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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

buon primo maggio

Buon primo maggio a chi ha il lavoro in questo periodo difficile ed è solidale con chi non l’ha più. Buon primo maggio a chi lavora per salvare gli altri, in mare, negli ospedali, in terra, di notte e di giorno. Buon primo maggio a chi pensa e fa qualcosa perché gli uomini siano riconosciuti come persone, portatrici di speranze, di dolori, di un passato da ricordare e di un futuro da creare. Buon primo maggio a chi opera in silenzio per dare a chi non conosce la possibilità di avere cibo e servizi accettabili. Buon primo maggio a chi il lavoro l’ha cercato da poco o da tanto, senza perdere la speranza e ancora gli viene rifiutato, ma continua a cercarlo. Buon primo maggio a chi è stato sfruttato e magari ancora continua ad esserlo, ma vuole che le cose cambino. Buon primo maggio ai lavoratori che in questo momento non sanno cosa li attende perché le fabbriche seguono il denaro non gli uomini o ciò che producono. Buon primo maggio a chi lavora nei posti dove il lavoro è pericolo quotidiano, dove non è possibile accettare che la vita sia un prezzo per lavorare. Buon primo maggio ai bambini che oggi non sanno dove andare, che vivono in una terra che vuol essere straniera e che però saranno i lavoratori di domani. Buon primo maggio a chi vuole la pace, un lavoro, una casa e un futuro per sé e per i suoi cari. Buon primo maggio a tutti quelli che lottano perché ci sia la pace, i diritti che consentono di vivere con dignità, la prospettiva che il domani sia migliore di oggi. Buon primo maggio ai profughi che non vorrebbero essere tali, ma portano con sé la speranza e sono cittadini del mondo. Buon primo maggio a chi lavora con la mascherina e suda ogni ora di fatica, ai pendolari delle zone industriali, a partire dalla nostra. Buon primo maggio a chi non sa quale sarà il suo futuro ed è un nostro compagno in questo pianeta devastato. Buon primo maggio agli insegnanti, agli impiegati pubblici che continuano in altri modi a far andare avanti la scuola e l’amministrazione. Buon primo maggio a chi è in questa città o altrove, a chi è appena nato e a chi è in pensione, a chi si prende cura e a chi vorrebbe essere curato. Buon primo maggio alla dignità che verrà dai lavori nuovi e da quelli che ci sono e rischiano di perdersi. Buon primo maggio a chi ha sogni, senso di giustizia, voglia di cambiare e lotta perché ci sia equità. Buon primo maggio a tutte e tutti quelli che vogliono ci sia un primo maggio di libertà, diritti, eguaglianza, dignità, lavoro.

la cura del corpo

La cura del corpo muta con l’età, cambiano i suoi fini e la relazione che il nostro dimenticato organismo0 ha con sé stesso e con gli altri. Al corpo si chiede di essere funzionale, di garantire il benessere e attraverso quest’ultimo, la serenità dimentica di chi può pensare ad altro. Se non è troppo, gli si chiede la bellezza che si muta nel fascino nell’alone di chi sta bene con sé. Con l’età c’è più sincerità e misura, si intuiscono le diverse intelligenze racchiuse in noi, subentra la comprensione per la difficoltà che ha un meccanismo complesso di coordinarsi senza errori. E ciò vale anche per la mente. Studiare un pensiero, comprendere profondamente una frase non è più il pattinare sui significati che resta in superficie, ma sentire le asperità e le luci che si aprono oltre le crepe di ragionamenti consolidati.

