lampioni e imbecilli

Le luci dei lampioni non sono sempre le stesse. A volte più gialle o bianche, sfrangiate al terreno, oppure spezzettate e riflesse dalla pioggia, qualche volta soffuse dalla nebbia; di rado davvero nette. Per questo bisogna attendere che la notte sia davvero fonda e si spengano gli altri laterali chiarori, per cui nel loro momento migliore sono solitarie e riservate a ben pochi occhi. Questo dovrà pur significare qualcosa. 

Comunque non pochi disattenti e scenografici Comuni, usano anche, oggi, mandare luce diretta verso l’altro e si beano di questo riflesso da pulviscolo e da nubi verso il basso che crea atmosfere ovattate e rende impossibile trovare le chiavi se cadono per terra. Possiamo maltrattare chi preferisce il romanticismo degli amanti?  Di certo no, e comunque esse siano, le luci dei lampioni, s’accendono dappertutto, più o meno alla stessa ora e si spengono, quasi sempre, con gli stessi orari. A volte restano accese anche di giorno, e allora sembrano assurde vestigia della notte e un poco offensive, nel loro spreco. Inutili insomma. Esattamente come gli imbecilli. Non voglio dire nulla all’Amministrazione municipale, ma potrebbe gestire meglio gli interruttori crepuscolari e così spargere il rispetto delle cose comuni facendo sapere che sono davvero di tutti. Ma le cose hanno un significato se noi lo attribuiamo loro oppure non ne hanno: esistono e basta.

Appunto, come gli imbecilli, che hanno sempre posizioni nette, magari per poco tempo ma quanto basta per far perdere il senso delle cose, che non servono dove sono collocati e si accendono indipendentemente dalla volontà di chi passa. Sparano sentenze verso l’alto pensando che possano illuminare il mondo, descrivono con nettezza ciò che non serve a nessuno. Magari possono avere qualità aggiunte, aggettivi per renderli precisi, essere vanagloriosi, arroganti, incapaci, atoni, ecc. ecc. Ma di sicuro non ho mai incontrato un imbecille profondo, come non ho mai visto un lampione che oltre a svolgere il suo lavoro non si perdesse nella sua inutilità per gran parte del tempo in cui resta acceso. Era l’esempio della luce e della sicurezza anche quando non c’era davvero nessuno che potesse trarne conforto. Volendo ci sarebbero interruttori volumetrici che renderebbero intelligente il lampione, variatori di luminosità che lo renderebbero efficace, ma si ritengono non necessari, troppo sofisticati, inutili all’uso banale che ad esso è deputato. E’ così anche per gli imbecilli, sono utili all’uso deputato, non devono eccedere o migliorare, devono semplicemente contrassegnare le ore meno luminose delle nostre vite e poi essere arredi del territorio. Nulla di più di ciò che viene loro chiesto d’essere. Esattamente come i lampioni che ci permettono di vedere e di capire, ma non hanno la capacità né di leggere né di imparare. Ma la differenza è che i lampioni quasi sempre  si accendono o si spengono secondo regole precise, mentre gli imbecilli sono sempre accesi e non si guastano mai.

 

 

s’allarga mentre fluisce e finisce

Un fluire che porta via la vita, è sangue, esce per una violenza. Non è una macchia, neppure una pozza, è un piccolo lago di vita in cui essa annega. Imbeve lenzuola, ricopre asfalto, colora l’acqua ma non è mai cosa. Prima portava vita, generava pensieri, sentimenti, era futuro e presente assieme, scorreva e toccava ogni minimo equilibrio di quel sistema incredibile che è un corpo vivo, pensante, amante.

