dialogo sulla bellezza

b.: credo che la sensualità e la bellezza abbiano aspetti soggettivi, personali, e che quelli si dovrebbero riconoscere per star bene con sé. Gli altri sono aspetti oggettivi, di relazione, ovvero quelli che gli altri riconoscono in noi perché sono parti di un canone comune.

A.:sentimi bellezza mia, io invece credo che la bellezza e la sensualità siano solo oggettive e comuni, cioè semplificando al massimo: io posso essere sensuale e bella per tizio o caio o per te, ma non per tutti se non sono davvero bella. L’attrazione fisica, sessuale, mentale è fatta di questo.

b.: certo, ma parliamo di cose diverse, tu ti fermi ad una idea di bellezza da rivista, mentre sei bella e sensuale sia oggettivamente, che soggettivamente ed entrambe le situazioni non dovrebbero impedirti di sentirti bella sempre e comunque. Anzi dovresti accettare che qualcuno veda la tua bellezza dove tu non la vedi e vedere dove indica il suo dito prima di escluderla. Solo così esci dallo stereotipo che ti condiziona. Prova a scoprirla, riconoscerla, non fermarti all’apparenza.

A.: sarà, a mio avviso tu costruisci relazioni per la tua testa, il mondo non funziona così, neppure la biologia funziona così.

b.: se questo fosse ci sarebbe un’idea stabile di bellezza e saremmo classificati alla nascita. Questo va bene per il senso comune, ma tu prova a vederti davvero, non con gli occhi degli altri, con i tuoi e senza specchio e scoprirai qualcosa che è solo tuo. Chiediti se è bello, riconoscilo come tale e la tua sicurezza di te, solo per te, sarà nuova, non soggetta al tempo. Lascia che la tua bellezza sia e basta.

lettera alle donne che conosco

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Le donne mi affascinano da sempre, ma l’ammirazione è altra cosa e quindi va riservata. Non mi piace la differenza di genere eppure sento che esiste davvero. Mi è naturale pensare alla parità, ma so che non basta dirlo e che il maschio ha molto da cambiare assieme al farsi perdonare.

Non mi piacciono le ricorrenze, però l’8 marzo è cosa d’altri e sapranno bene che farne le interessate.

Stamattina pensavo alle donne fondamentali della mia vita, perché un uomo comunque non prescinde da questa coscienza del femminile. Pensavo a mia nonna, che nata nell”800, aveva viaggiato molto e chissà cosa aveva visto, che si muoveva da sola, ma non entrava in un caffè e tanto meno in un’osteria, se non accompagnata. Pensavo a come tutto fosse -ed è – tenuto assieme, ben oltre i disastri, dalle donne. Mi veniva in mente la loro marcia che ho visto, e gli scossoni, i ripiegamenti, gli errori, le lacrime, perché le donne hanno fosse lacrimali profonde che contengono la dignità. Parola abusata almeno quanto le donne e non a caso di genere femminile, ma che contiene l’essenza di un uomo.

Capivo che le donne contengono la parola, che non hanno bisogno di usarla sempre, che hanno una natura aliena per gli uomini, che capirle è una pazienza da trovare perché mai si conclude. Ma tutto questo era ancora poco per spiegare il fascino e l’attrazione, come se dovessi rassegnarmi a non capire appieno, ad accettarlo ed esserne sconvolto, pur rimanendo uomo. Ad esempio, quando vedo donne sole, o in compagnia tra loro al bar, sono incuriosito, ammirato. Guardarle è una bellezza che dà piacere, non so cosa dicono, ma capisco ora che è qualcosa che non riuscirò mai ad eguagliare nella confidenza e nella comunicazione empatica. Non so se questo sia comprensibile per una donna, non si tratta solo vedere la bellezza fisica, ma quella di un altro mondo che si mostra e che convive con il mio.

