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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

luce radente

Una striscia di luce rimbalzava sui vetri della trifora del palazzo di fronte e illuminava d’una luce ocra le bottiglie che stavano dietro al bancone del bar. Il barista era appoggiato al ripiano dei dolci e ogni pomeriggio sorrideva perché quella lama di luce gli diceva l’ora secondo la stagione. Faceva caldo ed era solo maggio. Aveva messo fuori, sotto il portico, i tavolini e le sedie di alluminio. C’era sempre qualche coppia o un gruppo di amici che si fermava a bere e l’ora della luce ocra era il tramonto sui tetti della via stretta, una sorta di richiamo per stare in compagnia.

Per evitare d’essere sommersi dalle chiacchiere e dalle risate dei vicini, si eravano messi sull’ultimo tavolino tondo. Lei mescolavi distrattamente il cappuccino, iui guardava il colore intenso dello spritz, rigorosamente al campari, come diceva con una protervia che lo infastidiva mentre si ascoltava e si chiedeva perché il poco ghiaccio era sempre eccessivo nel bicchiere. Tra i cubetti che mandavano lampi di luce stazionava la fettina d’arancia. Il suo colore più intenso lo aveva fatto voltare e aveva visto l’intero percorso della rifrazione: sole, vetri, portico, bottiglie.

Questo incontro, finto fortuito, era stato preparato con cura, come fanno i timidi, due parole di saluto, come stai, sei in centro, hai tempo per un caffè, anche adesso se puoi. In realtà entrambi sapevano che uscivano a quell’ora e che le strade in una città media sono sempre le stesse. Vengono date in dotazione alla nascita, poi c’è l’avventura di uscire dal piccolo ambito permesso, la scoperta che non c’è molto di nuovo, anche nelle strade che sembrano diverse, oltre l’abitudine e la necessità, si capisce che in quel nuovo, sono collocati i momenti del crescere, gli incontri, le trasgressioni, le sicurezze di avere un posto in cui tornare, le malinconie dell’assenza e la sorpresa del ritrovarsi.

Lei aveva cominciato a parlare, del figlio che cambiava lavoro, della noia dei colleghi che dicevano sempre le stesse cose, come ci fosse un’eterna prosecuzione del liceo. Lui la seguiva nel discorso e inframmezzava domande dirette. Sei felice? No, sono serena e mi va bene così. Così le raccontava di sé, delle cose nuove che faceva e di quelle vecchie che non finivano mai. Ridevano. E tu dove andrai in vacanza? La domanda lo colse impreparato. Un po’ rabbuiò e lei lo vide, cercò di spiegarle che si era reso conto che la vacanza era sempre la stessa anche quando era diversa, però non voleva darle l’idea dello sfigato malinconico, quindi aveva arricchito i luoghi con qualche singolarità che li rendessero un po’ invidiabili. In realtà avrebbe preferito non fare nulla e lasciare che l’estate passasse senza ricordi e fatiche. Era la fatica di fare delle cose che dovevano rappresentare la vacanza che lo impaurivano e lo mettevano in uno stato d’ansia. idealizzava altri tempi in cui si andava all’avventura, in cui c’erano molte libertà e meno impegni, meno riti, soprattutto. Gli occhi erano scivolati dal suo viso bello alle mani. Aveva abiti leggeri. Diceva, ho sempre caldo, e anche adesso precedeva la stagione con una camicetta colorata e maniche al gomito. Aveva notato sia il pallore della pelle come le arterie ben visibili, i polsi sottili e le mani. In particolare le mani, erano investite dalla luce che oltre a renderle di un colore intenso, rivelava ogni piega o taglietto attorno alle nocche delle dita. Pensò che aveva le mani giuste, piccole rispetto alle sue, naturalmente, ma della misura che sembra adatta ad essere felici in due. In fondo delle mani, da soli, si pensa all’utile, le si adopera, mentre in due le loro possibilità si accrescono indefinitamente. Come il resto del corpo, pensò.

