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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

limitare

Limitare i sentimenti, deviarli, portarli in un angolo dove possano essere maneggiati. Racconta la psicoanalisi che il bisogno e la sua soddisfazione recingono i sentimenti in un luogo accessibile e ripetibile. I sentimenti tendono a dissociarsi dal desiderio e legarsi prevalentemente ai bisogni. È la gestione omeostatica dei sentimenti, che esclude l’imprevisto dell’eros. 

È tutto così maledettamente complicato, interconnesso. Ci mancava la dimostrazione che gli atomi gemelli risentono del cambiamento dell’uno e dell’altro, indipendentemente dalla distanza che li separa. Entanglement si chiama e non è un fenomeno ma una proprietà: che esista un’anima della fisica?

E quella degli umani, che solo a fatica sentono, che guardano minacciosi altri umani dietro un filo spinato, dove la collochiamo?

Limitare, confinare, sperare che arrivi da dentro un salvatore. Uno che ci conosce oltre il conosciuto, che sa dove iniziamo davvero..

Michele Strogoff quando viene accecato con il ferro incandescente piange, non trattiene la paura e salva la capacità di vedere. Chi si lascia andare all’emozione, chi non vuole dimostrare nulla e accetta la propria natura, ciò che sente, conserva lo sguardo.

È questo il pericolo maggiore che si corre nel voler ricondurre tutto al compatibile: la cecità.

Sul limitare, sulla soglia c’è il passaggio, il pericolo di cadere, l’inconosciuto. Nel superare la soglia il rischio del mutare, dell’essere mutati, di superare la nostalgia dell’innocenza, di andare oltre in una nuova sconosciuta innocenza.

different posted on willyco.blog 28 ottobre 2016

tempeste e ordine

Le manovre finanziarie passano, s’accumulano, come i debiti d’usura mai si estinguono. Un tempo era l’usuraio benefattore che se non prestava a strozzo la vita, gli uomini lo risparmiavano, ma neppure lui dava del suo e soprattutto nei conti in ordine, nel mastro segreto, sotto file di cifre c’era un totale. Era la vita che s’accumulava del disordine e della difficoltà d’altre vite: lucrava sulla sfortuna e gli errori naturali del vivere.

Ma nessuno di questi errori aveva l’ordine della risacca, il mutare preciso del vento, neppure il rivolgere e neppure il togliere di sabbia per mostrare la miseria sottostante aveva. Non c’era in nessun conto se non la pretesa, ché in questi casi è offesa, d’essere uguali nel totale e indistinti nella somma, cosicché nulla e nessuno, prima o poi, s’ instillava nelle menti. Diceva sussurrando: sarà forza di natura che arrovescia e stravolge l’ordine nell’eseguire i compiti di bilancio. Non sapeva che i bilanci servono alle aziende e non alle vite. Doveva essere miseria che accumula miseria e disordine sociale che prendeva nome di diseguaglianza crescente.

Lasciamo fare alla natura e chi naviga conosce il riparo, casomai insegni a chi ne è avvertito, il modo di riportare le cose a misura d’uomo e di giustizia sociale, il resto verrà da sé.

ciò che spande il vento

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La vita sta mutando, l’assecondo e l’accarezzo come il pelo d’un gatto. Il caso poi porta in giro, muta direzione. E’ vento, spinge, accelera, dona nuove prospettive, amicizie, interessi, rallenta. Capisco che tutto ruota sulla gestione del tempo, e che questa sta mutando. Lavoro sulle abitudini perché muti. Adesso è più facile accorgersi delle cose che imprigionano, cerco la libertà da esse. Per quanto possibile. Capisco che quello che ho è importante. Anche questo ha bisogno di un’educazione al vedere. Forse è questa consapevolezza che rallenta, vorrebbe riflettere e assaporare tutto per farne presente e ricordo. Assieme. E’ quasi un curriculum che muta, cerco di assumermi. Non ho gusti facili. 

novembre, 7, mattina

E’ entrata una luce bianca,

ha sollevato lo sguardo

e l’ha perso, prima sul muro, poi verso il cielo.

E’ accaduto un momento prima

che un raggio illuminasse il legno del pavimento, 

la gamba, 

il braccio,

il cuore

e che poi la testa si riempisse di quell’azzurro, 

improvviso,

tra le nubi diventate sfondo.

Una ventata nel cielo e non era più novembre,

solo la vita che spandeva, lieta e libera di sé,

senza tempo. 

Posted on willyco.blog 7 novembre 2013

venti lettere mai spedite

Questa lettera, che qualcuno leggerà, fa parte del progetto di libro che sto scrivendo. e questa premessa comparirà solo questa volta. Da tempo sento che i miei interessi nello scrivere hanno bisogno di mutare e tra la carta e il blog c’è certamente un’altra via da capire e percorrere.

( In realtà, nel frattempo, questo libro è stato scritto e disperso all’interno di questo e altri blog, ma senza quella cucitura di storia che poteva renderlo quancosa di meno frammentario. Eppure mi sono accorto che, la vita nella sua continuità apparente, si alimenta di lampi, osservazioni, frammenti che poi innesta in una storia a più voci. Mettere assieme il tutto, in un prima e un dopo sarà un prossimo impegno.)

