Avatar di Sconosciuto

Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

disgiunzioni

Lui soffriva di malesseri speciali, non riuscendo ad essere felice. Lei si sentiva inadeguata e in colpa per questo. Questo generava il non avere luogo, essere virtuali anche in carne e ossa.

Avrai altro da fare.
Ci sono attese che hanno l’attenzione della punta del coltello,
non di un’arma, e neppure della sguaiata funzione dell’ utensile di cucina,
ma del coltellino piccolo che animava le tasche ragazzine.
Una forza da adulto, come fosse d’altri
l’impegno che lo muoveva a incidere,
sul legno,
mentre ora altra punta vuol tacitare gelosie,
attento a non far male troppo.
Come esistesse un troppo nei minuti,
già ore indifferenti, all’ombra nel cuore
e al farsi della distanza immota.
.

Cos’è necessario per essere felici? Ascoltare il desiderio che trova strade oscure dentro, la sofferenza per il suo latitare e poter dire entrambi con parole scarne mentre attorno tutto sembra facile e trabocca. Nani e giganti immaginari si confrontano, né l’uno o l’altro, la stessa lingua possiede, solo l’incrociare dei desideri che non parlano ma dicono. Con libertà dicono prima d’essere spenti, sconfitti, gettati in un infinito che si spegne e non lascia tracce nel ricordo.

Ricordi tu la notte del corpo che non ha, dell’anima che non trova e a cui non basta il poco, il niente, la penuria, l’appena sufficiente, l’errore, il non richiesto. La tenebra anziché la luce. La libertà è il silenzio, ma nessuno sa vivere nel silenzio che esso stesso emana, ne sente l’oppressione, e la libertà diviene scelta come è possibile, si cerca in essa ciò che è fondamentale per un equilibrio che generi senza dolore.

Rumore bianco, pulsare di stelle, radiazione fondamentale che aspira ad essere materia. Desiderio indotto di creazione del tempo. Del proprio tempo. In un mescolarsi di senso e di impalpabile luce. Nel ricordo di ciò che poteva essere si fonde ciò che è stato e diventa libertà di tempo. Aspirazione alla bellezza, all’equilibrio, all’inaspettata felicità del connettere ciò che prima appariva disgiunto. Bellezza sparsa e sciolta nell’aria, gioia del vedere, del capire, del sentire. Unione del sé esteriore con quello profondo e interiore. Le età sono l’una nell’altra e la bellezza antica si rivela all’attuale. Coincidono.

lettera 11 ovvero parliamo della guerra e dei tempi

Caro dottore, prima è stata la stagione del Covid 19, poi la povera politica italiana ed europea, ora è il governo di destra ad occupare le cronache embedded dei nostri media, ma fino a fine settembre era la guerra in Ucraina che sembrava essere il centro di ogni manifestazione comunicativa. Mi chiedevo allora, e anche adesso, dove c’era la cronaca e i fatti con le loro genesi e dove la tendenza a spettacolarizzare ogni cosa che alla fine sterilizza un processo che permetta, non la pietas, ma piuttosto il giudizio e il capire come se ne può uscire.

Abbiamo thanatos dentro l’Europa, questo è il fatto profondo e nuovo, che come tale dovrebbe essere percepito. Ed io, che credo di averlo inteso, avrei bisogno di rimettere in ordine le idee senza cadere nel pregiudizio del tanto peggio tanto meglio. Quando si personalizzano le cose, ovvero le si attribuiscono a una sola parte o ancor più a una sola persona, non solo si semplifica una complessità di poteri ma non si comprende quali saranno le prossime azioni, come esse ci minacceranno e chi davvero conta. Poiché la cosa mi preoccupa e colpisce molto, causa morti e rovine senza limite, prima finisce meglio è, invece la china che ha preso sembra una dissipatio il cui esito è un continuo azzardo verso il basso. La necessità primaria è che cessino le ostilità e inizino le trattative, poi il resto si risolverà, è una verità ragionevole, forse opinabile, magari non semplice, ma necessaria perché non ci sia una carneficina. A quale divinità viene dedicata l’ennesima ecatombe di uomini, donne, bambini? Perché tante possibilità di futuro sono stroncate e tolte persino del loro nome ma messe nel conto come necessità vitali, la morte che diventa collaterale al suo assoluto e neppure conta. Perché ci siamo ridotti così nel pensiero dopo le stragi della seconda guerra mondiale e quello che ne è seguito. Lo sa dottore da quanti anni i bambini non vanno a scuola in Syria, 11 anni. E nello Yemen da 8 anni si muore di bombe, di fame, di malattie, di sete, ma nessuno, neppure cita questo lento scomparire di vite.

Come portiamo questo peso semplicemente schierando una parte della mente tra l’uno o l’altro, sulla base di quale ragione, noi, non i lanciatori di bombe, lo facciamo? Perché abbiamo tolto la paura della morte e della guerra, che sembrano annullate e ridotte a un sentire marginale e personale. Viviamo e la nozione di pericolo resta distante dalle vite quotidiane. Certo non possiamo chiederci di essere interessati alla geopolitica, di avere nozioni di storia che si spingano indietro di un paio di secoli, ma c’è indifferenza e si fa strada con veline e giustificazioni la scelta delle armi come sistema per risolvere le questioni che attengono al riconoscimento del potere. Non delle patrie, ma del potere che essere in uno schieramento o nell’altro viene considerato consustanziale alle vite prospere. Tutto questo sta mettendo radici profonde qui da noi, tra persone che conosciamo e via via, in quelle parti del mondo che non sperimentano la guerra da oltre 70 anni, ma ne plaudono l’uso altrove.

