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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

17 agosto 1917


Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti, i numeri dovevano tornare.
Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù fino alle orecchie dei soldati. Le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete.
Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo.
Chissà cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone e i fatti, tutto nel rumore degli scoppi, la corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina. Fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo.
Nei momenti di quiete ci si aggrappa a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui, lui e la famiglia. Vivo.
Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso.
Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa.
Il tempo si comprime e dilata, lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato.
La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre.
A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, a casa la sera, dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non formalmente, c’era la pace.
Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile?
Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia.
Ma tutte queste cose non gliele dicevano, quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava.
Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti.
Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina della bottiglia che ora non c’è in nessuna carta geografica.

d’estate, il vicolo

Il vicolo, d’estate, ha finestre che sbattono
tovaglie e lenzuola stese,
biancheria intima nascosta come i sussurri la notte,
le stoviglie fanno il rumore del mezzogiorno e della sera,
come le voci che ascolto tra i voli delle rondini,
nel frullo dei pipistrelli che escono a sentire i muri.
D’estate tutto s’arroventa in questa piazza d’aria
che attende la notte,
come fosse un amore ripetuto e nuovo,
sente il vento come carezza mai data,
un dire nascosto e intriso di dolcezza.
Al mattino riprendono altre voci,
prima un cantiere,
poi il caffèlatte e il litigio,
mai finito, della coppia che fa piangere i bambini.
Quella voce che d’inverno il vetro trattiene,
ora urla, la rabbia di non essere ascoltata.

buon ferragosto

Facevo cose banali. Cinque litri di normale nella ‘500 e andavo al mare. Spiaggia libera, asciugamano, sacchetto con i panini e la coca. Ero povero, non indigente. Dipendevo dalla precarietà del poco che raggranellavo. C’era un pamphlet situazionista sulla miseria della classe studentesca. Un sacco di parole per dire che dipendevamo in maniera indecente dai genitori, dal sapere accademico, dalla precarietà dei lavori offerti a chi studiava. Leggevo con attenzione e mi ritrovavo, in verità sarebbe bastata un po’ di autocoscienza, ma c’era conforto in quei ragionamenti: sembrava non sarebbe durata. C’era la mobilità sociale e col tempo, si pensava, si sarebbe stati meglio. Adesso è come allora, solo che è sparita la mobilità sociale.

Al mare ci andavamo in gruppo. Facevamo le solite cose: bagni lunghissimi, gli scherzi scemi, gli sfottò, la ricerca di qualche contatto femminile. Si parlava di tutto, non restava niente. Era meglio un paio d’anni prima, nell’adolescenza che finiva nelle scoperte, nelle camminate infinite, nei discorsi filosofeggianti. C’era stata questa nuova sensazione che la vita non era un insieme dato, ma qualcosa di ancora informe, che solidificava nelle scelte, che si costruiva precariamente eppure con arditezza. C’erano passioni che avevano bisogno di avere un senso, una relazione con la giornata; e spesso erano così totali da traboccare in essa. E poi c’era la scoperta del sesso, della sua impervia e semplice attrazione, della bellezza che si toccava col piacere. Si discuteva su tutto quello che si poteva dire. Si era spesso sinceri. Non mi vantavo. Avevo bisogno solo di rafforzare l’autostima e quindi un po’ assomigliavo e un po’ ero io. Nell’assomigliare si poteva dire tutto, nell’io molto meno, districandosi tra timori, sorpresa di scoperte, desideri.

Quante nozioni scolastiche mutavano nel farsi e diventavano dell’altro così originale che pareva nuovo e mai pensato prima. Lo usavo per stupire l’amico, e di più stupiva me, apriva mondi che nulla avevano a che fare con il nozionismo preteso a scuola. Mi perdevo in quel panorama di possibilità che si aprivano. Gli amici erano pochi, finiti gli sciami della fanciullezza, ci si sceglieva, a volte si forzavano le situazioni. Allora ho fatto scelte sciagurate per rifiutare il banale. Poi tutto si era trasformato in una cricca, in un parlarsi a memoria. E mi mancavano le notti insonni, conquistate e perseguite senza un vero motivo che non fosse la libertà.

