non ricordo il nome

Era già adolescenza. Le giornate si ripetevano negli stessi luoghi, le stesse persone. I primi anni delle superiori, il sentirsi grandi e insieme inermi, con il mondo che correva e non bisognava perderlo. Era necessario scoprire molto e in fretta e poi ancora scoprire d’essere ignoranti, di non capire le emozioni forti e ciò che accade. A scuola insegnavano avere una dimensione delle cose, un approssimare la realtà che almeno aveva il pregio di essere simile al vero.

Di lui, ricordo il cognome, una scena che si ripeteva mentre gli insegnavano ad andare in bicicletta. Rideva, e puntava la bici contro al muro pedalando piano e senza frenare, lì si fermava in uno scontro che faceva ridere tutti. Anche lui rideva, era una bella risata, già da grandi. Ed era più grande di noi, bravo a scuola, ragioneria. Quasi ragioniere. Ricordo il colore della bicicletta, verde, e non ricordo il suo nome. Ricordo che quando gli avevano chiesto in un’interrogazione di Merceologia a cosa serviva il nylon, lui aveva esitato e poi, ridendo aveva risposto: a fare le mutande delle donne? E a sentirlo raccontare, ridevamo tutti. Però non ricordo il nome e questo deve pur significare qualcosa, perché so dove abitava, i suoi genitori conoscevano i miei e credo di ricordarne il lavoro.

Era già grande, con una bella risata e un corpo magro. Vestito come capitava a tutti noi prima dei jeans, con giacca, camicia e cappotto d’inverno. Quando guardo una foto in cui stiamo uscendo da scuola d’inverno, siamo tutti uguali, grigi o marroni, con le sciarpe e molto da dire tra noi, ma in un freddo che rende più veloci le parole. Ci assomigliamo rivendicando la diversità ad ogni passo. Lui era timido e rideva quando gli ricordavano, prendendolo in giro, la morosa presunta e gli chiedevano, i grandi sul serio, se la portava al cinema, se ci amoreggiava sul serio. Lui taceva e sorrideva. Mi ricordo anche il nome della presunta morosa ma non il suo. Non ne parlava mai, eppure lo stuzzicavano per cavargli fuori una qualche vanteria, lui arrossiva e sorrideva e smozzicava qualche parola così generica che nemmeno un enigmista avrebbe connesso il senso con un amore.

Era già primavera inoltrata, maggio mi pare, c’era aria di esami di maturità e l’apprensione che generavano quando a luglio si portava tutto, scritti e orali di ogni materia. Noi, più giovani, ascoltavamo i racconti dei grandi che già studiavano la sera, che ridevano a denti stretti e che non giocavano più volentieri a carte nel pomeriggio. La vita includeva anche questo muoversi di incertezze che risalivano dal fondo fangoso delle memorie. I racconti si intrecciavano tra scuola e lavoro, perché alcuni di quelli che avevano smesso di andare a scuola ancora venivano la sera, dopo il lavoro e avevano storie di difficoltà da mettere in comune. Facevano lavori precari, chi era garzone di bottega o apprendista d’officina, ma tutti con una serie infinita di angherie da narrare, Per noi studenti era un mondo in cui saremmo finiti se la vicenda della scuola si concludeva malamente, e pure nell’incoscienza che ha quell’età, si capiva che era meglio evitare di finirci dentro. Lui ascoltava poco, andava a casa per studiare, la maturità si avvicinava, e sapeva che avrebbe avuto un futuro diverso: i ragionieri andavano in banca o in una azienda. Portavano giacca e cravatta e si sposavano con belle ragazze, con l’appartamento da pagare col mutuo e una vita tranquilla davanti.

Maggio finiva e il caldo già faceva pensare alla piscina e alle sere infinite che scivolavano nella notte. Non sarebbe mai stata ora di andare a letto, i desideri si sarebbero acuiti e con essi l’inerme innocenza che conosce ogni adolescente. Sogni, parole, silenzi. Ma l’estate era una porta spalancata in cui tutto poteva realizzarsi perché la vita spingeva per farci crescere tra malinconie, risate e nuove consapevolezze.

