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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

parlando di lavoro

Parlare di lavoro oggi quando esso ci è mutato  tra le mani e la capacità di capirlo costringe a rincorrere i dati più che quello che di esso contengono, è arduo. Anzi confermato la diarchia tra concretezza e realtà raccontata con la conseguenza di astrarre dalla realtà vissuta e rifugiarci in mondi possibili ed economie alternative che che per la loro difficoltà diventano di immane concretezza realizzativa. Bisogna diffidare dalle proposizioni che iniziano con ” sarebbe facile” perché implicano una volontà univoca e collettiva che raramente esiste in natura se non come la conseguenza di catastrofi già avvenute.  Deaglio dice che bisogna partire dal lavoro com’è diventato oggi e su questa realtà esercitare una comprensione e una guida che lo muti o almeno ne attenui gli effetti più impattanti in termini di precarietà. Ad esempio se la competenza di chi lavora nei settori di successo diventa rapidamente obsoleta, bisogna avere percorsi pagati di formazione continua che siano a carico di chi lucra su queste forme di innovazione modale e questa formazione dovrebbe diventare una componente del ciclo lavorativo.

Portare il sostegno a chi perde il lavoro non anticipando la pensionea ridotta o il non lavoro assistito ma avviandolo verso un nuovo lavoro dovrebbe essere la caratteristica assistenziale di questo mercato mutato che non si basa più sul lavoro fisso e la competenza acquisita. Cambiare in questo modo il mercato tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere dalla constatazione che gran parte di esso è ormai concentrato nei servizi e che la manifattura in Italia produce un quarto del PIL concentrandosi in lavorazioni meno complicate, avendo colpevolmente perduto la chimica, la costruzione di treni e di aerei ed ora, quella di auto di massa.
Tutto questo e molto d’altro giustificherebbe una comprensione della situazione in cui versa il lavoro e un intervento da parte dello stato che progetti un nuovo futuro e non lo subisca. Difficile che lo faccia un solo Stato con successo, ma è più semplice se diventa un problema europeo.

Quello di cui non si parla spesso è se il lavoro, anche quando c’è, sia sufficiente nella sua retribuzione per assicurare un’ esistenza libera e decorosa. Oggi questo non avviene, se non in parte,e segmenta la parte più attiva della popolazione tra chi ha troppo (una minoranza)h e chi ha troppo poco.
Troppo o poco rispetto a una società che impone livelli di consumo insostenibili per l’ambiente e per chi acquista, funzionali a una produzione globalizzata che comunque retribuisce troppo poco gran parte del lavoro che impiega impedendogli di acquistare ciò che produce. Una via d’uscita sarebbe quella di aumentare costantemente il valore intrinseco di ciò che si produce attraverso la ricerca e l’innovazione, ma questo è il settore in cui l’Italia spende meno. Altra consapevolezza da acquisire sarebbe quella che il lavoro senza limite, a cui viene soggetto chi ha un contratto precario e non solo, isola ulteriormente la persona dal contesto lavorativo e sociale. Questi non diviene parte di un gruppo che produce qualcosa di cui sentirsi protagonista ma è solo un fornitore senza identità collettiva. Questa parcellizzazione della persona, che segue le tante altre presenti nella società della realtà digitale, impedisce una crescita comune.

Si guarda il PIL ovvero quanti beni e servizi vengono prodotti ma non la società che li produce e così una nazione di schiavi potrebbe avere un pil elevato ma nessun diritto per chi lo ha prodotto. Ebbene una nazione di schiavi ha ancora la possibilità di un senso collettivo dell’identità derivante da una funzione comune, può socializzare l’ingiustizia e il sopruso e ribellarsi, una nazione di individui virtualmente liberi, in competizione tra loro, con retribuzioni al limite della sopravvivenza non percepisce più l’ingiustizia come fatto collettivo, anzi la ingloba nella percezione normale della realtà. Questo è il campo in cui un nuovo umanesimo dovrebbe esercitarsi e generare una visione perseguibile di cambiamento.

tout les matins (du monde)