Vorrei riassumere a me stesso ciò che sinora ho capito della crisi Ucraina e di come sta evolvendo il mondo. Certamente le radici di parte di questa perturbazione continua risalgono alla caduta del muro e alla successiva scomposizione dell’U.R.S.S. Eppure fu un vento di libertà, cadeva una ideologia, si sarebbe sostituita con il raziocinio di nuovi equilibri. Le idee sull’io prevalente e sul noi che condivide, come diceva Croce, continueranno a confrontarsi nel mondo, ma sembrava che quel confronto dovesse avvenire su basi nuove che comprendessero non la supremazia ma la competizione nei campi dove più è necessaria l’intelligenza ovvero la crisi demografica, la fame, la dignità dell’essere uomini, il rispetto delle risorse comuni per un avvenire che togliesse dal futuro le maledizioni del caso. Questa speranza, ricorda Rostropovich che suonava Bach presso la porta di Brandeburgo, era senza nazione, era fatta di una spinta alla cooperazione e al discutere delle proprie idee, all’abbattere muri. Una sorta di scuola di Atene, non un preludio al belligere. Le parlo di quello che accadde nel 1989 e continuò sino al 1993, e che coinvolse molti giovani che ora sono quasi vecchi come me e lei e che magari occupano posti di decisione e comando, oppure semplicemente sono vissuti, come è accaduto a tanti, dentro questo sogno. In Russia, con la creazione di una nuova federazione di Stati a cui aderirono solo una parte delle repubbliche che prima facevano parte dell’U.R.S.S. sembrava ci fosse aria nuova. E ci furono trattative, patti e assicurazioni reciproche tra l’occidente impersonato dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalla N.A.T.O. e quello che stava diventando la Russia. Non fu così, dietro alle parole di pace e di cooperazione c’erano pensieri di dominio, ne nacque un groviglio geopolitico irrisolto nei due canoni fondamentali che governano il mondo ovvero essere potenza e in quale grado.

Lei, mi dirà cosa c’entri tutto questo con le mie paure e con i motivi per cui vengo a stendermi sul lettino. Il fatto è, dottore, che per la prima volta ho paura della morte più stupida che ci sia, ovvero quella determinata da persone che detengono un potere inarrivabile, che non hanno principi etici ma solo calcoli di dominio e nessuna remora per considerare le vite perdute, danni collaterali. Che mascherano gli errori che compiono trasformandoli in necessità e che detengono il potere di uccidere senza limite e che nessuna persona di buon senso può affidare ad altri secondo un sistema di governo, qualunque esso sia.

Capisco che l’alternativa di salvare – e salvarci – le vite nostre e di chi ci è caro, è solo la pace, cioè l’inizio di un cambiamento radicale del mondo. Ma mi sento vecchio e impotente nell’agire, mi manca l’afflato di appartenere alla terza specie di potenza del mondo, perché attorno la sento debole e senza il nerbo necessario a infiammare cuori e menti sulla possibilità di avere un mondo giusto, equo, in pace e seppur diverso nelle idee, cooperante. Quella potenza costituita dai deboli, dai giovani, da chi ama la vita propria e altrui, dal sentire l’ingiustizia nel mondo come parte propria dell’agire quotidiano. Il potere del dire di no, del rispetto dell’umanità e della sofferenza, questo mi manca e mette la mia paura nella solitudine. Non c’è giorno nella notte dell’anima se non quando in altri si ritrova la stessa paura, la stessa notte. Questo tempo angoscia, dottore, e non so cosa pensare che rimetta in ordine la serenità dell’essere.

Siamo in molti a provare le stesse cose e non è una malattia, è il rifiuto dell’indifferenza. Come si guarisce dalle malattie dell’anima, insieme? Come si parla agli altri per capire chi ha la stessa sofferenza? Questo dovrebbe dirmi, ma temo che anche lei abbia paura e che semplicemente la tenga a bada. Siamo come nel quadro di Brueghel della parabola dei ciechi dove la caduta dell’ultimo di essi nel fossato, sta trascinando tutti gli altri che si tengono l’un l’altro. Vedere la realtà e mutare è un processo individuale, caro dottore, ma se esso non coinvolge chi ha la stessa necessità, allora è sterile e rivela la sua impotenza. La stessa che sento e che capisco che da soli non ci si salva.

Per questo ho paura e temo che sia la solitudine a renderla più profonda e neppure lei serve a molto, per diradarla se non puntando verso uno stoicismo che aveva maggiore possibilità di consolazione in altro tempo. Il suo Maestro era uno stoico? Quando lasciò Vienna, salvò se stesso e non le due sorelle che furono internate e uccise. Mai come ora per salvare noi stessi dobbiamo salvarci assieme, in questo serve più la sua psicoanalisi oppure la mia sociologia così precaria e vituperata? Abbiamo bisogno di processi collettivi e di paure vitali che ci portino a responsabilità, grandi e sopportabili. Me lo lasci almeno come sogno, dottore, ci saranno persone che lo condividono. Ne sono sicuro e sui sogni si costruisce la vita, ma questo lei lo sa.

tutto facile?