Accadde un sabato e apparve sul giornale il giorno seguente, una colonna nelle pagine locali, con le notizie essenziali e una frase che usava parole usate e ipotesi consumate. Lo avevano trovato nel fiume che dal Bassanello va verso le chiuse. Non capimmo allora, anche parlandone a bassa voce, e forse non c’era niente da capire, perché la sua risata, i sorrisi, i silenzi ci davano risposte che erano le nostre, la mia, ma nessuna di queste era la verità. Quello che si agita dentro, dopo qualcosa che è accaduto o non è accaduto, è la storia di quella persona. Solo sua e da rispettare religiosamente, come religiosa è la vita che soffre e sceglie. Per lui erano vere le parole di Majakovskij e di Pavese, vent’anni dopo, “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”

Ci furono i funerali e la tristezza dei giorni seguenti. L’estate ancora non arrivava, le scuole stavano per finire e la luce permetteva di stare in compagnia più a lungo, ma tra noi c’era un cercare di non pensare apparente. Di quegli anni molto ho dimenticato, ma quel ricordo non è mai svanito, anche se non mi ricordo il nome. Solo il cognome e molto altro.

kiev, ma ne è passato del tempo

Era l’albergo degli ufficiali dell’armata rossa e occupava il lato ovest di Maidan, ma l’URSS non c’era più. La prima volta che sono stato a Kiev, alloggiavo al terzo piano. Arrivavo tardi, ore piccole, dopo essermi fatto riconoscere dal portiere, aver rifiutato di andare a giocare al casinò annesso all’albergo e superata l’offerta di compagnia per la notte, finalmente mi concedeva di prendere l’ascensore. Non da solo, quasi nulla avveniva in solitudine, però bastava una piccola mancia per essere consegnato alla responsabile del piano. Una donna bionda, che aveva la chiave della camera ed era vestita come un militare. Era bella, quasi giovane e odorava, a giorni alterni di borsh o di minestra di cavolo e vodka. Mi accompagnava alla mia porta e mi faceva entrare, c’era un sorriso rapido e ancora una piccola mancia. Ogni piano aveva un responsabile che abitava in un piccolo appartamento e custodiva le chiavi delle stanze. Il mio buon odorato capiva qual’era stata la sua solitaria cena, non si sentivano voci d’uomo né bambini, forse il lavoro li escludeva. La mia stanza era grande, sufficientemente pulita, datata per gli arredi, con un grande letto matrimoniale e un copriletto rosso di raso, una scrivania a fianco della finestra con l’occorrente per scrivere e dei fiori. Mi colpiva piacevolmente questo uso di trovare ovunque dei fiori che erano parte del saluto e del benvenuto, c’era una gentilezza e un amore per il colore della bellezza. Dalle finestre vedevo la colonna di Maidan, la guardavo la notte prima di dormire e la mattina appena svegliato. Era dietro due tende di velluto pesante e polveroso, anch’esse rosse come il copriletto. Poi la colazione sugli stessi tavoli che la notte ospitavano i giocatori di poker e poi gli impegni e la città. Il convegno durava 5 giorni, occupava una piccola parte della giornata, a latere i colloqui di lavoro, la mia relazione su ambiente e aree industriali era il secondo giorno, appena dopo pranzo. L’ora migliore in cui nessuno ascolta nessuno. Questo mi dava una grande serenità e mi permetteva di discutere nei colloqui, senza voler imporre nulla di che non si addattasse alla situazione. Per questo mi accompagnavano a vedere vecchie enormi fabbriche vuote e in vendita, appartamenti che potevano essere trasformati in uffici o abitati e avendomi sopravvalutato, pensavano fossi interessato all’ acquisto di oggetti importanti per l’arredo: uno Steinway a coda, dei mobili in quercia intarsiati, dei quadri di pittori sconosciuti. Erano sempre molto gentili e l’interprete, non ho mai capito se traducesse davvero tutto, comunque i prezzi che mi prospettavano facevano ridere entrambi e bere immediatamente un bicchiere di vodka con peperoni, cetrioli e pesce salato. Sembrava una cerimonia preliminare a cui ci si doveva sottoporre, dove il valore era ampiamente trattabile ma gli interlocutori non erano quelli giusti. Capivo che mi stavano valutando e che pur dicendo la verità, non ero in realtà creduto. Un ricevimento all’ambasciata mi dava un’importanza che non avevo e il fatto di vendere know how non era ben compreso, si aspettavano che acquistassi qualcosa o che fossi l’emissario di un gruppo che avrebbe fatto affari, mentre ero lì per vendere conoscenza applicata. La parte libera della giornata era notevole e potevo andarmene per la città. Le persone erano di fretta oppure ferme nei caffè all’aperto, mi spingevo fino al Dnepr, ma senza fretta, poi la contrattazione con il taxi per tornare a Maidan. Una sera, in compagnia con altri congressisti, andai al casinò dell’albergo. Era passata mezzanotte, ma non c’era nessuno oltre al croupier, due guardie armate e tre ragazze poco vestite. Facemmo un paio di puntate alla roulette e poi ci sedemmo a bere una birra. Il rumore della pallina che veniva fatta correre sulla roulette doveva invitarci a giocare ancora. Era una serie di colpi secchi che sembravano altro, il casinò aveva solo i tavoli illuminati e il resto sprofondava in oscurità dense che sembravano riflettere il rumore. Era un suono inquietante. Le ragazze tentarono un approccio, volevano bere con noi champagne, ma la cosa finì subito davanti al rifiuto, una disse: va bene, sarà per dopo. Restammo il necessario per non essere scortesi, ancora una puntata, la mancia e poi attraversando i soliti pesanti tendaggi di velluto rosso, affrontammo la trafila con il portiere, il piano, la custode della camera e l’odore di borsch.