Stamattina passavano rade persone con l’ombrello e procedevano a passi misurati lungo la salita che porta  al paese. Le vedevo dalle finestre, nel caldo pigro della casa che si riempiva di profumi mattutini. Il caffè, il pane che tostava si mescolava ai tempi lenti del risveglio, del rimettere in ordine le priorità e i piccoli piaceri che accompagnano l’assenza di un programma che non sia lo star bene con sé.
Da fuori veniva il profumo di bagnato dell’erba del prato. La finestra era aperta quel tanto che bastava a cambiar l’aria della notte, far uscire i sogni grevi, e sferzare piacevolmente la pigrizia del ridare dei tempi alle azioni, alle cose. Lo sguardo, in quel vedere senza intenzione era attratto dalle nubi indaffarate dal vento, ma con compiacenza, come se il loro andare piacevole avesse bisogno del mio permesso. È sciocco, me ne rendo conto, ma quante volte pensiamo che la natura ci ascolti e dialoghi con noi con le nostre parole. Avevo un gesto della mano, me ne sono accorto, che accompagnava il moto, ritmando una melodia ed esitando per la loro bellezza. Era il trattenere che ci prende quando si ha timore di carezzare ciò che ci piace troppo, erano mutevoli e belle nel loro incrociarsi, cambiare sfumatura, aprire squarci improvvisi. Mi sarebbe piaciuto le avessi viste con me.
Qui il cielo riserva sorprese, non sta mai fermo. Neppure quando è totalmente azzurro il cielo smette di parlare, perché accompagna lo sguardo su cose e colori che prima erano nascosti per loro conto. È strana questa vita delle cose che si animano solo a volte, e allora hanno una loro presenza, come attendessero un’attenzione non distratta da altro. Chiedono uno sguardo che ne veda la singolare identità. Sembrano dire che nulla si confonde davvero, lo sfondo è solo un limite dell’occhio, mentre tutto vive in una distesa che non finisce e sono i particolari che contano, che costruiscono, con certosina pazienza, l’insieme. Le cose sono vite apparentemente inanimate dentro una vita più grande, come le nostre quando mettiamo assieme un progetto che comprende molto d’altro oltre noi, ma qual’è il progetto delle cose che mescolano ciò che fa l’uomo con ciò che esiste e ne ricavano un senso nuovo?
Credo ci sia una sorta di superiorità, di indifferenza di ciò che consideriamo oggetti e che qualsiasi cosa facciamo loro, poi loro saranno ancora presenti, vantando un dominio del tempo che non ci appartiene.
Questo pensavo, assieme ai sogni strani della notte, all’emergere di quell’inconscio così ricco di scritture arcane, di simboli e nessi che per pudore e timore il giorno cancella, ma che resta in attesa, come il diavolo al crocicchio del sonno. Meglio non pensarci, dicevo tra me, e intanto guardavo.
Avresti dovuto vedere come le nubi si rincorrevano in alto, mentre quelle basse eran ferme e si confondevano giocando col suolo. I monti esalavano vapore, con un respiro profondo di terra e di roccia, d’acqua, di licheni, di felci, di bosco ed era una fitta cortina di nebbia che a banchi saliva, ricca di squarci improvvisi. Così il bianco diventava finestra sul verde, sulla roccia e mutava in continuazione, confondendosi con le nubi, avvolgendo e mostrando le cose e gli alberi secondo una distratta voglia d’ essere sipario e spettacolo.
Ci sono momenti in cui s’ avverte intera la propria limitata dimensione, il procedere delle cose secondo leggi che sono a noi sconosciute, l’essere senza importanza quando il contesto diventa grande più dello sguardo. E allora si deve tornare a sé, a quell’identità fatta di troppe abitudini, alterigie inutili e debolezze inconfessabili che ci siamo con fatica costruiti e di cui abbiamo perso precisa nozione. Siamo il gesto del momento, il sentimento che dura, la voglia che avvampa e quello stratificare di cose apprese e poi collegate in una percezione d’esserci davvero, ma davvero chi siamo e quale sia il nostro posto felice possiamo solo approssimarlo. Di questo ti avrei parlato, che era insieme consapevolezza, desiderio e paura, perché il non lasciarsi andare al tutto e all’amore che esso promette, comprende una volontà di dominio, che è presunzione. E come tutte le presunzioni sbaglia, capisce ciò che vuole ma soprattutto chiede. La sicurezza di un abbraccio, l’amore che non dubita, la sensazione che non si è soli. Anche dopo la notte, i sogni segreti, il giorno che inizia e per suo conto procede coinvolgendoci, non si sa né come né quanto, nella gloria e fatica del fare, si vorrebbe non essere soli.