Perché la facilità di avere degli oggetti dovrebbe rendere più felici o più liberi? Il possesso si confonde con la stima degli altri, spesso travalica nella stima di sé e nell’identità. Cos’è il merito se togliamo il parametro della capacità di creare valore economico? È forse misura della persona e di quanto essa faccia progredire gli altri a iniziare da chi gli sta vicino? Quanto vale il saper compiere azioni che non hanno apparente valore ma contribuiscono alla felicità di sé e di qualcun altro? Le cose sono la paga del merito, il senso della dimensione sociale in una società dove non la persona ma la sua possibilità di acquistare beni, anche beni comuni, anche di segregare bellezza viene valutata come correlato del merito. Sviluppare questa cognizione porta a ridimensionare l’assoluto che sembra contenere. La possibilità di acquistare cose ne provoca l’accumulo e ne impedisce l’uso, la stessa tecnologia apparentemente mette a disposizione strumenti che permettono di fare più cose, cose che non avremmo fatto mai oppure da compiere con fatica e relativa soddisfazione e che ora nella bulimia del possibile scompaiono senza lasciare traccia. Non c’è differenza, non c’è ricordo solo confusa necessità d’aggiungere.

Il necessario come diritto sociale della persona dovrebbe essere ben più di un enunciato delle costituzioni, che infatti non prevedono la povertà ma i diritti individuali temperati dai diritti collettivi.

Necessario, questa parola evoca nell’epoca in cui tutto trabocca, la penuria, l’appena sufficiente, mentre è la libertà da tutto ciò che opprime con un desiderio indotto. Libertà di essere con dovizia se stessi, senza risparmio di tempo e bellezza, che sono disponibili per chi sa usare i sensi e goderne e quindi, non di rado, coincidono.

Hai passeggiato con i piedi tra le foglie?
E il vento è scivolato sul viso carezzando?
Qui l’aria è mite.
Dai tavolini all’aperto,
parole brevi, sussurrate, protese,
tra sorsi piccoli di cioccolata,
sfiorare di dita e sorrisi,
mentre attorno il giallo invade l’aria.
Le foglie si sovrappongono in mucchi gioiosi:
c’è un desiderio di gesti semplici,
necessari e pieni di dolcezza.

i pensieri dell’attesa: in cerca di casa

Dopo tanto dibattere serve una tregua, forse è il non sapere dove andare o il sentirsi limitati che provoca questo senso di girare attorno ai problemi, alle cose, a se stessi.

Oggi volevo entrare in un bar e sedermi come facevo un tempo. Non penso sempre al contagio, un tempo di più. Accadono, sono accadute tante cose che ora non è più il Covid la minaccia principale, ma la realtà non è più la stessa.

I tavoli sono vicini, riemergono liberi I sentimenti e le persone che si sussurrano le parole dei primi incontri, mi inteneriscono con una punta di amarezza. Cosa accadrà all’allegria, in questo tempo d’indifferenza, me lo chiedo senza riuscire a tirare fuori l’autoironia che un tempo mi salvava dall’età, dai percorsi dei ricordi. Si può cantare l’ amore, sussurrare, tenerlo a memoria e poi lasciarlo andare, perché vuol volare. Ma anche raccontarlo mentre il caffè si fredda e il sole gioca con la luna, e gli occhi non si stancano di parlare. Vorrei fosse sempre così, per sempre così.

Nella scuola Alessandrina la misura dell’amore non tollerava teoremi, solo quel piccolo assoluto quotidiano che era anzitutto gesto, ma anche sguardo, carezza, attesa, desiderio e soddisfazione. Né più né meno di un punto fermo che s’allineava ad altri e formava un segmento, una curva e infine diventava cerchio infinito di ogni attesa pensata, esaudita, concessa, rubata e gloriosamente donata.

Il mondo è inquieto, incerto, non ha strade definite, solo tracce e speranza. Forse mi sento triste di ciò che troppo spesso accade e volevo ringraziare chi dirada la vista del cuore, scrive poesia o dipinge colori per sentire perché mirabilmente la descrivono questa necessità d’amore, di sentirsi voluti bene, magari strappando anche un sorriso di leggerezza.

Il mantra d’augurio che offro è che la complicità sovrapponga i desideri, dipinga lo stesso sorriso sulle labbra, tenga la mano come nessuno mai e poi faccia sentire che tutto l’universo quantistico può essere contenuto nell’impalpabile parola amore, ma nessuno lo potrà mai spiegare, solo vivere.

campi arati e musica classica


Le cose si ripetono con diverse tecnologie. Arretro per guardare meglio e poi m’avvicino per cogliere il particolare. Importanti i particolari, la loro somma è il tutto. In musica, nell’arte, si coglie con facilità il mestierante, l’approssimativo per incuria o mancanza di talento, nella lettura ci sono buche e dossi che non dovrebbero esserci, che testimoniano il senso di una imperfezione da incapacità perché altrove non ci sono. Le esecuzioni musicali sono impietose, distinguono subito tra interpretazione e pressappoco. Anche in architettura si coglie con discreta facilità l’incongruenza, non solo per le case che si ripetono uguali, per gli stili che hanno avuto un iniziatore e poi imitazioni che imbruttiscono la semplicità del fare. In un villaggio in montagna o al mare, seppure con materiali poveri, c’era il bello del distinguersi in un fregio e l’essenzialità nell’uso. Un dammuso è perfetto in sé non ha bisogno se non di maestria nel costruire. Così accade negli oggetti, nella tecnologia che avanza ma cede nei materiali, apre buchi dove la semplicità esigerebbe una via piana al conoscere e all’usare. La complicazione che nasconde l’imperizia, il materiale che degrada, la plastica che appiccica. Questo mancare di rispetto considera chi vede e chi usa come una discarica dell’intelletto, si poggia sul non capire dato per assioma, sulla distrazione. Mancano note, c’è una stonatura, le parole sono ripetitive, i fregi sono fatti in serie, tutto porta a un’idea di scadimento anziché di possibilità di discernere.