I tempi mutano, questo parlamento è ricco di donne, come mai prima, forse è ora di avere un presidente del consiglio donna, un presidente della repubblica donna, forse è ora, basta che le donne ci credano. Gli uomini sono abbastanza inermi nel gestire il potere immeritato che hanno, alzano la voce, a volte sono violenti, ma sono deboli, capiscono che non hanno possibilità logiche o  intellettuali per opporsi e soprattutto hanno paura. Paura di una visione del mondo, delle priorità, che non coincide con la loro. La “questione” femminile non è cosa da uomini e questi lo sanno, tanto da aver dirottato sul tema della parità le questioni da risolvere. Non basterà quindi avere il potere, ma esercitare la visione particolare che se ne ha. Non amo molto le distinzioni basate acriticamente sulla differenza, ogni bandiera contiene qualcosa che occulta altro, ma vedo e sento la differenza. Vorrei solo che questa diventasse un modo di vedere condiviso, qualcosa che arricchisca entrambi. Solo che raramente è così e spesso la differenza è il recinto, una difesa, in cui si chiudono le donne, dove gli uomini non possono entrare perché incompatibili. E siccome non credo sia così, allora penso che la differenza arricchisca se viene condivisa, accettata, capita e se poi la differenza generica si sostanzia nella singolarità, diventa unicità. Vale anche per gli uomini. Che saranno e resteranno egoisti, sopraffattori, infantili e affezionati alla loro nascita, timidi, tracotanti, complicati, disarmanti, perfidi, ingenui, affascinanti, predatori e prede, forti e incapaci. Ma quante di queste qualità saranno condivisibili, migliorabili, modificabili e non semplicemente scambiate tra generi se la contaminazione dei mondi non avverrà? Quanto potrà diventare gene recessivo se non riconosciuto come tale da entrambi?

Se penso alla vita, e non parlo solo di biologia, non riesco a immaginare un mondo che evolva e che proceda senza le donne protagoniste. Non riesco a immaginarlo e sono dipendente da questa consapevolezza, perché qualsiasi progetto inclusivo del genere femminile, lo sovverte, lo modifica, lo accelera o lo blocca, semplicemente perché irrompe un modo diverso di vedere le cose. Non è sempre giusto ciò che proviene dalle donne, ovvero, non è giusto per tutti. Non sempre un capo di stato donna, introduce elementi di innovazione e di cambiamento che assomigliano a quelli che ho in testa, ma so che anche la destra, la conservazione, al femminile, ha un altro sapore rispetto a quella degli uomini, che sarà meno acuminata, meno settaria, più attenta al sentire e ai sentimenti. Anche il diverbio, il confronto diverrà più acerrimo, ma più chiaro, la pace più netta, gli interessi meglio definiti.  E’ un altro modo di vedere che può coincidere con fatica e pazienza tra generi e qui mi torna l’immagine di mia nonna, che mi prendeva per mano e mi mostrava le cose, diceva le cose che vedevo, ed io, allora, vedevo con lei. Anche le parole vedevo insieme e diventavano mie, e così io ho le parole di mia nonna per descrivere il mondo essenziale, per sentirlo. Quel modo di vedere si è ripetuto nella mia vita, ma meno da parte maschile, perché non c’era tempo, l’attenzione era un lusso rispetto alla velocità, alla fretta di fare. Da parte femminile, invece, ho sempre ricevuto tempo, ho compreso che le donne donano tempo perché sanno cos’è la vita, l’attesa, e dalle donne davvero importanti per me, assieme al tempo, ho ricevuto modo di capire, di vedere diversamente e molto amore. Per questo le ammiro e l’ammirazione se diventa condivisione, non ha gerarchia, non mi sono mai sentito più in basso, ammirandole, solo preso per mano e capito.

Grazie.

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giocano i ricordi

Un ricordo incipiente s’è fermato sulla soglia della memoria. E’ scomparso un attimo prima di spuntare, e m’ha lasciato tra i suoni della città stesa al sole di mattina. Eccolo, mi occhieggia davanti ad un semaforo rosso che adesso è troppo corto, per afferrarlo mentre già scompare. Dispettoso, ricompare dietro un angolo di pensiero, evoca un odore, un gusto che pare di sentire, un’emozione provata, ma è un attimo e resta solo un sentire buono.

Bisognerebbe fermarsi, chiudere gli occhi e guardarlo mentre gioca a rimpiattino con la mia memoria. Sa essere dispettoso, scappa e si nasconde, ma non sa che quando mi dicevano agli indovinelli: ti arrendi? rispondevo di no.

