I colombini, dopo aver depresso i tulipani, crescendoci sopra e stortandoli senza riguardo, sono volati via. Metaforicamente volati, visto che artigliano con piacere la ringhiera e si rituffano tra le piante e insozzano il terrazzino. Pare che questo luogo sia favorevole ad amplessi e idilli, agli amoreggiamenti di colombi incontinenti.
Insomma mi trovo ad essere l’osteria del libero amore dopo tre covate che s’incrociano Kamasutramente tra di loro.
Spero nella pioggia, nella nascita dei tulipani e delle fresie, spero che si riprenda l’elicriso che vedo un po’ provato dalla cova.
Il rosmarino, pusillanime, ha ceduto le armi, resiste il timo e la ruta, furoreggerà la menta impavida. Forse i peperoncini mi faranno il regalo della loro autosemina.
Discosti e per loro conto, due piante di lantana, attendono sornione il primo accenno di tiepido costante.
C’è una diffusa tendenza a belligerare che circola, mostrare i muscoli conta più del ragionare. E del resto forse non succede quando la misura è stata colmata? Intanto si scaldano gli animi per averli pronti quando sarà ora di rafforzare le scelte compiute altrove, basta che nessuno pensi di perdere più di quanto guadagnerà. Provate a riflettere: non è questo il senso più vasto dell’attrazione di un’idea, di una fede, ovvero ficcarsi in un futuro che sia meglio e più vantaggioso dell’adesso? Questo funziona quando è l’individuo a essere solo e non crede più di poter soddisfare i bisogni con un’azione comune e cerca altri che alzino la voce con lui, più che ragionare e costruire. Così qualcuno la butta sul facile: scoppierà una guerra, ma non spiega il perché e dove.
Sembrerà strano ma concordano i pessimisti che allineano gli indizi e gli ottimisti si rifanno agli interessi evidenti, anche se entrambi sperano che accada altrove.
Il bosco è secco e nessuno pulisce, basta un fiammifero a scatenare l’incendio, solo che ora nessuna Danzica sembra sufficiente per morire e la fame del disagio è disarmata. Alcuni pensano che ci sarà un fragore lontano e che non toccherà a loro. Altri hanno paura. Una fottuta paura boia ma intanto si coprono gli occhi e nessuno fa nulla. Anzi soffia sul fuoco delle fobie e ci si spacca in piccoli agglomerati di individui e consegnandoci nelle mani di chi dice che ci difenderà. Da cosa? Da chi?
A guardar bene, i capi che alzano la voce, sono gli stessi che per dare sbocco alle paure, indicano il nemico, armano la mano, e cercano di dimostrare che sarà facile e non c’è nulla da perdere. Tanto, dicono, avete perso tutto, peggio di così?
Altri dicono che non c’è via d’uscita senza rinunciare a pezzi di libertà e pensano sia il meno peggio.
Però c’è un peggio e crearlo con le proprie mani non rende creatori, ma servi al giogo di qualcuno. Se il mondo scivola, se i conflitti lontani si avvicinano, se in casa si alzano i toni, resta a noi dire e fare ciò che è necessario, confrontare i presunti mali, vedere nell’arricchimento di alcuni la povertà dei tanti. Da oltre 70 anni questa parte del mondo è in pace (o quasi perché la ex Jugoslavia dimostra che di facile e scontato non c’è nulla) ma questo è accaduto perché la cooperazione era più importante del conflitto, abbattere i muri più importante che erigerli, crescere e rispettare più importante che chiudersi e prevaricare. Cambiare strategia e approccio porterà conseguenze, i rumori sono tutt’attorno, ma davvero vogliamo barattare la nostra civiltà con lo scontro? Rispondetevi e non dite che non ve l’avevo detto.