Questo accadeva solo due o tre anni prima di quelle estati che inghiottivano pensieri, che riconsegnavano al banale. E agosto piombava in quei gesti scontati: il mare, la piscina, qualche lettura forsennata, assieme alla scoperta della solitudine come salvaguardia di una diversità e innocenza solo mia. Non mi disturbava che gli amici delle altre stagioni, andassero verso vacanze a me impossibili (erano tutti più ricchi di me), mi sembrava che rimasto solo ci fosse una tregua da un ruolo. Chi restava per quelle puntate al mare, lo conoscevo meno ed era un fare senza impegno. Il banale consentiva di non pensare troppo alla propria condizione affettiva, agli amori incerti, alle timidezze infinite di scenari costruiti nella testa, al bisogno di sesso che era insieme bisogno d’amore. Il banale riempiva i giorni comuni con altri, se mi si chiedeva di andare, andavo: meglio che niente. Meglio che si riempisse il giorno che alla notte pensavo io. Con le ubbie, le passioni che tracciavano confini, con le parole che si colmavano di significato e tracimavano, investivano altre parole e creavano pozze di pensiero liquido dove mettere le mani. Con paura, ma anche con desiderio, perché sapevo che lì sotto i significati si accoppiavano, c’erano nascite improvvise, folgoranti intuizioni e rifiuti che volevano dire il contrario.

Intanto al mare, di giorno, giocavo facendo parate spettacolose alla palla che scivolava sull’acqua, nuotavo senza paura e mi perdevo in quell’infinito che stava sotto e in cui ci si sarebbe potuti lasciar andare. Eventualmente. Sino al primo grido di richiamo, sino al pensiero che io mi aspettavo altrove.

i padroni del vapore

Nella mia vita professionale, ho avuto anche qualche incarico che comportava decisioni non banali, ho conosciuto molte persone, alcune ricche e altre di potere. Erano – e sono – influenti nella città e spesso nella regione e oltre, cioè ne determinano il futuro attraverso le decisioni e la proprietà. Sono persone rispettabili, perseguono i loro affari, conoscono le persone che servono al loro lavoro. La Repubblica li onora con commende e cavalierati e loro ne sono felici perché si sentono parte della societa nella sua parte migliore. Mi ricordano i quadri di Rembrandt sui notabili dei drappieri o degli orefici, il loro essere importanti nel portamento, nel ritrovarsi, nelle espressioni. Un tempo alla città, i ricchi davano lustro di palazzi ora la speculazione edilizia li vede partecipi, non vengono istituite fondazioni per ricordare la loro munificenza, anzi le fondazioni in difficoltà fanno parte degli affari. Per chi ha molto denaro, qualcuno con il consiglio per il buon affare, si trova sempre. Non di rado sono le stesse banche o i mediatori che frequentano le aste fallimentari, a proporre. Così il potere si estende, immobili svenduto aumentano di valore e trovano nuove destinazioni e compratori. E la catena prosegue verso l’alto e vincola strade, beni comuni, pezzi di verde.
Queste persone pensano di essere brave persone, e lo sono perché non esiste un’etica comune. Salutano volentieri il potere, lo tengono amico perché a loro serve, ma creano posti di lavoro, promettono sviluppo e sono tenuti in grande considerazione.
Adesso che non conto nulla ma sono la stessa persona, se li incontro, mi salutano. Sono gentili, si informano su ciò che faccio e quando rispondo che mi occupo di inutilità, hanno un loro sorriso, come chi la sa lunga e non crede a ciò che gli viene detto. Ma se per caso accade di essere creduto, ti chiedono qualche opinione su qualcosa che conosci, perché i buoni affari li può generare anche chi segue l’inutile e non capisce il valore delle cose. Allora ho un fugace divertimento nel negare, nel togliere importanza, nel dire che mi infastidiscono le manovre sulla città. E sempre gentilmente ci si saluta ma lo si capisce bene quando si è depennati da una lista e ciò che non capiranno mai, è che questo genera una profonda libertà e soddisfazione.

sera d’agosto

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le Pleiadi faranno fatica a mandare messaggi stanotte, così i desideri si accucciano nel fresco della sera. È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. È l’ora in cui l’aria e la luce radunano i ricordi che, solerti, si presentano e dicono di altre età. L’orologio scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nel ” sicuro” porto e le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Mai al passato. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

I veneziani, alzando gli occhi dalle galee, avrebbero detto che il mare era il loro pavimento e il cielo il tetto della casa in cui abitare.

del deludere

Dovrei essere abbastanza plasmato dalla vita e dall’esperienza per sapere che la delusione ne fa parte. A volte è palese, quasi la preferisco, spesso è subdola, si forma col tempo in una somma infinita di equivoci che non sono tali ma infingimenti, piccole deviazioni della verità, cose che si nascondono.
Le persone che si raccontano diverse da come sono, le situazioni quando contraddicono la logica e l’evidenza, la riproposizione dell’arroganza nei rapporti personali.