Mancano i vocaboli giusti per le morti violente delle donne, hanno motivazioni che non sono motivi. Pretesti, insufficienze, errori di valutazione d’amore ma non dell’assassinio. Uomini che uccidono le donne. sono più frequenti di quanto si pensi e si racconti perché molti omicidi avvengono in testa, nelle quotidianità, nella gelosia, nell’impotenza che diventa violenza. Omicidi raccontati, mostrati nelle serie televisive, nei film. Le donne sono un tema forte perché suscita sentimenti, ma la riflessione si ferma nell’atto. Chi racconta il dolore che accompagna l’estinguersi della vita, l’incredulità, la consapevolezza che sta finendo? Nessuno e non è giusto. Non c’è mai un racconto della fine, di quando c’è ancora la coscienza mentre la vita se ne va. Si racconta il dopo, si usano parole come raccapriccio, vittima, efferato, oppure si punta sulle avvisaglie che nessuno ha voluto vedere, si indaga sulla personalità dell’assassino, mai emerge il motivo vero, ma una ragione complessiva: la gelosia, il rapporto “malato” di un amore possessivo, dove le parole sono sporcate nel diventare scusa. E la scusa non c’è mai.

Si descrive il fatto per similitudine, si usano schemi interpretativi che riconducano alla dinamica dell’evento, si usano parole che potrebbero essere usate in contesti differenti e non tragici, mancano le parole assolute dell’orrore e così scompare la vittima, la morte stessa diventa un fatto processuale, non un evento assoluto. Scompaiono le botte, il ricatto psicologico patito, la costrizione, ciò che c’era prima e questo assieme a ciò che avviene durante l’omicidio, il fluire del sangue e l’abbandono della vita viene rimosso, espunto perché il racconto della violenza o è rigettato o è fonte di una giustificazione. Sembra necessario a chi osserva, a chi è vivo, che il male sia inserito nella normalità: può accadere e quindi fa parte dell’universo in cui viviamo.

Non è così perché non vi è necessità del male. C’è stata una deviazione nel possedere, quando è accaduto? Diventa un’altra parola deviata, che non tiene conto della volontà: perché non voleva più? Perché un amore era finito, e ci sono state ragioni ma una in particolare riguarda i sentimenti che finiscono o si rinnovano sennò sono crisalidi vuote, convenienze.  Ma nella gamma del sentirsi amati e di amare, il rifiuto non viene insegnato e così non viene ammesso. Sembra che tutto sia naturale nell’amore, nello stare assieme, non è così perché la condizione del progetto iniziale muta, perché c’è un mondo che si muove fuori casa, perché si fanno errori e si fanno cose giuste. Insegnare l’evolvere dei sentimenti non ci pensa nessuno. Ma questa non è una scusa, quante cose non ci vengono insegnate e le portiamo dentro perché sono giuste. Resta quel sangue che fluisce, s’allarga e spegne, toglie una possibilità infinita di amore e di umanità, diventa cronaca ma non è così, una vita che cessa per violenza è sempre oltre la cronaca è una privazione che riguarda chi aveva diritto di sognare, respirare, sorridere, piangere, vivere. 

 

tema: come hai trascorso il sabato

 

oznor

oznor

 

La giornata è trascorsa tra discorsi leggeri e sorsi di vino. Sia quello rosso, di corpo robusto e rotondo, da lavoratore della terra, che sarà generosa ma non è mai gratuita. Sia quello bianco , che in realtà era di un giallo dolce d’aspetto, trasparente e profumato, fresco con la gentilezza dell’amore che mai disseta appieno. Così i discorsi sono proseguiti all’aria aperta, nel sole già forte di un aprile senza timori. Credo che il tentativo fosse quello di dare ai processi digestivi la possibilità di un giusto posto per ogni cosa gustata, di togliere di mezzo l’eccesso e di propiziare un rientro che in fondo nessuno voleva. Così senza ordine, a piccoli gruppetti, attratti dal discorso dell’uno o dalla battuta dell’altro siamo sciamati tra strade di colle che diventavano capezzagne, limiti di campo, mura di mattoni antichi e ville che un tempo avevano attestato più la modesta fortuna delle famiglie che la loro voglia di eccellere. Attorno macchie gialle di fiori di tarassaco, cipressi altissimi, alberi che erano già meta di api  prima dei declivi ritmati dalle vigne. Filari ben tesi, potature severe, qui il grappolo deve ricevere molto sole e non conta il molto ma il buono. Parlavamo di politicante, di società che muta, di adeguatezze e di tentativi di essere importanti per le idee prima che per i numeri. Il conformismo che si sperimenta nei partiti è lo stesso dello società, un gruppo diventa maggioritario perché è esso stesso continuazione di un aggregarsi attorno a capi che decidono di dividere un potere, non le idee che stranamente restano le stesse, al più si  distingue, di colgono le differenze, ma la realtà è l’eterna lotta tra ciò che muta e ciò che non vuole mutare. E la ragione per non mutare sta tutta nel potere e nel gruppo che si sente parte di esso. Ragionavamo di questo tra battute e coscienza di essere parte piccola di un modo di far politica che non ci andava, così scivolava qualche battuta, il piccolo pettegolezzo, la risata lieve che libera perché anche chi è potente ha debolezze e quando queste emergono diventa un po’ meno paludato. È la considerazione che ognuno va in bagno ogni giorno, che le funzioni corporali non sono nobili, o come ebbe a dire , un’amica che ci precedeva ridendo: pensalo quando sta per fare all’amore, é proprio un bel momento di verità. se le cose non funzionano. Dovevamo aggiustare il pomeriggio, non i destini del mondo,, ricordare l’aria leggera e piena di profumi, mettere in fila tanti bei propositi, ricordarci che la giornata era soprattutto nostra e che come ai tempi delle medie il tema da svolgere era cosa si era fatto di noi nel dì di festa, concludendo che il sonno sarebbe arrivato tardi ma stanchi e felici di essere chi eravamo.