Dalle orme che scendono declivi dolci di neve, attendo il comparire dei cacciatori di Brueghel. Mi metto in disparte e immagino la fila scompostamente ordinata, le facce rubizze di freddo e fatica, le piccole perle di sudore che ghiacciano nelle barbe. Nei sacchi e a penzoloni, ci sono gli abili trofei e il cibo del giorno dopo, nei volti il sorriso ansioso di casa e calore. Mostrano il ritorno; quello che scava negli occhi dei vicini, rallegra la testa e già immagina e gusta lo sfogonar di fascine per rendere calda la sera e la notte. Tutto avverrà prima del sonno, ma intanto c’è un tornare che prefigura i destini iscritti nelle voglie, nei pensieri non detti. Così, mentre la neve scivola il suo bianco verso l’azzurro e si ostina a catturare la luce per sue recondite notti, mentre il cielo rosseggia e i passi affondano in cerca di ghiaccio, mentre uccelli tracciano il cielo e confondono il nero di gridi, mentre tutto questo e molto d’altro avviene, l’attesa nel pensiero arresta il tempo. Lo seduce, lo porta in alcove dove il calore dei corpi rende infinito l’attimo, lo innalza fino a rompere il fiato e si sospende, là dove c’è attesa d’un dopo che dovrebbe essere un oceano di tenerezza. Là attende o precipita nella realtà, mentre tutto ricomincia a scorrere. Sarà il momento del sopore soddisfatto o del ricordo tralasciato che percuote con i pugni la porta. Là, in una capanna calda dove si compiono i riti quieti dell’essere assieme, ci sarà il ritorno che è immagine di ogni tornare.
E il nulla. Del nulla che si conosce dell’altro resta il presumere del bene, la gelosia del possesso, la vacuità del tradimento. Restano i passi affondati nella neve e le certezze di un quadro che può racchiudere ogni ritorno e ogni nostra inquieta sera. Resta ciò che si rinnova e par di riconoscere, il tempo dell’andare e quello del tornare sovrapposti di medesime ansie specchiate. Resta, e si fa in ogni attimo che certifica, la coscienza del presente. E si fa con pazienza sospesa dall’indecisione del passo successivo. Si fa perché una traccia è rimasta nella memoria, nella mappa, nella neve, e così resta la conoscenza di un andare che è un saper tornare.
Dell’altro non si sa nulla o quasi e la sera è il momento in cui tutto sembra più chiaro: basta avere dentro di sé un posto dove tornare che è un luogo in cui sognare, mentre una fascina alza stelle verso il cielo. Basta sapere che ciò che si è cacciato e portiamo con fierezza è parte di noi e che non verrà vilipeso d’indifferenza, che resterà onorato.
Dell’altro non si sa nulla e di noi poco. Ciò che vogliamo sapere è ciò che misura la voglia di tornare e quella di andare, infinite volte. È ciò che ci tiene prima di volare ed è ogni libertà che sapremo contenere. Dell’altro non si sa nulla e nulla si può dire. Certo non giudicare, ma sentire l’infinita propria pena in lui e ritrarsi impauriti di non poter abbracciare, condividere, assieme lacrimare.
E di te non so nulla, pensa il cacciatore, ma non saprei che fare con me diviso, eppure mi capisco solo nell’andare. Nell’avere una traccia da seguire e un tempo che permetta di tornare. Questo conosco ed è meno di quanto un altro può sperare.
Forse per questo siamo propensi a deludere, sia nel dire e dare e sia nel trattenere. Siamo in cerca di noi stessi e ci viene chiesto con insistenza di dare identità. Noi che stiamo tornando con poche certezze e meno verità, stiamo tornando per un poco, e poi la smania ricomincerà nel cercarci altrove, non qua . Come un’abitudine da disfare, un luogo sicuro da vedere con occhi nuovi che non si sapeva di avere. Ecco a che serve tornare: ritrovarsi nuovo nell’amare.
La frattura dapprima è impercettibile, una piccola resistenza al conosciuto che diviene pian piano tensione e incrinatura. È un mutare la certezza perché la realtà muta e ciò induce un uscire di abitudine, il porsi domande senza rifugiarsi in risposte non ragionate. Quando non c’è indifferenza è naturale porsi domande, far spazio al dubbio e guardare con occhi diversi, anche se questo produce un piccolo iniziale spaesamento e deriva. Stiamo parlando di persone socialmente attente, che hanno fatto scelte in passato, provato passioni forti, hanno cercato di capire e interpretare la realtà per poi schierarsi senza criteri di convenienza.