In politica è ancora peggio perché il potere fa aggio sulla credibilità, alza il livello della promessa, dell’essere ciò che non è, cosicché i delusi si moltiplicano in relazione al distacco tra parole e fatti. E questo non si limita a generare un giudizio, ma diventa un modo di pensare che avendo l’autorevolezza del potere, dilaga tra le persone, diventa una perversione dell’etica.
L’assenza della stima per l’umanità, per il gesto buono, per il rispetto, sono opzioni di un mondo di furbi dotati del potere di ammaliare.
Così lo spregio della funzione pubblica affidata e piegata a fini di parte diviene lecito, anzi parte dello stesso successo in politica.

Molti accadimenti hanno prima del loro succedere, indizi di delusione imminente, avvertimenti, con cause distanti che maturano finché una goccia in eccesso renderà visibile il distacco tra realtà e racconto, fola o come si dice adesso, narrazione. Magari quell’ultima goccia viene ritenuta responsabile di una complessità che era stata banalizzata. Le cose importanti (lo so anche per mestiere), sono poche, ma ad esse si affiancano molte altre che rendono fragile ciò che non lo era, inaffidabile chi era ritenuto sicuro e attaccano persino le cose che deludono perché si dimostrano diverse da ciò che promettevano.

Questo deludere e diffidare diventa parte di un’etica pratica che investe la vita di tutti, dove la negazione di ciò che si era detto, dell’amore ricevuto, della passione profusa è parte del vivere. In fondo, se ben analizziamo, la delusione ha un effetto che tocca l’attenzione e l’ amore: quello per la verità, per i rapporti limpidi, per le cose dette e mantenute. È lo stesso sentire che quando non c’è delusione ci fa sentire accuditi. La nostra impotenza verso le azioni altrui, discerne e coglie la somma di ciò che non è stato amore e piange perché senza cura siamo abbandonati e soli.
Deludono le persone e ancor più ciò che esse generano perché alla fine è difficile vivere nella sguaiatezza, nella protervia, nella volgarità, nella negazione dell’umana bellezza.

mozziconi

Nella vaga ebbrezza d’un sigaro,
ondeggiano parole,
e nel loro farsi storia raccontano,
improvvise passioni che
esplodono in possibilità:
lì c’è l’annodarsi del refe delle vite,
di ciò che s’è fatto e ciò che si farà.
Così l’usuale, il banale,
persino l’utile
sembrano ciò che sono: insufficienti
alla piccola gloria sognata, e persino al farsi quotidiano che si perde,
appena oltre le grida dei giochi,
al borbottare vagamente apprensivo tra i tavolini
e nel sorso delle bibite che imperlano i bicchieri e lasciano una goccia alla piega delle bocche.
Come in un film di Chaplin giovane,
a terra un mozzicone attende chi finirà l’ebbrezza,
perché la storia non si chiude,
ma sboccia altrove.
Del sonno e dei sogni bisognerebbe esser degni,
non accampare stanchezze,
per dare necessità al presente e alle vite.
Togliere a sera il rimorso lieve dell’uggia del non fare che in silenzio consuma.
Tra l’erba esausta dal troppo sole,
di che parla il nostro cuore,
a chi si rivolge
mentre attorno tutto scivola
e smotta nella sgraziata postura d’una frana.
Cos’è questo attonito equilibrio che raccoglie principii, desideri, ideali
in un’immensa discarica?
Sembra prevalga solo un piccolo interesse, scompare il ricordo del mutare assieme
nell’attenzione d’un momento,
e persino l’incapacità d’affrontare la fatica di negare,
di dire di sì all’amore:
no, non era questa la vita che avremmo voluto.