Di quei giorni ho sensazioni che sono rimaste, certamente errate perché intrise di emotività, il buio, la luce forte degli spazi all’aperto, le persone che sembravano distinguersi tra quelli che aspettavano come iniziare una nuova vita e quelle che avevano già scelto e facevano affari. Poco lontano dall’albergo c’erano i negozi occidentali che sembrava portassero la modernità e l’opulenza, oltre e attorno, una città da mantenere, vendere, abitare, demolire per togliere le fabbriche e mettere grattacieli. Magari piccoli grattacieli, ma adatti al nuovo che sembrava buono. Nei mercatini di cose usate si vendeva di tutto, reperti nazisti, sovietici, icone, foto di famiglia, matrioske, samovar, tappeti, materiale ottico militare, bussole, strumenti musicali ma anche fiori, uova, pane, latte, cipolle. Le persone si fermavano, contrattavano. L’ho fatto anch’io, ma più per gioco che per voglia vera di fare affari. Mi tornavano aalla mente le pozze di oscurità e la pallina che lanciava il suo rumore secco sulla roulette, in un ambiente vuoto e con poca speranza e questo mi rendeva triste. Non ho mai capito perché, ma era così.

in parole povere

Quando si conclude la lettura di un libro ben scritto resta un senso di assenza, quasi un dispiacere. I libri che lasciano traccia, che spingono a pensare, che fanno scattare l’identificazione, non sono molti nella lettura contemporanea e non sono privi di conseguenze. Il primo effetto è che annullano molto di quanto si è letto recentemente. In un certo senso, ricollocano i valori e danno una dimensione a chi si è letto. Non si tratta di un giudizio, quello già nasce durante la lettura ed è legato al piacere di essa, ciò di cui parlo è che perdere qualcosa di scritto bene è vissuto (lo vivo) come una perdita interiore. Qualcosa che poteva farmi fare un passo avanti l’ho accantonato in favore di altro che mi ha lasciato com’ero. Il secondo effetto è che chi legge a volte scrive, non pochi di quelli che leggono si sono formati un’autostima su quello che, con fatica e piacere, è uscito dalla loro testa. questo è un processo personale che ha almeno due aspetti: la soddisfazione di un bisogno e la sensazione di avere un pensiero originale che può essere tradotto in parole. Entrambi gli aspetti sono positivi e credo vadano perseguiti come meglio ciascuno crede. Per quanto mi riguarda, mettendomi nella parte bassa dei bisognosi dello scrivere, dopo aver letto qualcosa di importante e bello, considero che le mie sono parole povere, che possono essere scritte ed espresse ma devono avere la loro dimensione di familiarità. Scrivere quasi per se stessi, per i pochi che avranno la pazienza di leggere, pubblicare a proprie spese ciò che di sé verrebbe disperso, è un’azione misericordiosa nei confronti di quel poco che si riesce a trarre da ciò che si è. C’è una dimensione tra l’ascolto e il dire che ci riporta dentro di noi, che ci fa riflettere e a volte prepara una risposta, ma i grandi libri e il conversare profondo non producono risposte, ci mettono davanti alla profondità di ciò che non abbiamo esplorato e mentre cechiamo una mano da stringere, un pensiero che ci accompagni, subentra una grande gratitudine perché la bellezza del mondo è stata riconosciuta. Non scritta da noi, ma riconosciuta e questo non può che renderci un po’ felici di esistere.