Adesso la conversazione proseguiva nel passato, ricordavano fatti comuni, ma con molta circospezione come non volessero svegliare ricordi che invece erano ben svegli e attivi. La luce era risalita al collo, là dove si vedono gli anni e già le prendeva il volto. C’erano delle piccolissime rughe, ma erano segni gentili di una mobilità d’espressione. Aveva preso la tazza con entrambe le mani, come a farsi schermo dell’atto del sorbire piano. Prima, con il cucchiaino aveva assaporato la schiuma come fosse panna e aveva sorriso. Per entrambi il pensiero era stato lo stesso, ci si conosce dai particolari e sono questi ad essere la mappa che si precisa nelle vite. Quel gesto di bere con entrambe le mani non glielo aveva mai visto fare. Era una novità nata altrove, forse generata da altri modi di stare assieme o di consumare cibi nuovi. Era più un gesto da tazza che contenesse un sapore orientale che un banale cappuccino. Lei gli aveva parlato di yoga, di un ristorante vegano dove i sapori erano esaltati dalle preparazioni semplici. Diceva, come non fossimo più abituati al fatto che i cibi hanno un sapore proprio che invece anneghiamo nei soli sapori forti. Gli pareva gli avesse parlato anche del fatto che il contenitore non era solo un fatto estetico ma parte integrante del piacere del cibo. Avevano riso entrambi parlando dell’eroticità che il cibo e ciò che lo contiene porta con sé. Poi avevano cambiato discorso.

Il barista era ormai al buio, la luce s’era spostata nello scaffale superiore e le bottiglie illuminate dalla luce radente facevano danzare pulviscolo colorato. Era una scena così quieta che sfiorava la perfezione. Luce, polvere ed acari che ballavano, un viso e un avambraccio nell’ombra, sembravano osservare una lanterna magica.

Le chiese se voleva prendere ancora qualcosa, sapendo che ci sarebbe stata una risposta negativa, ma erano finite sia le patatine che le noccioline tostate. Non voleva disturbare il barista e lo spettacolo che stava avvenendo dentro al bar, così si alzò ed entrò nella penombra per chiedere direttamente un supplemento di piccoli veleni di cui, poi, si sarebbe certamente pentito. Siamo così prevedibili e incoerenti, pensò. La sala era vuota e se i tavoli e le sedie, il bancone, la macchina del caffè erano ben visibili, lo spettacolo della luce che illuminava i liquori colorati era incantevole: una striscia orizzontale che sembrava volesse leggere le etichette, indagava lo scaffale, mostrando le carte infilate di taglio e persino la licenza incorniciata veniva nobilitata dalla luce, ora color d’ambra. Si incantò a guardare, ma per poco e allo sguardo interrogativo del barista, si riscosse: chiese di avere altre noccioline.

Mentre usciva con una ciotola colma di semi lucidi d’olio e sale, pensò a come venivano tostate le noccioline, da dove provenivano e l’immagine dei corpi grassi, sformati, che sempre più si vedevano nei film americani, lo fece sentire a disagio. Pensò a come si diventava così, oppure come ci si distruggeva al contrario, in una lotta tra il piacere e la misura che investiva per i più svariati motivi le menti e trasformava i corpi. Guardò i ragazzi seduti nei primi tavoli, ridevano, le birre nei bicchieri, la giovinezza che non è mai cosciente per davvero di se stessa ma vive e quei corpi erano belli anche quando non lo erano, perché c’era un’attenzione, una cura, che forse non erano solo conformità a un canone, ma il prodotto di un’idea di sé. O almeno sperava fosse così. La strada, oltre il portico, era affollata di biciclette, ognuno aveva una meta, ma a parte i raider, nessuno aveva fretta. Andando verso il suo tavolo, vide la sua nuca in ombra mentre i capelli s’erano accesi controluce. Portava i capelli corti. L’aveva sempre vista con i capelli corti, ma adesso le lasciavano scoperta la nuca. L’hennè, gli pareva di ricordare l’usasse, trasformava i capelli in terminali luminosi, come sciogliesse la massa compatta in singoli fili distinti e serrati gli uni con gli altri. Era un colore che si mescolava con la gradazione di luce che smorzava i toni accesi, la rendeva particolare tra il rosso, l’ocra e il mogano. Aveva inventato un nuovo Pantone, peccato non riuscire a fissarlo su pellicola, un Pantone valeva centinaia di migliaia di dollari. Una vincita al super enalotto. Sorrise al pensiero che avevano diviso la schedina per molto tempo, con il patto che sarebbero stati ricchi entrambi, ma non avevano mai vinto nulla oltre il piacere di attendere ciò che doveva per forza accadere: non se lo meritavano forse? E poi alla fortuna cosa gli costava farli felici? Ormai era alle sue spalle, gli parve bella come sempre, anzi di più e fu colto da una nostalgia mista a gelosia che lo fece sobbalzare e fermare. Non erano cose da lui queste.

Lei lo accolse con un sorriso. Vedo che non perdi le cattive abitudini. Sei sempre uguale. Non era un rimprovero, lo prese come un riandare ad altri tempi e ad altre condivisioni. Si erano conosciuti molto e queste piccole cose facevano parte dei discorsi, degli impegni, delle risate sulla ciccia e brufoli, erano una sorta di basso continuo in un concerto che lasciava liberi gli strumenti ad arco di tracciare melodie e di sorprendere. La nostalgia prese il sopravvento, ma non poteva lasciarlo trasparire, non era nei taciti patti e poi sapeva bene quali sarebbero state le parole seguenti. Meglio tacere, come se tutto il necessario fosse stato detto e ogni aggiunta diventasse un eccesso. Peggiori la tua situazione, le aveva detto, una volta, ridendo.