Il corpo e la comprensione del mondo, delle relazioni, le intelligenze si parlano e chiedono, cosa inusitata, il nuovo, il ricordo, l’amore, l’ascolto, la bellezza e il silenzio. Tutto assieme e tutto in noi per come lo interpretamo e viviamo, allora il tempo non è un problema perché accompagna con dolcezza.

dopo il 25 aprile

Posted on willyco.blog 25 aprile 2021

Spesso parlava di quegli anni che mescolavano polvere, eroi e vili. Parlava di freddo senza tregua e di notti brevissime costellate di fughe e fatiche. Parlava e taceva, perché ciò che emergeva non era solo una gioventù consumata tra guerre, precarietà, richiami e coercizione, ma anche idee da esprimere a mezza voce, ceffoni presi e accettati, paure e vita con sogni normali in un ambiente che li contraddiceva. Poi c’era stata la liberazione, la fatica delle macerie da recuperare in qualcosa che serviva e ancora l’abbandono di ciò che non era più esigibile. Realista a tal punto da contare sul presente per avere un futuro. E ascoltare le voci forti degli oratori che venivano per il referendum, le elezioni. Tutte cose su cui non aveva dubbi, come la ricorrenza del 25 aprile, che era una consolazione per ciò che non era avvenuto, per le promesse mancate, per il tempo che passava senza migliorare le condizioni di chi aveva lottato e di cui si parlava tornando verso casa. Per sperare e per vivere la vita di chi amava e sua con i giusti sogni. Una casa in subaffitto visto che l’altra era un mucchio di sassi, malta e mattoni sbriciolati. Una casa che bisognava riscaldare d’inverno e tenere pulita, una casa in cui doveva esserci profumo di cibo a mezzogiorno e sera e il caffè la mattina. Per questo andava distante, rinunciava, sperava e faceva un altro figlio. Perché la speranza era in ciò che credeva possibile e il possibile passava attraverso le sue mani, la sua fatica, le sue idee che ora poteva dire ad alta voce. Qualche domenica pomeriggio, ma erano rare occasioni, nella sede del partito si ballava. Era un palazzo storico della città vecchia, la strada dell’antico decumano, lui non lo sapeva e forse poco gli importava considerate le troppe città viste, il mondo assaggiato per forza. Andava con sottobraccio la sua donna, il vestito buono di lana inglese e il bambino tenuto per mano con la promessa di un gelato o di un dolce per dopo. Era domenica o il 25 aprile, comunque era festa e il lunedì o qualsiasi altro giorno avrebbe avuto altri abiti, molta fatica e spesso una distanza poco sopportabile da casa. Nulla di eroico, malinconie serali per chi ritorna e attesa, più difficile era stato prima. Nella guerra. A lungo, E prima per tutta la dittatura, per il tempo in cui non si poteva essere chi si era e anche la vicinanza con un sovversivo riconosciuto era un sospetto permanente. La fonte di domande, il vincolo di essere reticente per lui, così chiaro e semplice nel dire ciò che pensava. Ora era difficile, tante illusioni si erano perdute assieme a una giovinezza mancata. Come tanti altri. Ma c’era il presente e si poteva dire ciò che non andava bene e questo apriva la porta al futuro. Stessa fatica di prima, però diversa e nuova. E quei figli avrebbero avuto la libertà che a lui era mancata.

nessuno nasce libero

pensieri in libertà
Posted on willyco.blog 25 aprile 2016


Nessuno nasce libero. Sin dall’inizio qualcuno si preoccupa di mettere orari, regole, paletti alla tua vita. Costruiscono per te un ordinato vivere che è sapere cosa accadrà in ogni parte del giorno, ogni settimana, ogni anno, ogni età.

Nessuno nasce libero. Il bisogno d’essere accuditi, protetti, amati, coincide col taglio del cordone ombelicale, con lo sforzo del primo respiro, con il pianto che ne segue, con il primo freddo, con il primo sogno che s’alimenta nel mondo senza protezione.

Nessuno nasce libero e la libertà è una conquista anzitutto personale. Cosicchè ognuno disegna la sua libertà e i limiti della sua prigione e non smette mai di farlo perchè la libertà è fatica prima che piacere.