verità che presto scadono

Come vedi, c’è sempre una ragione al dispiacere,
e sembra s’accanisca a sbiadire il piacere, complotti a renderlo fugace;
forse ci si dovrebbe accontentare delle tregue,
oppure imparare grammatiche dove l’errore abbia più pazienza.
E invece è tutto così veloce che l’assoluto non ha tempo né di sé ha coscienza piena
e diventa relativo.
Questa relatività c’allontana, impedisce l’abbraccio
e il lasciare la guancia sulla spalla dell’altro,
per riposare in un sicuro luogo amato,
basterebbe un momento, che sembra unavita
e così sarebbe eterno.
Come potrei volerti male se tu mi vuoi bene?
è lo scambio semplice che s’impara da bimbi
e s’applica in ogni contrasto, almeno per un po’ di tempo,
ma poi ci si tradisce troppo spesso
per puntigliosità o stanchezza generata altrove, non per malavoglia,
è così che il deserto si mangia il cuore
e gli occhi non sanno più cos’ afferrare.

non c’è niente da capire

Goy e Malamud, il commesso, ci si circoncide per amore? A serious man, i fratelli Coen, gli analisti ebrei sono rabbini con risposta o senza paura del sangue come diceva Freud, mentre quelli cristiani invece no, non hanno paura di nulla se non di se stessi e per questo lisciano il pelo al gatto, distrattamente, per far capire che non risolvere come determinazione è l’infelicità anche per quelli che decidono per il meglio, anche quando scelgono il peggio. Sono le passioni che andrebbero indagate, quelle si fanno un baffo della colpa, e i luoghi in cui esse si esercitano, che profumano di cotone e sudore. E di tanto altro ancora. Una psicoanalisi dell’odore potrebbero farla i giapponesi, sarebbe interessante. Mettiamoci una riga, un prima che poi è tutto qui e puntare su  ciò che fa bene e se la fatica dell’ accettarsi come si è, implica il limite, basta ricordarsi che solo l’imbecille non ha limiti.

Si rischia di esporsi per essere compatiti, ricevere forme d’amore guardato, malato più che vissuto e accontentarsi. Accontentarsi delle illusioni, illudere le illusioni. Perseguire con ironia l’inutile, non servire a nulla, non servire serve, forse il bello ha una ragione che non sia la sua mutazione e caducità verso altra diversa bellezza. Pensateci già il capire muta e nella mutazione c’è la fine di qualcosa per far nascere qualcos’altro.

Dimmi qualcosa di autoironico.

Potrei essere peggio.

Ma no, qualcosa che ti prenda in giro.

Ho la soluzione per volare ma non me la dico e questo mi tiene attaccato alla terra. Volo quando voglio e neppure a te la racconto.