Si sedette in quello scomodo alluminio e sentì il freddo del tavolo. Adesso erano quasi in ombra e la luce le illuminava gli occhi e la fronte. Mi conti le rughe? Disse lei, sorridendo. Non ne hai e sei molto bella con questa luce. Lei rise. Solo con questa luce, allora dovrò farmi delle lampade particolari. Risero entrambi e mentre le guardava la bocca piena di allegra ironia, un lampo attraversò l’aria e rimasero nella penombra. Una finestra della casa di fronte si era aperta e la luce era fuggita altrove a illuminare altri portici. L’incanto era ripiegato dentro le sensazioni, allungò la mano e coprì la sua, avvolgendola, mentre sentiva crescere la malinconia.

Ho freddo, disse lei, e devo andare. Le mani si staccarono, si alzarono. Pagò rapidamente, salutando il barista che aveva acceso le luci nella sala. Uscì. Fecero un tratto di strada assieme, cercando di trovare la luce del tramonto sotto i portici. Prima di lasciarsi lei disse, ritieniti abbracciato. Anche tu, rispose. E si sentì triste e banale mentre la guardava andarsene verso casa.

lettera 1

Caro dottore, il sole è arrivato improvviso con un carico inusitato di calore per la stagione. Quando, di tarda mattina, arrivavo all’appuntamento, l’androne di casa sua era fresco. Forse era l’ombra e quel passar d’aria che lo attraversava perennemente a raffreddato. Peccato lo avessero pensato come ingresso al retro banale dei garage. Non avevano visto la bellezza dei giardini rimasti nelle case cariche di storia, che attorniavano la sua. Era stata una fortuna, pensi che ho visto costruire il suo palazzo, abbattere le case piccole che affiancavano la casa del Bembo, ho assistito ogni giorno all’inerpicarsi delle impalcature assieme ai pilastri di cemento armato. La sua casa non era peggio di altre, ma aveva distrutto un equilibrio e, se permette, in una strada ricca di palazzi antichi era stonata e brutta in quel moderno da ricchi arrivati in città e ansiosi del doppio bagno e del portiere che sorveglia a l’ingresso. Non è colpa sua ma se non ci fosse stata era molto meglio. Ho attraversato spesso l’androne per mettere la bicicletta nel retro e ogni volta, uscendo, di lato oltre un muro che nascondeva terrazze e piccoli abusi, guardavo il cinema chiuso da anni, sulla cui la sommità c’era quel cinema estivo che non era mai entrato in uso, ma era un autentico oggetto del desiderio, per chi aveva la mia età e si ricordava dei cinema all’aperto. L’architetto famoso e di regime che l’aveva pensato, aveva un debole per i teatri estivi, vicino a una fascistissima casa del fascio aveva messo un’arena per 2000 persone poi diventate 5000. Insomma gli piacevano i raduni, ma erano opere pregevoli, si sarebbero potute utilizzare in una città piena di studenti e di voglia di stare assieme. Peccato che siano state buttate, assieme ai simboli del regime: non sono i prodotti che si dovrebbero abbattere, ma le idee che avevano distorto le menti, la volontà e il popolo. Si sono abbattuti i simboli e un po’ nascoste le idee, poi tutto è andato avanti senza fare i conti con quanto era accaduto.

Comunque l’architetto aveva avuto un’ idea geniale nel collocare sul tetto il cinema estivo e di certo aveva pensato alla meraviglia dei tetti che digradavano verso l’Ercole dell’Ammannati poco distante, ai palazzi e ai chiostri di quella strada stretta che sfocia a nella piazza dove c’erano le meraviglie perdute del Mantegna giovane. Non erano forse esse stesse un film, sia per l’opera perduta grazie ai bombardamenti alleati, sia per l’avventurosa impresa di ricostruzione che esigeva non poca immaginazione. Mi piaceva quel luogo che mi portava nel suo studio e pensavo che in quel fresco c’erano atomi di un passato che m’apparteneva, non ero forse nato e cresciuto da quelle parti. Non avevo respirato la polvere di quel bombardamento che aveva cancellato un pezzo di storia dell’arte, non avevo assistito alla ricostruzione della grande chiesa e bonificato di macerie e sassi quel pezzo di terra che le stava attorno ed era il luogo dei giochi e dei pensieri ragazzini di un gruppetto di amici che sognavano e trasfiguravano ogni cosa che facevano? Forse quello che lei cercava nei miei racconti era proprio nato da quelle parti e a quell’età e se c’erano stati momenti in cui qualcosa si era incrinato e poi per suo conto rabberciato, era anche accaduto in quei luoghi.