Si crede, e fa comodo crederlo ma non è vero, che il tradimento sia l’essere un altro da sé, ma molto simile e generante una sorta di perversione dell’io. Uno scegliere che violenta la propria natura per perseguire qualcosa che la muta in peggio. Spesso, invece, esso è il comporre il desiderio con una diversa concezione della vita che ci riguarda così tanto da essere alternativa a quella posseduta. Non sto per tessere un elogio del tradimento e neppure voglio negarne la valenza distruttiva, la tesi che vorrei discutere con te è che ci sia comunque una fuga nel tradimento e che chi tradisce stia cercando qualcosa che non trova nel suo vivere. In subordine, ma ne parleremo un’altra volta sostengo che la fuga sia una delle tre sostanziali condizioni in cui le vite si esprimono.

Ricerca e fuga spesso si sovrappongono, poi nell’essere interpretate risentono dalla natura e dell’educazione di chi le compie. Chi sfarfalla è differente dall’introspettivo, chi si pone domande e dubbi, è differente da chi si aggrappa a certezze immanenti e da queste trae giustificazione. Anche l’età pesa nelle scelte e quante volte il tradire è una fuga dalla responsabilità acquisita, l’illusorio ritorno a una condizione in cui il possibile non è così determinato e solido Per convenienza o bontà, comunque molto viene perdonato e le storie anziché biforcare restano in un alveo più largo che le rende compatibili. Con l’accumularsi degli anni, poi le scelte si ossificano in percorsi che hanno canoni più sociali che personali: Da una persona ci si aspetta che si comporti in un certo modo, perché questo non turba un ordine comune, e solo quello comporta un giudizio positivo, un’approvazione sociale. 

È il lemma tradire che fuorvia, si dovrebbe applicare dopo aver conosciuto fatti e circostanze, invece è semplice usarlo e già contiene un giudizio inappellabile. Ma la considerazione generale sembra ormai restringersi ad ambiti più ristretti di un tempo, quello sentimentale e quello intellettuale, ad esempio.  È scomparso il nemico della patria, così caro finché ci sono state guerre e patrie definite, non c’è più il tradimento commerciale e sta impallidendo la proprietà intellettuale perché con i nuovi mezzi, copiare e rielaborare sembra diventato più facile che esprimere la propria originalità. Che ne dici, ad esempio, del continuo espungere citazioni da contesti, vantare associazioni di testi o altri pezzi di media che diventano un collage indistinguibile e che oltre a essere apparentemente nuovi tradiscono l’originale eclissandolo ad altro. Non parliamo della politica dove il cambio di casacca, la violazione continua di promesse, il dire una cosa e poi il suo contrario, testimonia l’assenza di ideali e di progetti che non siano quello personale. Ogni qualvolta sento dire che solo gli stupidi non cambiano mai idea penso che ancora una volta la citazione è tradita e usata per giustificare altro. Mi convinceva molto di più Berlinguer quando affermava che non aveva tradito gli ideali della giovinezza, e lo diceva pur leggendo un mondo che mutava, aveva cioè enucleato il sé che coincideva con l’identità e da questo non derogava perché non sarebbe stato più se stesso. Però se pensi alla scarsa consistenza e coerenza tra programmi e azione che oggi circola in ambito partitico allora capisci che non Lui, ma un’intera generazione ha derubricato gli ideali a parti negoziabili o semplici ubbie giovanili.

Insomma il tradimento sembra si sia ridotto a una questione sentimentale e a qualche giuramento con relativo impegno, o poco più, che ha rilevanza penale, ma il resto fa parte di altri ambiti che si sanano con facilità e non comportano particolari cambiamenti di vita. Il mutare azienda ad esempio, viene considerato un commercio lecito di competenza anche quando si portano appresso segreti industriali che è ben difficile arginare in un nuovo contesto. Pensa che quando dicevo di essere aziendalista, ovvero fedele all’azienda pubblica prima che a un mandato politico di un socio, venivo prima guardato con sospetto e poi messo da parte come inaffidabile dalla stessa politica.. Eppure a me sembrava che questo fosse l’ambito del lecito e che l’illecito, ovvero il tradire, fosse nel fare qualcosa che potesse impedire la crescita o addirittura nuocere all’azienda in cui ero amministratore per acconsentire a una pressione politica.

Ma questo era solo un inciso personale, ti dicevo invece, che a mio avviso, il cosiddetto tradimento è in realtà assimilabile a una fuga verso un sé e che in questo contesto andrebbe analizzato. Quello che penso è che la condizione abituale in cui ci muoviamo sia quella tra l’immagine che l’individuo offre e quella che viene proposta come paradigma di felicità individuale. Il sentire sociale (e commerciale) vorrebbe che ci fosse coincidenza tra un ordine che garantisca la prevedibilità delle persone e la loro completa realizzazione con quanto dall’esterno viene loro offerto. Molte cose si fanno per comodità e non per convinzione, altrettante sono soggette a valutazioni di tipo economico/sociale e diventano difficili da mantenere, in quanto generano precarietà individuale o familiare. Anche dal punto di vista delle idee, la cosiddetta libertà è spesso ossequio a circuiti di convenienza in grado di determinare se una novità sia o meno “produttiva” e quindi accettabile. Non si spiegherebbe altrimenti il perché lo star system si applichi dall’arte sino ai modi di vita e si accetti supinamente il teorema della crescita infinita che non si cura di quanto lascia in termini di macerie e di vite piegate al profitto. In val di Susa chi protesta contro l’alta velocità ferroviaria viene considerato dal resto del Paese, fatta salva una minoranza militante, un ottuso che si oppone al progresso, che “tradisce” la crescita, mentre la stessa persona pensa di tradire il luogo in cui abita se permette che passi senza protesta una infrastruttura che violenta luoghi e modalità del vivere.