Ho pazienza e senza portare il pensiero altrove, sto fermo, ad aspettare che incuriosito mi ritorni appresso. Ecco, quasi ce l’ho. Preso. E già si sente pulsare, dolce e prezioso, che sprigiona la sua fragranza di vissuto.

la tentazione

C’è un’Italia che potrebbe dire ho già dato. Io faccio parte di quest’ Italia. Non è una minaccia, è una semplice costatazione di inutilità. Il mio pensiero è : non capisco, anzi non voglio più capire perché ho capito abbastanza. Mi sono fatto carico, sono stato responsabile, eppure non ho capito, non i problemi, quelli erano abbastanza evidenti, ma i miei vicini di casa, città, Paese, che dovrebbero risolverli con me. Anche i guerrieri tornano a casa, non solo i generali. Il teorema è: se torneranno a casa tutti i politici così esecrati (e neppure tanto visto il risultato di Berlusconi) ci sarà il nuovo. Il nuovo, così affascinante, liberatorio, il condono tombale sulle colpe di omissione, di disinteresse, di non aver scelto mai per un cambiamento stabile, ci salverà. Ebbene, non sono adeguato a questo nuovo immemore e se l’ho già fatto una volta di uscire dalla politica in prima linea, lo posso fare ora a maggior ragione, visto che non ho più incarichi importanti e responsabilità collegate.

Bisogna far spazio, lasciare ad altri, ancor più adesso che la confusione aumenta e la lotta non è tra vecchio e nuovo. Non credeteci, non è questo il terreno di scontro, quello vero è il confronto tra un futuro difficile e vecchio e uno illusorio, ma nuovo.  Il futuro difficile è avere la propria identità in un mondo in cui gli spazi di libertà sono drasticamente ridotti dalla globalizzazione dell’economia e della finanza, dove le politiche degli stati devono assomigliarsi nella generazione del pil, dove gli uomini sono oggetto di luoghi comuni e di felicità programmate. Uscire consensualmente da tutto questo,  senza spegnere il frigorifero sine die è cosa difficile, ma non è impossibile, solo che ha bisogno di tempo ed è davvero poco affascinante. Però la domanda di quanto del nostro sviluppo risenta da questo inseguire un benessere fatto di cose e denaro e come questo generi poca felicità (termine abusato e spesso confuso con il benessere), c’è anche tra chi persegue il futuro difficile. Ma alla fine sono (siamo) noiosi e speso tristi, insomma poco appetibili.

Altra risposta ai problemi attuali, è quella che considera l’alternativa radicale dell’uscire dal mondo così com’è, come scelta di massa: sviluppo zero, eliminazione del passato, moralità della politica (un po’ meno di attenzione riceve quella collettiva e personale). Questa alternativa la possono predicare bene i milionari, fanno più fatica gli altri che sono ancora alle prese con un posto di lavoro, con un reddito che consenta la dignità, con un futuro che, pur precario, abbia in sé una qualche stabilità.  Ma mi rendo conto che sono parole vuote, non ce l’ho con nessuno, al più con me stesso, per non aver capito per tempo che era fatica inutile. Devo anche dire che neppure mi diverto ad aspettare il cadavere del nemico, sta arrivando la buona stagione, i campi, il mare sono così ricchi di colori che non guardarli per chiudersi nel brucior di stomaco dell’ aver ragione è davvero una perdita di tempo.

Se non si partecipa non se ne accorgerà nessuno, non è triste pensarlo, è solo realistico. Bisogna vivere, guardarsi, oltre che guardare, sentire ciò che ci fa bene. Allora il gioco può non divertire più, si buttano le carte e si sceglie un altro gioco. Per chi può farlo è buona cosa e gli altri? Cazzi loro.

Il giorno dopo

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Lei ha un viso da ragazza, i capelli corti, lo zaino con un pupazzetto di pelouche. Lui ha una giacca a vento nera sul maglione girocollo. Si vede che stanno bene assieme, sorridono mentre prendono il cappuccino con le frittelle e parlano con voce bassa. Lei ride di più, è allegra, lui sorride e accenna a una carezza.

Poi pagano ed escono nel sole di febbraio. Vanno tenendosi per mano tra mucchi di neve che si scioglie. 

Belli e con i capelli grigi come i miei, vanno.

Belli.

