abitudini

Com’è il caffè nel tuo mattino?

Forse è trasparente il colore del tuo shampoo tra i capelli,

ma il piacere d’un momento, lo terrai stretto tra le dita ?

E poi cosa penserai, di fretta, finché scegli il tuo vestire,

e alla notte, cosa togli per dormire?

Adesso guardi l’orologio che spende ilare il tuo tempo,

o ancora respiri ad alleggerire il giorno?

Attraverserai strade, nel sole o nella pioggia,

ci sarà un lavoro o un’incontro che t’attende,

ma terrai ancora momenti per te sola ?

E correndo col tuo cuore,

conquisterai l’immagine tua senza guardare ?

Penserò che stai cullando un tuo segreto,

e per un attimo, lascerai che il suo pensiero t’accarezzi,

ma le abitudini si snodano ed io non le conosco,

sono un gatto, nel mistero del tuo tempo.

posti davanti al mare : Miramare

Dalle alte finestre a ovest, verso Venezia, scende il sole, e si riflette sul mare.

In trasparenza si scorgono i visitatori nelle stanze. S’aggirano, è la parola giusta quando si guarda e non si sente.

Nei giardini, digradanti verso il castello, il glicine comincia a riempire vista e aria. E i platani, piegati a pergola, mettono nuove foglie.

Verde nuovo, grigio, azzurro, bianco  e blu d’acqua: è il mare, che si frange appena sotto, sui resti di falesie antiche, sventrate dall’uomo.

Tornando da Trieste, mi fermavo in questo equilibrio di tristezza ed esplosione del vivere, ad attendere il tramonto.

Qui tutto finiva e tutto ricominciava.

Di primavera.

Incessante.

Non si preoccupi di aver detto la verità professor Onida

Ogni giorno si scoprono notizie che si conoscono, verità che sappiamo, comportamenti che sono sotto gli occhi di tutti e improvvisamente questi diventano notizia, argomento di scandalo spesso ipocrita. In questi giorni si parla di impiegati che fanno la spesa in orario di lavoro, di tangenti senza questo nome, di favori e funzionari consenzienti. Li vediamo tutti, li abbiamo semplicemente derubricati a normalità assieme alle  aziende che chiudono silenziosamente, alle persone che chiedono lavoro abbassando gli occhi, alle scortesie inutili di chi fa un lavoro al servizio del  pubblico, alle persone che non pagano il biglietto in autobus senza cessare d’essere benpensanti, ai furbetti che parlano di legalità. Crescono i poveri, li vediamo ovunque, si aprono mense silenti che mettono in mano del pane senza chiedere e ci sembra normale, la scuola taglia il necessario che non si può acquistare e si regge sulla passione degli insegnanti, centinaia di migliaia di precari tengono assieme i servizi di prima necessità, gli ospedali, gli uffici pubblici e ci sembra normale.

Stiamo vedendo tutto, ogni giorno sotto i nostri occhi, dignità e piccole malversazioni, arroganze, silenzi dolorosi, povertà crescenti, ma quando tutto questo diventerà notizia, urgenza, oggetto d’azione? Chi è il giornalista che aspetta che sia un finanziere zelante ad accorgersi che i dipendenti di un comune fanno la spesa o vanno al bar? Dov’era, cosa vedeva e vede attorno? E noi cosa vediamo, cos’ è notevole per noi?

Ieri sera alla fine di un dibattito nervoso, ascoltavo un deputato che mi parlava, a fronte delle mie proteste per il mancato decreto sui debiti della pubblica amministrazione, dei vincoli assoluti di bilancio dello stato e in più m’ha detto: lo sai perché non fanno il decreto? Perché non ci sono soldi, eppoi gran parte di quei lavori erano in sovrappiù, inutili, una eredità dell’epoca delle vacche grasse. Che vuol dire questo, gli ho obbiettato, che se a casa mia faccio un lavoro inutile non pago l’artigiano? Ma se ogni spesa pubblica per essere fatta ha bisogno di una copertura di bilancio, come si sono spesi oltre 100 miliardi senza copertura? Perché non si mandano in galera gli amministratori che hanno creato un disavanzo che dovremo pagare tutti? E degli F35 che mi dici? Mi ha risposto: quelli non sono soldi, ma impegno di spesa, forse si spenderanno. E le missioni all’estero possiamo permettercele allora? quello è denaro contante, e la tav allora? Io non sono contrario alla tav, ma adesso questo paese non si può permettere di spendere soldi su opere che non funzionino subito e non producano benefici immediati, non possiamo più permetterci un sacco di cose. Viviamo da poveri, che senso ha viaggiare in alta velocità quando non ci sono i soldi per spostarsi? 