Ricordi quando andammo in Irpinia dopo il terremoto, ci raccontavano che dopo l’arrivo della Fiat a Grottaminarda, oltre a cambiare gli equilibri politici per le assunzioni, non c’era più un sarto che facesse un abito su misura o mettesse in ordine un vestito, mancava il fornaio, persino il barbiere era andato in fabbrica e per farsi i capelli bisognava prenotarlo, se ne aveva voglia, per i giorni di festa. Il tradimento del tessuto sociale lì c’era stato, pur mascherato da progresso, tanto che ora, che la fabbrica è stata chiusa, mi chiedo cosa ne sia di quei luoghi rimasti senza capacità individuali e senza lavoro. L’ho visto ripetersi questo teorema, in molti luoghi in Italia, nelle cosiddette aree di sviluppo e lì il tradimento è stato collettivo, tanto che adesso la spersonalizzazione è più forte e disperata. Ma questi sono altri tradimenti collettivi.

Il tradimento verso il sé implica un esercizio della libertà e un riconoscimento di ciò che si è. Non è cosa da poco, per questo mi spiace che la parola venga usata indifferentemente per chi si riconosce come non realizzato e cerca altro, e quindi fugge da una condizione di sofferenza cercandone una migliore, e che, con la stessa parola, si definisca con meno frequenza chi viola, tradisce, principi individuali e collettivi. Insomma quello che volevo suggerirti è di non ridurre tutto e tutti, a questioni facilmente risolvibili. L’apparenza inganna perché gli esempi che abbiamo sottomano portano all’individuo e ai suoi obblighi sociali, come se esso non esistesse come persona. Pensa a chi “tradisce” in un rapporto amoroso e fa la scelta di disfare un rapporto, un matrimonio. Se guardiamo i film o leggiamo i romanzi, l’amore sembra giustificare tutto. Quante eroine ed eroi che vengono capiti, giustificati, e suscitano approvazione e partecipazione, nella vita comune verrebbero esecrati. Lo stesso vale in altri ambiti in cui la ricerca del sé è così evidente che la valutazione moralistica si ferma e guarda altrove. Non però nella vita comune dove il giudizio è più semplice della comprensione.

Credo si sia scelto di non investigare troppo su chi tradisce veramente e su chi, invece, cerca la realizzazione di sé, mettendo cose diverse in una categoria sociale facilmente usabile, che consente di discriminare partendo dall’apparenza. Tu sai che non amo troppo chi si giustifica: mi pare più adeguato chi dice la verità, e questa può essere spiacevole, ma è la verità e allora si può capire. Non è necessario condividere, ma almeno capire che chi fugge non sempre è un vigliacco, che cercare di essere se stessi può risultare ben più complicato e doloroso che fingere. Quindi il tema che vorrei discutere con te è il tradimento come fuga verso sé, e quanto questo sia compatibile con le regole che la società ci fornisce, perché, e qui c’è una contraddizione, è la stessa società che predica la felicità individuale, ed emana regole che di fatto la rendono possibile solo se essa è conforme. Qui si apre un tema più largo e riguarda la libertà e la coercizione, ma questa era un’altra di quelle tre caratteristiche di cui ti parlavo. Ci sarà tempo per discuterne.

Posted on Willyco.blog 7 novembre 2017

4 novembre

Pubblicato su willyco.blog 3 novembre 2015

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L’ auto s’inerpica nella sera, le curve si susseguono, i fari illuminano case spente o alberi fitti come palizzate. Gli alberi sono alti e giovani, due guerre hanno eliminato la storia dei boschi antichi e l’immensa distesa che riforniva la Serenissima di pennoni e fasciame per le galee. Per curve ripide, si sale, e il bosco circonda il sasso e l’asfalto, fino alla spianata dei cimiteri, dopo la strada prosegue senza più case. Fino in cima. Qui combatterono a lungo fanti che venivano da regioni lontane rispetto all’altopiano di Asiago. La brigata Liguria perse 2000 uomini in tre giorni, una carneficina, ma tenne l’urto della Strafexpedition. Qui erano loro a resistere e a Castelgomberto, la brigata Sassari. C’è una piccola cappella, che adesso i fari illuminano, poco oltre il cimitero inglese e quello italiano, con i caduti di entrambe le parti.

La strada adesso è più accidentata e ripida, c’è un silenzio che sospende la luce nell’aria, fino alla cima. Dove c’è oggi una malga e un allevamento di maiali, c’era il comando della brigata. La vista sull’altopiano è magnifica. È immerso nelle nubi, con i monti del Trentino a far da sfondo, e il chiarore del tramonto che scema rapidamente. Penso a ciò che vedevano quegli uomini nei pochi momenti di calma: attorno gli alberi spianati dalle artiglierie pesanti, ridotti a moncherini fumanti, le petraie e i prati che scendono a precipizio verso Cesuna.