Leggere Platone

E’ bellissimo che la sala Rossini sia gremita. E’ bellissimo che ci siano tante persone in piedi e tante sedute per terra perché le sedie non bastano. E’ bellissimo essere condotti per mano per capire assieme.  E’ bellissimo vedere i luoghi comuni che si sgretolano nel ragionare pacato di Umberto Curi, provare la voglia impellente di leggere ciò che è meno di un ricordo di scuola, riscoprirlo e travasarlo nel presente.  E’ bellissimo seguire le parole di Platone collegate dalle Lettere, dai Dialoghi, vederne il significato che apre e rovescia l’apparenza. E senza mai smettere, arrivare a capire e sentire. E’ bellissimo che nessuno fiati, come a un concerto, per un’ora e un quarto, e poi esploda corale l’applauso, che sembra non finire.

Nell’insegnare profondo c’è un parlare senza affettazione, dove nulla è scontato e tutto diventa cristallino per condividere. E’ questa la magia della bellezza: la semplicità del porgere e del ricevere. 

Tornando a casa, vien da pensare che i neo platonici discutevano tra le mura di queste case, che qui si è formata la dottrina del potere politico laico con Marsiglio, che in questa città, con Bembo, è sgorgata una delle sorgenti del rinascimento.  Era un caso? Tutto scontato? Oppure la passione del capire si era intrecciata con il governare e così la cultura era diventata un motore collettivo immane in grado di abbattere certezze, spostare in avanti gli sguardi ed assieme ad essi, masse d’uomini. Quanto parla del presente ciò che non muta, poiché parla dell’uomo.

Con il solo dono di Prometeo, la tecnica, gli uomini sapevano navigare i mari, forgiare il ferro, costruire le case, ma non le città. Le accostavano ed erano un piccolo agglomerato che sopravviveva all’ostilità del mondo. Mancava un dono del dio per aggregare l’opera dell’uomo: il rispetto reciproco e la giustizia. E quando arrivò il dono del dio, nacquero le città e la politica come funzione alta del destino comune.

Nella piccola gioia del capire anche le pietre hanno significato, così i passi, le ombre gialle dei portici e il pensiero che si può essere ben più alti di ciò che viene richiesto dal solo sopravvivere.

il fine del dolore

Che ne diresti di respirare un po’ d’aria pura, o almeno diversa, da questi miasmi in cui ti rivolti da anni? Il tuo dolore costante, esibito, è ammantato di thanatos, è nutrito di psicofarmaci, si rivolta su se stesso trovando sempre le sue ragioni per esistere. Ma quali sono le tue ragioni? Davvero vorresti star bene oppure c’hai definitivamente rinunciato? Il dolore è un bozzolo forte e caldo, come la percezione di vivere nella sfortuna, alimenta una diversità che è comunicazione. Spesso è arrogante questa comunicazione, ha un solo oggetto importante: il dolore sentito. E’ anche violento perché esibisce il lato oscuro che tutti abbiamo in misura più o meno grande, ma è fragile perché oltre il momento in cui avvince allontana.

Forse è la solitudine che vuoi, il far largo attorno: o partecipate della mia pena oppure non mi considerate davvero e quindi meglio che non ci sentiamo, vediamo, parliamo. Credo che la solitudine in questo caso non consoli, ma sia la verifica voluta del proprio star male, un modo per star male di più. Ma è davvero questo che vuoi? Star male indefinitamente? Non dirmi che non capisco, però nessuna guarigione è possibile se si cura solo il sintomo, nessuna speranza oltre un ripetersi di pastiglie, ritualità che diventano i punti nodali della giornata. Ansiolitico, altri farmaci per le reazioni psicosomatiche, sonnifero. Non vorrei tu smettessi, ma che fosse un percorso verso una liberazione dal dolore di vivere, verso una luce. Il fine del dolore non è forse la sua fine?

Lo so che hai pensato e pensi, non di rado alla morte, ma so anche che sei nella vita, la coltivi, la speri. Te lo dico perché i suicidi hanno una disperazione diversa dalla tua e un dolore innominabile (e tu invece ne parli diffusamente), perché nel loro approfondire si trovano di fronte alla morte come negazione del dolore di vivere. Ma la loro ricerca non è la tua, non hanno più spiragli e neppure voglia d’essere capiti. E’ una solitudine estrema dove qualsiasi presenza diventa eccessiva, con una comunicazione che neppure parla e resta la sola presenza. Ma non sono assenti, si interessano, hanno amore, i suicidi, solo che non c’è più speranza e neppure  desiderio d’essere commiserati, anzi è proprio il contrario e quando non desiderano più essere amati hanno varcato la soglia.