Esistono tante libertà, alcune sono così importanti da essere condivise. Senza la libertà di parola non si potrebbero, pur volendo, comunicare i propri pensieri, il sentire, la propria tristezza, la percezione della bellezza. Già in famiglia non si può dire tutto quello che vorremmo. Ci sono stati, aree del mondo, religioni, regimi, società in cui si può sentire solo ciò che è permesso, si deve essenzialmente tacere oppure dire ciò che non dice nulla. Qui nasce il primo confronto tra la libertà personale e ciò che la impedisce, ovvero la libertà di essere ciò che si è e si potrebbe essere. Nasce un legame tra libertà individuale e collettiva perchè l’una non può essere senza l’altra. Eppure questa libertà di eprimere ciò che si è, non viene insegnata, per cui conquistarla è una consapevolezza individuale, un confronto tra essere e dover essere che dura una vita. Ma se posso pormi tutti questi pensieri banali sulla libertà, se posso misurarmi con me stesso per trovare i miei soddisfacenti limiti senza invadere quelli altrui, è perché la mia libertà in divenire, limitata, faticosa e preziosa è stata fatta crescere da molti che prima di me si sono posti il tema, che hanno sviluppato una sufficiente intolleranza all’assenza di libertà, al sentirsi ingiustamente oppressi, tanto da ribellarsi insieme ad altri e ottenere spazi nuovi per tutti. Hanno superato la solitudine della libertà, tanto da renderla un problema di crescita collettiva. Le mie piccole, grandissime, libertà, la possibilità di dire di no, è dipesa in misura essenziale dalla loro ribellione.

Capisco che tutto questo sembra acquisito e lontano, che riflettere sulla libertà assomiglia a un esercizio ozioso. In fondo ciascuno, ogni giorno, registra sconfitte e vittorie in questo campo che sembrano appartenere solo alla sua vita. Capisco anche che fatti e parole, un tempo importanti perché legati a eventi terribili, a ingiurie, sopraffazioni e conseguenti atti di viltà e coraggio inenarrabili, siano oggi svuotati del loro significato nel nostro Paese, ma in esso e pochi altri perché altrove essere liberi comporta un rischio altissimo. In Italia, le parole di Calamandrei, di Primo Levi, dei tanti condannati a morte sembrano letteratura, pensieri alti, poesia, ma prive di un riscontro effettuale, di una incidenza vera sulle vite odierne. In questo iato tra esperienza e storia della libertà contemporanea vedo e sento il baratro dell’indifferenza che si consuma attorno a noi sul tema della libertà come conquista. Sento che non si è attualizzato e reso concreto nella sua potenzialità umana e sociale, il valore che possediamo, che non si è trasformato in ragionato patrimonio collettivo ciò che ha coinvolto allora tante donne e uomini, ma che questa spinta ideale e vitale si è consumata come fosse inesauribile e data. L’educazione ha oscillato paurosamente tra vecchie e nuove coercizioni. Ci sono stati tentativi, sogni di pochi che hanno riproposto il tema della libertà per sé e per i figli, aggregazioni educative e sociali originali, ma l’economia e la società si sono incaricate di rimettere le cose a posto, nell’ordinato vivere che è conformismo prima che necessità. Un recinto in cui le libertà soggette alla diseguaglianza economica, alla coercizione degli interessi dei gruppi multinazionali, hanno perduto consistenza e la miseria crescente nei nostri pur evoluti Paesi, ne è dimostrazione. È vero, oggi ci si può muovere senza troppi limiti, c’è una libertà sessuale maggiore, si può dire molto purché qualcuno ascolti, ma il processo di affrancamento è ritornato ad essere solitario e personale. Irrigimentato dall’utile, confinato nel ruolo, nell’età, nella convenienza. E se faticosamente è proseguito un cammino collettivo, con nuove parole, nuove libertà e nuove costrizioni, esse non hanno conservato quella spinta dirompente che le aveva originate e oggi non è possibile misurare quanto di questo cammino sia stato guidato da altri. Quanto le libertà siano state più un potente affare economico che arricchisce pochi più che una conquista collettiva di crescita. Perché la libertà ha come correlato la critica e non si può dire che questa si sia -e si stia- sufficientemente esercitando nei confronti della società liberale. Queĺla che di certo non è proseguita, al di là della retorica delle celebrazioni, è stata la riflessione sulla libertà e il legame che essa ha con l’educazione che mette assieme libertà personali e collettive. Si è pensato che essere e avere fossero coincidenti nella libertà e cosi la stessa parola, in conseguenza della crescente diseguaglianza economica, si è via via svuotata di significato rivendicativo tanto che ormai il 40% dei cittadini di questo paese è disponibile a ridurre la libertà personale in cambio di beni.