Non c’è nessuno stasera, anche il finto rifugio illuminato, è vuoto. Torno fuori e guardo la distesa di nubi che scurisce, le prime piccole luci, i segni di vita delle strade. Il silenzio continua. Cosa sentivano i fanti, oltre gli scoppi, gli ordini concitati, i fischi dei projettili in arrivo ? E chi assaliva, gli Alpenkrieg tirolesi, cosa sentivano? L’epoca dei fatti è il maggio 1916, l’Italia non è ancora entrata in guerra con la Germania, il generale Cadorna, pur ripetutamente avvisato di una spedizione in preparazione da parte degli Austriaci, non dà peso alle informazioni dei disertori. Persino agli ufficiali nemici non crede. Poi dal 15 maggio si scatena l’inferno, al solito mancano gli ordini e una chiara visione della battaglia. Viene spesso ordinato di morire per carenza di seconde linee. Così nascono le leggende sul monte Cengio, il salto del granatiere, i suicidi dei volontari trentini o giuliani. Chi viene catturato farà la fine di Battisti e di Filzi. Se la spedizione austriaca riuscisse, sarebbe il disastro, presa Vicenza, poi Padova, Verona, Venezia. Gli austriaci avrebbero la pianura e la guerra vinta. In quei giorni l’altopiano viene evacuato, con la triste sorte degli esuli, portati distante, confinati e guardati con sospetto. Cimbri, todeschi, solo gente di confine, ma visti come possibili nemici: erano donne, adolescenti e bambini, più di 20.000. Agli altri, evacuati dagli austriaci, andò peggio, morirono in tantissimi, per fame, malattie, freddo. Si può morire di freddo dentro una baracca? Sì, soprattutto i bambini.

Nell’aria c’è il profumo dell’autunno: un po’ di fumo lontano, le foglie dei faggi che iniziano a marcire, la terra che esala vapori. È tutto così calmo. Gli animali tornano dal pascolo, lenti, i campanacci agitati nelle ultime brucate d’erba grassa, ma sono pochi, la transumanza c’è già stata, queste mucche e vitelli sverneranno qui.  A fine giugno del ‘916, il 27, finì l’offensiva, le parti si trincerarono e cominciarono gli attacchi alla baionetta per pochi metri. Ci sono molti nomi che troviamo nelle nostre strade e che fino allora erano luoghi da pascolo e bosco, Ortigara, monte Cengio, Melette, ad esempio, luoghi di macelli insensati per pochi metri, guadagnati e persi per puntiglio. C’era chi non capiva, ed era la maggioranza, il perché di tanto uccidersi. Lussu ne ha parlato con una prosa sommessa e forte, senza epicità, e in molta letteratura di guerra vissuta questo non capire, emerge, poi ci sarà il mito della guerra santa propagandato da chi non l’aveva fatta.

Con una terra di nessuno breve, le trincee a tiro di voce e tanti morti, c’erano diserzioni dall’una e dall’altra parte. A questo penso e guardo la luce, che ora è un biancore rosato e segna alberi e cime con la precisione del nero, come volesse ritagliarli e poi ricostruirli su un tavolo: un gioco da bimbi prima di cena. Ma è solo bellezza e qui nessuno giocava.

Mi torna a mente un episodio di quei giorni. Qualcuno di una compagnia dell’89° fanteria, durante l’ennesimo, inutile assalto, pensa di consegnarsi durante un attacco. Di arrendersi, insomma. Il comandante del corpo d’armata, viene informato e fa bombardare la compagnia, che ancora combatte, uccidendo innocenti e disertori. Poi non sazio dell’esempio, da tutta la brigata Salerno fa estrarre due uomini per compagnia e li fa fucilare. Anche dai reparti che avevano combattuto con eroismo, anche da quelli che erano a riposo. Il comandante della brigata, che protesta, viene minacciato di essere fucilato entro 10 minuti se non procede con le esecuzioni. Alle 18, quest’ora, 48 innocenti vengono fucilati. Orrore nell’orrore.

Cosa avranno pensato, e capito, i fucilati e i loro compagni? Ci sarà stato trambusto, protesta, paura, pianti, un divincolarsi inutile, poi la catatonia di chi non capisce e il silenzio che precede le esecuzioni. Non ci si chiede mai cosa passi per la testa di chi è oggetto di un’ ingiustizia assoluta. Se esso pensi che tutta la sua vita sia stata inutile di fronte a ciò che subisce, se ciò che ha costruito, l’amore provato sia sbagliato per un mondo che non lo vuole. Avranno pensato che la nazione, lo Stato per cui tante volte hanno rischiato, per il quale hanno patito fame e paura, adesso disponeva di loro per capriccio, per dimostrare una forza cieca uguale a quella del nemico che uccideva in battaglia. Ma almeno il nemico non li chiamava per nome, gli lasciava una possibilità di difendersi, poteva anche solo ferirli, lo Stato, no, li uccideva e basta. Per dare esempio di una forza così bruta e ingiusta da non avere possibilità d’essere capita. Impossibile racchiuderla in una logica di vita, era solo morte. 