Si potrebbe dire che se a dubbi e domande nuove ci fossero risposte convincenti la frattura si ricomporrebbe, ma purtroppo quasi mai è così. Credo avvenga una svolta in chi dovrebbe rispondere, che è ben conosciuta in economia, viene applicata la risk analysis, ovvero si pensa che la fatica che fare per mantenere nello stesso progetto le persone che pongono domande non giustifichi la fatica del rispondere e magari il mettersi in discussione. La risposta quindi è sempre negativa perché chi ha il potere pensa che questo sia a tempo indeterminato, e resta fermo ai paradigmi che gli hanno consentito di conquistarlo, scivolando in una coazione a ripetere. Così quella che potrebbe essere una evoluzione comune scivola verso la frattura della reciproca disistima. Qui avviene una cosa strana perché mentre l’avversario può godere della stima, colui che era amico attraverso l’insensibilità alle domande e alla non condivisione induce la sensazione del tradimento e quindi perde la stima riservata a chi ha da sempre idee differenti. Sembra che la domanda che nasce in chi condivideva sia : ma come, eravamo assieme, avevamo le stesse priorità, lo stesso modo di vedere il futuro e ora mi cambi tutto senza coinvolgermi, senza discutere con me, senza accettare che anche tu possa sbagliare? Sono solo io che sbaglio? A queste domande non c’è una risposta che sembra veritiera e si ha la sensazione di una comunicazione unidirezionale, puro esercizio di potere che afferma la sua maggioranza. Così si approfondisce la frattura e poco conta che l’esperienza dica che extra ecclesiam nulla salus, chi diventa eretico è stato spinto fuori dalla conservazione che esclude una crescita e una passione comune. Se questo vale per lo spirito, a maggior ragione vale per quell’insieme di volontà senza assiomi ma con molti tabù, che è la società. Finché si capisce che la salus è proprio fuori della chiesa perché consente di rispettare la realtà che si vede e i principi su cui si sono costruite le scelte della vita.
Dicevo che il conto cinico del potere è fatto tra ciò che si perde e ciò che si acquisisce. È un conto conservativo che vale proprio per il potere e per le sue nuove giustificazioni non per la risposta ai problemi di disagio sociale. Neppure tocca le consorterie, i privilegi acquisiti, le tolleranze per l’illegalità, i favori da elargire, perché questi sono funzionali a quel potere che si dice nuovo ma si regge sul vecchio. Ecco perché la frattura diventa irreparabile, poteva essere mutazione ovvero un cambiare comune ma è stato prima disinteresse e poi scontro, infine impossibilità del proseguire assieme perché l’ambito non era più condivisibile. In fondo resta il riconoscimento di due fallimenti, anche se credo siano sbilanciati, ovvero da una parte c’è l’idea che ciò che si è rotto era parte di sé e dall’altra invece la considerazione che ciò sia un evolvere necessario delle cose. I problemi veri non sono stati toccati, si è spostato l’ago dell’equilibrio da una all’altra parte ma con una variazione che non ha fatto percepire una direzione, un nuovo che finalmente disegnasse ed attuasse una visione differente del vivere comune. Il campo resta lo stesso, diversi i compagni d’avventura, non i problemi che non sono mai semplici ma esigono verità e pazienza. Doti che il potere difficilmente ha se non è davvero nuovo.
Non che gliene facessi una colpa, anzi, ero io che mi dicevo imbecille. Per come avevo affrontato il problema, per aver trovato parole poco convincenti e aver dato per scontato un atteggiamento simile al mio.
Se una persona aveva davvero bisogno perché non darle una mano? Non si toglieva nulla a nessuno, non si creavano privilegi. Qualcuno veniva tolto da un’indigenza imprevista, veniva aiutato per quel poco che sarebbe servito a tirarsi fuori d’impaccio e poi avrebbe trovato da solo le soluzioni. Non parlavamo di chissà quali lavori, e neppure di stipendi lauti, sarebbero stati per otto ore di lavoro, 7-800 euro al mese. Il necessario per pagare le bollette e mangiare. A una certa età non si guarda troppo per il sottile, si capisce che è accaduto qualcosa che non solo non si era previsto ma che non doveva accadere. In fondo è la china che ha un giocatore che pensa sempre di rifarsi al giro successivo e invece, nonostante la buona volontà, è una spirale verso il basso. Finché non c’è più nulla da vendere, e si è toccato il fondo. Noi eravamo stati fortunati, allora perché non aiutare, non dare una mano?