luoghi dove si mangia

Pantaloni neri, camicia bianca, a gruppetti i camerieri parlano, si muovono, non capiscono nulla del mondo fuori dal loro momentaneo occuparsi e sembra che lo scopo sia il movimento. Nei vicoli, nelle piazze, ristoranti in cerca di clienti, profumi forti e tavoli di antipasti troppo abbondanti. Resteranno giorni ad invecchiare immersi in finti oli di prima spremitura. Qualcuno osserva il menù, pochi si siedono, c’è spazio tra i tavoli adesso più distanziati per il covid. Lentamente, senza obbligo d’ora, in parte i locali si riempiono, gesti usuali. Togliere una giacca, avvicinare una sedia, distrattamente prende il pane dal cestino e sbocconcellare, osservando. Attorno si infittiscono i dialoghi, le voci si alzano e si abbassano, come onde di un mare che sta sopra le teste, che smuove l’aria di odori e di particelle d’unto. L’unto scende nell’anima, nel cuore, qualche Inquietudine emerge, i sorrisi vagano leggeri. Si parla e non si osserva. Quell’unto che il menù decanta nelle pietanze si rincantuccia negli angoli dove le scope non arrivano, inacidisce, penetra, fornendo il colore del luogo. Ogni luogo è la somma di un passato, di un guasto che si è trascinato in avanti sino a diventare identità. E chi ora è seduto, lo fa per novità, caso o abitudine, deciderà poi se mutare la condizione iniziale, conta il sapido o il raffinato scindersi dei sapori? Già essere seduti in un ristorante, vedere il muovere dei camerieri è una quasi novità che annuncia un mutare della situazione propria e altrui, si diluisce l’ansia dei mesi di cattività.

minimi pensieri 9

Alleviamo le giornate di piccola poesia: un pensiero che distoglie dall’usuale, un gesto congruo ad una cura, lo sguardo che coglie una bellezza nascosta. La parola si confonde e diviene sentire, così l’alleviare è il curar di sé nell’allevarsi e il puntare verso l’alto del levare. Come se nella sua terreità il reale coltivasse un sogno che abbiamo dentro e ci dicesse che non si è mai soli quando si parla col cuore del mondo.

storielle d’universi paralleli

Da tempo, (si dice così per rappresentare un farsi dei pensieri, un ruminare che per motivi estetici diventa rimuginare, ed è un mettere assieme pezzetti sconnessi di parole, senso e tempi diversi. Tutte cose che una scatola di lego fa molto meglio di noi, solo che quando si è adulti e si vuol dare un senso preciso alle cose, si resta con il mattoncino tra il pollice e l’indice e ci si chiede come meglio approssimare la realtà, notoriamente curva, con qualcosa che è un parallelepipedo) ovvero stamattina, ho sentito una riflessione sulle parole e sul loro approssimarsi e approssimarci dentro di noi. Tiziano Scarpa descriveva il farsi della parola e la sua imprecisione e che quando essa veniva usata era come portarsi all’orlo del precipizio (del senso, immagino). La cosa mi ha colpito perché per me le parole sono contenitori e come usano gli illusionisti, dal contenitore vengono estratti fazzoletti di seta multicolori annodati, conigli, cappelli, magari anche l’assistente, l’illusionista è particolarmente bravo, ma il tutto ha comunque un legame che pur approssimando descrive l’illusione di dare un nome al mondo. Proseguendo nei pensieri, mi è tornato a mente, un blocco di parole che in un romanzo russo contemporaneo, descrivono l’attività soddisfacente di una protagonista. La signora in questione, si chiama Elena, fa la disegnatrice tecnica di motori per carri armati ed è felice che con tre proiezioni assonometriche, finezza di segno e quote, possa essere descritto compiutamente qualsiasi pezzo che diventa da quel momento riproducibile e quindi privo di equivoci. Insomma acquisisce una identità perfetta. Lei pensa che anche le frasi abbiano una loro particolare prospettiva che dà loro senso di cosa ed è somma compiuta di singole rappresentazioni.