Immagino la sua pazienza nell’ascoltare le storie che si ripetono e hanno un canovaccio comune. Ho spesso associato lei, la sua mente e le sue dita che erano dietro di me e non vedevo, a ciò che faceva mia nonna con gli spaghi strettamente annodati che serravano le ceste o i pacchi che arrivavano a Natale. Lei si metteva con pazienza a districare i nodi, a togliere i sigilli di piombo, e pulire della ceralacca le lettere che venivano serrate sotto le cordicelle. Con pazienza, scioglieva e riusciva dove altri avrebbero abbandonato l’impresa, poi di quegli spaghi faceva un piccolo gomitolo o un intreccio che li avrebbe srotolati con facilità e ne riempiva scatole di latta per usi futuri, Credo di aver imparato da Lei a sbrogliare le matasse, ma anche a vederne la bellezza finché sono annodate, tanto che credo di avere entrambe le condizioni applicate ai pensieri.

Mi viene a mente in questo giorno così caldo e fuori stagione, che la vita la viviamo in attività che si concludono in sé stesse. Mettiamo da parte ciò che accade in blocchi di passato che sembrano facili da sbrogliare. Invece diventano legno da scolpire che non finisce di crescere e su cui mi sono accorto di aver steso strati di lacca bianca o rossa. Ora pezzi di vita, non rivelano il loro contenuto ma al più riflettono l’immagine di chi guarda. Ci pensi bene, perché spesso, molto spesso le parole sono il riflesso di uno specchio non il contenuto e che proprio quel contenuto per essere scalfito, aperto, riguardato forse, anzi certamente, genera la tentazione di essere nuovamente scolpito. Il passato che si cela si riscrive e ciò che si scioglie non è la frattura rabberciata, né l’ordinata scatola dei fili, ma un cesto in cui sono contenute cose che hanno sofferto il trasporto oppure sono state più forti di esso.

Salivo le scale a piedi per raccogliere le idee. Non raccoglievo nulla e tutto quello che si era affollato, che aveva fatto male nei giorni precedenti, scompariva in una brodaglia di indeterminato malessere. Se ero alla sua porta un motivo c’era, ma qual era il motivo vero? Forse per quell motivo ogni volta sbagliavo a suonare il campanello, poi sarebbe iniziata una routine che non era tale e un viaggio che non sapevo se mi avrebbe portato da qualche parte. Però non era una recita, o almeno non più di quella che ogni giorno ciascuno racconta a se stesso.

basta con i mesi

Basta con i mesi, promettono e non mantengono più,

erano diversi, un tempo, grandi generatori di domande sulla vita,

preghiere mute del nuovo che nasce e continua il mondo.

Ora tacciono o sono altro

anche se ancora mi chiedo cosa spinga il pero a fiorire,

piccoli fiori bianchi screziati di rosso,

donando bellezza ben oltre le mie poche cure.

Mi domando cosa metta assieme petalo per petalo, la bellezza della rosa,

e perché infine essa s’abbandoni all’erba presa da languore.

Forse ha lo stesso cuore del mite soffione che impavido vola

o quello ben fermo, del ciocco d’alloro che pur tagliato riprova a raggiungere il cielo,

sembrano concordi e si parlano, forse, nel creare bellezza del vivere

perché in essa s’intuisce una gioia.

Solo un melo s’è stancato e ha ferito il legno, per mostrare il suo cuore

così ha rivelato l’estrema compattezza di chi per coraggio rinuncia.

Impudico e ferito s’è mostrato alle margherite, alla menta e alle viole,

come a raccontare la gloria e il coraggio delle cose,

che pur stanche restano se stesse,

incuranti del cielo che vorrebbe piovere,

ma non riesce a farlo.