Valeva allora e vale anche adesso questo pensiero che si oppone alla sofferenza delle vite che si sentono sconcluse, uccise due volte. Anche quelle che la sorte ha risparmiato, vengono uccise nel vedere la morte gratuita, l’ingiustizia perpetrata. Penso che se ci fosse una giustizia, questa dovrebbe emergere dall’analisi del suo contrario, dall’esame dell’arbitrio. Il disertore, il ribelle dovrebbe dire qualcosa e invece li si circonda di ignominia per non parlarne. Questi uomini furono esclusi dai monumenti ai caduti. Eroismo, paura, coraggio, scelta, in una ragione alta ci sta tutto perché l’uomo contiene tutto e qualcosa sempre tradisce.

Mio nonno morì l’anno dopo, in una dolina vicino al San Michele. Era agosto, erano i giorni del suo compleanno, era giovane e aveva moglie e due figli. Chissà cosa pensava dei tedeschi che di lì a poco avrebbero sfondato a Caporetto. Erano quelli che gli avevano dato agiatezza e lavoro, quando era emigrato. Parlava la loro lingua, ma era italiano. Era bastato questo per farlo rimpatriare e poi arruolare.

In questa sera, che ormai è notte, chi ha ragione è il silenzio. È un vuoto che non si può riempire. Non ragiona, afferma.

Credo che il sacrario siano queste nubi, questa luce, queste montagne, questi boschi che non appartengono a nessuno, eppure sono stati vissuti, riempiti di speranze, di desideri, di grida e dolore. Loro e il silenzio ci chiedono qualcosa: perché?

Queste righe volevo titolarle: decimazione. Poi ho pensato che la decimazione viene praticata non solo sui campi di battaglia, ma che è il non distinguere, è la cecità dell’esempio che non esemplifica. È solo forza con una ragione presunta e debole che non motiva chi resta, fa solo paura. Ho anche pensato che i generali non li decimano mai qualunque errore facciano e per quanti morti inutili ci siano. La decimazione sta intorno a noi, basta riconoscerla.

forte scirocco da sud

È in arrivo un forte vento di scirocco da sud. I venti spazzeranno le isole e poi saliranno liberi per i nostri mari, attraverseranno le foreste dopo aver scosso spiagge e porti, disseminando foglie e sabbia nell’appennino e nelle pianure. Forti piogge e poi nuovamente il vento che da scirocco diventerà garbino. Le prime nevi prima di quietare la stagione che al contrario degli uomini, alla fine torna a parlare con dolcezza alla natura. Fin qui le previsioni ma gli uomini dove sono?

Un residuo di vita passata, ogni mattina mi consegna una virtuale rassegna stampa economica. Lascio fare, leggo raramente. Confesso che gli indici e le previsioni economiche sono più una breve curiosità che una irruzione nella capacità di prevedere, cosa che tutti esercitiamo. Parliamo della ricchezza delle nazioni dal nostro piccolo angolo che ci dovrebbe far decidere cosa manterrà quella indipendenza economica che significa dignità e libertà. Non dover dipendere se non da se stessi è in realtà qualcosa di più profondo che si insinua nel nostro rapporto con gli altri e la società. Anche per chi con l’età diventa orso non c’è dispensa dal vedere la miseria crescente di chi lavora senza riuscire ad avere ciò che gli serve per vivere. E non c’è uno straccio di riflessione profonda su cosa oggi significhi il lavoro in senso collettivo oltre al PIL. Si capisce che mancano le persone dai conti e che non si sente la sofferenza che si diffonde. Si preme sull’individualismo anche negli indici dell’econometria che non diventano mai scienza sociale, disagio, fobie, rifiuto del lavoro, sussistenza precaria.


Pensavo a quanto leggevo qualche giorno fa, in uno scritto poi cancellato. Era una dichiarazione d’amore di una madre a un bimbo piccolo che dormiva. Una meravigliosa ninna nanna del pensiero e dell’amore che parlava di speranza, di dolcezza, di accudimento e questo sentimento così profondo era una speranza comune. Una preghiera perché il mondo andasse nel verso giusto e permettesse a questo e ad altri bimbi, di crescere e di sentirsi umanità. Ma come fare perché tutto l’agire adulto si trasformi in fattivo amore, e in cura, dove il sé è profondamente congiunto agli altri?
Certamente non con gli articoli che ricevo e che mi danno lo stato del potere in atto, neppure con l’odio sparso con larghezza verso altri simili in condizione di bisogno e inferiorità. Forse la risposta a come trasformare il tempo che minaccia tempesta e nuove devastazioni nei prossimi giorni, è leggervi un segnale che giunga in quella parte del sentire dove mettiamo il presente e il futuro di chi amiamo.

Segnali di una ribellione delle cose che, pur inanimate, non sopportano la mancanza di cura. Di questo abbiamo bisogno, di capire i segni e di ritrovare la cura che avvicina le persone, dà un senso all’amore, lo trasforma in gesto economico che comprende la serenità, il benessere, a volte la felicità, e sempre la consapevolezza di essere parte di un tutto. Quel bimbo attraverso le parole della madre, l’ho amato pur senza conoscerlo e per lui e per lei ho desiderato che il mondo sia clemente e gli uomini più coscienti del bene collettivo.
Vedere i bisogni, i timori e poi l’economia per metterla al servizio della cura ci meriterebbe il futuro, nostro e altrui, insieme.