Per anni erano venuti da me fidando che il potere potesse qualcosa. E per alcuni avevo tentato. Niente di illecito, per carità, ma solo quel garantire di persona che erano persone a posto. Con qualcuno aveva anche funzionato. Nel senso che era stato assunto, e mi erano pure stati grati quelli che lo avevano preso perché faceva il suo lavoro e doveva dimostrare che era in grado di essere affidabile. Insomma ne era nato qualcosa di positivo. Poiché le cose riguardavano il privato e non c’era obbligo per nessuno, mi sembrava fosse una solidarietà dovuta, il provare a risolvere una situazione di emergenza. E mi era rimasto questo atteggiamento: se si può fare si fa. Anche perché il tanto parlare di sinistra, di diritti, di eguaglianza una qualche concretezza doveva pure averla.
Anzitutto nei gesti quotidiani, nella pulizia dell’agire e poi nella prospettiva in cui mettere quelle quotidianità: rifiutare una pressione su un appalto era un gesto che si diffondeva subito nell’ambiente. Non te lo chiedevano più. Magari ti raccontavano il bisogno dell’azienda, la necessità di pagare gli operai, però se dicevi che c’erano regole precise, capivano. Insomma chi era onesto, veniva stimato e di questa stima ti raccontavano anche dopo anni, quando le cose si erano raddrizzate oppure erano definitivamente crollate. Non chiedevo mai nulla a qualcuno che avesse a che fare con me per lavoro. Solo a persone che in qualche modo avevo conosciuto per altri motivi. Premettevo che capivo il momento, ma se per caso avessero avuto necessità, c’era una persona disponibile in una situazione difficile. Poi facessero loro, a me bastava leggessero il curriculum e, se ritenevano, la vedessero. Non capitava spesso, né la richiesta, né il fatto che andasse a buon fine, ma detto senza pressione o obblighi, mi pareva che questo non alterasse i rapporti reciproci. Sí, era così.
Poi col tempo, e perdendo ruoli, le richieste si erano fatte più saltuarie. Chi ha bisogno chiede a chi può dargli qualcosa, oppure non chiede. In questo caso però la situazione era così evidente e grave. Per questo mi ero offerto di fare un tentativo. Senza impegni per nessuno e anche senza speranza, c’avrei provato e basta. Avevo approfittato di un’occasione allegra, di una cena tra amici, per accennare al problema. Man mano parlavo, però mi accorgevo che quello che per me sembrava una cosa semplice, bastava dire di no, per il mio interlocutore diventava un problema istantaneo, ovvero come liberarsi da una situazione di imbarazzo. E così diminuivo la convinzione, mi davo dell’imbecille per averlo messo nella necessità di rispondermi.
Poi la serata continuò, tra battute e vini eccellenti. grandi strette di mano e abbracci finali. Eravamo fortunati, chi più, chi meno, ma nessuno aveva bisogno. Distante da lì, un problema non si era risolto, io avevo capito d’essere stato importuno, ma a volte l’errore non è in ciò che si fa, ma dove lo si fa e, sembrerà strano, questo lascia l’impressione a lungo. Come se qualcosa in noi adesso avesse una crepa. Ma anche questo è un modo di imparare.
Un vecchio signore di provincia. Ecco quello che sono.
Mi piace la parola signore, come molte altre me l’ha insegnata mia nonna, prima in dialetto, sior, e poi in italiano. E aggiungeva la e finale per dare il giusto tono a ciò che evocava. Quella e metteva assieme il rispetto e la gentilezza, dovuti anzitutto agli altri, sennò che sior sarissito, uno de quei che gà solo più schei de i altri, ma no i xe siori dentro. E così insieme evocava il tratto un po’ distante che si doveva acquisire per chi cerca di capire gli altri ed è cosciente d’essere uomo.
Così questa ed altre parole fondamentali sono cresciute con me, si sono radicate nei significati, divenendo quasi ideogrammi di vita, sigilli per racchiudere contenuti ed esprimerli. Se gioventù sapesse e vecchiezza potesse, me lo ripete spesso un quasi coetaneo che guarda le cose con più distacco di me e ha un concetto del tempo più concreto del mio. S’approfitta, non di rado, della sua prima qualità e io ascolto e poi faccio a mio modo. Come sempre ho fatto. Come si fa ad essere vecchi? Mia madre a 92 anni non lo era e tantomeno mia nonna, entrambe avevano molto da fare con la vita, trafficavano con essa e le davano l’impressione che essa avesse il predominio nella cronologia degli anni, ma non era così.