l’imprecisione dell’amore

Posted on willyco.blog 3 agosto 2017

Non lo dicevi con le labbra,
ma nei tuoi gesti l’imprecisione era confinata,
perduta in antiche severità
e poi scordata.
E così il muovere ritmico e attento delle dita,
poteva essere quello di una sarta, di un geografo,
d’una orologiaia, di un calligrafo,
portava con sé piccoli segmenti di tempo,
stringeva con gentilezze sconosciute ai dinamometri,
ed era ciò che serviva: né più né meno.
Da ogni lavoro finito, emergeva una linea,
la stessa del palmo, credo,
che congiungeva di senso, la fine all’inizio.
Ed era la linea della vita,
non delle vite, ché quelle stavano,
colorate e vivaci, nei tuoi pensieri tumultuosi
a tacere e dire assieme,
con un colore per ogni cosa,
ma con una leggerezza così sottile
da innamorare il filo che annodava le possibilità.
Ed era il connubio tra ciò che merita l’esattezza
e la gloria d’ogni impreciso, fidente, amore.

sempre condividerò

Mi colpisce lo sciupio dell’amore sparso invano,
l’inutile compiere dei gesti dopo l’addio,
lo sguardo chino interessato al vuoto,
alla punta della scarpa e al sasso calpestato.
La mano estrae la punta arrugginita dall’intonaco crepato,
è stupita dal colore bruno del ferro arrugginito,
dall’ossido che si deposita strato su strato.
Guardo la carta gettata, il brulicare di formiche,
sento in loro le parole nella notte, allineate,.
Penso a chi se n’è andato il due d’agosto
nell’allegra luce di mattina,
da una stazione colma dei profumi del viaggiare
e che, nel momento precedente, ancora pensava al mare.
Sento l’odore del ferro che somiglia al sangue da dentro uscito,
alla paura che si rialza e diventa un fatto accaduto.
Penso alle notte con parole impigliate,
al tiepido attendere l’allodola, il canto suo, la luce.
Sento la tristezza di ciò che è stato e non è cresciuto,
l’odore dell’asfalto d’agosto,
il sapore dell’acqua di fiume,
e del confondersi d’amore.
Le parole balbettate, l’ultima speranza dell’affastellare,
Il tuo, il nostro, quel poco di mio, che ha senso,
in una notte stellata che oscura rende l’acqua della pozza,
inutile il lavatoio,
e scorre l’acqua, gorgoglia, nel pensiero, col desiderio usato dalla luce delle tue parole.
E allora s’illumina l’ oscuro dentro
e diventa fuoco che divora ogni essere stato.

ma cosa sono questi errori?

Le persone pensiamo, a volte, cambino perché noi siamo cambiati, ma non è così. O almeno non è accaduto allo stesso modo.
Più passa il tempo e più penso che un dialogo profondo si possa avere solo tra pochi. Questo non mi toglie la curiosità di capire gli altri di sentirne il valore e la bellezza, ma capisco che le vite sono scie che hanno le loro traiettorie e destini d’incontro. Con chi ho conosciuto ed è stato molto vicino, anche nel comune sentire, oltre il piacere di vedersi sento che non ci potrà più essere quello che magari c’è stato un tempo. Neppure la gentilezza ha quello speciale carattere e dolcezza che la tolgono dal dovuto e la rendono unica. Quasi una sorta d’amore senza richieste ma solo il piacere d’esserci.
Quando questo reincontrarsi è così differente dall’attesa, ho la sensazione di un fallimento, d’ essermi sbagliato anche allora, e so che non è vero, non perché le cose accadute tra noi non fossero intense e piene di verità, ma perché io ne ho visto una sorta di eternità e ne ho conservato una bellezza che non è condivisa.
Curare che restasse la bellezza di ogni stagione del vivere, oltre il ricordo che modifica il sentire di allora e le circostanze, perché la vita non può essere tutto apprendimento attraverso errori. E di cosa parlano poi questi errori, di quale realtà che non c’è stata e non abbiamo capito? Anche di questo si dovrebbe discutere con noi stessi, perché le scelte, giuste o sbagliate, non sono mai state errori, ma il tentativo, a volte doloroso, di andare avanti, di capirsi di più ed essere veri in ogni nostra storia che si faceva pescando nella mente e nella carne viva.