Tu puoi farcela, ma ora come un tempo dipende da te, dal tuo sorriso, dalla capacità di non accettare quella che sembra essere una condanna e non lo è, non è il tempo che ti toglie vita, ma sei tu che te la togli. Lo so che è difficile, ma non sei sola se superi il confine del dolore, prova a pensarci.

p.s. lo so che non leggerai, potresti dirmi, ma allora che scrivi a fare? Quello che ho scritto te l’ho detto a voce, magari le parole non sono state le stesse, è passato tempo, però le ho ripetute. Non ho nessuna verità né qui, né su altro, ma ciò che ti imprigiona l’ho visto altrove. Non era lo stesso, però era sovrapponibile e questo mi convince che non sei solo tu ad essere così. Altri stanno meglio, altri restano nel dolore, ma non vale per tutti,  e sarebbe bello che tu facessi un altro tentativo. E poi un altro ancora, caparbiamente, fino ad aver ragione. La tua non la mia, ovviamente.

narcisetto

Mi ripeto che il narcisismo c’entra molto, che la tentazione di mostrare il proprio lato migliore diventa naturale, che non c’è obbligo di completezza e quindi di verità. Del resto questa cosa è stata esaminata, e risolta, nei romanzi, nei saggi, persino negli articoli scientifici è stata risolta. Ovvero occupiamoci dell’oggetto, dello specifico, del rilevante e diamo per scontato il resto, che magari quello non interessa oppure fa parte del vissuto di ciascuno. Non ci assomigliamo forse tutti? 

Sarà per questo che viene naturale l’elegia, il tono enfatico, l’esperienza assolutizzata. Però, se penso a me, mica sono solo questa immagine di un pezzo di vita; ho una storia, parecchi anni, esperienze sbagliate ed errori voluti e subiti. Non sono solo i mipiace, ma anche la parte che non piace. E che faccio, la seppellisco sotto il tappeto? E’ parte importante di me, e anche se questo è il luogo dell’alias, della libertà al dover essere, anzi proprio per questo è importante, perché è ciò che sono. Così mi dico, meglio mettere anche il resto che non è solo contemplazione, mettiamo anche qualche macula, una defaillance che altrove non si mostra. Mettiamoci quelle parti della vita che sono state importanti davvero, anche quelle meno popolari adesso, ma senza esagerare con i ricordi. Lasciamo la foto sfuocata se è quella che è in testa e fatta al volo. Come non mi piacciono i professionisti della malinconia, non mi piacciono gli abitini sempre da festa, i troppo vestiti per benino. E meglio essere interi con i vestiti rattoppati piuttosto che senza qualche pezzo con i vestiti belli. Nessun intento moralistico, parto da me, da quello che scrivo, anche se non tralascio lati meno popolari, quindi è una semplice costatazione e un bisogno serale di verità.

Però sono fortunato, a volte m’imbatto in persone che mostrano anche il lato con le toppe e devo dire che mi prende una grande voglia di ringraziare, perché l’umanità è un dono così com’è, può piacere o meno, ma se è intera il dono è doppio.

provinciali

L’unica città che assomiglia alle grandi città americane in Italia, è Milano, il resto, nel nostro Paese, è altro.

Spesso ciò che non si conosce si immagina, ma questo non impedisce di viverlo, così il mito dell’occidente è il fare. Il fare come essere, il muoversi continuo, il rispondere ad una legge più alta che è il mercato e che si muove sul principio depurato calvinisticamente, del piacere. Quindi non il benessere, la “roba”, ma quella cosa estremamente dinamica, che fa coincidere il successo personale con il movimento e la perenne innovazione. Un’interpretazione dinamica della  Grazia ad uso dei nuovi atei religiosi devoti alla finanza.

Credo che da questo derivi lo stereotipo del movimento come progresso e crescita: fare, essere, coincidere con la modernità.

A questo si contrappone la provincia, sempre un po’ assonnata come i rettili al sole, con la capacità disincantata di lasciar accadere, di lasciar andare, tanto, prima o poi ci si ritroverà. Ma non nelle luci ossessive della città, piuttosto nella stanchezza dopo la corsa, nella riflessione che accompagna la pausa e nelle domande che ne conseguono, finalmente non represse.