Sempre mia nonna, mi insegnò che lo scorrere, il lasciar perdere si diceva transete in dialetto e non aveva una sola parola che lo traducesse in italiano, perché era un atteggiamento che faceva parte della nostra cultura nei confronti della vita. Poi scoprii che era venuto direttamente dal latino transeat e che aveva attraversato i secoli e le invasioni, annichilamenti di civiltà, le rovine domestiche sino a definire un modo di vedere nei confronti della vita e del tempo. Passa e scorre. Transete. Non badarci troppo.
Ho tenuto lo scorre perché il flusso avvolge come un abbraccio e fa sentire chi è davvero vicino. Non è facile condividere in un flusso. Bisogna parlarsi nel movimento, lasciarsi intuire, avere tempi coordinati. Chi corre troppo si perde e chi rallenta per suo conto è impossibile aspettarlo, ma se la fortuna assiste una vena di un flusso ne incontra altre di simili. Con loro riesce a parlare, il che significa condividere la sostanza delle cose: quelle preziose, quelle a cui si tiene davvero. E che poi, a ben rifletterci, si racchiudono in poche parole. Ciascuna così densa di significato da essere un contenitore e ciascuna contenente molta ricchezza di umanità per riconoscersi. Questo non ha tempo, ma spera solo nell’occasione di trovare chi può capire, perché in un flusso bisogna rispettare per amare chi è vicino ed avere lo stesso tempo, e viceversa. Cosa non facile, ma possibile.
Per descrivere ciò che ho attorno, ho a disposizione un lessico che si è costruito deponendosi negli anni, come quelle rocce limose che solidificandosi mettono in mostra diversi colori delle stagioni passate. Anche per questo c’è una parola della mia lingua materna che mi assiste ed è ponà. Parola che dice l’accoccolarsi nella cuccia, l’appoggiarsi a un sostegno comodo, ma anche e soprattutto il depositarsi. E quando ne chiedevo ragione a mia nonna, lei mi spiegava che come il mare lentamente deposita cose poco consistenti sulla riva sino a farne un terreno solido al camminare, così le cose, con dolcezza, si depositano dentro di noi e diventano ciò su cui troveremo sostegno.
Sono un vecchio uomo di provincia, che lavora il necessario per dirsi che sa far qualcosa e che sta tra libri e altre cose poco utili. Uno che si arrabatta col tempo, che lascia depositare le parole e ne tiene alcune come importanti per davvero. E quest’ultima frase potrebbe essere il curriculum a cui tengo.
La colomba credo volesse proteggere i colombini appena nati. Non si è alzata dalla cova e sotto di lei c’era un agitare di pennuzze tenere e gialle. Ho pensato che volesse mostrameli e farmi sapere che era stata brava con tutto questo freddo a farli nascere. È la terza volta che accade in un anno e mezzo e ogni volta il vicolo si accresce di due nuovi inquilini. I miei vasi a vasca li attraggono e non badano più a fare improbabili nidi. Questa volta la colomba si era sistemata sotto il tessuto non tessuto che proteggeva l’elicriso. Insomma pare che l’albergo e le varie camere siano di loro soddisfazione. Se adesso imparassero a espletare le necessità corporali solo dentro i vasi saremmo a posto. Ma ci penserà la stagione a togliere quello che non serve.
Auguri alla colomba e ai colombini, dovrei anche parlare dei rapaci, ma lo farò più avanti, per ora i colombini sono al sicuro.
…c’era qualcosa come un milione di ragazze sedute e in piedi che aspettavano di veder arrivare quello con cui avevano un appuntamento. … Era un gran bello spettacolo, non so se mi spiego. Per certi versi era anche un po’ deprimente, perché ti chiedevi che fine avrebbero fatto tutte quante. Una volta finita la scuola e l’università, dico. Ti immaginavi che quasi tutte avrebbero probabilmente sposato un cretino. Uno che parla sempre e solo di quanti chilometri fa la sua stupida macchina con un litro. Che se la prende e fa i capricci come un bambino se lo batti a golf, o anche solo a un gioco stupido come il ping pong. Uno di quelli veramente cattivi. Di quelli che non leggono mai un libro. Quelli noiosissimi…
…
A quel punto la vecchia Phoebe ha detto qualcosa…
“A te non piace mai niente di quello che succede.”