schiuma d’onda

S’arrivava a sera senza sapere il nome del giorno,
e il successivo sarebbe stato migliore, diverso, mai eguale,
con i sensi sempre irti a captare
ogni umore, pensiero o stanchezza.
Tornar presto era esser sconfitti,
perché qualcosa di meglio si sarebbe perduto,
non noi noi, certo,
non interi, ma un pezzo del nostro unico tempo.
Una notte, scoprii per caso,
è crudele il caso perché mai mente
e non copre di glassa e parole la realtà,
quella notte il caso era in forma,
così mise in fila ordinate parole innocenti,
nessuna tagliava ciò che sembrava essere stato,
eppure alla fine il risultato era quello.
D’improvviso l’estate sfumava,
restava il sole, il bruno corpo, le letture furiose,
e anche il giorno tornava ad avere un nome,
ma il resto era evaporato
in quella striscia di luce
dove l’acqua confondeva l’orizzonte
ed io ero schiuma d’onda
che sulla riva si stende.

via da noi con noi

Un caffè di troppo,
l’ultimo sempre eccede,
così il passo s’allunga,
e la mano stringe troppo il volante.
Nell’impazienza del semaforo,
chi ci precede nella coda, rallenta,
non si capisce il motivo,
forse un pensiero, qualcosa che vorrebbe tornare,
e i secondi s’accorciano nella nostra impazienza,
nell’essere già altrove..
Perché ci lasciamo accadere tutto questo,
vivendo vite senza traccia,
la fretta non lascia, né sugo né ricordo.
C’è stato un tempo bambino
in cui lenta e pensata era la vita,
e così bella,
eppure non ce ne siamo accorti,
anche ora accade, mentre fugge
via da noi con noi.

ghetto

 

 

In questi portici, saranno 500 anni ormai,
abitava la giovane ebrea,
la pelle bruna di Spagna,
il bel viso dagli occhi profondi
d’azzurro verde che solo l’oceano possiede.
Nel sabato stava immota nel rito, e
aspettando che la luce scemasse,
ascoltava del mercato vicino i suoni:
voci di vino cattivo e risate gentili.
Pensava ai richiami della Torah,
al cantico dell’amor profano divenuto sacro,
nel suo corpo specchiato
e frenato
dal composto incedere.
Al celare la sfrenata voglia d’allegria,
il perdifiato correre,
nell’amore non ancor detto,
custodito, fragile, d’attenzione riempito,
già definitivamente amato.

sordità lievi e profonde

Il mio udito l’ho dissipato senza pensarci molto negli ambienti di lavoro. Non tutto  l’udito, ma le frequenze medie ossia quelle tra i 4000 e i 5000 hz hanno un discreto baratro che si allarga. Si sarebbe potuta ottenere una pensione, forse, ma avrebbero dovuto pensionarci tutti perché tutti vivevamo 8  ore al giorno in piccoli ambienti con 80 db di rumore. Eppure da noi si frequentava il nuovo, le tecnologie di punta, però erano gli albori di un’informatica, meccanica e rumorosa, dalle perforatrici alle stampanti che allora era meraviglia oggi preistoria.