Percorrevano strade incerte i cadetti nel grand tour, vedevano rovine e si estasiavano nelle distese di campi arati. Certo non è il soverchio profondo di macchine possenti, un tempo una coppia di buoi faceva il necessario, ora lame si infiggono sulla terra, zolle lucide mostrano compattezze di umidità profonde. Si ara a 50/70 centimetri, la vita sottostante ne viene sconvolta e poi ci penserà la chimica ad aggiustare le cose. Ma lo sapete quanto ci impiega il terreno a diventare humus fertile, 1000 anni, noi viviamo su quello che è stato creato dal lavoro di lombrichi e di miriadi di animali mentre sopra di essi uomini in armatura, straccioni, cavalli e cannoni si sbudellavano a vicenda. Quando il giovane Mozart arriva a Milano per la prima volta ha passato le Alpi e ha visto una pianura ricca di campi coltivati e di boschi, con i fiumi pensili arginati dall’uomo. Dentro gli risuona la meraviglia e la musica che spesso affiora sulle labbra. Un succedersi di tranquillità lo conforta in un viaggio difficile per lunghezza e strade, ma è tutto così nuovo e pieno di bellezze in città, ognuna diversa dall’altra, dove miseria e ricchezza si mescolano. Dopo un’attesa a Milano presso il convento di San Marco, il padre Leopold, riesce a farlo esibire e questo quattordicenne, mostrato come un fenomeno, dà sfoggio della sua imberbe bravura a casa del conte Carlo Giuseppe Firmian. Il concerto si ripeterà, mai uguale, perché Mozart è un improvvisatore oltre che un genio rigoroso. Applausi e sorrisi, fuori attende una notte nebbiosa ma le teste di chi ha ascoltato sono ancora piene di note e assieme ai pasticcini e lo champagne s’intrecciano discorsi sugli eventi europei. L’Europa è quasi in pace, la rivoluzione ancora non si fa sentire ma letterati e filosofi scrivono cose inusitate, mai sentite. La Lombardia è austriaca, un pezzo della Corte Asburgo è a Milano e W. A. Mozart non vuol fare più né il fenomeno da baraccone né il bimbo prodigio, scrive musica a getto, ancora imperfetta nel contrappunto ma a questo ci penserà Giovanni Maria Martini a Bologna. Mozart vorrebbe restare a Milano. Conosce l’italiano e quel mondo colorato ricco di intrighi e di corti qual è l’Italia, lo affascina. Il padre Leopold non allenta la presa, vorrebbe favorirlo ma combina guai alla corte di Vienna. Sa che la ricchezza dell’ingegno di Wolfang è il prestigio di famiglia e che essa dipende da quel talento che non sembra avere mai fine. Trascura la figlia Nannerl e fa male perché la ragazza di talento ne aveva tanto, ma la temperie è quella. La possibilità di diventare un Kappelmaister in una delle corti Asburgo sfuma e il primo viaggio dopo aver percorso infiniti campi e boschi, fino a Napoli tornerà a Salisburgo facendo incredibili deviazioni. Il nuovo che porta Mozart si mescola con il sapere esistente, ne esce qualcosa di originale e talmente singolare che solo la natura può essere un paragone. Una fertilità continua di conoscenze e saperi che mescolano la visione del mondo e la ricomprendono. Guardare nel particolare e cogliere l’insieme, seguire la trama come un pretesto alla meraviglia. Questa è la bellezza che ancora mantiene la sintesi tra l’uomo e la natura, tra l’innovazione, la tecnica e il sapere: non si butta nulla perché tutto deve tendere all’eccellenza. Ne saprà qualcosa Da Ponte quando capisce che i suoi libretti incontrano difficoltà crescenti e stanco di debiti e riti massonici cercherà nella democrazia aristocratica negli Stati Uniti, nazione nuova e già ribollente d’attrazione, di vivere una nuova vita.

Mozart torna tre volte a Milano, appena fuori le mura, cascine e campi arati, con cura e baulatura lombarda per facilitare lo sgrondo delle acque. Questa è una sapienza che testimonia perizia, conoscere la terra per cavarne il meglio è la stessa arte del pescatore che posa la lenza sull’acqua, del pittore che riassume tutto quello che c’è stato prima e lo trasfonde in un nuovo modo di usare il colore e il pennello. Lo sa chi scrive che si imbeve di realtà e di fantasia e fonde entrambe con perizia, come farebbe un fonditore che nel crogiolo crea la nuova lega e già pensa come trasformarla in qualcosa di differente attraverso cose apparentemente distanti come l’olio, la tempra, questa è la nuova e antica metallurgia che cambia il metallo e insieme lo rende unico. Così il contadino conosce il suo campo, a nessun altro eguale. Ne sgrana la terra tra le mani e sente la consistenza, l’afrore, i costituenti di cui neppure conosce il nome ma che percepisce nella giusta composizione, il terroir che lega il frutto alla sua unica madre.