Ah non si spiega nulla e ognuno capisce quello che gli viene.

mi penso un po’ sciupato

Così ti penso, sciupata un poco dentro.
Il viso è bello, il corpo ancora parla lieto,
è il sorriso che s’è spento,
una luce sbarazzina se n’è andata,
e la parola sussurrata nell’incontro,
che un tempo sarebbe subito volata, ora si trattiene,
cerca alternative leggere di significato,
per il cuore appesantito.
L’anello è trattenuto al dito, distratta lo rigiri,
è ancora un palloncino che volerebbe a perdersi,
giocando tra le nubi,
guardi alto col pensiero, è solo un’ombra,
gli occhi hanno il sole ancora dentro.

Così mi penso, un po’ sciupato,
inzuppato nei caffè delle notti sterminate,
tolto all’alba,
rimesso sulla strada affianco,
prima d’aver capito, già ammaestrato,
ma grato, oltremodo grato,
dello scoprire nel decadere, un senso,
il mio anzitutto, di pozzanghera
ritrovata nei sogni squagliati all’alba,
nelle contorte decisioni,
nelle vigliaccherie d’intelligenze fini,
era l’esserci quel tanto che m’è stato regalato.
In fondo sciuparmi non m’è spiaciuto ma è accaduto altrove,
tu che avevi un dono
chissà dove l’avrai portato.

 



 

disinamorà

Steso. Supino. Il corpo composto. Così le parole cercate, messe in lunghe file. Staccate, pescate, frustrate dal tentativo di essere ciascuna di per se sufficiente e ri immerse in quell’accento che rivela il luogo della provenienza sino allo sbottare nella parola intraducibile nella sua essenza: disinamorà. Gli occhi sono chiusi, c’è un buio chiaro nella testa, un lasciarsi andare nel fluttuare senza tempo. Dualità che emergono, simboli in forma di lettere, emozioni osservate. Paura. Caldo. Scivolare. Ritto. Nudità. Accettazione. Dovere. Subire. Libertà. Conoscersi. Riconoscersi. Perfezione. Imperfezione. Purezza. Errore. Timore. Castigo. Caldo. Dolcezza. Buio.

C’è un buio così totale nel profondo che l’unico modo per esistere è toccarsi. Sentire il proprio corpo. Riconoscerlo come zattera salvifica. Immenso e imperscrutabile nella sua interezza, docile e amoroso nel darsi per piccole parti. Per momenti di tempo. La nudità nel buio non ha senso se non per la scoperta che essa suscita, per il ri conoscere, per il ri conoscersi. Il respiro si allunga, diventa soffio lieve: è così che si scivola nel sogno? Distaccando la realtà delle cose attorno dapprima e poi entrando in sé. In punta di piedi, per guardare, curiosi di ciò che si scopre oltre gli occhi, l’udito, il tatto, finché anche l’odorato si rende conto del proprio profumo. Un misto di pensieri leggeri che penetrano, si compenetrano. Così il sospendere la percezione è sospendere il tempo: un attimo è infinito, immerso in idee, non più in sensazioni. Immagini annodate che portano distante. Incommensurabilmente distanti, ma non da sé. E poi il riemergere, il rendersi conto. Qual è stata l’ultima parola pensata? Disinamorà. Non significa disinnamorarsi , ma non vedere più nella passione o in ciò che viene fatto o nella relazione affettiva, un interesse profondo, un afflato che desidera. È la distanza che si pone nel riconoscere una fine e diventa solco, cesura definitiva: nulla sarà neppure lontanamente come prima perché si è visto l’oggetto dell’attrazione nella sua realtà che respinge e tradisce.