Questo produrre cose e dare loro un nome, ha anche un processo nell’immateriale, ovvero descrive l’indescrivibile e allora approssima, ma non per questo diventa incapace di suscitare sia l’immagine di ciò che descrive, sia il suo senso profondo emotivo in grado, miracolo, di mettere in sintonia persone che non si conoscono oppure di approfondire in modo vertiginoso la conoscenza tra chi si crede di conoscere. E tutto questo con un mezzo imperfetto che sostituisce la mera indicazione di un dito e di un suono più o meno preciso che diventa quella cosa. Il fatto è che noi il multiverso e il meta verso lo possediamo in noi e che tutto quello che la tecnologia ci può dare è la rappresentazione imperfetta del sogno e del suo sconfinare nel risveglio. Quindi lo sconnettere la precisione dalle parole sarà seguita dallo sconnettere identica precisione dalle cose e dalla loro immagine. In definitiva possiamo descrivere o compiere o fare entrambe le cose, magari riassumerle in un processo strano che chiamiamo poesia e che ha potenza evocativa formidabile quando è buona. Oppure possiamo usare un’altra notazione e leggere musica, persino scriverla o cantarla e poi riascoltarla indefinitamente e scoprirne ogni volta sensi nuovi. E se alla musica uniamo le parole ottenere insiemi così potenti che in alcuni casi possono sollevare passioni oppure quietarle e sempre con gli stessi segni su un pentagramma se siamo in occidente. In oriente qualcuno o qualcuna, piangerà o si sentirà pieno di vita per parole differenti e accordi meno usuali di quelli che si frequentano nell’altro emisfero, però, e qui concludo, è proprio quell’approssimare che va dritto al senso, differente per ciascuno di noi e che ciascuno costruisce come fosse un castello di lego dove la fantasia rende i vuoti, stanze e i pieni, mura, ma l’insieme è un brulicare di possibilità di accadimenti che hanno come riferimento ciò che ci sembra di conoscere: le vite.

giorni mai eguali

Il garofano, il tulipano, i tralci, l’azzurro ovunque, il profumo di maggio dalla finestra aperta, ma questo era il sogno di stanotte. Oggi il cielo era grigio. si attende la neve, intanto è arrivata una pioggia sporca che bagna appena le crepe del cemento, riga l’asfalto e aspetta che si aprano gli ombrelli perché le persone si stringano un poco.

Una festa non genera né conserva l’amore che non c’è, allora bisogna cercarlo se esiste in noi, se le mani che mostriamo sono adatte alle carezze. Davanti alla porta dei nostri pensieri c’è qualcuno che attende? Ecco, il senso di tanto cercare, di tante sicurezze, è quell’amore di cui non è lecito parlare e che ci conosce. Noi siamo noti a lui, non è vero il contrario e ciò che portiamo attorno come una conquista reciproca è l’incontro che la forte determinazione del caso ci ha regalato. Ma eravamo predisposti, attendevamo entrambi che ci fosse qualcosa di nuovo, un generatore di palpiti, di occhi aperti nel buio, di indecisioni, di entusiasmi sconosciuti.

Dare forma a tutto questo, farne un progetto di vita e riempirlo di errori, di deviazioni, di slanci e di storia, restando noi diversi. Incredibilmente e definitivamente diversi è una avventatezza che solo ciò che non risponde a regole può dare. Forse esiste uno spirito dei Valentini, di ciò che è evoluto e che non è ricordo, non è vita stata, ma un corpo che è cambiato per esso, per quell’amore che non si chiede e si propone, lui, alla vita: prendere o lasciare. Quello abbiamo, se vogliamo, se apriamo la porta .

Che faremmo senza il romanticismo? Essere comunisti un tempo, era romantico. Si poteva sacrificare molto senza pensare all’utile personale. In quest’epoca i comunisti non ci sono più e muoiono i romanticismi, si concentra sull’io, sull’affermazione di esso, la vita. Eppure l’amore resiste e di diffonde, incurante di quello che accade, a mutare le vite. E la vita è quella che tu hai donato a me, senza l’amore sarei stato uno sbandato tra le pile accumulate dei libri senza ordine, spinto in mezzo a persone animate da sentimenti diversi, a chiedermi qual è il filo ed io chi sono. Poi è accaduto qualcosa di diverso dall’atteso, così ne è nato un ordine/disordine. Ciò che portavi hanno spinto le parti comuni a mettere assieme un ordine profondo e segreto. Nell’amore ci sono segreti in troviamo il nostro senso profondo e parti che non mostriamo se non in una intimità assoluta. Potrebbe bastare per segnare definitivamente le pagine di un’agenda e invece, scrive, ah come scrive e vuole scrivere quest’amore che non esaurisce il sentire.