Ho vissuto


Posted on willyco.blog 31 ottobre 2015


… Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. … (P.P.Pasolini, Corriere della Sera, 14/11/1974

I chierici hanno sempre tradito. Non tutti, ma molti pur avendo capacità di discernere, intelligenza, strumenti per capire, collegare, esercitare la profezia logica che dice cosa accadrà a tutti, si sono astenuti. E si astengono, perché il potere corrente paga, mentre quello futuro è un cattivo pagatore. Gli intellettuali non esercitano la loro forza e lasciano che l’equivoco trionfi. Non è compito dell’intellettuale avere una verità assoluta, quello è lo spazio delle fedi, suo compito è insinuare il dubbio, far emergere la contraddizione, smascherare le verità apparenti, colpire il parlare vuoto, mostrare i fini celati. Insomma svelare il vero volto del potere. Invece viene scelto il conformismo di massa, il lisciare il pelo al potente di turno contro l’evidenza e l’intelligenza. La coerenza, non è un problema della politica, né del potere, è un problema di chi capisce, di chi non confonde intelligenza con furbizia, sostanza con affabulazione, disegno con improvvisazione. Chi ha questo potere ha una responsabilità e una scelta, deve non mentire a se stesso, nello scegliere la strada comoda con consapevolezza, come pure nell’alternativa di seguire la strada scomoda del rivelare, del dire. Insomma non relativizzare per giustificare la propria incoerenza.

Lo stesso compito ce l’ha chi si oppone al conformismo di massa. Chi sceglie di essere minoranza senza protezione, senza diritti particolari se non quello di poter dire liberamente. Mi si dirà: ma chi impedisce di dire, siamo in un sistema democratico dove tutti possono affermare la loro visione della realtà. Apparentemente nessuno impedisce, solo che il messaggio si distorce, non si veicola, non raggiunge i destinatari. L’informazione è parte del potere e il suo uso libero è uno dei problemi della democrazia. Non crescono le idee se l’informazione non da a tutti la stessa voce, pur consentendo di parlare. Una persona afona non eviterà mai che si cada nel precipizio. Un tempo ci si distingueva tra apocalittici e integrati. I secondi possono vantare il fatto che nessuna apocalisse globale è accaduta, nonostante le previsioni dei “gufi” di allora, ma se ci guardiamo attorno, pur senza apocalissi globali, molto è accaduto. Il fatto è che viene attesa una catastrofe immediata mentre quello che invece accade sono piccole deviazioni, frane delle regole condivise, dell’etica dei beni comuni, disfunzioni, e tutto viene inglobato, accettato come risolvibile dalla tecnica o da un demiurgo di turno. O da entrambe le cose.

Il potere si adatta e si riproduce usando ed essendo usato. Un libro di pochi anni fa, si chiede perché i potenti delinquono, la risposta è disarmante e piena di protervia, sostanzialmente mettono alla prova la loro impunità, il loro potere. Aggiungo che possono contare sul conformismo che consente loro di mutare il senso comune della morale pubblica. E si fanno beffe del potere di voto, perché lo piegano, lo incanalano verso soluzioni a loro conformi.
Davvero non è accaduto nulla in questo Paese, dalle stragi denunciate da Pasolini e dall’atto d’accusa verso il potere di allora? Davvero tutto era consequenziale e non modificabile, passando per tangentopoli e la rivelazione della corruzione diffusa? Il berlusconismo era necessario per mutare in meglio il Paese? Davvero non c’erano poteri occulti, mandanti? Mandanti è una parola che l’intellettuale ha il compito di nutrire di fatti e di nomi. E lo stesso compito ce l’ha chi è contro il potere e il modello di società che questo attua. Dire e non tacere. Dire sapendo che non si ha la verità, ma il dubbio e il dubbio è eversivo. Solo il potere vanta la realtà e la verità, ma non sono quelle dell’esperienza di ciascuno. Ebbene, in direzione ostinata e contraria, non è un vezzo, ma un dovere di chi vede, di chi sa, di chi può collegare le cose, dare sostanza ai fatti. Essere contro e intelligenti ha un prezzo, sempre. Sia che ci si conformi, sia che si decida di dire ciò che si vede davvero.

Non mi piace chi giudica, chi chiede conto, però vorrei poter rispondere così alla domanda: ma tu cosa hai fatto? dov’eri?

Posso dire di aver vissuto, con le contraddizioni, con gli abbagli, con le verità incomplete, ma non ho taciuto.

La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
http://www.corriere.it/speciali/pasolini/ioso.html

parliamo di sinistra

C’è chi si ferma sui numeri delle amministrative, chi fa confronti con le europee o con i sondaggi, chi rileva che gli accrocchi della politica politicante non funzionano più. Non pochi si soffermano sullo spettacolo indecente del Senato che esulta perché la “tagliola” grazie a Renzi ha funzionato sulla legge contro l’odio per i LGBT. Tutto parzialmente vero ma questo non spiega perché un popolo che ha problemi di lavoro, un benessere decrementante, una povertà crescente, scelga, indipendentemente da ogni valutazione etica, la destra più aggressiva da quando è nata la Repubblica. Siccome è ciò che pensa l’elettore che fa testo cio che più mi convince è che manca una risposta ai bisogni tradotta in politica riformista di sinistra che non sia subordinata al liberismo. Cioè la sinistra esprime una politica che non migliora il presente ed è senza speranza di cambiamento.