Mozart conosce un pezzo della città e dell’aristocrazia a Milano, ma solo un pezzo perché la città di Beccaria, della vita dolce e lasciva non si mostra ai visitatori, li adopera per arricchire la sua comprensione del mondo. E’ il destino delle capitali e dei campi, dei boschi e delle montagne, degli uomini che sanno chi sono e vedono innanzi: attrarre, ricomprendere, essere nuovi senza rinunciare a tutto ciò che è stato, crescere secondo natura. Come un albero che noi e Mozart vediamo allo stesso modo, ne percepiamo il frusciare, sentiamo che un mondo sotterraneo l’alimenta ed è vita che dà anima alla pianta. Ascolto diverse interpretazioni dello stesso brano, sento la maestria di chi riesce a cogliere ciò che neppure l’autore sapeva di aver messo, perché i moti della creazione delle cose contengono un inconscio che parlerà in modo differente ad occhi diversi, allora la tecnica si staccherà dall’interpretazione. Condizione necessaria ma non sufficiente e se mancherà anche la tecnica allora nulla potrà parlare e dire qualcosa.

Nei campi arati, stormi di uccelli cercano il cibo lasciato dalle macchine che hanno tolto l’ultimo raccolto, accanto le zolle riflettono come specchi il sole di ottobre, le cascine sono molto diverse da quelle che vedeva Mozart, ma c’è ancora arte e differenza che circola nella terra ed è un sapere comune, una conoscenza che rispetta la natura delle cose. Ciò che non compie questo miracolo di equilibrio, corrode e devasta, ecco il nemico dell’armonia che desertifica la capacità di capire, di vedere, di sentire che ciò che l’ingegno produce o è per l’uomo oppure gli si rivolterà contro.

borbottio

Anziché parlare ultimamente borbotto, i pensieri mi salgono alle labbra, alla penna e li ascolto. Non ho nessuno in particolare a cui rivolgermi, sono un droghiere che nel suo negozio odoroso di legni, agrumi e vernici, lambicca conti, previsioni, scaffali da vuotare, proposte da allineare. Ci sono molti tipi di silenzio, il borbottio è quello più innocuo, si capisce che qualcosa non va ma non è chiaro cosa sia. Ho sempre apprezzato quelle persone che hanno poche idee ma chiare, che sanno dove dirigersi, quando fermarsi, gli altri si muovono come i gas, sbattono contro le pareti, non si capisce mai per davvero dove sono. Precedono la meccanica quantistica traslandola nei pensieri. Chissà se qualcuno ci ha pensato di verificare se noi, non i computer di nuova sperimentazione, pensiamo quantisticamente, ovvero trasformiamo indifferentemente onde in particelle, pensieri in atti concreti e viceversa. E l’entaglement forse ha un corrispondente nell’emozione simultanea, sia essa un amore o altro, che si comunica a distanza attraverso l’intuizione e l’idem sentire. La telepatia è stata il sogno e l’incubo di chiunque volesse conoscere i pensieri di chi era per lui importante. Sappiamo che sprazzi di coincidenze statisticamente compatibili si verificano assieme a eventi di cui non si spiega la nascita se non con il caso. Ma cos’è il caso che sembra interagire pesantemente con le nostre vite e non trova ragione se non esaminando tutte le forze che contemporaneamente determinano un momento del vivere. Si dice con allegria o minaccia che trovarsi nel posto giusto al momento giusto sia parte del tempo e della necessità, ma questo cosa c’entra con i miei silenzi?

Forse dovrei fare un passo indietro e raccontare ciò che determina il tacere o il borbottio. Detto con parole semplici è il disallineamento tra le attese e ciò che accade perché questo influisce e soprattutto fa comprendere che noi siamo sì signori del nostro destino, ma solo del nostro, nel mentre tutto il resto procede per suo conto e se le cose sembrano condurre verso esiti non desiderati allora diviene evidente quanto e cosa contiamo per davvero. Una ridimensionata all’ego non fa male, ma ci sono altre cose che l’ego sorregge, il libero arbitrio ad esempio. Possiamo essere liberi se non siamo davvero padroni delle nostre azioni e quanto di tutto questo lievita e diviene un insieme che condiziona le vite di tutte. Accade in politica, nei posti di lavoro, nella vita relazionale, negli amori, un po’ dappertutto ciò che è lievitato ingloba la società precedente e la riordina in nuove priorità, in obblighi sconosciuti fino a quel momento, speriamo anche in nuove piacevoli esperienze di vita. Certo che con un pianeta doppiamente in pericolo per la nostra specie si dovrebbe stare cauti nel far lievitare la realtà secondo possibilità negative. Insomma noi siamo contemporaneamente soggetti alla legge di Boltzmann ma anche a un universo reale e deterministico che ci obbliga in una direzione quando troppo trascina da quella parte.