Anche tradire in questo contesto merita una spiegazione. Lo si può fare, tanto siamo stesi con gli occhi chiusi e sentire cosa sia il tradimento non fa male, è una sensazione distante, dolciastra, oggettiva e insieme specifica. Questo tradimento è riflessivo, è l’essere stati spinti con l’inganno a tradire se stessi. Come Pollicino siamo stati perduti nella foresta, ci è stata indicata una via che ci ha portato a combattere noi stessi, ciò che eravamo e siamo. Cadono tutte le speranze, restiamo solo noi con il nostro buio e il nostro sentirci vivi. Ogni parola esigerebbe una spiegazione se pronunciata, ma ora non serve, magari verrà quando un tempo di chiarezza genererà un racconto, una lunga fila di parole operaie che trasportano il loro carico di senso. Senza fretta perché ora è chiaro cosa è accaduto in un tempo in cui tutte le nudità innocenti esigevano una cura che non hanno ricevuto e noi siamo intrinsecamente nudi, fragili, inermi. Dopo c’è stato un infinito rincorrere, un mettere assieme cose che non c’entravano nulla, un costruire secondo modelli conformi all’uso. Se serviva una consapevolezza per capire, ora è tutta in quella parola disinamorà, termine che apre perché chiude.

Termine perché il riconoscersi conclude la vista altrui su di sé e ne inaugura una nuova, propria.

Termine ed è come tirare una riga nel mare in cui si è immersi e sentire che il mare ti abbraccia perché non è lui che neghi ma ciò che non eri tu, ciò che negava la meravigliosa realtà che ti portavi appresso. Che ognuno di noi si porta appresso.

È sempre un cerchio perfetto la vita, il passato, la somma delle imperfezioni, ciò che abbiamo desiderato e che si è trasformato in nuovi desideri, ciò che abbiamo pensato di lasciare e ciò viene aggiunto per costruirci con fatica o con gioia, o con leggerezza, o con profonda consapevolezza, tutto questo e molto altro, chiude costantemente un cerchio che si apre secondo la nostra volontà, ma resta perfetto.

Un cerchio. Ricordalo. Quando corri o stai fermo, quando il pensiero si spinge avanti sconfinato, quando ami, provi piacere, quando soffri perché ciò che vedi e senti non è umano, percorri il tuo cerchio. Incessantemente, in avanti, vivo. 

 

universi paralleli e multe: ovvero meglio la fisica quantistica

Quei nordisti che pensano che a Roma nulla funzioni si sbagliano, sono prevenuti e se la sindaca Raggi è sui giornali per i cassonetti che non si vuotano, per le buche o gli alberi che cadono, non viene colta l’efficienza della capacità sanzionatoria della polizia urbana. L’altra sera si vedevano foto di auto in tripla fila per il programma di Gramellini, ma forse ognuna di quelle auto aveva una multa, una al giorno per l’infrazione. Forse. Lo vorrei, lo spero.

Di sicuro io sono riuscito a prendere due multe nell’arco di un minuto per la stessa infrazione: occupava la corsia riservata agli autobus e ai mezzi pubblici. Questa la motivazione. Giusto, ero nella corsia riservata agli autobus, me ne sono accorto un attimo dopo che c’ero finito sopra, per carenza di segnaletica verticale. Dovevo girare prima, ma come può saperlo un paracadutato dal nord che invade Roma con la propria auto e già viaggiando a 40 km/ora si sente suonare chi sta dietro? L’ignoranza non mi giustifica e immediatamente ho pensato, caspita vuoi vedere che prendo la multa, ma non potevo fermarmi, né retrocedere, quindi giocoforza ho proseguito. Quanti saranno stati, 300-400 metri? Ero già contrito di mio, non ho osservato la distanza illegale percorsa, però ho cercato di uscirne e quando sono tornato sulla retta via ho avuto un sospiro di sollievo.

Quando è arrivata la prima multa, 73 euro, l’ho pagata con animo leggero: chi sbaglia paga. Ho avuto anche un pizzico di ammirazione per l’efficienza, in meno di due mesi mi avevano ritracciato e sanzionato. Poi a distanza di una settimana, una seconda multa, stesso importo, con la rilevazione che l’infrazione era avvenuta un minuto dopo, e qui ho cominciato a tremare e farmi domande. Ma per la stessa infrazione e senza possibilità di uscire dalla corsia riservata, si può pagare due volte? Ho chiesto informazioni al call center del Comune di Roma: solerte, celere, gentile. Davvero un bel servizio che mi dice che l’infrazione dinamica può essere sanzionata più volte, basta che non sia nello stesso preciso momento. Qui mi è venuto un brivido gelido, se c’erano quella mattina 10 vigili in fila, mi arriveranno 10 multe consecutive?