Mi ha guardato come uno che non capisce la realtà, che è un sognatore. E allora gli ho detto che la mia è la realtà, non la sua, che i problemi li conosciamo, e che non serve pagare chi non li risolve. Che non ci interessa più chi ci racconta ciò che vediamo tutti, ma ci interessa chi cambia questo stato di cose. Che a chi non ha un lavoro, un reddito, un conto in banca, dell’Europa non gliene frega più nulla e che senza risposte sul lavoro, un partito riformista, di sinistra, è semplicemente inutile. E che Grillo è una conseguenza dell’insufficienza delle nostre risposte,  della disattenzione con cui abbiamo circondato il fare e il cambiare. Non solo noi che eravamo minoranza, ma anche noi. Certo Grillo è un incosciente, non vede la realtà, non si accorge del disastro che c’è e che sta accelerando. Le sue risposte sono fantasiose, impossibili per buona parte, come quella di dare un reddito a tutti senza che nessuno paghi, oppure  fare subito la riforma elettorale, trascurando il fatto che se si abroga il porcellum semplicemente c’è il nulla, come ha sancito la corte costituzionale, oppure che il parlamento può legiferare senza le commissioni, mentre non è possibile e che queste si devono inventare in quanto, anche grazie al 5 stelle, non si sa chi è maggioranza e chi è minoranza. Questo e molto d’altro è vero, difficile, impervio, ma stiamo discutendo della marca della macchina o del fatto che si è rotto lo sterzo e i freni e stiamo puntando sul burrone?

Tutta questa impasse dovrebbe essere coscienza di tutti, ma come la realtà che tutti vedono e semplicemente fa scuotere il capo, non è notizia, non rileva, fa parte di questo paese che sta crollando nella sua incapacità di essere Paese. Non è solo colpa della politica se non siamo normali, c’è un menefreghismo abissale che non fa vedere la realtà come deviante dal normale, dal giusto ( la signorina Ruby insegna), che non spinge i giornalisti a tempestare le pagine di etica, di comportamenti, di pubblica riprovazione per ciò che non va. Folclore finché non viene perseguito e la situazione diventa tragica. Nessuno tra noi, tranne i soliti potenti e ben informati, è in grado di uscirne intero da questa situazione e i segnali li abbiamo attorno. La vogliamo vedere e dire la verità, perdio, la vogliamo mettere nel presente, perché adesso non vedere è una colpa, non fare è un delitto contro noi stessi e contro tutti. Vogliamo almeno salvarci visto che la crociera è finita malamente? Non si preoccupi professor Onida per aver detto la verità, ovverossia che i saggi non servono e che Berlusconi vuole semplicemente salvare se stesso, lo sappiamo tutti. Piuttosto qualcuno dica a Grillo, a Renzi, a Berlusconi che questo è un gioco terribile, che non è il potere ad essere in gioco, e neppure i destini personali, ma l’intero Paese e che questo chiederà ragione, non di quello che è sotto gli occhi di tutti, ma di ciò che accadrà. E qualcuno lo dica alla stampa, all’informazione che sta giocando a creare le notizie piuttosto che a vedere la realtà. Anzi, per favore, diciamoglielo tutti.

l’età dei ninnoli

SAM_0024Finisce l’età dei ninnoli che fan ridere, dei candelabri allegri, delle mille candele colorate, delle ceramiche raccolte assieme nei mercatini, del bricolage condiviso. Finisce l’età in cui una stampa, un manifesto, un piccolo quadro, una cornice, sono un’avventura. Finisce l’età dei libri che bisogna assolutamente leggere, dei cataloghi delle mostre viste e poi sfogliati assieme. Finisce l’età delle domeniche che non finiscono, delle merende sui prati, delle canzoni cantate in coro, della scoperta delle osterie fuori porta. Finisce l’età perché muta e l’andare è diverso, se ancora si cammina assieme. E’ un palpitare che si semplifica. Oppure si complica di vite intorcolate.