Ci si riusciva a concentrare, incuranti dei rumori, cercando un baco del programma nei tabulati, poggiati su una memoria di massa che vibrava. Una pignatta di 7 o 9 dischi sovrapposti che ruotava ad alta velocità e si faceva accarezzare dalle testine che leggevano tracce magnetiche e forse si facevano il solletico con il loro muoversi preciso. Come una mano che sfiorava  la  pelle, ne uscivano brividi e dati  che si sarebbero riconbinati dentro una macchina grande come un armadio 4 stagioni. Ma intanto noi leggevamo immersi in vibrazioni e rumore, a volte distratti e presi dal fascino in quelle luci colorate che lampeggiavano testimoniando flussi.  Una circolazione senza sangue avveniva intorno a noi, ricca di vita strana, di azioni, di prodotti finali puntuali e preziosi.
Dalle perforatrici alle stampanti ad aghi o a tamburo c’era una filiera in cui l’uomo contava e al tempo stesso era a servizio. Sacerdoti con riti e dogmi e forse questo essere parte di qualcosa che nasceva non faceva badare troppo al rumore.
L’ esame audiometrico e il tendere l’orecchio confermava quelle piccole carenze, poi c’era il ripetere le parole, l’influenza crescente del rumore di fondo sull’intelleggibilità di una conversazione, di una jam session in ambienti piccoli e rumorosi. I concerti li sentivo bene, anche adesso li sento senza problemi, ma era il sovrapporsi dei piani sonori che diventava più arduo separare. Passavano gli anni e alle dissipazioni venivano aggiunti insulti. Uno, ma non fu l’unico, lo portò una compagnia aerea che pressurizzava malamente la cabina: sbarcai con un dolore che non passava, era notte, un antidolorifico, c’era un filo di sangue sul cuscino al risveglio e un timpano se n’era andato. L’altro timpano decise di seguirlo in un viaggio successivo. Viaggiavo molto a quel tempo, tanti aerei e non sempre al massimo dell’efficienza. Fare causa, chiedere il danno? Troppo complicato e non c’era tempo.

Il medico mi ha detto che devo accertare cosa se n’è andato, che la sordità isola rende più soli. Non so se sia vero, in fondo un po’ di solitudine per esercitare meglio i sensi, l’ho sempre cercata. È la complessità che isola, l’incapacità di avere una relazione col mondo perché non lo si capisce più, ma a me interessa ancora molto chi mi è prossimo. E anche chi mi è lontano. A volte vorrei capire le ragioni profonde di ciò che mi appare irrazionale, crudele, inumano, oppure vorrei penetrare negli sguardi, nei pensieri che sento attorno e che si caricano di emozioni frustrate. La gioia è semplice da capire, anche il dolore lo è, molto più difficile capire l’indifferenza. Credo che questa si sia insinuata nei meccanismi, nella tecnologia, nei rapporti e che renda tutto più complesso, inafferrabile. È un rumore di fondo che rende sordo il cuore e l’intelligenza e viviamo immersi in esso.

La sordità deil’udito si cura, così la miopia o altro ma la sordità dell’intelligenza o la miopia di essa sembra non abbiano ausili, dipendono da noi e questo noi che diventa difficile rende davvero solo. Lo devo dire al dottore, che è questa la disfunzione su cui riflettere e agire.

quasi l’alba

Dalla finestra aperta è arrivato l’alito leggero dell’oscurità profonda, ora accarezza la pelle, mentre i rumori si sciolgono nell’ultimo scoppio di voci, nella risata che si sospende e guarda attorno indecisa sino a spegnersi. Nel  vicolo, sussurri e scalpicciare di passi che s’allontanano verso l’alba.

Silenzio ora, in casa, sotto e vicino.  Appena lontano, la penultima auto passa, passanti e senza dimora, pur rarefatti, manifestano la presenza nel corso, ma tutto avviene con lunghi intervalli di gonfio silenzio e il tempo sembra davvero infinito.