Adesso potrei fare ricorso al giudice di pace, potrei dimostrare la mia buona fede perché io non volevo percorrere quella corsia riservata e se ci sono capitato è stato per carenza di segnaletica, potrei anche invocare il fatto che se mi fermavo, affittare un elicottero (che non potrebbe sorvolare la Capitale) per farmi togliere dalla corsia riservata, mi era economicamente precluso. Insomma potrei dimostrare che sono generalmente una persona che rispetta le leggi e che si comporta generalmente bene anche quando differenzia i rifiuti prima di gettarli nell’apposito cassonetto, ma non servirebbe perché ero in movimento e la fisica classica mi condanna. Non quella quantistica che riservandomi un quantum di decisione per la consapevolezza avrebbe generato un solo universo parallelo, con una sola infrazione e una multa.  Ma io sono in questo universo dove le multe si moltiplicano per continuità, i pregiudizi sono duri a morire e a nulla servono le scuse. Sinceramente ammiro l’efficienza, ma spero abbia un limite perché se per caso ho incontrato una colonna di vigili sono rovinato.

Meglio parcheggiare in terza fila un’altra volta, dove fisica classica e fisica quantistica si incontrano e la multa è una sola al giorno.

 

 

 

 

 

piccola melancolia

Mi hai chiesto come sto. Ho risposto con il minimo di parole. Non hai indagato, ma stasera stavo un po’ così. Forse hai capito e hai lasciato perdere. Accade, sia di lasciar perdere perché non si ha voglia di caricarsi di un fardello in più, sia perché ci sono altre cose che urgono. Non è disattenzione, è la vita che segue percorsi paralleli. Il mio era infognato in una serie di spirali di riflessioni, ricordi, esame di ciò che accade attorno. Forse era anche un discorso sul tempo. È strano sentir dire per le previsioni che domani sarà bello ed essere inquieti. Il tempo meteorologico si annoda con il tempo fisico. L’umore, si potrebbe pensare. La preoccupazione direi, di aver superato un limite e di non sapere che farci, così si torna tra le riflessioni su di sé, sul senso dell’impotenza. Una parola che mi veniva a mente era scialo, il buttar via ciò che potrebbe servire ad altri, lo sciupio inutile per impotenza, per mancanza di ragione più elevata. Pensavo che la ricchezza non interferisce con i sentimenti, che la capacità di amare è una grande, gratuita, livella che mette tutti sullo stesso piano. Però quando si assiste allo scialare, al dissipare si ha l’impressione che non vengano offese solo le cose e i rapporti sociali, ma qualcosa di più. È l’espressione di una potenza che tocca il profondo, un sentirsi dire: io posso buttare ciò che è utile, indispensabile per qualcuno, ma io lo butto, lo dissipo perché posso. 

Mi aggiravo con questi pensieri, mi guardavo attorno, prendevo in mano un libro tra i tanti che attendono, ne leggevo qualche riga, passavo ad un altro. Il sottofondo di musica, quartetti di Schubert raccoglieva e toglieva voglia di andare, così la melancolia prendeva man mano il sopravvento, si scontrava col mondo esterno, con l’incapacità di mutarlo e poi tornava nelle mura di casa. Contemplava il lasciato da parte e diventava malessere. Quando si sta così, anche conoscendone il motivo, non è meno doloroso, ma che farci con il dolore sordo del non essere? Francamente a me non piace usare questa parola, dolore, neppure quando lo ritengo logico o giusto. Un conto è la melancolia, quella la conosco da un bel po’, un conto è il dolore. La parola dolore, mi pare troppo importante, da riservare ad altro che ha acuzia, che ferisce e slabbra. Il dolore, sia esso fisico o mentale implica energie e risorse diverse, provoca febbre, arrossa il viso.  Mentre, in fondo devo solo fare i conti con me, con il divario tra ciò che vorrei e ciò che sono, tra ciò che accade e ciò che posso portare come contributo per mutare le cose, anche se è proprio la limitatezza di questo contributo che fa sentire l’impotenza e genera melancolia. Però non invidio quelli che pur sapendo, coprono tutto: i satolli, i cinetici, i soddisfatti, gli entusiasti, semplicemente non ho quella testa.