Allora vorrei soffermarmi su una parola molto usata: compatibilità. È una parola che si declina attraverso le leggi, unicamente verso il basso, cioè si chiede ai poveri o a quelli che stanno per diventarlo, di essere compatibili con i ricchi o gli straricchi. Questo evidentemente provoca un risentimento nei confronti di chi per compatibilità nega l’equità. Altera una seconda parola che spesso si usa in politica, ed è conflitto. La radicalizza. È un presente che non coinvolge solo l’Italia, ma la compatibilità rende logico il conflitto nella sua accezione di scontro. Di fatto è una specie di guerra che rompe le appartenenze, i vincoli di solidarietà, rende logico il passare indifferentemente dall’una o dall’altra parte in attesa, non di un futuro migliore ma di un presente accettabile. Questa conflittualità estrema rende credibile ogni notizia, toglie valore all’etica sociale, decriminalizza i comportamenti illegali.

Naturalmente non tutti sono così, ma mai come ora si è accettata la conformità alle parole che si vogliono sentire e si è annullato il passato. È la dittatura del presente in cui alberga di tutto. La glorificazione del furbo ad esempio, la menzogna sui bisogni, oppure la logicità dell’esercizio del potere senza regole, l’irrisione della cultura, la mercificazione del consenso attraverso il privilegio.


Risalire da questa condizione implica che quelle due parole, compatibilità e conflitto devono essere riportate nell’ambito dell’equità e delle regole comuni, ciò non si fa con i pannicelli caldi dei pochi centesimi erogati o con il mancato aumento di beni che necessari non sono, e neppure senza un travaso di ricchezza tra chi ha troppo e chi non ha a sufficienza. Questo implica una rivoluzione interiore nel riformismo di sinistra che deve rendere compatibile e premiante la solidarietà rispetto alla furbizia, deve integrare ciò che è possibile nelle migrazioni, imporre che i nuovi poveri non facciano sentire ancora più poveri quelli lo sono da prima, deve investire in ciò che crea lavoro stabile e fa crescere le aziende senza depredare l’ambiente e schiavizzare i lavoratori.
Insomma non è possibile combattere la disgregazione senza mettere assieme, far sentire le persone parte di un cambiamento che li riguarda senza renderli protagonisti. E qui la compatibilità si rovescia e il conflitto sceglie i suoi avversari: non è tutto uguale. Neppure il presente lo è e bisogna che questo venga dimostrato con le leggi e il fare. Non vedo altra soluzione se si vuole evitare che il paese continui a smottare verso la destra. La peggiore destra da quando è nata la Repubblica.

le non notizie


Nel mondo delle non notizie il cambiamento perde consistenza, in continuo si alza la soglia del vero e gli attori si anestetizzano. Sembrano dormire e recitano, vivono, fanno cose eccezionali che durano lo spazio d’un attimo e non lasciano traccia. Eccezionali per chi non le farà mai, eccezionali perché serie, perché mettono in gioco le vite. Almeno per un po’ non sono come chi guarda e critica. E dice al più: avanti un altro. Ma c’è una scelta di campo nell’eccezione che il tempo ci impone e nel maturare che si accelera. Basta non prendersi sul serio mentre si compie qualcosa che ha a che fare col mondo e non guardare la miseria degli applausi del Senato, quando viene sconfitto il diritto d’essere differenti.

Mi hai raccontato della tua lotta per la libertà, delle tue letture maturate nei luoghi della rete dove non esiste il virus e i numeri dei morti sono inventati. Neppure il Papa ti piace più anzi dal tuo racconto emergono le piccole comunità di quelli che vogliono il ritorno a una rigorosità che conculca ogni piacere e ogni libertà. Apostati, sono gli altri o voi ? Non dovrebbe interessarmi, con le mie poche certezze e invece mi ferisce la libertà agitata in conformità ad assiomi presunti e labili.

Avresti applaudito anche tu nel Senato che a suo tempo certificò la nascita di Ruby Rubacuori come nipote di Mubarak? Credo che quelle urla sia andate al cuore della tua presunta libertà, che questo tempo di ferro sia lo spartiacque di chi sta da una parte e chi dall’altra. L’odio gli indifferenti di Gramsci riprende consistenza e non è possibile stare a mezzo, essere senza patria nelle scelte. Con chi eri e con chi sarai? hai già scelto e non il dubbio. Quando il blocco d’argilla che dovrebbe generare una pietra si scinde, la prossima scelta sarà ancora più lontana e il tema della lontananza, dell’affinità verrà liquidato in piccoli circoli di pensiero conforme.

Non importa, in questo universo le cose accadono perché il presente è dato e il futuro ne è conseguenza.