le parole per dirlo

Era andato via seguendo un malessere senza nome. Voleva sciogliere il nodo che aveva avviluppato tanti fili e canapi in diverse età e poi s’era legato ad una bitta per impedire di prendere la corrente e il largo. Pensava che trovando i nomi, seguendo i fili, il nodo si sarebbe dipanato, la sua vita sciolta, avrebbe ripreso a scorrere secondo il suo daimon, col desiderio e il caso. Pensava spesso a un racconto sui molti nomi che hanno le cose e a come essi riconducano ad uno, quello interiore: l’essenza di sé che è libertà e identità. Cercava intanto le storie dei canapi e dei fili, con la pazienza appresa scioglieva. La sera era invaso dalla nostalgia di ciò che aveva lasciato, la notte spesso i sogni gli raccontavano le sue paure.

Ciò che si capisce e si scioglie quasi mai risolve, ci mise tempo a capirlo e lentamente prese forma l’idea del ritorno. Possedeva molte parole nuove, non poche oscure e profonde, ma quel dizionario era infinito e la ricerca nel buio era ardua, con un tempo senza limite né luogo. Tornare non toglie dall’inquietudine, ma consente di riposare e di questo sentiva la necessità, riposare per continuare a vivere e cercare le parole dentro e fuori di sé.

pietre levigate da innumeri piedi

Le pietre levigate da innumeri piedi, ciabatte, scarpe impolverate, sandali, che portano uomini oranti, foresti, curiosi, stanchi, pentiti, passanti. Percorsi: consunzione mutata in sentieri di pietra, fuori e dentro le basiliche, nelle chiese ipogee, nelle ville colme di enigmi e nei fori calcinati dal sole, tra colonne tronche e resti di fregi, circondati da basolati di strade minuscole destinati a improvvise piazze dove l’antico lastricato è rimasto. Fuoriuscito dai portoni dei palazzi, disegnato in colori di marmi, generatore di figure da gioco di bimbi o arcane geometrie, e attorno case, pietre, colonne annegate tra i mattoni, cocciopesto, pozzolane come legante di mattoni e interstizi per lucertole ed erbe, calcine, laterizi grandi, isole di muri e tracce d’intonaci sovrapposti, segni d’archi e poi lastre di marmi bianchi intere e fermate da borchie di bronzo, o più spesso sbrecciate con i segni dell’uomo e non della pietra. È questa Roma? Oppure sono i quartieri generati dall’inurbamento fascista, le marane di Pasolini, i canneti, le erbe alte senza più pecore, i pini alti nella campagna ora fitta di case basse costruite con mattoni e pietre rubate, le strade asfaltate senza fondo né fognature, gli orti che si sono mangiati a pezzetti i resti delle vigne, dei giardini e delle discariche abusive. O ancora oltre, Roma è nei palazzoni infiniti della speculazione edilizia, infilati tra le ferrovie locali e la campagna, con i balconcini pieni di panni, cemento che si sgretola e ferri arrugginiti in bella vista, scuole di periferia, chiese vuote con i lumini accesi, fabbriche ora abbandonate, depositi di qualsiasi cosa, carrozzerie e meccanici con casotti di legno, lamiera e cartelloni pubblicitari, negozi improbabili di frutta e verdura e pane ciociaro, biscotti cotti nel vino, accanto a detersivi e scatolette di tonno e di fagioli. Gente e parole che sono suono e significato assieme, albori di lingua nazionale parallela, quartieri in cui è meglio stare a casa dopo una certa ora. Treni che vanno verso le città vicine e segnano col ritmo delle traversine le rotaie, le recinzioni di cemento a limitare scarpate incolte. Periferie di un impero dove qualcuno si lamenta, molti soffrono, alcuni sguazzano. Povertà, medietà, invettiva e inventiva dentro un tracimare barocco e inacidito di lingua, strafottenza, pietà. Dove finisce Roma? Quando non ci sono più case e solo sterpi, degrado, pozze d’acqua, mucchi di rifiuti e casotti forse abitati, oppure quando la lingua muta e diviene altro che non è romano, dialetto o italiano? Anche qui c’è umanità, chi riconosce l’altro, ne tiene in piedi la vita e salva l’anima di chi di quella vita non conosce o neppure immagina l’esistenza. Ho letto che da poco è morto un Prete che raccoglieva aiuti, li distribuiva, dava uno spazio di gioco ai ragazzini che altrimenti sarebbero finiti per strada. L’ho conosciuto, era affabile e indaffarato, molti chiedevano, ora altri continueranno. Lo spero, ma Lui era importante per quel quartiere, aveva costruito un disegno di umanità e l’attirava. In queste situazioni di solito nascono persone al limite, che si fanno carico, che insegnano, che portano a vedere chi non vede. Tutto questo è necessario perché non ci sia solo chiusura e imbarbarimento, ma non è la gestione pubblica che vede il disagio. Lo Stato sono i cassonetti colmi che non si vuotano, le giostrine arrugginite, il verde che muore per incuria, i vigili che fanno la multa e intanto sono stanchi di capire dove sono. Lo Stato è la vita di tutti i giorni, come non ci fosse relazione, come se il luogo del benessere fosse non la cura ma il trionfo, il mostrare la forza del potere. Oltre e sotto, le linee di metropolitana portano ai marmi del centro, qui ci sono i bus stracarichi, le sporte, i ragazzini da andare a prendere a scuola, le voci che ormai parlano mille lingue, i murales e i bed & breakfast che si allungano verso il limite della città. Ma ha un limite la città senza l’uomo? 