buon primo maggio

Buon primo maggio a chi ha il lavoro in questo periodo difficile ed è solidale con chi non l’ha più. Buon primo maggio a chi lavora per salvare gli altri, in mare, negli ospedali, in terra, di notte e di giorno. Buon primo maggio a chi pensa e fa qualcosa perché gli uomini siano riconosciuti come persone, portatrici di speranze, di dolori, di un passato da ricordare e di un futuro da creare. Buon primo maggio a chi opera in silenzio per dare a chi non conosce la possibilità di avere cibo e servizi accettabili. Buon primo maggio a chi il lavoro l’ha cercato da poco o da tanto, senza perdere la speranza e ancora gli viene rifiutato, ma continua a cercarlo. Buon primo maggio a chi è stato sfruttato e magari ancora continua ad esserlo, ma vuole che le cose cambino. Buon primo maggio ai lavoratori che in questo momento non sanno cosa li attende perché le fabbriche seguono il denaro non gli uomini o ciò che producono. Buon primo maggio a chi lavora nei posti dove il lavoro è pericolo quotidiano, dove non è possibile accettare che la vita sia un prezzo per lavorare. Buon primo maggio ai bambini che oggi non sanno dove andare, che vivono in una terra che vuol essere straniera e che però saranno i lavoratori di domani. Buon primo maggio a chi vuole la pace, un lavoro, una casa e un futuro per sé e per i suoi cari. Buon primo maggio a tutti quelli che lottano perché ci sia la pace, i diritti che consentono di vivere con dignità, la prospettiva che il domani sia migliore di oggi. Buon primo maggio ai profughi che non vorrebbero essere tali, ma portano con sé la speranza e sono cittadini del mondo. Buon primo maggio a chi lavora con la mascherina e suda ogni ora di fatica, ai pendolari delle zone industriali, a partire dalla nostra. Buon primo maggio a chi non sa quale sarà il suo futuro ed è un nostro compagno in questo pianeta devastato. Buon primo maggio agli insegnanti, agli impiegati pubblici che continuano in altri modi a far andare avanti la scuola e l’amministrazione. Buon primo maggio a chi è in questa città o altrove, a chi è appena nato e a chi è in pensione, a chi si prende cura e a chi vorrebbe essere curato. Buon primo maggio alla dignità che verrà dai lavori nuovi e da quelli che ci sono e rischiano di perdersi. Buon primo maggio a chi ha sogni, senso di giustizia, voglia di cambiare e lotta perché ci sia equità. Buon primo maggio a tutte e tutti quelli che vogliono ci sia un primo maggio di libertà, diritti, eguaglianza, dignità, lavoro.

la cura del corpo

La cura del corpo muta con l’età, cambiano i suoi fini e la relazione che il nostro dimenticato organismo0 ha con sé stesso e con gli altri. Al corpo si chiede di essere funzionale, di garantire il benessere e attraverso quest’ultimo, la serenità dimentica di chi può pensare ad altro. Se non è troppo, gli si chiede la bellezza che si muta nel fascino nell’alone di chi sta bene con sé. Con l’età c’è più sincerità e misura, si intuiscono le diverse intelligenze racchiuse in noi, subentra la comprensione per la difficoltà che ha un meccanismo complesso di coordinarsi senza errori. E ciò vale anche per la mente. Studiare un pensiero, comprendere profondamente una frase non è più il pattinare sui significati che resta in superficie, ma sentire le asperità e le luci che si aprono oltre le crepe di ragionamenti consolidati.

Il corpo e la comprensione del mondo, delle relazioni, le intelligenze si parlano e chiedono, cosa inusitata, il nuovo, il ricordo, l’amore, l’ascolto, la bellezza e il silenzio. Tutto assieme e tutto in noi per come lo interpretamo e viviamo, allora il tempo non è un problema perché accompagna con dolcezza.