Le libertà personali da conquistare sono più o meno difficili se il contesto delle libertà collettive è carente e diseguale. E ancor più se esso include l’ingiustizia nel sentire comune. Portandoci verso la sola libertà individuale, facendola coincidere con l’avere è stato ristretto e chiuso il recinto della riflessione collettiva suĺla libertà. Chi ha, è libero, tutti gli altri sono costretti in piccoli spazi personali, piu o meno come nelle società autoritarie dove la possibilità di essere liberi è oggetto d’acquisto.

Nessuno nasce libero, la libertà è una conquista personale, ma il suo esercizio è una consapevole conquista collettiva.

colori

La sublime sventatezza delle tue parole mi spinge a scattare foto di piccoli bianchi fiori,
li mischio col verde e col giallo del campo, scelgo un rosmarino, l’erba già alta, il tarassaco e la viola. tutto è troppo, reclama attenzione, eppure è sempre insufficiente la tavolozza d’amore.

Però m’accontento e steso nell’erba, perdo lo sguardo nell’azzurro, lo trovo tra il bianco di nubi che abbracciano il cielo, così nel cuore tutto si fonde ed esulta.
Quel cuore che si vorrebbe pervicacemente rosso e forte, ma anche tenero e dolce, pronto alla carezza e alla passione.
Quel cuore che trova un cremisi e lo riconosce, lo tiene stretto
e aspira il fresco dell’aria, sapendo che i sensi mettono assieme la gioia e l’impossibile.

Si rende ape, il cuore, e poi uccello, ma non smette di battere con te che togli e aggiungi senza posa,
a me che sono implume a primavera, orgoglioso d’ogni estate
e nell’inverno mi metto in disparte,
In attesa di vita, come l’eterno.

pasque al mare

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Molti sabati e pasque li ho passati al mare. Di alcuni ho un ricordo particolare che come tutti i ricordi è più impressione che fatto, di altri mi è rimasta la sensazione che avrei preferito essere altrove. Superata l’età in cui la Pasqua aveva un significato particolare, specifico dal punto di vista religioso e quindi di per se stessa fonte di pensieri direzionati, restava una sensazione di festa particolare, però con la libertà del pensiero e quindi dell’andare, Ancora oggi faccio fatica a considerare la fede altrui come un fatto da antropologia culturale e quindi mi trattengo nel violare le intimità, i riti più ostentati, fermandomi alla soglia e facendo un passo indietro. Dove inizia ciò che per altri è importante, come non avere rispetto? Ma non ricevo lo stesso trattamento, nemmeno lo sforzo di dire qualcosa che consenta una riflessione. M’ infastidisce ricevere messaggi religiosi, citazioni di telefoniche di salmi da persone, che ti hanno messo in una mailing list perché in qualche modo sei stato importante a loro. Quando è accaduto eravamo diversi e allora questo fenomeno semplicemente religioso consumistico non c’era. In molte pasque che ho vissuto da solo o in compagnia, non c’era neppure il dato umano delle piazze davanti alle chiese gremite di persone auguranti, le mie, semplicemente si svolgevano al mare dove mio suocero aveva un villaggio. Arrivavano i villeggianti estivi a prenotare ed io che c’entravo abbastanza poco, mi godevo il mare fuori stagione.