Vorrei un verde nuovo ogni primavera, un andare incurante di pioggia. Lo vorrei per te oltre che per me.  Vorrei il grigio che scurisce gonfio in cielo e il sole che trabocca dalle nubi. Vorrei il sudore che vela la pelle, i piedi che seguono i piedi, il calore d’un muretto a cui  seduti vicini appoggiarsi. Vorrei il silenzio e poi le due voci che cominciano assieme a dire e la risata, e il bacio che ne segue.

Finita l’età dei ninnoli tutto è diverso, quasi tutto, perché ciò che prima faceva palpitare, scambiare, desiderare c’è ancora, ma non eguale. E’ quell’ineguaglianza da scoprire, così poco banale, stratificata di ricordi che la coprono alla vista. Quella diversità da mettere nell’andare assieme, l’intensità con cui stringe una mano, il né troppo né troppo poco che racconta molto. Ad un certo punto, non importa con chi purché sia quello giusto, è ciò che stupisce oltre l’abitudine, ciò che gira le cose e le vede differenti, ciò che trasmette calore alla giusta distanza, a fare la differenza. Ecco che oltre l’età dei ninnoli c’è l’età del calore che dura.

miserere

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Si può essere atei, agnostici, ma non indifferenti in questi giorni e a chi è stato educato nel cristianesimo comunque vengono pensieri legati all’uomo, alla sua sofferenza. I credenti sentiranno cose diverse dalle mie, ma basterebbe pensassero che il Cristo non ha dato ai cristiani il monopolio della sofferenza dell’uomo e neppure la sua comprensione esclusiva, per capire che il messaggio è molto più legato alla terra che al cielo, all’uomo piuttosto che alle religioni. I credenti sentiranno cose diverse dalle mie, forse si soffermeranno sul misterioso legame che fa uccidere un dio agli uomini, cosa che affonda le sue radici negli archetipi umani, oppure emergerà la morte dell’anima e la sua resurrezione nell’adesione ad un sacrificio che è un dono totale. Forse, non lo so. A me viene in mente la sofferenza che ci circonda, e la descrizione del dolore del Cristo, inequivocabilmente umana e così ben interpretata da Saramago, oppure quella dei vangeli prima della resurrezione. E’ la sofferenza la costante dell’uomo, con una domanda che cerca ragione e che persegue la sua uscita da una condizione che non è priva di alternative. E nel mondo la sofferenza non conosce credo o appartenenza. Forse soffre meno un musulmano o un animista, la sua comprensione del dolore è meno universale? E restando più vicini, anche in questo mezzo così virtuale e doppio, non è forse in ciò che emerge come sofferenza che si riconosce che c’è dell’umano oltre la virtualità? Mi colpisce molto la lettura di un dolore della mente, la richiesta, che è solo di ascolto, di una vita che è stata piegata dentro, una bellezza che non ride, la sensazione che emerge della solitudine infinita e il baratro del presente che inghiotte l’amore banale, il sesso, gli anni giovani, il futuro possibile. Credo che questi giorni, come tutti i giorni, parlino della realtà, di ciò che potrebbe avere un rimedio, un’attenuazione e diventa invece rifiuto, paura di essere coinvolti. Ogni cuore è trafitto dalla propria notte, ma quanta speranza ci può essere se non c’è solitudine. E questo è l’altro tema che accompagna la sofferenza, la solitudine, i dolori muti, i dolori rimossi e senza nome. Per vivere ergiamo dighe, non si può vivere nella consapevolezza del dolore altrui oltre un certo limite. Fuori di noi un mare denso, cupo, rosso e senza luce, noi chiusi in una capsula di vita che mettiamo argine a ciò che ci travolgerebbe. Ma il dolore e la solitudine ci sono, sono attorno a noi e se non possiamo annullarle, basterebbe nell’essere contenti di ciò che si è, di ciò che si sarà, non dimenticarlo. Credo esista una religiosità laica, senza fedi e senza dei, in cui l’uomo emerge con tutta la sua finitezza in un impasto di dolore e gioia che si cuoce nel proprio farsi, nel destino che gli è possibile. Ma quanto sociale, quanto prevaricare, piegare, infliggere inutile aggiuntiva sofferenza sta attorno a questa fatica del farsi. Penso alla religiosità naturale che riconosce l’uomo e che vorrebbe rispettarlo nelle cose piccole e grandi, uscire dal turpiloquio dell’aggressività, riconoscere il simile e la sua capacità eguale alla mia di soffrire e di provare gioia, prima di vedere la sua diversità. Non basta, certo, per star bene assieme, per fermare i contrasti, ma almeno considererebbe che far male non è gratuito, che il male provocato è identico al male che si sente ed entrambi provocano sofferenza e solitudine ulteriore. In questo la riflessione di questi giorni potrebbe tracciare un astenersi, più che un fare, un comprendere più che un professare. Magari evitando il far male inutilmente, magari cercando di capire che le religioni non dividono se parlano dello stesso oggetto, ovvero l’uomo, che dio, per chi crede, viene assieme all’uomo, che capirlo ci permette di comunicare, di vederci e sentirci assieme, qui adesso, non in un luogo in cui l’accesso è vietato ai non addetti ai lavori. Un miserere rivolto all’uomo prima che a un dio, un miserere che tenga assieme, che porti fuori dal buio, che ci dia un senso comune.