I provinciali vanno in città, ne sono affascinati, sentono il ribollire delle occasioni. A volte si fermano, magari ricreando il borgo attraverso le amicizie, le abitudini, chiudendosi in un sottoinsieme di città che li faccia sentire meno soli, altre volte non ce la fanno proprio, ne sono rigettati e tornano sconfitti. Nella città, i provinciali, trovano qualcosa che li tiene e li estrania. In fondo, loro, hanno una storia , una stratificazione di vissuti, di percorsi fisici, e mentre la città è immemore, si sovrappone cancellandosi, loro, hanno immobilità del ricordo che il movimento non avrà mai. Ecco perché i provinciali nella grande città diventano pensierosi: manca loro un pezzo, che non è il passato codificato nei libri, ma è proprio il ricordo della loro storia.  E quando restano, possono anche correre una vita col sogno di fermarsi, ri abitare luoghi che intersecano vite, non solo storie di condominio, sognare la semplificazione del verde, della campagna, del piccolo spazio per sé, magari riprodotto in città.

Ma questi, di cui parlo, sono i provinciali, gli altri, quelli adeguati nella città che corre, vivono, sguazzano, non si pongono domande che generano desideri statici. Vedono la vita come agglomerato competitivo di vite, consumano il tempo, e si nutrono di luce e calore, non come i provinciali che hanno città grigie, strade semi deserte la notte e buio fuori delle case.

C’è chi ama la luce e il colore di notte e non lo vede di giorno, chi vive con il buio e chi non lo sopporta. Perché anche il buio è statico, è il passato, e rallenta, il buio, anche nel far l’amore. Ecco un’altra differenza, per i provinciali, il buio esiste e a volte è un abbraccio, non solo una minaccia da spingere fuori dei propri occhi.

p.s. La rapsodia in blu per me è la città come mai era stata descritta.

di calzari, polvere, strade, cuori, cervelli

Mi pesano molto più le cose non fatte che il passato o le occasioni perdute. Credo che se ci guardiamo indietro ci sia un’infinita distesa di abbandoni. Morbidi i più. Persone e cose che ci hanno accompagnato per una parte, piccola o grande, della vita e ora sono parte di noi, incorporati in qualche impercettibile modalità di essere, in un trasalire oppure nel fermarsi davanti a qualcosa che abbiamo conosciuto. Se restano gli affetti importanti, i pochi amori (sono convinto che l’amore che sconvolge non sia così frequente), che accade del resto che vive con noi silente? Quei legami del passato che di rado emergono e velano gli occhi solo per un attimo, per poi sparire, dispettosi, in un loro posto, non dove li avevamo messi. Legami che hanno tessuto fili insospettabili e tenui per loro conto, e per questo dolcemente inquietanti a noi, che pensavamo di averli definitivamente vissuti. Cose agé, da pomeriggi dei giorni di festa quando la stanchezza del troppo abbatte qualche barriera.

Cose che accadono nei giorni canonici quando si è deciso da molti anni di non fare più il bilancio della vita, ma di andare avanti e accettare i zig zag della rotta. Al più un punto nave, sapendo che neppure quello serve a molto perché l’oceano in cui navighiamo lo creiamo noi e arenarsi o vivere di vento dipende solo da noi. Quello che mi sorprende è avere così tanta compagnia, che non scrive, non manda sms, non ha più un telefono o un indirizzo, mentre invece si susseguono i segnali degli auguri che arrivano, ci sono tracce dappertutto di un mondo coevo in cui vivo. E gli altri, dove saranno, cosa staranno facendo? Chi è stato quello che per un moto d’orgoglio non ha scritto quando ne aveva voglia? Sono stato io o l’altro? La distanza fa capire tante cose, non è perdono è comprensione, un vedere oltre l’emozione di allora. E quando l’emozione è sparita il bene prende il sopravvento, ciò che aveva ferito non ha più cicatrice a cui appellarsi. Quel ricordo non significa nulla se non riconoscere la propria vita, che è importante perché un tempo è stata importante anche per altri, ha sollevato emozione. Ci sono momenti in cui i calci hanno sostituito le carezze, ma mi viene da pensare, nell’inermità del pomeriggio di festa, che le seconde siano state, alla fin fine, più importanti. E che non è un peso cercare la meraviglia del futuro assieme a tutto quello che siamo stati, ma è bello ora, adesso. Così come siamo diventati.