Nelle notti d’attesa, basta decidere che dormire non è poi così necessario, che il corpo ha i suoi tempi e sa tutto. Basta decidere che altre realtà sono presenti oltre la nostra, fatta d’abitudini e paure di stanchezza. Basta decidere e tranquillizzarsi che il tempo c’investirà e noi siamo roccia che si bagna oppure, trascinato sasso che s’arrotonda. Basta decidere e accarezzare i sogni nel dormiveglia, fino a mattina.

notte romana

Fuori si sentono le voci notturne, qualcuno litiga, un bimbo piange molto spesso, un cane abbaia al caldo con la stanchezza paziente degli animali. Dalla strada giungono accordi di chitarra, immagino seduto sul balcone, il ragazzo del piano terra, quello che ha le imposte sempre chiuse, ma stanotte prova una chitarra e parlotta con una ragazza. Rumori e voci. Ogni tanto passa un aereo che decolla da Ciampino, sirene e voci dai balconi, all’interno le case aprono piazze d’aria immobile. Poco distante, si vede il condominio, dove abita la famiglia Cucchi. Penso che quel ragazzo quando era a casa sentiva gli stessi suoni, soffriva lo stesso caldo,  dovremmo essere più vicini agli altri che condividono con noi l’aria, le strade, il bar dove la mattina si scambiano parole e si beve un caffè. Se non fosse stato per la sorella di quella persona, uccisa da una furia cieca, non si sarebbe visto l’uomo ma i suoi problemi. Sarebbe stato etichettato e subito scomparso nei gorghi dell’indifferenza. Eppure era una persona che passava per queste strade, portava e mostrava la fatica di vivere. Non vediamo umana l’eccezione e questo ci perde tutti.

Volevo parlarti delle sensazioni, che provo in questi giorni romani. Sono luoghi che mi pare un po’ di conoscere, ma io sono un foresto, uno straniero, come si dice dalle mie parti. La mia cantilena mi tradisce anche quando parlo in italiano.

Stasera sono andato a vedere l’inaugurazione di un archivio dei movimenti a Roma, di fatto l’autonomia romana. Guardavo i manifesti, la radicalità di molte parole e le persone attorno, molti avevano la mia età ma c’erano anche molti giovani. Chissà come vedono ora la situazione. Noi eravamo un obiettivo di autonomia, ricordi? Le telefonate in piena notte per sapere se eri a casa, le minacce dirette, le parole inutili e cattive di quella ragazza che poi ho scoperto che s’era innamorata di me e io non me m’ero accorto. È stato un attraversare gli anni della giovinezza, per fortuna senza odio. Non l’ho mai provato. Stupore quello sì e pure spesso perché non capivo.

Stasera mi incuriosivano le storie parallele dei miei coetanei. Chissà che avevano fatto nella vita. Non erano male in arnese, curati, vestiti sempre un po’ fuori fase ma non sembrava avessero problemi. Abbracci, ricordi tra loro, il vino nei bicchieri di plastica e qualcuno che tagliava il pane e il salame. Il posto non è male e credo sia importante che resti memoria di quanto è accaduto. Anche per noi che eravamo considerati dall’altra parte. Chi parlerà di noi, delle fatiche e della mediocrità nel non aver saputo realizzare i sogni? Credo ormai nessuno perché il tempo vira verso un nuovo che non ci comprende, come non comprende i devianti, i controcorrente, i tanti che non hanno tutela. Però il noi l’avevamo in comune forse ora l’abbiamo perso entrambi.
Penso poco in questi giorni di calore furioso. Aspetto la notte, come fanno tutti, stasera il tramonto alitava calore e il cielo era grigio azzurro, con qualche venatura di rosa. Un cielo da polvere senza vento. Siamo in una cupola di calore e il sudore sale al cielo, un sudore triste, senza riposo. Manca quel venticello che spostando l’aria sembra scollare gli abiti dalla pelle e scartoccia i pensieri dai circoli viziosi.
Credo che molti non capiscano la correlazione tra questa calura che fiacca pensieri e corpo con quanto sta avvenendo al pianeta in conseguenza dell’attività  umana. Questo non essere coinvolti e l’indifferenza, pervadono la convinzione che tutto ciò non ci riguardi. Si attende che passi e intanto si cerca una difesa per il disagio. Questo è un altro effetto del noi che si dissolve in un non-io senza altri appigli che l’ attendere.
Bevo molta acqua ma non serve, vorrei gli anni forti di sole e di scelte, ora c’è solo calura e ci si preoccupa sui giornali per il vino che verrà. Dovrei chiederti se era questo il mondo che abbiamo sognato ma sarebbe troppo facile. Tu, io, cosa sognamo in questa notte in cui una nave con dei profughi entra in un porto e il.problema non sono gli uomini ma il nome che gli hanno appiccicato?

