso.

Il bollettino censurato su Caporetto:

La mancata resistenza di riparti della II° Armata vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria. La nostra linea si ripiega secondo il piano stabilito. I magazzini ed i depositi dei paesi sgombrati sono stati distrutti. Il valore dimostrato dai nostri soldati in tante memorabili battaglie combattute e vinte durante due anni e mezzo di guerra, dà affidamento al Comando Supremo che anche questa volta l’esercito, al quale sono affidati l’onore e la salvezza del Paese, saprà compiere il suo dovere.”

Orlando comprese che al disastro materiale si sarebbe aggiunto quello morale per l’intero esercito e senza conoscere la verità, ben diversa da quella del bollettino, la stessa sera, fece sequestrare i giornali che riportavano il comunicato Cadorna sostituendoli con nuove edizioni nelle quali il bollettino nella sua prima parte veniva ammorbidito come segue:
“La violenza dell’attacco, la deficiente resistenza di alcuni riparti della II° Armata hanno permesso alle forze austro-ungariche di rompere la nostra ala sinistra del Fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare il sacro suolo della Patria.”

Circolò anche un’altra stesura, che era nefanda per il morale e all’opposto della verità, apparve nelle edizioni di alcuni giornali della provincia o fu fatta circolare, ciclostilata, o addirittura scritta a mano:
“Per la forte pressione dell’avversario, ma più ancora per l’ignobile tradimento di alcuni riparti della II° Armata e più precisamente delle brigate Roma, Pesaro, Foggia e Elba, il nemico ha potuto invadere il sacro suolo della Patria. Che Dio e la Patria li maledicano e il fango e la vergogna li coprano in eterno”.

Di questo testo misterioso non si conosce la mano, ma di certo era ancora una volta lontano dagli uomini e vicino al potere.

con fusione

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Le parole sono liquidi insufficienti, si plasmano all’interno di contenitori oppure si spandono. Dilagano inghiottite da tutti i ricettacoli che le portano altrove. E si sporcano. Possono essere gettate in avanti, in faccia, trattenute, le parole. Possono essere comprese in silenzi, espresse dalle mani, dagli occhi, dal muoversi del corpo. Quando esse diventano segno, attribuiamo loro un compito immane, ovvero quello di suscitare emozioni, trasmettere concetti, essere verità. In quel momento diventano parziali, insufficienti e reticenti, quasi sempre falsificanti. Non sempre accade, però le parole e i segni prendono la mano. Si deve finire un discorso, la sintassi ha una sua condizione costrittiva, i lemmi a disposizione hanno più significati che verranno corretti e precisati da ciò che precede e segue. E l’intuizione fa i conti con la verità della forma, sottrae energia alla sostanza per descrivere, suscitare, convincere. Un bacio è molto più esplicito e coinvolgente del dirlo, ma se devo descrivere un bacio, se voglio virtualmente darlo, o c’è un patto del silenzio tra chi lo riceve con me, un sentire così comune che non ha bisogno di parole, oppure devo circostanziare. Per questo i baci bisognerebbe darli più spesso di quanto si raccontino. E così la tenerezza, l’amore, il bene. E lo stesso vale per le parti oscure delle emozioni, per la collera, il disprezzo, l’indignazione, l’ira. Ma mentre il sentire e l’intuito sono emendabili e transitori, le parole restano, scavano, diventano atemporali. Riferiscono di un momento o di un tempo in cui avevano quella forza che si è tentato di descrivere, ed è il loro ossificarsi, diventare sasso. La parola scritta non fa eccezione e solo il vorticare, la marea del dire, diluisce il liquido, ne toglie il profumo. Come a dire che a parlare e scrivere poco, non molti riescono e se dicono una verità nel suo farsi ed evolvere, allora bisognerebbe ascoltarli con attenzione, perché sotto ogni parola, ogni gesto, ce ne saranno altri mille contenuti e pronti ad essere dati. E il con fondere diviene un fondersi assieme.