La spiaggia era ancora ingombra di alberi e di residui della civiltà di pianura.  Cercando con attenzione si potevano immaginare luoghi e fatti d’origine dei resti. Qualche moria di polli, una buriana di novembre, un nuovo detersivo dentro contenitori in plastica dal colore inusuale, molti frammenti di giocattoli, dalle teste di bambole ai pezzi di ufo robot segno che natale aveva fatto felicemente il suo corso. C’era un pranzo particolare, molte chiacchiere, di quelle che non affondano nel personale, perché non sta bene, e parecchio vino e caffè. Così arrivava il pomeriggio e la sensazione di una giornata strana che sarebbe stata riscattata dal lunedì con qualche scampagnata per argini. Se il tempo teneva. Lì, a Pasqua, era il mare il gran protagonista, con il suo aspirare pensieri, isolare le persone in sé e lì si giocava la partita dell’utile e dell’inutile: avevo perso tempo, ero contento, l’avevo fatto per forza? Di tutto un po’ ma ciò che emergeva era la capacità del mare di riportarti a te. Questa era la solitudine del mare e devo dire che appoggiato a qualche capanna appena costruita, riparato dal vento e con il primo sole tiepido, tutto questo mi pareva una dimensione bella e positiva, che magari non c’entrava nulla con il giorno e la ricorrenza, ma apriva una alternativa alle abitudini, alle feste obbligate, alle giornate che celebrano qualcosa e passano lasciando un senso di vuoto senza nome. Cos’è successo davvero? E adesso? No, questo riportarmi a cose che io solo sentivo era un passo avanti, un senso per me. Poi sarebbe arrivata la sera e il ritorno, ma quell’angolo era mio, solo mio.

la pazienza del ragno

La strategia del ragno si basa sulla capacità che questo ha, di attirare il caso. Attende paziente, come il pescatore, che due eventualità consumino le probabilità remote e coincidano. Accade in ogni evento che noi definiamo trovarsi per caso nel posto giusto o sbagliato nel momento giusto o sbagliato.

Accade anche in amore che una rete di fascino si stenda attorno a noi o ad altri, che ci sia fiducia e impaziente attesa, poi qualcosa avverrà. Gli incontri possono coincidere oppure andare per loro conto. Pareva, sembrava, non era. Pensiamo a quante traiettorie non si intersecano, quanti destini migliori non avvengono, eppure c’è una paziente opera di un caso maggiore che sovrasta e coordina il nostro piccolo caso e tiene assieme le matassa di coincidenze positive che manda avanti il mondo e assieme a esso, manda avanti speranze e buoni accadimenti.

Il nostro piccolo caso è un buon venditore, fa luccicare e rende dolce ciò che è difficile, toglie le difficoltà e mette nell’ebbrezza del volo tutto il piacere che poi procurerà l’incontro e il suo evolvere. Stravolge il tempo, vive e non progetta, costruisce l’inimmaginabile.

Ci mostra la meraviglia dell’ avere una padronanza del proprio tempo, di ciò che si sente, e al tempo stesso esserne più o meno dolcemente sopraffatti e in balia.

Anche al ragno il caso non sempre arride, per lui è questione vitale, non si perde d’animo, riprova, ma ciò che lo rende debole è l’abitudine, il seguire sempre gli stessi percorsi. E ancora una volta ci assomiglia nella coazione a ripetere. In fondo abbiamo bisogno di certezze e di cambiamento e che il caso, la volontà o la voglia li mescolino per bene e rendano nuovo ciò che incessantemente accade.

leçons de ténèbres

La morte e resurrezione colpiscono anche chi non è religioso e ne nega la possibilità. E’ una lotta del buio contro la luce vitale e viceversa. Una lotta che riassume le vite e lascia aperta una possibilità ulteriore oppure la chiude. È la lotta per definizione, che comprende le altre lotte interiori che ciascuno combatte vivendo. Soprattutto è facile nascondere il buio che conteniamo coprendolo e negandolo, anche se inconsciamente sentiamo che le vite sono luce, gioia sperata e vissuta, mentre il buio è la negazione della possibilità di espandere la vita.

Più o meno a questo punto ero giunto anni fa, cercando di contemperare la condizione dell’agnostico e la fede del credente nel desiderio che le vite non siano solo pensiero e che nel rappresentare la luce, in essa si trovi la prefigurazione della vita. Poi, ho capito, almeno in parte, che il dolore nel mondo, faceva parte del racconto della passione del Cristo e che esso era profondamente legato a ciò che Esso aveva predicato in termini di amore, condivisione, rispetto, giustizia. Ho pensato che se il messaggio viene raccolto, se modifica le vite, allora immette una visione etica di ciò che accade e non può vincere definitivamente il male. La lotta tra il buio e la luce, tra la definitività della morte e la vita, è la storia dell’uomo, del mondo possibile e giusto contro quello reale e ingiusto.