Mi ha fatto sentire ancora più depresso, dicendo quella cosa. “Ma sí. Sí, invece. Certo. Non dire cosí. Perché diavolo devi dire cosí? …
Cosa si prova rileggendo il giovane Holden dopo 40 anni? Di aver sbagliato tempo allora e anche ora. Oppure che è accaduto tutto quello che poteva accadere e non è accaduto tutto quello che poteva accadere. Allora lessi il libro che già ero all’università e c’era talmente tanto attorno che ribolliva che Holden poteva essere un adolescente americano, di famiglia ricca, con molte domande ma anche molta confusione. Neppure a me piaceva quello che succedeva, ma cercavo insieme a molti altri, di cambiarlo. La differenza era il molti, mentre Holden era solo. Così lo leggevo non come romanzo di formazione ma come un bel libro e mi colpiva il lessico, il modo di scrivere così al limite tra un dentro e un fuori dove tutto era immediato e si sentiva e diventava una cosa oppure il suo contrario per sbalzi d’umore. Come accadeva a tutti, ma lí sembrava fosse meno strutturato, che ci fosse una confusione ancora più confusa di quella che sentivo e per traslato pensiero, immaginavo sentissimo tutti. Però era una confusione operosa che s’inabissava dentro e nella società, che la scomponeva, ne usciva con le mani piene di organi pulsanti e caldi, prima nascosti e silenti. Sembrava che da questa dissezione ne venisse un nuovo corpo senza costrizione, e quindi senza noia e depressione. E le ragazze, certamente aspettavano un amore, ma noi non saremmo mai stati noiosi, né cattivi. E avremmo letto tanti libri e ce li saremmo passati. Avremmo condiviso, senza ruoli. Noi eravamo molti, pensavo, e non lo capivo ancora, che anche noi eravamo soli.
Così mi pareva, e pensavo anche che mi piaceva un casino, come scriveva questo Salinger. E pure che era un eroe romantico della scrittura, perché dopo il successo si era inabissato in una di quelle cittadine che costellano gli Stati Uniti, chiuso in un anonimato da cui emergevano frasi come: “Non pubblicare mi dà una meravigliosa tranquillità…Mi piace scrivere. Amo scrivere. Ma scrivo solo per me stesso e per mio piacere.” Quindi continuava ad esserci, a pesare nelle citazioni del vissuto comune, quasi senza libri. Sí c’erano i due che ancora giravano da Einaudi, ma che non facevano lo stesso effetto del giovane Holden. Insomma un grande.
Così pensavo allora. E adesso?
Adesso mi chiedo che fine abbiano fatto tutte quelle ragazze, cosa sia accaduto nel frattempo. Se siamo davvero tutti incattiviti, se la noia ci abbia devastati e se siamo ritornati soli da molti che eravamo. Ho pensato, rileggendolo, a me e a noi. Lo posso dire con le frasi che seguono, ma in fondo poi evocherò una parola che in Holden non c’era e che pure da lui mi viene.
Era come se l’aria, dentro uno strumento appena più piccolo di ciò che serve, fosse insufficiente e quindi essa stessa trattenuta dall’esprimere appieno. E così mancava la sfumatura, la densità d’un pezzo d’ombra, la fine di una frase che precipitava in una parola senza seguito: era il divenire potenziale che si tratteneva, ciò che voleva liberarsi da noi e correre o fermarsi, dire o stare in un silenzio così vigile e profondo da essere solo occhi. Incompiuti per un’inezia.
Accade ogni qual volta si scopre l’inadeguatezza dello strumento e invece la percezione cresce e si fa più esigente e sottile. Come non ci assomigliassimo mai appieno, e al colore mancasse un riflesso, alla luce una nitidezza e il nero non fosse ombra ma un buco che risucchia il tempo. Così diventa chiara l’ipocrisia, il modo di dire che nasconde la superficialità, e per noi l’impossibilità di dire tutto quello che vorremmo appena si vede un lampo di noia attraversare gli occhi. E tutto allora sembra imperfetto, salvo il genio, che è talmente alto da parlare altrove, con altre parole. Le stesse che noi riconosciamo giuste, e che sono anche nostre, ma non le abbiamo pronunciate a tempo e così è rimasta un’impressione balbettante di noi, che agli altri ha solo generato un giudizio, ma a noi ha causato una ferita profonda: l’impotenza di essere davvero ciò che siamo.