la vita realizzata e altri bagliori


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La sera si trasforma in notte. Le strade strette, quasi vicoli, pietre per terra che suonano nei passi, toc tac toc, rumori secchi che si rincorrono, scalano le pietre che salgono a costruire i palazzi, e poi si smorzano, rimandandosi di echi, tra loro, ai passanti, impermeabili. Case solide, scure, fortilizi di pensieri, passioni, dolori, gioie che non sfuggono dai muri. Mai un grido in più, una parola che oltrepassi il silenzio delle vite. Mai. Anche quando si urla le orecchie si chiudono, gli sguardi disapprovano, le vite devono restare impermeabili. Ora i passi si fanno più lenti, la mano passa tra i capelli a rastrellare pensieri, tiene un riccio sovrappensiero, e si distrae nella sensazione di pulito, di curato, di umido e di notte, reso tattile tra le dita.

Le vite realizzate hanno i loro usi e apparenze. Nelle donne un tocco di frivolezza e mistero, un accenno, un taglio di capelli, la fotografia di un voler essere a lungo cercato, un tacco scelto con cura, un particolare a suo modo sfacciato nel dire, un pensiero proprio da far affiorare. Negli uomini, un   segno indossato, uno stile, il colloquio con il proprio viso, un taglio di barba, un talismano infilato da qualche parte che spinge ad essere qualcosa, a riconoscersi. Questo e altro per entrambi, non è questione di generi, ma di tenere assieme un’identità.

La sera è notte, umida come le città vecchie, e scura, nei passi c’è memoria del pensare che la vita s’è svolta e, forse, si svolgerà. Non basta aver fatto, essere stati, aver costruito, amato, fatto figli, voluto, non basta perché ogni azione ha contenuto un pezzo di contrario, l’ha accompagnato, coccolato e perseguito come rivolta al conformarsi a sé. E chi rallenta lo conosce e dispera il toglierlo, sa che è parte di sé e questo curva appena le spalle, rende umido il fiato, densi i pensieri. Di giorno, dopo l’ennesimo caffè, stravaccato di fatica e di noia, direbbe che è bile poco fluida, amaro che si fa sentire, ma è notte e la notte chiude, prima di riaprire.