Nei riti della settimana santa si coglie questa lotta in un profondo simbolismo e umanità. La vicenda del Cristo, per chi non crede, rappresenta il mondo come dovrebbe essere, il percorso di ciò che è giusto depositato dell’uomo che il potere giudica eversivo è vuole cancellare. Cristo si confronta con il dolore, con la negazione della sua identità, con la solitudine assoluta e il dubbio conseguente. Resta poi a noi ed è una decisione personale, se esiste una speranza, o meno, di uscire da questo buio della solitudine che nega l’essere.

La lotta del bene contro il male, inizia con le lamentazioni di Geremia del mercoledì santo.

Da questa riflessione in musica, nel buio e nella luce del ‘600 (e qui ci sarà chi la pensa diversamente) sono nate le leçons de ténèbres. Ne metto un piccolo esempio, se si ascoltano per intero al buio, è un’ora e un quarto ben spesa. Questa musica si alimenta dal pensiero che riflette sulla propria condizione e nella liturgia del buio progressivo. A partire dal mercoledì, ogni giorno una candela accesa veniva capovolta e spenta, fino al buio assoluto della notte di pasqua, quando la luce veniva tolta anche dalle candele residue, oscurate immagini e finestre. Questo buio era la condizione dell’uomo nella solitudine e nell’incomprensione, e restava tale sino all’ esplodere nel trionfo del Gloria e nell’accensione contemporanea di ogni luce.

Vedere l’ansia e la speranza dell’uomo in tutto questo simbolismo è semplice, anche senza credere in un soprannaturale; e anche cogliere motivi profondi di riflessione personale, non è difficile. Sempre che lo si voglia.L’uomo, unico tra gli animali, possiede la possibilità, attraverso l’intelligere e la scelta conseguente, di avere l’opportunità del ri crearsi, ovvero del cambiare se stesso per volontà e non solo per necessità, quindi in modo reale e non figurato, può ri sorgere dal proprio abisso di costrizione.

L’uomo, unico tra gli animali, possiede la possibilità, attraverso l’intelligere e la scelta conseguente, di avere l’opportunità del ri crearsi, ovvero del cambiare se stesso per volontà e non solo per necessità, quindi in modo reale e non figurato, può ri sorgere dal proprio abisso di costrizione.

Il buio e l’oscurità sono simbolo della discesa nel sé, là dove esiste la ragione del proprio mal essere, e quindi dell’infelicità come condizione. Nel profondo senza luce, dove apparentemente c’è la negazione dell’esistere, è possibile trovare la ragione per riemergere diversi da come si era, ma bisogna fare l’esperienza del buio, della solitudine profonda e dell’assenza di essere compresi per trovarne le ragioni. Quindi superare la condizione facile della superficie e del navigare nella propria insicurezza, è condizione per capire che ciò che c’è sotto non fa paura, ma è parte di noi. E ciò significa anche andare oltre il rabberciare continuo, la superficialità, per cercare il tessuto di cui siamo fatti e cosa lo ingiuria, ferisce, strappa.

L’assenza di luce implica il creare la luce: questa è la comprensione di sé, ciò che porta verso le scelte radicali del cambiarsi. Le scelte che cambiano. Non tutti i mutamenti sono buoni, solo quelli che portano a noi, alla nostra libertà, all’amore, lo sono. Quando nella ricerca ci si riconosce come persona,
ha un senso il dolore attraversato. Nell’umanesimo ci si poggia sull’uomo e non si accetta il male come condizione: la condizione umana può e deve mutare. a partire da se stessi. Chi sta cercando è in grado di capire chi cerca; chi ha trovato o possiede la certezza d’una fede, fa più difficoltà a capirlo. Questi giorni possono valere per i laici come per chi crede, ciò che importa è che la riflessione ci riguardi e sia consapevole che non siamo soli a cercare.