non sopporti il caldo

Per qualche anno avevi avuto come vicino un muratore. Era più giovane di te, una persona generosa, senza pensieri non necessari. D’estate tornava a casa la sera disfatto dal calore. D’estate si fanno i tetti e cinque litri d’acqua non bastavano per placare la sete. Era una abbronzatura assoluta, senza olio né creme dopo il primo giorno. Con le mani che maneggiavano malta era impossibile avere cura di sé. Lo vedevi che bruciava pelle e anni, invecchiava e ti raggiungeva. Lo hai incontrato qualche mese fa, ormai in pensione, gonfio di cortisone, il viso paonazzo, tormentato dai dolori alle mani e alla colonna vertebrale. Con te è stato cortese come sempre, ti ha parlato dei tempi andati, dei bei momenti passati insieme, quando eravate giovani entrambi e ora poveri vecchi. Anzi lui era un povero vecchio con 15 anni meno di te, mentre tu ancora …
C’è chi può seguire il suo equilibrio, che può fuggire il caldo d’estate o cercarlo per un rapporto con la propria idea di benessere e chi non può farlo. Non serve che tu rinunci a te stesso ma hai la vista per vedere e la testa per capire, ciò che ti accade attorno non è solo fortuna o la parte giusta del mondo, ma opportunità distribuite in modo ineguale. C’è chi può scegliere, gli altri subiscono. Pensaci un poco, non stare male, ma non permettere a nessuno di dire che questo è giusto.

persone singolari e plurali

Molto si dice in prima persona, un’assunzione insistente per un io ipertrofico che si convince di verità in corso d’opera. La terza persona consente di vedersi in azione, è un distacco necessario per ristabilire i pesi reali di quello che ci angustia oppure della fretta del decidere. Cosa, come, perché dovrei fare. Per la seconda persona basta lo specchio, reale o virtuale. Il parlarsi, conoscendosi quel tanto che solo chi ha avuto la nostra confidenza, ha potuto apprezzare e a volte sopportare. C’è misericordia e comprensione nello specchio, oserei dire che nella sua impietosità, è amico e generatore di speranza. Ci concede sempre un’altra possibilità, ha il domani tra le cose che regala assieme ai giudizi temporanei. Sì, un buon specchio ci può aiutare assai. Anche a vedere conoscenze che lasciano perplessi. Io che ci faccio qui, si trasforma in tu cosa ci trovi in questo restare?
Per raccontarsi, meglio la terza persona, anche per capire quanto gli altri entrino nelle nostre vite, le modifichino per i loro limiti, impongano condizioni. Capisco le tue necessità, mi adatto perché sei importante, ma non dovrei accondiscendere. Accondiscendere toglie progressivamente qualcosa, spolpa le relazioni, finché resta lo scheletro e allora si capisce che non si è scesi ma si è scivolati via. Un toboga che disperde piccoli sorrisi per la velocità e non torna indietro, allontana e colloca nel ricordo.

Che sia questo uno dei sensi del tempo? Cioè quello dell’usare la seconda persona singolare per mettere ordine tra presente, passato e soprattutto futuro? Tu che futuro vuoi? Quello immutabile che cristallizza nei limiti tracciati oppure un futuro che trovi strade nuove, che dilaghi in cerca di un mare senza argini? L’io ipertrofico queste domande non se le pone, ha già tutte le risposte dentro: esisto e il resto viene di conseguenza.
Oscillare tra la seconda e la terza persona, comprende il plurale, include l’altro e di quest’altro, assieme a noi, bisogna fare conto, essere sinceri nel dire ciò che ci spinge avanti. Cosa sia questo procedere lo specchio lo racconta, sono i desideri, le passioni, il farsi e disfarsi dell’amore e quella ricerca, che tutto comprende e che si riassume in una affermazione:

sono bastevole eppure insoddisfatto cresco,
sento che tu ci sei e corri,
anche a me incontro,
e condividi,
mai soli, instancabilmente mutevoli, siamo.