Si torna a casa per non restare, si torna con il segno della vita addosso, non ora, ma c’è il ricordo di entusiastici ritorni, di cuore e pensieri traboccanti. E’ accaduto. Resta, sono eventi, succedono, magari si ripetono, non sono consuetudine. Consola che chi pensa di addentare il presente, addenta se stesso, provi adesso a sentire quel vago ricordo di cibo memorabile, quel vino unico, digerito in fretta, senta quell’amore che sembrava riempire ogni ora, riprovi la disperazione che ha chiuso il cielo. Aver coscienza che il presente è parte delle vite, non le subordina, non alleggerisce il passo, semplicemente fa sentire che c’è altro da tener da buon conto e alla fine fa concludere che il presente è in questi passi, in questa solitudine soddisfatta di risultati e corse, che ha trovato compimenti e sconfitte atroci, ma solo quando si sono vissute, poi non più, perché chi non vive solo di presente non è mai domo davvero. In questi passi, nella serratura che fatica ad aprire un portone pesante di legno, c’è il senso di un risultato, e il senso salirà le scale, aprirà un’altra porta, accenderà una luce cercando un’abitudine che soccorra, un gesto consueto, uno sguardo che rassicuri, che allontani la voglia d’altro, di tempo nuovo, di vita, di cose non ancora stropicciate di vissuto, di pagine scritte da ripensare, di atti e gesti più lenti, di respiro, di tempo.

Ricacciare la fatica del nuovo fa ripiombare nella coscienza che mai non finirà, che tanti eguali fanno le stesse cose, rallentano gli stessi passi, si pongono le stesse domande, eppure non sono un popolo, neppure si riconoscono, sanno solo d’esserci, distanti o vicino, non importa. Tu a Parigi, o a Palermo, io qui, lui al Cairo, chissà. Restiamo, impossibili nell’essere diversi, anche qui, domattina, già diversi perché il tepore delle pareti, l’odore dei tappeti, dei mobili, dei libri, ha confinato l’umido della notte. Stanchi, paghi, realizzati.

Forse per questo si scappa, Africa, oriente, nord Europa, ovunque, pur di non essere abitudine, vincolo, e si diventa altro, si diventa un posto in cui vivere, sembra, diversi. Ma anche senza spostarsi, anche qui, domattina, diversi, perché già il tepore ha confinato l’umido della notte, asciugato i capelli e riaperto la speranza d’essere altro. Forse. Ma, a volte, in una liturgia senza religione, si spegne la luce, ci si avvicina alla finestra, e si contempla il buio, le vite intuite nel giallo delle finestre, il cielo che riflette le luci di città, fuori e dentro, finché subentra una sensazione di pace avvolta di buio, quello alle spalle, denso e odoroso, e quello spanto di grigio che tempera le notti tra le case. Una vita vive perché sa che ci sono vite, e così rende tutto relativo, anche il realizzato che è sempre incompleto e urge e chiede ancora. Ricordi? dopo un esame subentrava una pace innaturale, un mondo che s’apriva potente, infinito, possibile, finché scoccava la domanda: e poi? Anche ora sappiamo che non si compie davvero nulla, si fa, e al più si transita per tappe successive.

Noi, così. Popolo che si lancia messaggi e poi si ritira, timido d’una risposta che aprirebbe altre richieste, domande, vorremmo solo, visto che ormai s’è capito come funziona, che chi contempla la propria altezza fosse conscio della sua insufficienza, della miseria che lo accompagna, per averlo amico in questa notte che finisce nella consapevolezza, che tiene il buio alle spalle come una coperta calda e sente e guarda bagliori paralleli, che si assomigliano e ci sono. Per fortuna ci sono.

breviario laico del limes

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Restare nell’attimo che precede l’azione, quando la forza è ancora una molla e il futuro non è scritto.

Ricordare il prima dell’accadere, quando non si sapeva e le cose erano consuete, percorse di pigro svolgere di tempo.

Percepire i piccoli segni di ciò che accadrà, con meraviglia tranquilla, lasciando che il possibile accada e diventi vita.

Sentire il filo, trasparente e forte, che lega le cose e ne fa tempo, ciò che sta prima e ciò che viene poi, amarlo in un sussulto d’amore che non si spegne.

Cogliere l’attimo e disporlo nel vaso, con ordinato amore, farne risaltare colore e bellezza, mettere l’armonia in accordo con esso perché sia per sempre nostro.