Sentire, vivere senza pelle è una scelta, come tagliarsi un pezzo. Mi veniva in mente Malamud e il commesso che alla fine si fa tagliare il prepuzio Per aderire a qualcosa che lo faccia sentire vicino a sé e a ciò che ama. La scelta di non avere troppi schermi è qualcosa che ti ricorda di continuo un’appartenenza, un essere diverso per elezione propria. Uscire da questa condizione è possibile, basta sentire meno, oppure diversamente. Se sai di cosa sto parlando sai anche che è una droga auto prodotta come le endorfine, che si può scegliere di uscirne, facendo scorza, mutando. E mutare si può, chiudersi, non vedere e coprire tutto d’altro, sia esso un piacere oppure una perdizione,  ma bisogna sceglierlo.

Il secolo scorso è stato il secolo dei sentimenti liberati, credo di aver vissuto questa sensazione nel profondo e di aver capito che il ruolo del sentire era valutato come condizione alta dell’uomo. Conosco la storia, mi piace indagare in essa e so che quest’epoca di idealismi e di sentire acuto non ha impedito eccidi immani, ha scisso le persone tra le idee e gli uomini, facendo passare il peggio e giustificandolo. Ha permesso dislocazioni del sentimento in sfere che non avevano apparentemente relazione con l’atrocità. Gli aguzzini dei campi di sterminio amavano i loro bambini, in primavera guardavano i prati fioriti, erano teneri e ascoltavano Bach e Beethoven, quindi sentire non significa essere buoni, neppure è una vaccinazione, però se diventa una scelta crea domande e le domande possono far male. Il vantaggio delle domande è che hanno risposte e una risposta sincera fa male ma è anche una terapia. Quindi del secolo scorso (come avessero senso queste distinzioni e non contasse solo come si svolgono le vite) tengo la liberazione dei sentimenti che ho avuto modo di vivere negli anni in cui ero giovane. Anni in cui tutto sembrava improvvisamente possibile, anche la verità, ossia dire ciò che si pensava e viverlo in relazione alla realtà che mutava per questo.

La melancolia viene anche da questa coscienza che è diventata sogno e poi risveglio. Con l’età le parole sono sempre troppe, si spiega ciò che non ha possibilità di essere ascoltato se non in particolari, pochi casi. Per questo si dice che si sta bene, per stanchezza di ricerca dei significati. Perché la condizione del cercarsi, del trovare un limite alla propria inadeguatezza non è dicibile se non con altri linguaggi fisici.

Un porto sicuro le tue braccia,

lo sciogliersi dei capelli nella carezza,

per stare senza pensiero d’altro che non sia il calore,

la presenza 

Mentre fuori si scurisce il giorno

guardiamo con lo stesso sguardo,

la grammatica del cuore.

 

la misura dell’amore

Ma come facciamo a misurarlo questo bene ? Non si può. Oppure è come quando ce lo chiedevano da piccoli? Quando allargavamo le braccia…

Quanto più si include l’altro e lo si rispetta gli si vuole bene, una misura non è possibile darla, come spesso non è possibile spiegare razionalmente perché vuoi bene o ami una persona. Se tu vuoi un’unità di misura depositata e che va bene per tutti non credo esista perché non c’è una misura dell’anima, ma se ti senti pieno dell’altro e insieme te stesso, tu sei la misura.

Ci sono delle cose, troppe cose che prendono, che affascinano, che attirano, che stimolano, che arrivano da questa persona, allora devo dimagrire o crescere in altezza per avere più spazio per contenere più quantità di bene.

Dovremmo dire che in amore il pieno e il vuoto coincidono quando si dice che si sente un vuoto allo stomaco e al tempo stesso si è pieni di qualcosa di indefinibile.

È il vuoto per una mancanza che magari è solo lontananza o malinconia o nostalgia.

Credo che quel vuoto corrisponda alla parte di noi che è stata messa nell’altro.

Può essere, però nel contempo ti ritrovi e ti senti più pieno.

Ecco questa è la misura dell’amore: una pienezza che cresce e non tollera l’assenza.