E quando si ha comprensione di tutto questo che si può fare? Qui si aprono due strade o il rifiuto del determinismo, cioè ci si oppone a ciò che sembra rafforzarsi come necessario se questo riguarda le nostre possibilità di vita e felicità. Rifiutare il determinismo significa andare in piazza e dire che non si è d’accordo, che bisogna che le cose cambino, che la vita è più importante di ogni convulsione del potere. L’altra strada è quella del silenzio e del borbottio individuale, ovvero il rifiuto di essere parte di qualcosa di negativo che ci riguarda. Se il nostro cervello funziona secondo le ipotesi della meccanica quantistica non c’è nulla di determinato ma una realtà che è il succedersi statistico di momenti in sequenza. Le cose possono mutare, tornare indietro, essere favorevoli anche se esiste la possibilità contraria. Le cose cominciano dalla nostra testa e da essa dilagano anche senza parlare, conta ciò che facciamo, ciò che rendiamo reale.

n.b. la quantità di forse che costella questa pagina dà misura di quanto poco solidi siano i presupposti e le conseguenze tratte, ma di una cosa sono sicuro: o attraverso il silenzio di massa che pesa come un macigno o attraverso la protesta urlata ciò che sembra determinato ed è esiziale per noi e per le nostre vite può ancora essere mutato, prima di trasformarci davvero in una vibrazione.

utile è la vita e quello che essa genera

Pensare ciò che è utile a chi si ama è quasi una necessità. Bisogna sentirne il limite e lasciare che scorra la felicità com’essa crede, per averne, di rimando, il calore.
Penso, ma non da ora, che si trascuri come fosse dovuto e naturale, tutto il bene creato e dato, l’amore generato che dovrebbe rendere fieri non solo d’averlo vissuto, ma tenuto nella sua considerazione piena. Se hai amato, ami; vivi anche le difficoltà con l’inerme forza di chi sa volare eppure sta a terra perché serve esserci. È bello percorrere con la mente serena, il cammino fatto è aver voglia di camminare ancora, di volare con la fantasia e con il desiderio, dentro e fuori di noi. Ascoltando la meraviglia di vivere con passione la vita.

Utile è la vita e quello che essa genera. Inshallah.

vicino al fiume

C’era l’aria torbida vicino al fiume, con un cielo basso, che quasi toccava l’acqua. Lungo il viale, dopo i platani, i bar tenevano i tavolini all’aperto tutto l’anno, usavano quei funghi a gas che riverberavano calore verso il basso. I tavolini tondi di alluminio, le coppie spalla a spalla, sedute dalla stessa parte, dividevano tè caldo e spezzavano i biscotti, offrendoseli l’un l’altra. Spezzare i biscotti era un gesto di amore, anche se riportava a chi sapeva, il ricordo di vecchie penurie, corridoi adattati a refettorio per i doposcuola, suore che lesinavano i biscotti semplici chiedendo fioretti e piccole rinunce. Così i biscotti si spezzavano per farli durare più a lungo e si mettevano tra le labbra succhiando li prima di masticarli perché il dolce durasse a lungo. Oggi non era così e condividere era parte dell’allegria amorosa, li guardava con tenerezza, seguendo un ricordo che riscalda a il cuore.

Si mise in un tavolo d’angolo da cui vedeva sia la strada con i tavolini e i giovani visi intenti a parlare e ad ascoltare, sia il piazzale, l’acqua e la porta antica. Questa era già illuminata sotto l’arco, in un preannuncio di sera. La porta del bar, aperta, mandava l’odore dei toast e del caffè, si sentiva spesso macinare i chicchi, lo sbuffo del vapore che schiuma a il latte, sotto questi odori improvvisi e forti, c’era il profumo del legno del perlinato che avvolgeva pareti e la terrazza esterna. Il suono delle voci giovani, i richiami a chi passava, si mescolavano con le risate e il tintinnare dei bicchieri. Era un entrare giovane e allegro, nella sera che compiva lezioni e studio.

Per scacciare l’odore dolciastro delle sigarette e degli spinelli, si accese mezzo sigaro, guardando il fumo denso che usciva dalle sue boccate. Alcuni ragazzi sottovento si voltarono a guardarlo, improvvisamente zitti. Sembravano sul punto di dire qualcosa, cambiò traiettoria al fumo soffiando lungo il muro, non dissero nulla, solo spostarono di poco le sedie e ripresero a parlare.
Il pensiero si era disteso come un’ovvietà che riposa e pensare ciò che è utile a chi si ama gli sembrava inconcludente. Quasi offensivo per mancata generosità. Forse bisognava sentirne il limite, si disse, il limite di ciò che è utile e senza fatica lasciare che scorra sino a ciò che diventa difficile o privo di ragione. Fino alla felicità che nasce com’essa crede, e non ha pensiero di durata o contraccambio, ma solo, di rimando, il calore. Solo il calore di sentirsi avvolti dall’attenzione amorosa.
Fumava, pensava, ascoltava e beveva guardando la luce che diminuiva sul fiume. I tavolini si svuotavano, altri si sedevano ma in minor numero, i ragazzi andavano verso altri luoghi di incontro. Era tutto così naturale in ciò che vedeva, nelle attenzioni, nei sorrisi, nei baci, che solo l’educazione doveva aver reso arduo l’amore, difficile la sincerità e la comunicazione profonda tra persone che arzigogolavano, usavando modi di dire per lasciare che l’altro intuisse I sentimenti oltre le parole ed erano inutilmente timidi o sfacciati. Sbagliavano toni e tempi per incapacità a lasciarsi andare e pensò alla malinconia successiva degli incontri sconclusi, che era un modo per contemplare l’inadeguatezza propria e altrui nel rompere quella cattiva educazione a celare il tumulto del sentire.
Sarebbe bastato dirsi che veniva trascurato, tutto il bene creato e dato, l’amore generato, la gioia di sentire se stessi nell’altro, il desiderio, la riservatezza di ciò che solo una persona poteva davvero udire e capire. Tutto quello che avrebbe dovuto rendere fieri, non solo d’averlo vissuto, ma tenuto nella sua considerazione piena, veniva deviato e trattenuto.