dopo il 25 aprile

Posted on willyco.blog 25 aprile 2021

Spesso parlava di quegli anni che mescolavano polvere, eroi e vili. Parlava di freddo senza tregua e di notti brevissime costellate di fughe e fatiche. Parlava e taceva, perché ciò che emergeva non era solo una gioventù consumata tra guerre, precarietà, richiami e coercizione, ma anche idee da esprimere a mezza voce, ceffoni presi e accettati, paure e vita con sogni normali in un ambiente che li contraddiceva. Poi c’era stata la liberazione, la fatica delle macerie da recuperare in qualcosa che serviva e ancora l’abbandono di ciò che non era più esigibile. Realista a tal punto da contare sul presente per avere un futuro. E ascoltare le voci forti degli oratori che venivano per il referendum, le elezioni. Tutte cose su cui non aveva dubbi, come la ricorrenza del 25 aprile, che era una consolazione per ciò che non era avvenuto, per le promesse mancate, per il tempo che passava senza migliorare le condizioni di chi aveva lottato e di cui si parlava tornando verso casa. Per sperare e per vivere la vita di chi amava e sua con i giusti sogni. Una casa in subaffitto visto che l’altra era un mucchio di sassi, malta e mattoni sbriciolati. Una casa che bisognava riscaldare d’inverno e tenere pulita, una casa in cui doveva esserci profumo di cibo a mezzogiorno e sera e il caffè la mattina. Per questo andava distante, rinunciava, sperava e faceva un altro figlio. Perché la speranza era in ciò che credeva possibile e il possibile passava attraverso le sue mani, la sua fatica, le sue idee che ora poteva dire ad alta voce. Qualche domenica pomeriggio, ma erano rare occasioni, nella sede del partito si ballava. Era un palazzo storico della città vecchia, la strada dell’antico decumano, lui non lo sapeva e forse poco gli importava considerate le troppe città viste, il mondo assaggiato per forza. Andava con sottobraccio la sua donna, il vestito buono di lana inglese e il bambino tenuto per mano con la promessa di un gelato o di un dolce per dopo. Era domenica o il 25 aprile, comunque era festa e il lunedì o qualsiasi altro giorno avrebbe avuto altri abiti, molta fatica e spesso una distanza poco sopportabile da casa. Nulla di eroico, malinconie serali per chi ritorna e attesa, più difficile era stato prima. Nella guerra. A lungo, E prima per tutta la dittatura, per il tempo in cui non si poteva essere chi si era e anche la vicinanza con un sovversivo riconosciuto era un sospetto permanente. La fonte di domande, il vincolo di essere reticente per lui, così chiaro e semplice nel dire ciò che pensava. Ora era difficile, tante illusioni si erano perdute assieme a una giovinezza mancata. Come tanti altri. Ma c’era il presente e si poteva dire ciò che non andava bene e questo apriva la porta al futuro. Stessa fatica di prima, però diversa e nuova. E quei figli avrebbero avuto la libertà che a lui era mancata.

nessuno nasce libero

pensieri in libertà
Posted on willyco.blog 25 aprile 2016


Nessuno nasce libero. Sin dall’inizio qualcuno si preoccupa di mettere orari, regole, paletti alla tua vita. Costruiscono per te un ordinato vivere che è sapere cosa accadrà in ogni parte del giorno, ogni settimana, ogni anno, ogni età.

Nessuno nasce libero. Il bisogno d’essere accuditi, protetti, amati, coincide col taglio del cordone ombelicale, con lo sforzo del primo respiro, con il pianto che ne segue, con il primo freddo, con il primo sogno che s’alimenta nel mondo senza protezione.

Nessuno nasce libero e la libertà è una conquista anzitutto personale. Cosicchè ognuno disegna la sua libertà e i limiti della sua prigione e non smette mai di farlo perchè la libertà è fatica prima che piacere.

Esistono tante libertà, alcune sono così importanti da essere condivise. Senza la libertà di parola non si potrebbero, pur volendo, comunicare i propri pensieri, il sentire, la propria tristezza, la percezione della bellezza. Già in famiglia non si può dire tutto quello che vorremmo. Ci sono stati, aree del mondo, religioni, regimi, società in cui si può sentire solo ciò che è permesso, si deve essenzialmente tacere oppure dire ciò che non dice nulla. Qui nasce il primo confronto tra la libertà personale e ciò che la impedisce, ovvero la libertà di essere ciò che si è e si potrebbe essere. Nasce un legame tra libertà individuale e collettiva perchè l’una non può essere senza l’altra. Eppure questa libertà di eprimere ciò che si è, non viene insegnata, per cui conquistarla è una consapevolezza individuale, un confronto tra essere e dover essere che dura una vita. Ma se posso pormi tutti questi pensieri banali sulla libertà, se posso misurarmi con me stesso per trovare i miei soddisfacenti limiti senza invadere quelli altrui, è perché la mia libertà in divenire, limitata, faticosa e preziosa è stata fatta crescere da molti che prima di me si sono posti il tema, che hanno sviluppato una sufficiente intolleranza all’assenza di libertà, al sentirsi ingiustamente oppressi, tanto da ribellarsi insieme ad altri e ottenere spazi nuovi per tutti. Hanno superato la solitudine della libertà, tanto da renderla un problema di crescita collettiva. Le mie piccole, grandissime, libertà, la possibilità di dire di no, è dipesa in misura essenziale dalla loro ribellione.