Holden era un giovane che provava a essere grande e se stesso assieme, e faceva fatica. Come tutti. E la parola che da lui mi viene è: incompiutezza. Capire, accettare, spostare in avanti l’incompiutezza, altrimenti tutte le vite sono sbagliate e tutto è stato una corsa cieca. Tramutare quello che non piace, in domanda su di noi e non farci inutilmente del male. Questo mi diceva Holden riletto e riamato. E penso che quelle ragazze siano andate via e poi tornate. Sempre ragazze. O almeno lo spero.
“Io abito a New York , e stavo pensando al laghetto di Central Park, quello vicino a Central Park South Chissà se arrivando a casa l’avrei trovato ghiacciato, e se sì, chissà dov’erano andate le anatre. Chissà dove andavano le anatre quando il lago gelava e si copriva di ghiaccio. Chissà se arrivava qualcuno in furgone che le caricava tutte quante per portarle in uno zoo o chissà dove. O se volavano via e basta. “
(J.D. Salinger. Il giovane Holden, p.16, Einaudi Super ET trad. Matteo Colombo 2014)
Non ho il tuo ordine. Neppure lo stesso piacere di disporre le cose. Hai osservato che tra due persone c’è sempre un compromesso per mettere in un certo posto un oggetto? Qualcuno fa un passo indietro, oppure conviene su una scelta. Non ho il tuo ordine, ne ho un altro: dicono tutti così i sis ordinati rispetto a qualcosa, come se quel qualcosa fosse solo una sequenza ordinata, un collocare sopra i centrini o senza centrini. Davanti a un muro o in una teca. esattamente in quel posto. Se fosse così sarebbe semplice. Io odio i centrini, anche il centro delle cose mi infastidisce. penso che a lato, dove si guarda meno perché forse vi regna l’imperfezione, ci sia sempre qualche particolare che parla inutilmente. Che grida la sua presenza e poi resta afono. E deluso. E così sfugge e si rintana. Persino le città radiali le capisco poco, perché scappano oppure confluiscono dove rendere omaggio, inchinarsi. Non tengono assieme stabiliscono distanze da quel simbolismo solare dove c’è chi può illuminare. non è questa la logica del potere che trasfonde nella città?
Non vorrei mai inchinarmi, forse per questo ho un diverso ordine che non ama né centri né centrini e si confonde fino a sembrare un caos. Qualcuno dice che nel suo disordine trova tutto. Un tempo lo dicevo anch’io, ma allora avevo molte meno pagine scritte, molti libri in meno, poca musica nuova da ascoltare. C’erano immagini e fotografie che mi sembravano testi, mi ricordavano qualcosa, evocavano qualcos’altro, mi piacevano. Ci sono anche adesso, solo che si sovrappongono e devo sfogliare più che allineare, permettermi il piacere del pensare quieto a guardare, a riscoprire. Mi piacciono i particolari, quello che dicono e quello che suggeriscono. Ogni particolare contiene più vita dell’insieme. Si è data molta importanza alla perfezione, alle cose finite, noi tutti vogliamo che le cose funzionino, ma nessuno vorrebbe che la vita fosse già definita. È un tema non dappoco, che ha a che fare col tempo, con l’incompletezza. C’è la sensazione di avere sempre poco tempo e di essere incompleti, e allora si cercano succedanei che riempiano anche per un poco la vita. Nulla di quello che ho attorno mi completa, eppure è tutto necessario. anche nel rinunciarci, nel disfarmene, non perde questa caratteristica.
Nel mio ordine, che è un caos, non trovo più le cose, le scopro invece nella mia testa. Ci sono. Spesso con il momento in cui sono state raccolte o generate. Delle mie pagine scritte, invece, a volte mi stupisco. Mi sento cambiato ed è come guardassi un altro che ero. Che forse tu hai conosciuto, ma che ora è diverso. Questa asincronia del conoscere è un ulteriore elemento di convinzione che non si conosce mai davvero nessuno a fondo. Al più lo si presume, oppure si cerca di usarne elementi che ci vanno bene, ma la conoscenza come condivisione di un disegno, è difficile. Se penso alla vita, la sento come un flusso ordinato di fatti e di modi d’essere. Non penso ad un numero, non l’ho mai pensato, anche se adesso che non sono più giovane, lo so meglio. Credo che sia un rapporto con noi stessi, con gli altri che ha bisogno di uno spazio d’influenza. In questo spazio, ci sono le cose. Intermediari e riferimenti, non passato.
