il concerto

il concerto

Aveva il vestito delle occasioni importanti, la cravatta e la giacca. Attorno, a parte i maggiorenti cittadini e qualche altra persona attenta alle tradizioni, era tutto un fiorire di felpe, di camice a quadri, di abiti da mezza stagione e jeans. Molti i giovani che erano lì per la musica e non per salutarsi e farsi riconoscere, da una parte all’altra delle file di poltrone rosso fuoco. Lui era vestito bene, magari con un po’ di ferro da stiro la piega e la giacca sarebbero stati più freschi però era suo agio perché la sera meritava un vestito per l’occasione. Dopo alcune parole del direttore la musica era cominciata e il pensiero oscillava tra la vista di tutti quei musicisti sul palcoscenico e la musica che essi producevano. Gli sembrava strano che da quel muoversi, quel soffiare, battere a tempo venisse fuori qualcosa di così armonico che sembrava non avere relazione con chi lo produceva. Riconosceva gli strumenti, sentiva l’assonanza e la dissonanza, coglieva nella massa di note un flusso che lo trasportava dentro qualcosa che sembrava prescindere da quelle persone, eppure tutto era connaturato, legato: l’interpretazione, lo spartito, la direzione. C’erano stati momenti lunghi nella sua vita, in cui la musica era stata il luogo in cui sciogliere le tensioni e tenere assieme il bello col presente. La musica era stata un veicolo fortissimo di emozioni, poi le emozioni erano venute da altre parti, ma la musica aveva conservato una magia particolare che solo qualche libro aveva eguagliato. Era questione di sintonia, aveva pensato, di comprensione senza mediazione. Nessuno gli aveva spiegato nulla, le cose erano venute per loro conto, poi la ricerca, ma sempre in subordine perché troppa analisi sembrava sporcare ciò che le note provocavano. Si sorprese con gli occhi chiusi, lo faceva per lasciar entrare, per non distrarsi con il pensiero dei gesti che vedeva, per farsi sorprendere anche se conosceva la sinfonia che stavano eseguendo.

Il tempo scorreva per suo conto, in quell’udire/sentire c’era il tempo musicale che aveva caratteristiche diverse dal tempo ordinario. Era un lasciarsi vivere, condurre. Si sorprese a coincidere con il palmo, le irruzioni degli attacchi, l’entrata dei timpani, il chiudere di un assolo. Si ricompose e aprì gli occhi, l’orchestra era lì davanti e affrontava l’ultimo movimento. Lì guardò con meraviglia, sapeva che si emozionavano anche loro, ma adesso sembravano coincidere nel fluire che si gonfiava e poi restava teso, staccando improvviso in silenzi senza tempo, come un trattenere il fiato per poi riprendere. Chiuse nuovamente gli occhi e si lasciò immergere nel suono che così sembrava più corposo. Era dentro un pensiero collettivo, ma con la sua individualità, con il suo essere se stesso nelle sensazioni che provava. Ormai la sinfonia volgeva alla fine e negli ultimi tre assoli che si smorzavano in un sempre più piano, sentiva la vita dell’autore che sfuggiva. Sentiva il suo sentire, ma anche il raccontare qualcosa che riguardava tutti. Parlava della vita e del suo mutare in altro, parlava del dialogo della vita con le passioni e con la morte che le aspirava in un silenzio così ricco di mistero e buio che nulla trapelava da esso. Una lacrima cadde sulla mano ora ferma, poi un’altra. Piangeva senza sapere perché e non voleva aprire gli occhi e neppure asciugarsi il viso: si sentiva estenuato dall’emozione, ma aveva timore del ridicolo. Il finale assorbì l’ultima nota, così leggera che tutta la sala tese l’orecchio per capire se ce ne sarebbe stata un’altra. Non c’era un’altra nota, lo sapeva, e ascoltò il silenzio lunghissimo, che sembrava non finire mai e assorbiva il fiato. Aprì gli occhi e vide la mano del direttore che piano scendeva verso il leggio, e nessuno si mosse sinché non fu posata. Poi, un timido battere di mani, poi altri si unirono, finché liberatorio, l’applauso riportò la realtà e il tempo. Applaudendo scorse i sorrisi soddisfatti, gli strumenti, ora staccati dal corpo, dei musicisti, e guardando con attenzione vide che sul viso di qualcuno la luce rifrangeva. Forse era sudore o forse una lacrima simile alle sue. Pensò che fossero lacrime d’emozione e che quelle parole, che si scrivono alla fine di un racconto del sentire, non concludevano nulla, ma riportavano all’eterna ruota della vita.   

2 pensieri su “il concerto

  1. Grazie, Will.
    Le tue parole hanno regalato un momento di intensa ed elevata evasione anche a chi non era presente a quel concerto.
    L’hai descritto in modo talmente preciso ma nello stesso tempo in maniera delicata e bella che sembrava di essere lì.

    Buona giornata e buon quasi fine settimana,
    un sorriso
    Ondina :-*

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