Restare sospeso nel meriggio del pensiero, fare del razionale una lama di luce netta in cui danzano i bagliori del sentire.

Guardare ciò che finora non si è visto, in un vuoto di pace che lascia agli occhi il loro lavoro.

Vedere e non sentire l’urgere di sé, quieto, in onde di respiro aperto, parte di una eternità che finalmente dura.

l’utilità del vuoto

Per chi considera l’utile come parte essenziale delle vite, consideri che altro si può pensare, che 2500 anni fa il Daodejing parlava di armonie che continuiamo a inseguire, a volte nel fare, a volte nell’accumulare, a volte negli studi degli analisti.

Sgombrando il viso da sorrisi, per un poco si rifletta che noi siamo contenitore per avere contenuto, corpo per avere pensiero, desideri per avere governo. E che non tutto ciò che riempie è sufficiente, e non tutto ciò che possiamo contenere ci fa bene e dona equilibrio.

E la bellezza e l’armonia sono misura del vuoto, di ciò che lo riempirà e di ciò che ne resterà.

Dal DAODEJING

capitolo XI- l’utilità del vuoto

Trenta raggi si uniscono in un sol mozzo

e del suo vuoto si ha l’utilità del carro,

s’impasta l’argilla per fare un vaso

e nel suo vuoto si ha l’utilità del vaso,

s’aprono porte e finestre per fare una casa

e nel suo vuoto si ha l’utilità della casa.

Perciò il pieno costituisce l’oggetto

e il vuoto costituisce l’utilità.

il mondo è vario

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El mondo xe beo parché el xe avarià. Il mondo è bello perché è avariato, storpiato in dialetto e poi giù a ridere. Eppure è vero, è proprio avariato, con larghi, inquietanti screzi di verde che vira verso il blu. Il colore del veleno, nel buono dei cibi.

E’ vero che c’è dell’ avariato nei rapporti umani, lo penso anche se discriminando va meglio, nel senso che ciò, e chi, conosco è in larga parte quello che mi piace.

Poi mi viene in mente che è svalutato di significato, il mi piace, fb ce l’ha scippato per la sua facilità d’uso. Furbetti loro, sanno che siamo portati, di primo acchito, a farcele piacere le cose, c’hanno insegnato così, piuttosto che rifiutarle. Ma con le persone mica va bene tutto. Così meglio riesumare che anche alla differenza siamo portati, e marcare il campo. Come i gatti. Se poi il mi piace diventa qualcosa di meno superficiale, allora il piacere dura ed è rapporto vero. Ma mica accade sempre, anzi succede così di rado… Per fortuna.

Non devo piacerti per forza, solitudine, o altro, ma se il piacere reciproco s’incontra ecco che quell’avariato scompare, diventa vario e quindi bellezza e ricchezza. E io mica so bene come sei, ma m’interessi.

Essere interessati a qualcuno, e mai a qualcosa, che anche le cose hanno le gambe, essere interessati, ascoltare per capire. Essere interessati. Passioni inaspettate, regali. Non è mai per tutti, non può essere. Per fortuna.

quel vantaggio

Quel vantaggio che ti faceva dire –lei, la giovane- è poi sfumato col tempo. La superiorità d’aver visto di più si scioglie con gli anni. Ma non ci si pensa quando è ora, e adesso che l’età non conta, avreste da parlarvi, ma non si può più. Del resto l’avete fatto poco anche allora: erano più le cose della vita che parlavano per voi. Tu eri ribelle e lei no.

Ricordi? ce lo siam detti che un tempo si parlava poco: c’era pudore dell’io e del sé. Ma i gesti, quelli sì, parlavano. E mentivano molto meno.

Pensando alle mie storie, capisco come posso i giovani. Le ragioni non sono mai le stesse, tranne alcune, come allora. E sono importanti perché è la vita che ci tiene assieme. La giovinezza ti si rivolta contro se non condividi e con l’età questo diventa difficile per alcuni, ma non per me.

Come cantavi piano: a conquistare la rossa primavera.

E c’era sole ed era d’aprile.

E sorridevi.