Oggi ero in uno di quei luoghi che non sono più normali, Asylum, li chiamavamo studiando sociologia, perché lì dentro le regole si sospendevano, le libertà si spegnevano in scelte drastiche e terribili e vigeva il fidarsi. Guardavo attorno e vedevo persone, code, paure, attese e non sentivo i pensieri, le speranze frantumate dai dubbi. Ciascuno era chiuso nella sua necessità. Come nella riva era giunto e chiedeva una soluzione al suo problema a chi poteva dargliela. Semplice e difficile, è questo che neghi e fuggi ? È l’assenza di una rotta comune? Del non essere più tutti, ma solo individui portatori di bisogni? Ci si divide e ci si scinde, nel scindersi una parte resta e l’altra prosegue, ma quando ci si divide nessun pezzo dell’altro ti segue: è una scelta di vita che comporta che il precedente sia visto come un errore e che esso non ci appartenga. Per questo non c’è più indifferenza raccontata e gli ignavi, gli infingardi, i furbi si nascondono in una maggioranza grigia che non dice nulla mentre altrove lampi scindono il cielo comune. Da una parte o dall’altra.

Ti ricordi la “Tempesta” di Giorgione, è questo il mondo: come allora una riforma era alle porte assieme a una guerra dei cent’anni. È questo il mondo dove semplicemente si è da una parte o dall’altra e la cingana che allatta è il mondo che nasce, senza il pudore di vivere, di essere, di sperare, mentre il soldato vestito e armato, è il vecchio senza inermità e capace di offesa, ma è il passato che il cielo laverà tra poco. Pensa che sotto quel soldato la radiografia del quadro ha trovato un’altra figura di donna bella e nuda che si lavava nel fiume, era la congiunzione delle bellezza nel tempo che scorre. Poi Giorgione ha sentito arrivare il ferro e la peste di cui sarebbe morto e ha cercato la bellezza nel reale e nello stato di natura la salvezza. Oggi è la scienza che si allea o contrasta la natura e il fulmine che squarcia il cielo ci riporta all’oggi: abbiamo bisogno di luce e non di oscurità. Questa è la scelta ed è così radicale che ci sarà un prima e un dopo e anche un progressivo cancellarci in ciò che non abbiamo voluto comprendere: che il presente prepara il futuro.

si sanno troppe cose sconnesse

‌Di quasi tutti non si sa nulla. Nulla che preceda le parole, nulla che faccia capire un pensiero inespresso, un desiderio profondo. Forse non si vuol sapere nulla che non sia voluto, così abbiamo perduto la telepatia. Ma molte informazioni ci arrivano senza voce, involontarie sfuggono all’attenzione perché c’è altro che vibra ed è il corpo che parla. Oppure ci sono tracce nelle cose fatte, nel muoversi, nelle priorità enunciate e silenti, nelle abitudini. Non mancano le informazioni,  solo la pazienza e la capacità di metterle assieme. Però io so quello che mi vorrà essere detto.

Abbiamo sempre dato importanza maggiore alla parola e ora che il mezzo diventa virtuale, esclude i corpi fino alle scelte che li coinvolgono, la parola è ancora più importante. E l’immaginare è importante. Immaginare è un segno di attenzione, l’hai mai pensato? Sapere che qualcuno a cui si pensa sta facendo qualcosa, che si muove in un certo luogo, che esso stesso può pensarti, immaginarti, può uscire dal tempo, non importa quando questo accade ma il fatto che possa accadere. Ci attacchiamo a tutte le sottigliezze per decrittare il testo misterioso che ci viene proposto da chi ha la nostra attenzione. Lo si tiene di buon conto per le sue tante interpretazioni, per porsi domande, articolare dubbi e conservare le certezze che danno sostanza e corporeità alle parole. Questa è comunicazione asincrona che si spinge nel profondo e non ha reticenze.

Ho scritto molto in questo tempo indeciso, spesso mi rivolgo a persone che non conosco, e scrivo cose che suscitano scarsa attenzione. Me ne accorgo perché è come se le parole scivolassero via senza trovare un luogo in cui posarsi. Le parole vivono sempre ma muoiono le emozioni che le avevano suscitate, la maggiore difficoltà che abbiamo tutti, ne sono sicuro, è quella di trovare chi sente davvero quelle parole, le confronta con le proprie, le unisce e ne nasce qualcosa di differente. Questo è la comunicazione vera, quello che nel reale fa l’amico. Anche quelli perduti, ritornano con il tempo passato assieme, le parole che sono diventate emozione e hanno formato. Abbiamo parlato così tanto con tutto quello che avevamo a disposizione, di noi, del nostro tempo, di ciò che scoprivamo e vivevamo perché era talmente forte da superare la reticenza e traboccava nella vita. Eravamo giovani, ci sembrava che l’amico fosse superiore all’amante perché ti amava oltre il piacere. Poteva dirti le cose che pensava e mantenere un legame profondo, c’era se lo chiamavi e tu c’eri per lui. Con l’amico servivano le parole e i pezzi di vita assieme, ora mi chiedo cosa resti dell’uno e dell’altra. Poi il tempo rarefà, mette distanze che non ci sono, sbiadisce e ci si accorge che si sanno troppe cose sconnesse. Ci si chiude in torri di silenzio per il timore di veder rifiutato il dono della confidenza e della sua verifica nel comune sentire. (con fidere ovvero avere lo stesso sentire) Ma anche se ormai gli amici sono pochi, davvero pochi, il desiderio del comunicare quello che si è ora, resta intatto, perché da soli si è meno di ciò che si è per davvero.