Capisco che tutto questo sembra acquisito e lontano, che riflettere sulla libertà assomiglia a un esercizio ozioso. In fondo ciascuno, ogni giorno, registra sconfitte e vittorie in questo campo che sembrano appartenere solo alla sua vita. Capisco anche che fatti e parole, un tempo importanti perché legati a eventi terribili, a ingiurie, sopraffazioni e conseguenti atti di viltà e coraggio inenarrabili, siano oggi svuotati del loro significato nel nostro Paese, ma in esso e pochi altri perché altrove essere liberi comporta un rischio altissimo. In Italia, le parole di Calamandrei, di Primo Levi, dei tanti condannati a morte sembrano letteratura, pensieri alti, poesia, ma prive di un riscontro effettuale, di una incidenza vera sulle vite odierne. In questo iato tra esperienza e storia della libertà contemporanea vedo e sento il baratro dell’indifferenza che si consuma attorno a noi sul tema della libertà come conquista. Sento che non si è attualizzato e reso concreto nella sua potenzialità umana e sociale, il valore che possediamo, che non si è trasformato in ragionato patrimonio collettivo ciò che ha coinvolto allora tante donne e uomini, ma che questa spinta ideale e vitale si è consumata come fosse inesauribile e data. L’educazione ha oscillato paurosamente tra vecchie e nuove coercizioni. Ci sono stati tentativi, sogni di pochi che hanno riproposto il tema della libertà per sé e per i figli, aggregazioni educative e sociali originali, ma l’economia e la società si sono incaricate di rimettere le cose a posto, nell’ordinato vivere che è conformismo prima che necessità. Un recinto in cui le libertà soggette alla diseguaglianza economica, alla coercizione degli interessi dei gruppi multinazionali, hanno perduto consistenza e la miseria crescente nei nostri pur evoluti Paesi, ne è dimostrazione. È vero, oggi ci si può muovere senza troppi limiti, c’è una libertà sessuale maggiore, si può dire molto purché qualcuno ascolti, ma il processo di affrancamento è ritornato ad essere solitario e personale. Irrigimentato dall’utile, confinato nel ruolo, nell’età, nella convenienza. E se faticosamente è proseguito un cammino collettivo, con nuove parole, nuove libertà e nuove costrizioni, esse non hanno conservato quella spinta dirompente che le aveva originate e oggi non è possibile misurare quanto di questo cammino sia stato guidato da altri. Quanto le libertà siano state più un potente affare economico che arricchisce pochi più che una conquista collettiva di crescita. Perché la libertà ha come correlato la critica e non si può dire che questa si sia -e si stia- sufficientemente esercitando nei confronti della società liberale. Queĺla che di certo non è proseguita, al di là della retorica delle celebrazioni, è stata la riflessione sulla libertà e il legame che essa ha con l’educazione che mette assieme libertà personali e collettive. Si è pensato che essere e avere fossero coincidenti nella libertà e cosi la stessa parola, in conseguenza della crescente diseguaglianza economica, si è via via svuotata di significato rivendicativo tanto che ormai il 40% dei cittadini di questo paese è disponibile a ridurre la libertà personale in cambio di beni.

Le libertà personali da conquistare sono più o meno difficili se il contesto delle libertà collettive è carente e diseguale. E ancor più se esso include l’ingiustizia nel sentire comune. Portandoci verso la sola libertà individuale, facendola coincidere con l’avere è stato ristretto e chiuso il recinto della riflessione collettiva suĺla libertà. Chi ha, è libero, tutti gli altri sono costretti in piccoli spazi personali, piu o meno come nelle società autoritarie dove la possibilità di essere liberi è oggetto d’acquisto.

Nessuno nasce libero, la libertà è una conquista personale, ma il suo esercizio è una consapevole conquista collettiva.

colori

La sublime sventatezza delle tue parole mi spinge a scattare foto di piccoli bianchi fiori,
li mischio col verde e col giallo del campo, scelgo un rosmarino, l’erba già alta, il tarassaco e la viola. tutto è troppo, reclama attenzione, eppure è sempre insufficiente la tavolozza d’amore.

Però m’accontento e steso nell’erba, perdo lo sguardo nell’azzurro, lo trovo tra il bianco di nubi che abbracciano il cielo, così nel cuore tutto si fonde ed esulta.
Quel cuore che si vorrebbe pervicacemente rosso e forte, ma anche tenero e dolce, pronto alla carezza e alla passione.
Quel cuore che trova un cremisi e lo riconosce, lo tiene stretto
e aspira il fresco dell’aria, sapendo che i sensi mettono assieme la gioia e l’impossibile.