principi di pensiero

Principi di pensiero, ovvero inizi, sollecitazioni, bisbigli dagli angoli colmi d’ombra, dall’aria che distribuisce acari e polvere in lame di luce. M’incanto nella danza di cose che si divertono nell’attimo. Si passa da pensieri negativi, di assenza fino al timore di perdere sé e poi viene un sentire onde di vita che non hanno nome. L’inconoscibile si stende ovunque, ciò che peschiamo in questo mare è lo sconosciuto, prima, e il conseguente, poi, delle nostre vite. Sapere è sensazione drastica del limite, generatrice di moltitudini di pensieri errati, di alcuni corretti, di pochi, a volte, geniali o giusti che guidano e forniscono l’idea di futuro. Un futuro personale, incerto nelle paure che mi riguardano, incerto nel persarsi parte di un collettivo, incerto ma che non può non vedere e immediatamente dimenticare. E non costruisce perché non solidifica idee e non convince, non aggrega. Tra due incertezze il pensiero coglie le cose, rivendica ricordi, stabilisce connessioni leggere e si appoggia al sentire/sentimento che naviga in un mare. Così gli sembra e gli pare di conoscerlo, ma è superficie, spunto senza seguito, quasi meditazione di un perdersi.

I pensieri leggeri nascono e si spengono, raramente con rimpianto, ma accade quando una sequenza di connessioni per un attimo illumina e poi si spegne senza poterla fissare. I pensieri leggeri sono motrice e legame degli attimi, cuciono il nostro tempo in qualche misterioso senso che pesca nell’inconosciuto e genera la piccola realtà interiore.

Se penso alla realtà come a un succedersi di strati, è ancora l’analogia con il profondo a prevalere, è scavo nel più permeabile mare o quello, ben più difficoltoso, nella terra. Entrambi pieni di periglio e oscurità mentre si scende. Anche andando verso l’alto, ancora si percorrono strati verso un profondo rovesciato che non finisce e che è ben più ampio e infinito. La luce resta solo vicina all’io che parte e poi comunque subentra il buio cosparso di stelle e distanze senza percezione, pur avendo esse misura. In questo andare in cui non ci si muove se non con il pensiero sta la paura dell’abisso, ma comunque viaggiare nel profondo è un partire dalla percezione di sé nella superficie, nella rete di pensieri accennati, nella rete di connessioni singole che in un punto sarà smagliata e da lì ci porterà altrove. In noi.

Moti d’occhi e di sensi attratti da momentanee esplosioni d’interesse: una cosa ritrovata, un mutare di luce, un passo in un libro che sembra vederci come siamo e intanto manda ad altro. Uno sterminato galleggiare interrotto da richiami alla realtà e racchiuso in isole d’interesse che spingono a soffermarsi. E’ un luogo questo tempo mio senza oggetto, che può galleggiare oppure tuffarsi verso il profondo e ritrarsi nel significato che solo lì si trova, per un tempo che perde senso perché è continuità senza smagliature. Riemergere e rivedere le cose, le connessioni tra di esse con mente nuova, nata dal pullulare di pensieri che principiano e poi oziano. Pensieri senza necessità, né utile, privi di apparente connessione, come i sogni.