oltre le parole e persino le immagini

Ho un rigurgito di silenzio, manifesto rispetto per il cuore rigato di lacrime. Oltre le parole c’è una terra di nessuno dove ciascuno prende. Chi il necessario per vivere e chi non s’accontenta, scava ancora verso quel liquido nero e rosso, che ammala le radici, che non ha nomi, che si nutre della luce del giorno e l’aspira senza sazietà. E’ più semplice ascoltare, lasciando gli occhi vivi, mentre il cuore non dice, chiede al cervello di ragionare,  di mettere in fila parole che non ci riguardano. Non c’è ragione in profondità, neppure comunicazione, solo dialogo tra sé. A volte il cuore è spugna che vuole infinita tenerezza, e poi s’accontenta di umanità. Non aver più parole significa abbandonare i pensieri altisonanti, le identificazioni che aiutano la diversità, perché l’essere bizzarro che c’è dentro pretende una regola propria e assoluta. E in quella si consuma in silenzio, in solitudine.

riconciliare le disparate cose

Avevo tra le mani il libro di Hisham Matar, leggevo una frase sentendone la sintonia profonda. Fuori la luce si rifletteva su se stessa spinta verso il basso dalle nuvole scure che venivano dal mare.

La mattina era stata gioiosa, la manifestazione per difendere la sanità pubblica riuscita, il lungo corteo s’era disteso con i suoi cartelli, le bandiere rosse e arcobaleno, occupando pigramente la strada. Le persone sembravano contente di essere al sole e assieme per una buona causa. Parlavano, sorridevano scandendo gli slogan e li inframmezzavano alle chiacchiere e ai saluti, come fossero un lungo sonetto che assimilava le parole all’aria, all’essere assieme, alle case e alle cose. Passando per l’antico ponte dei mulini e stringendosi nel varco della porta, il corteo rallentava. Chi era sul ponte, aveva a fianco la Madonna del Carmine con il Figlio sorridente, sembravano partecipare anch’essi, come a tutte le cose che accadono in città.

Pensavo a questo mentre dal libro di Hisham Matar veniva il suo racconto di Siena, i suoi incontri con le persone, con la famiglia giordana. Nello stupore felice e nella cortesia araba , riconoscevo il gesto antico dell’ospitalità, dell’essere assieme e dell’aiutare come modo di riconoscere l’altro. Modi che troppo spesso scordiamo, come il salutare o il chiedere notizie a una persona che non frequentiamo ma che è a noi importante. Il profumo delle fresie accompagnava i pensieri ed era parte della gratitudine per avere un angolo di riflessione e silenzio. Capivo che il legame tra ciò che dovevo serenamente fare, ovvero legare parte dei molti pensieri scritti in un senso compiuto, era parte di questa calma. E anche il nuovo trovava una sua misura in cui stare con piacevolezza.

Oltre al libro di Matar avevo accanto due libri nuovi acquistati il mattino. Ne sentivo già il piacere della lettura e si era fugata l’angoscia che spesso provavo vedendo sulle bancarelle, mucchi di libri trattati come carta. Sentivo che in una biblioteca, come nello scrivere, non era importante il numero ma il percorso che una vita aveva creato, sognato e che poteva continuare a farlo con serenità e senza fretta.

Le persone , stamattina, erano luminose e sorridenti, gli abiti indecisi sulla stagione, i più vari, ma comunque appropriati. Ognuno era se stesso ed era bello stare insieme anche per il colore, il luogo e la vicinanza. Questa sensazione di equilibrio si era proiettata sulla giornata e ora, capendo meglio come si sarebbe svolto il prosieguo delle mie cose, il lavoro che mi riguardava, ritrovavo il desiderio di fare e di andare. C’era una strana comprensione interiore per ciò che ero stato e avevo fatto, con un legame che continuava a svolgersi dove mai avrei pensato, e che era un modo piacevole per riconciliare le disparate cose, strane, opinabili, certamente incongrue e inutili a un primo sguardo, ma che erano mie e me.

il libro di Hisham Matar che vi consiglio, si intitola: Un punto di approdo. Edito per Einaudi.