Si rende ape, il cuore, e poi uccello, ma non smette di battere con te che togli e aggiungi senza posa,
a me che sono implume a primavera, orgoglioso d’ogni estate
e nell’inverno mi metto in disparte,
In attesa di vita, come l’eterno.

pasque al mare

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Molti sabati e pasque li ho passati al mare. Di alcuni ho un ricordo particolare che come tutti i ricordi è più impressione che fatto, di altri mi è rimasta la sensazione che avrei preferito essere altrove. Superata l’età in cui la Pasqua aveva un significato particolare, specifico dal punto di vista religioso e quindi di per se stessa fonte di pensieri direzionati, restava una sensazione di festa particolare, però con la libertà del pensiero e quindi dell’andare, Ancora oggi faccio fatica a considerare la fede altrui come un fatto da antropologia culturale e quindi mi trattengo nel violare le intimità, i riti più ostentati, fermandomi alla soglia e facendo un passo indietro. Dove inizia ciò che per altri è importante, come non avere rispetto? Ma non ricevo lo stesso trattamento, nemmeno lo sforzo di dire qualcosa che consenta una riflessione. M’ infastidisce ricevere messaggi religiosi, citazioni di telefoniche di salmi da persone, che ti hanno messo in una mailing list perché in qualche modo sei stato importante a loro. Quando è accaduto eravamo diversi e allora questo fenomeno semplicemente religioso consumistico non c’era. In molte pasque che ho vissuto da solo o in compagnia, non c’era neppure il dato umano delle piazze davanti alle chiese gremite di persone auguranti, le mie, semplicemente si svolgevano al mare dove mio suocero aveva un villaggio. Arrivavano i villeggianti estivi a prenotare ed io che c’entravo abbastanza poco, mi godevo il mare fuori stagione.

La spiaggia era ancora ingombra di alberi e di residui della civiltà di pianura.  Cercando con attenzione si potevano immaginare luoghi e fatti d’origine dei resti. Qualche moria di polli, una buriana di novembre, un nuovo detersivo dentro contenitori in plastica dal colore inusuale, molti frammenti di giocattoli, dalle teste di bambole ai pezzi di ufo robot segno che natale aveva fatto felicemente il suo corso. C’era un pranzo particolare, molte chiacchiere, di quelle che non affondano nel personale, perché non sta bene, e parecchio vino e caffè. Così arrivava il pomeriggio e la sensazione di una giornata strana che sarebbe stata riscattata dal lunedì con qualche scampagnata per argini. Se il tempo teneva. Lì, a Pasqua, era il mare il gran protagonista, con il suo aspirare pensieri, isolare le persone in sé e lì si giocava la partita dell’utile e dell’inutile: avevo perso tempo, ero contento, l’avevo fatto per forza? Di tutto un po’ ma ciò che emergeva era la capacità del mare di riportarti a te. Questa era la solitudine del mare e devo dire che appoggiato a qualche capanna appena costruita, riparato dal vento e con il primo sole tiepido, tutto questo mi pareva una dimensione bella e positiva, che magari non c’entrava nulla con il giorno e la ricorrenza, ma apriva una alternativa alle abitudini, alle feste obbligate, alle giornate che celebrano qualcosa e passano lasciando un senso di vuoto senza nome. Cos’è successo davvero? E adesso? No, questo riportarmi a cose che io solo sentivo era un passo avanti, un senso per me. Poi sarebbe arrivata la sera e il ritorno, ma quell’angolo era mio, solo mio.

la pazienza del ragno

La strategia del ragno si basa sulla capacità che questo ha, di attirare il caso. Attende paziente, come il pescatore, che due eventualità consumino le probabilità remote e coincidano. Accade in ogni evento che noi definiamo trovarsi per caso nel posto giusto o sbagliato nel momento giusto o sbagliato.

Accade anche in amore che una rete di fascino si stenda attorno a noi o ad altri, che ci sia fiducia e impaziente attesa, poi qualcosa avverrà. Gli incontri possono coincidere oppure andare per loro conto. Pareva, sembrava, non era. Pensiamo a quante traiettorie non si intersecano, quanti destini migliori non avvengono, eppure c’è una paziente opera di un caso maggiore che sovrasta e coordina il nostro piccolo caso e tiene assieme le matassa di coincidenze positive che manda avanti il mondo e assieme a esso, manda avanti speranze e buoni accadimenti.

Il nostro piccolo caso è un buon venditore, fa luccicare e rende dolce ciò che è difficile, toglie le difficoltà e mette nell’ebbrezza del volo tutto il piacere che poi procurerà l’incontro e il suo evolvere. Stravolge il tempo, vive e non progetta, costruisce l’inimmaginabile.

Ci mostra la meraviglia dell’ avere una padronanza del proprio tempo, di ciò che si sente, e al tempo stesso esserne più o meno dolcemente sopraffatti e in balia.

Anche al ragno il caso non sempre arride, per lui è questione vitale, non si perde d’animo, riprova, ma ciò che lo rende debole è l’abitudine, il seguire sempre gli stessi percorsi. E ancora una volta ci assomiglia nella coazione a ripetere. In fondo abbiamo bisogno di certezze e di cambiamento e che il caso, la volontà o la voglia li mescolino per bene e rendano nuovo ciò che incessantemente accade.