Dire ad alta voce che hai amato, ami, e vivi anche le difficoltà con l’inerme forza di chi sa volare eppure sta a terra era una forza eversiva che il mondo confina a nelle età giovanili o nei poeti, mentre era patrimonio di tutti. Ma erano parole senza modestia, che avrebbero irritato o messo a disagio, che avrebbero cambiato i modi di vivere per l’intensità sovversiva che si contrappone all’usuale, al ripetuto. Un ritorno all’ordine che era perdere spontaneità e colori, essere coerciti e coercire mentre il vuoto toglieva prima senso e poi le stesse parole, per sostituirle con altre, innocue e senza suono. Per quello restavano dentro, le parole, per quello le conversazioni si interrompevano e non si sapeva che dire che fosse insieme una verità e un eufemismo dell’amore.


Neanche stasera un tramonto decente. Sorrise, il sigaro era finito, nel posacenere, un cilindro grigio, consistente e grezzo attendeva di dissolversi in polvere. Era un’immagine dei pensieri irti, dei dovrebbe che erano stati e non erano più. Annusò la sera e l’odore dell’acqua lenta che calava con l’umidità. Tornarono altri ricordi. Sotto la porta antica la luce, gialla e calda lo richiamava. Si alzò e si avviò in quella direzione. Ricordava ed era bello vivere e aver vissuto.


È bello il percorso che fai,
vola dentro e fuori di te,
non soccombere a ciò che ferisce.
Ascolta la meraviglia del vivere con passione, e ama senza ritegno, ama.

tornare al rift

La strada che dall’ altopiano dove si trova Asmara conduce a Massaua, corre spesso parallela alla ferrovia che fu realizzata dagli italiani durante il periodo coloniale. La strada è ricca di curve che permettono l’ascesa ai 2300 metri dell’altopiano, la ferrovia era più ardita e spesso si gettava a capofitto verso la pianura. La mattina in cui feci quella strada partendo da Asmara, in una curva a gomito un vecchio camion Lancia, carico di pomodori, si era rovesciato su un fianco creando una larga pozza rossa scivolosa che invadeva l’intera strada e gocciolava oltre il ciglio verso il burrone. Il pulmino oltrepassò il camion e poi l’autista scese a chiedere se serviva aiuto. Ne approfittammo tutti per andare a vedere i tratti di ferrovia che erano oltre il ciglio della strada e ci accorgemmo di quanto ardita fosse stata la collocazione. L’altopiano scendeva per balze scoscese, era una sorta di tronco di cono e sul fondo si vedevano i resti di camion e altre ferraglie indistinte. A qualcuno parve di riconoscere una motrice di “littorina” che era stata trasformata in casa. C’erano piccole aperture nella roccia, caverne che sembravano anch’esse abitate. Attorno al camion si affollavano persone che caricavano ceste di pomodoro e se ne andavano, l’autista, disperato, urlava senza che nessuno gli badasse. Credo fosse contento che il camion si fosse ribaltato verso la montagna e non fosse finito nel burrone e che la sua preoccupazione fosse quella di rimetterlo sulle ruote. Cercava volontari e pali per sollevarlo, quindi il carico era un buon contraccambio per la fatica da compiere. L’impresa mi sembrava pericolosa e disperata, visto il peso e la strada in discesa, così cominciai a parlare con un vecchio signore che parlava italiano e stava seduto su una traversina diventata panca, sotto la pergola di una casa osteria. Anche lui era convinto che l’impresa fosse difficile ma confidava nel buon volere di Allah. Era una mattinata di sole, non faceva troppo caldo e senza fretta, forse, le cose si sarebbero sistemate. Gli chiesi dei camion finiti nel burrone, se qualcuno si preoccupava di soccorrere i camionisti. Mi guardò con gentilezza e mi disse che c’erano almeno 800 metri di salto, nessuno sopravviveva e ai corpi ci pensavano gli animali. Poi qualcuno degli abitanti delle grotte li avrebbe seppelliti. Quando un camion volava giù dalla strada se c’era cibo, in molti avrebbero mangiato, poi sarebbe toccato alle cose caricate e infine, i pezzi di motore sarebbero stati recuperati e venduti a qualche interessato.

Non volevo fare troppe domande, ma gli chiesi quante persone vivevano sul dorso dell’altopiano, la risposta fu che erano molte, poche, dipendeva dal cibo e dal motivo per cui si erano trasferiti lì. Capii che non erano eremiti, ma persone che sfuggivano alla leva obbligatoria, qualche ricercato o chissà chi altro, ma erano cose di cui non si parlava, nelle grotte c’era acqua e tanto bastava. Intanto i lavori di quelli che si portavano a casa le ceste di pomodori e dei possibili facchini, procedevano. Noi risalimmo sul pulmino e proseguimmo verso Dogali e Massaua.