Ci siamo noi e il nostro corpo come realtà che si espandono attraverso la comunicazione e i sentimenti. Da tempo ho rifiutato la palestra, ad esempio, ma c’ho messo anni. Non rientrava più nel mio ordine. era una corsa verso qualcosa che non c’era in nessun luogo. Neppure attorno. Era una corsa ad una ipotesi di corpo, ma io il corpo ce l’avevo, volevo parlare con lui, non volevo mutarlo in modo che non m’assomigliasse perché dovevamo -e dobbiamo- viverci assieme. Così ho abbandonato la palestra che odorava di sudore e di polvere altrui e ho cominciato a camminare. C’è un ordine nel camminare. Hai osservato che tutti i nostri cammini sono circolari: parti da un luogo in cui tornerai. Scegli i percorsi, ti guardi attorno, osservi i particolari. Anche quando mediti e t’imbevi d’infinito è un particolare che ti apre la porta. Cammino ovunque e spesso nella città in cui sono nato, qui non sono mai solo perché ho la compagnia di ciò che è accaduto, ma non di tutto, di pezzetti molto ricchi. Particolari. Spesso mi accompagnano dentro le persone che mi hanno tenuto per mano e magari emerge qualche parola. Il dialetto usa unghie di velluto, è dolcezza che lascia il segno. C’era un ordine allora? Avevo dei luoghi per le cose, ma anche la stessa attenzione per i pezzetti dell’interezza e le tasche piene di possibilità. Una cartolina illustrata che veniva da un luogo mai visto era un generatore di sogni. Un pezzo di spago, un coltellino, un tappo di aranciata avevano in sé capacità incredibili di creazione. bastava guardarli in altro modo e cambiava il loro divenire. Mi immergevo nei particolari come nei libri e negli atlanti. Ti sembra strano? Mi piacciono ancora tantissimo e vorrei avere pareti per le carte geografiche arrotolate, per le immagini accatastate, possedere luoghi sufficienti a contenere gli scaffali necessari, e finestre grandi e luminose per dare loro luce.
Forse è questo il mio ordine. Quello delle mappe, quello del divenire delle cose che raccolgo e che vivono una piccola parte delle loro possibilità con me. Ho la coscienza che tutto si disperde senza di noi, improvvisamente perde di significato. I libri, ad esempio, sono una miniera di particolari che fugacemente ci riflettono in uno stato d’animo, ci mostrano una via che anche se non esce fa scattare un legame con noi. Sono frasi che si espungono e valgono più dell’intero testo. Ma a noi, per altri ci saranno particolari differenti o disinteresse. Ed io ricordo questi particolari anche se il libro è dentro a qualche pila che cerca faticosamente di mantenere il suo equilibrio.
C’è un luogo che potrebbe contenere l’ordine oltre alla testa e al corpo e sarebbe una casa quadrata con un patio che dia luce in entrambi i lati delle stanze. Non avrebbe bisogno di un centro ma della regolarità dei lati che scandiscono il percorso e il cammino. E tu hai capito perché: se io sono il centro non tollero altri centri. Non mi genufletto. Casomai mi lascio pervadere, abbracciare dalla possibilità che insieme si realizza. In fisica mi affascinava l’effetto Venturi che rileva come in un flusso all’aumentare della velocità diminuisce la pressione e viceversa. Come se la velocità impedisse di riflettere, di vedere e sentire meglio, e chi è impegnato a percorrere un pertugio, di fatto, debba solo correre senza pensare a sé. Aumenta la velocità delle cose e diminuisce la loro importanza: ti pare poco? Noi siamo immoto ordine veloce. E quel veloce man mano lo inghiottiamo, lo beviamo rallentando finché si tramuta in equilibrio, in consapevolezza.
Così mi viene un’immagine: pesci fermi nella corrente, ecco l’ordine interiore che guarda attorno e quando vuole esercitare la propria consapevolezza, scorre.