Ho ripensato al Corno d’Africa e alla Dancalia, nei giorni scorsi, quando gli scenari di un inverno nucleare hanno cominciato a farsi più frequenti. Noi qui possiamo manifestare perché tacciano le armi e finisca la guerra in Ucraina, credo sia la cosa più concreta che i popoli possano chiedere a chi gli governa, ovvero portare a un tavolo di trattativa e di pace le due nazioni in guerra. L’efficacia di questa azione sarà proporzionale alle manifestazioni e alla coscienza che un conflitto con l’impiego di armi atomiche non avrebbe vincitori, ma porterebbe alla scomparsa della nostra e di molte altre specie animali e vegetali. Dopo un’esplosione nucleare e dopo la distruzione di uomini e cose, una immensa quantità di polvere si alza verso il cielo e la stratosfera. L’oscuramento della luce solare comporta un brusco abbassamento della temperatura, la fotosintesi viene inibita, ciò che piove è acqua radioattiva, a parte i governi e i privilegiati che potranno andare nei rifugi, il resto di persone, animali, piante non si possono salvare. Uno scenario apocalittico che da solo dovrebbe far mettere al bando ogni arma atomica. Di sicuro ogni civiltà, ogni opera d’arte, ogni bellezza, verrebbe annullata con la vita. Forse, qualcuno sopravviverebbe perché distante dalle esplosioni, perché non troppo colpito dalle piogge radioattive. Per quello ho pensato al Corno d’Africa, alla Dancalia dove la temperatura è di 50, 60 gradi, ma qualcuno ci vive oltre agli scorpioni, ho pensato al Rift da cui l’uomo è venuto e che è ancora abitato con difficoltà. Nessuno di questi uomini sarebbe in grado di dire cosa c’era di bellezza e di tecnologia nel mondo, sono i dannati della terra che sopravvivono in condizioni estreme. Non si pensa mai alla miseria del mondo, degli uomini che potrebbero essere salvati, ma immani somme di denaro sono investite in armamenti, è ora che la civiltà decida di vivere e far vivere. Di aiutare chi è in difficoltà eliminando le difficoltà al vivere. Il bivio è questo e ciascuno può scegliere se essere per una vita migliore oppure aiutare l’apocalisse. Spero ce ne ricorderemo nei prossimi giorni, riempiendo le piazze, manifestando perché tacciano le armi e si arrivi alla pace e al disarmo, perché il tempo a disposizione diminuisce e ancora si può tornare indietro, poi non più e credo che nessuno di noi voglia tornare al rift.

p.s. due giorni dopo tornai all’Asmara per la stessa strada, il camion era ancora su un fianco, i pomodori non c’erano più, qualche tornante più in basso avevamo trovato un secondo camion fuori strada, ma era finito in un fossato. Intorno non c’era più nessuno, neppure il vecchio seduto sulla traversina, solo la macchia di pomodoro, seccata al sole, aveva formato una crosta sull’asfalto che veniva via a pezzi. .

la sera è il mondo

Da qualche tempo un branco di lupi attraversa l’altopiano, attacca qualche preda facile, un vitello, un asino, anche i ghiri e poi si sposta nell’altopiano vicino. Fanno così anche gli orsi. Stasera camminavo al limite del bosco, pieno di verde e intricato di cespugli, guardavo la bellezza delle macchie di colore, i grappoli di bacche rosse del Sorbo, il verde del muschio ch’era velluto d’ombre vive, pensavo ai lupi e all’ambiente che si assestava dopo tanta rapina di case sempre vuote. Il bosco, gli animali, rioccupavano gli spazi lasciati liberi e trovavano nuovi equilibri.

La sera avanza in fretta sui monti, regala gli ultimi spettacoli di rosso e poi cede al blu intenso. La sera ha in sé la nostalgia del riparo e del sonno, credo che l’istinto della tana preceda l’uomo, ma ha, in questo raccogliersi, il pensiero che spazia attorno e mentre vede la meraviglia sente che non può appartenere a nessuno, che è connessa alla quiete e quindi alla pace. I pensieri mettono assieme le notizie e sentono la minaccia che incombe su di noi, su chi ci è caro, sull’intera specie. I pensieri seguono il passo, sono lenti, non fuggono ma pesano e si pongono domande senza risposta:non c’è ragione all’irragionevole, non c’è giustificazione alla minaccia dell’estinzione.

Penso che attorno a Cernobyl ora la foresta ha ripreso ciò che le era stato tolto, che i luna parck arrugginiscono e tetti e pavimenti si sfondano mentre alberi crescono dentro le case. Penso agli animali che sono tornati e rioccupano gli spazi degli uomini, entrano nelle aule, guardano indifferenti, una frase lasciata a mezzo sulla lavagna, i banchi rovesciati, i gessi colorati sparsi sulla cattedra. Penso ai pochi uomini che abitano quei luoghi e attendono che si concluda la vita perché non saprebbero dove andare. Ho letto molto di ciò che è rimasto, visto documentari, fotografie, è la bellezza rovesciata, senza un occhio che la apprezzi, senza una ragione che non sia quella di essere.

Sull’orlo del vulcano si può tornare indietro, bisogna chiederlo incessantemente, perché la nostra sera non sarà la sera del mondo ma quella del capire la bellezza, dell’esistente per produrla, in un sorriso di vecchio, nelle parole di un bambino, nella forza di un amore che coinvolge e travolge. Alla sera del mondo deve essere posto l’argine della luce, della volontà di vivere, dell’amore che non può morire. Non così. Non può essere questa la sera del mondo.